Nick Cave: One More Time With Feeling

image003Nick Cave ha da anni uno stretto rapporto con il cinema come autore di colonne sonore, di frequente in collaborazione con Warren Ellis e come sceneggiatore (uno degli ultimi lavori è Lawless, del 2012, ambientato in Virginia all’epoca del proibizionismo), ma più spesso gli piace stare di fronte alla macchina da presa. La meticolosità con cui cura la propria immagine rasenta il maniacale (“Stanno bene i miei capelli?” è quasi un tormentone) e One More Time With Feeling, il documentario che il regista neozelandese Andrew Dominik (Chopper, L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, Cogan – Killing Them Softly) ha girato durante la lavorazione dell’ultimo album con la band storica dei Bad Seeds, Skeleton Tree, non contraddice questa sua attitudine appena appena narcisistica. Presentato fuori concorso all’ultima mostra del cinema di Venezia, girato prevalentemente in bianco e nero e in 3D, il film in origine doveva essere una sorta di making of… del disco, ma la tragedia che ha colpito la famiglia Cave – la morte del figlio quindicenne Arthur, precipitato da una scogliera probabilmente sotto l’effetto di stupefacenti – ha mutato drasticamente intenzioni e carattere delle immagini e richiesto ulteriori riprese. In realtà la sovrapposizione degli eventi – scrittura delle canzoni, lavorazione del disco, morte del ragazzo, ideazione del film, realizzazione, interviste – rende tutto un po’ confuso e di ardua lettura (qualcuno può pensare che Cave abbia potuto spettacolarizzare il lutto?), ma non è il limite maggiore del film.
Già in  20.000 Days on Earth del 2014, il musicista australiano aveva illustrato il suo metodo di lavoro come scrittore e compositore e, probabilmente, non c’era bisogno di un ripasso, tuttavia Cave, forse ingenuamente, ha voluto ribadire come sempre più di frequente sia solito abbandonarsi a un flusso di coscienza musicale durante le jam session con Ellis, improvvisando accordi (ed evidenziando i suoi limiti, quelli sì rilevanti, come pianista) e melodie alle quali legare i suoi testi. Un sistema che l’ha portato negli ultimi anni a non scrivere più vere canzoni, ma a recitare versi su tappeti sonori elettronici e ritmiche ipnotiche, in una sorta di reading monotono e poco stimolante.
Toccanti sono, invece, le interviste relative al tragico evento, durante le quali i coniugi sono costretti a elaborare il lutto davanti alla cinepresa e tentare di procurarsi una via d’uscita da un dolore lacerante che non cesserà mai (“Il tempo è come un elastico – dice Cave – “puoi proseguire la tua vita facendo mille cose, ma ad un certo momento l’elastico si tenderà a tal punto che ti riporterà sempre lì, su quella scogliera dove è avvenuto il fatto”).
I fan di Nick Cave probabilmente troveranno conferme sul loro beniamino, in termini di profondità e complessità del personaggio e anche qualche sorpresa divertente, quando racconta come sua moglie ami spostare i mobili di casa quando lui non c’è o dorme, ma per il neofita il film non incuriosisce, né offre spunti sorprendenti. Neppure la tecnologia 3D, a parte qualche campo lungo in sala d’incisione, aggiunge molto a un film sostanzialmente pretestuoso. Molto meglio i più tradizionali carrelli circolari durante le session di registrazione e i primi piani silenziosi sul volto del protagonista, mentre cerca le parole per raccontare la fatica di sopravvivere.

Giulio Cancelliere