Michael Bublé – Tour Stop 148

michaelbuble_poster_100x140Un gigantesco tour mondiale di due anni fotografato alla tappa numero 148, quando lo spettacolo è ormai rodato, gli attori non sono ancora esauriti e il protagonista principale è al top della carica adrenalinica.
Questa la sostanza del film-concerto che ci fa rivivere, oltre allo show sul palco, il dietro le quinte, il lavoro di preparazione e allestimento di uno spettacolo gigantesco che mette in scena una band di 13 musicisti a sostenere un entertainer di grande livello, bravura e professionalità, che nel giro di relativamente pochi anni è diventato una star globale.
Dopo un’intervista a Bublé, il film inizia quando lo spettacolo finisce, con l’ultimo bis, una drammatica Cry Me A River con toni noir anni ’50, prima dell’uscita di scena e la corsa verso la limousine che l’aspetta.
Quindi si assiste allo smontaggio del palco e la partenza dei 18 camion di attrezzature verso la nuova destinazione dove un’ottantina di addetti predisporrà il nuovo show.
In una sorta di lungo flashback, il cantante canadese ci riporta all’inizio della storia, durante le prove con la band, i test degli effetti speciali pirotecnici, le interviste a tecnici e macchinisti, manager di palco, di tour, produttori, assistenti, tutti coloro che consentono alla star di spendere più brillante che mai. Una vita dura, di sacrifici, in giro per il mondo e lontani da amici e familiari per dieci, undici mesi all’anno, una vita da scegliere consapevolmente, altrimenti non si resisterà a lungo.
Tuttavia, la parte preponderante del film è occupata dallo spettacolo di Bublé, che si apre con il basso inconfondibile di Fever e tra classici del songbook americano come Try A Little Tenderness, I’ve Got The World On A String, Feelin’ Good, Come Dance With Me, You Make Me Feel So Young, Save The Last Dance with Me e qualche inserimento originale come Home, intrattiene una folla oceanica, da consumato crooner qual è, come fosse in un piccolo club, facendo sentire tutti partecipi di un evento esclusivo.
Per suoi fan il film è senz’altro una festa e per chi cerca un intrattenimento leggero, ma di altissima qualità, questi 105 minuti non saranno una delusione. Michael Bublé incarna un modello di cantante assolutamente innocuo, professionalmente impeccabile, che canta il dramma e la felicità con lo stesso afflato, il cui unico scopo è mandare a casa decine di migliaia di persone felici di avere speso i soldi del biglietto. E non è poco.

Giulio Cancelliere

Intervista con Peter Cincotti

Peter Cincotti ph. Burton YountPuò risultare straniante lasciare un musicista che si diletta con Fats Waller e Nat King Cole, Beatles e Blood Sweat & Tears nel 2004, e ritrovarlo otto anni dopo con la stessa faccia da ragazzino (ha meno di trent’anni), ma impegnato in un pop mainstream con i suoni degli anni Ottanta. Tuttavia la musica è un viaggio: il luogo di partenza è noto, ma la destinazione è sconosciuta, tanto meno le tappe intermedie. Peter Cincotti è di New York, viene dalla scuola del jazz, è un talento naturale, ha iniziato a suonare il piano a tre anni e ricorda, per certi versi, il percorso fatto da Harry Connick jr, altro ex bambino prodigio di New Orleans, passato dal jazz della tradizione al pop, al cinema e alla televisione, anche in veste di attore. Il suo ultimo lavoro Metropolis, è un concept solo indirettamente ispirato all’omonimo film di Fritz Lang.
“È stato un processo abbastanza complesso. Non avevo mai visto il film, solo qualche foto e negli ultimi due anni mi ero dedicato alla scrittura di canzoni. Ne avevo composte una trentina. Poi vidi il film e scrissi la canzone Metropolis, che in qualche maniera cercava di unire i fili che legavano alcune delle canzoni che avevo composto attorno a un concetto di società futuribile ipotetica, ma probabile, abbastanza simile alla nostra, moderna, tecnologica, ma con gli stessi problemi di convivenza, sentimentali, di auto-realizazione. In questo il film di Lang era eccellente, perché poneva delle domande che valgono ancora oggi e che io pongo metaforicamente nelle canzoni: per cosa si vive? quali valori perseguire? che tipo di società ci aspetta?”
33862_PeterCincotti_Metropolis_COVER_RGB-1024x1024La title-track termina proprio con un suono antico di pianoforte. Rappresenta il legame col passato?
“Esatto: simboleggia il mondo da cui veniamo e che Fritz Lang in qualche maniera prediceva, anche se poi le cose non si sono realizzate esattamente così, ma è pure il mio legame con le radici, che affondano nel jazz e nella tradizione americana.”
Ti sarebbe piaciuto vivere all’epoca dei tuoi idoli giovanili come Nat Cole, Fats Waller, Shirley Horn, Ray Charles?
“A volte guardo con nostalgia a quei tempi che non ho vissuto, ma che dovevano essere favolosi musicalmente, ma poi chissà, magari se avessi vissuto in quegli anni avrei desiderato essere nato in epoca vittoriana.”
Pensi che viviamo in un’epoca creativa musicalmente parlando?
“È una domanda difficile. Non so risponderti precisamente. Credo che ci siamo molto talento in giro, ma penso anche che gran parte della musica che ascoltiamo sia stata creata da macchine che, pur manovrate da uomini, poco hanno a che fare con strumenti veri. Penso all’epoca di Cole Porter, quando gli autori scrivevano ogni giorno canzoni o agli anni settanta, quando gente come Paul Simon, Billy Joel, James Taylor componeva capolavori che ancora oggi amiamo. Alla radio sento cose che mi piacciono, ma avverto anche una certa freddezza.”
foto Molinari_CincottiAnche tu ha usato l’elettronica in Metropolis.
“Direi soprattutto il produttore John Fields, che ha lavorato molto con le macchine e i suoni software, ma è stato tutto molto spontaneo, nel senso che sceglievamo quello che ci piaceva e, soprattutto, l’abbiamo mescolato a strumenti veri: ogni pianoforte che senti è reale, le batterie vere sono mixate con quelle computerizzate, funzionali al clima futuribile che è al centro del disco.”
Componi prevalentemente al piano o usi anche macchine elettroniche?
“Al piano. Non sono molto pratico di tastiere e computer, anche se tengo sempre aperta quella porta. Ho un’attrezzatura molto semplice che mi permette di fare qualche esperimento sui suoni.”
Qual è oggi il range dei tuoi gusti musicali?
“Vado da Irving Berlin a Eminem.”
Non ci credo che ti piace Eminem.
“Sì, i primi due dischi erano piuttosto originali.”
L’ultimo disco che hai comprato?
Born And Raised di John Mayer.”
So che hai lavorato di nuovo con Simona Molinari, dopo i duetti del suo disco dell’anno scorso.
“Sì, abbiamo lavorato in studio a pezzi nuovi. È bello lavorare con lei, perché è tutto molto spontaneo e naturale. E poi è brava.”
Conosci altri artisti italiani?
“Solo Simona. D’altra parte, dopo avere conosciuto lei non hai bisogno di conoscere altri.”

                                                                                                                Giulio Cancelliere

Intervista con Simona Molinari

Il terzo album di Simona Molinari, Tua, (dopo Egocentrica del 2009 e Croce e Delizia del 2010) segna una piccola svolta nel suono, ma non nella sostanza del repertorio della cantante napoletana, sempre piuttosto eterogeneo, tra swing, canzone d’autore, sentimento, ironia, nostalgie anni ’50-’60. Non è un po’ troppo? L’eterogeneità ce la si può permettere dal vivo, ma su disco può risultare spiazzante.    
“Lo so, mi annoio facilmente, ma è quello che mi piace fare e ormai anche i miei collaboratori si sono stancati di ripetermelo. Io credo che comunque, al di là dei generi diversi, ci sia un filo conduttore che emerge dall’interpretazione.”
Che cosa mi dici di questa svolta elettronica? Ci sono pezzi, come i singoli Forse e In Cerca Di Te caratterizzati da questa ritmica così potente.
“Sì, è una tendenza molto in voga nel Nordeuropa quella dell’electro-swing, che mi è piaciuto proporre anche nel mio disco. Rappresenta un richiamo al passato, ma con un tocco di modernità, che è un po’ la cifra del mio stile.”
Tuttavia il concerto che ho visto al Blue Note di Milano qualche settimana fa era acustico.
“Infatti, era una dimensione in qualche maniera ridotta del nuovo spettacolo, dove è presente un dj-corista che, tra piatti, campionatori e percussioni, darà quel sapore electro ad alcuni brani e non solo a quelli del disco nuovo, ma anche ad alcuni del vecchio repertorio. Inoltre, lo stesso batterista sarà attrezzato con un set elettronico e, in più, ci saranno due fiati, tromba e sassofono.”
Ho sentito che hai cantato dal vivo l’Habanera dalla Carmen di Bizet in cinese. Io non conosco il cinese, ma presumo che sembrava una finzione, uno scherzo.
“Nooo, è vero cinese. Credo sia mandarino. La traduzione me l’ha fornita una ragazza cinese e il testo ricalca quello originale. Tra l’altro ho dovuto studiare i suoni della lingua alla perfezione, perché basta una sfumatura diversa e la parola cambia completamente significato. Ho impiegato un mese ad impararla!”
Anche in questo disco ci sono alcuni ospiti di lusso come il trombettista di Hong Kong Danny Diaz e il pianista e cantante italo-americano Peter Cincotti. Com’è nata la collaborazione con loro?
“Danny l’ho conosciuto durante i miei tour in estremo oriente. È un personaggio molto conosciuto laggiù e, oltre a suonare la tromba, ha questa capacità di imitare perfettamente la voce di Louis Armstrong. È stato molto divertente lavorare con lui. Peter, invece, è uno dei miei artisti preferiti e ho voluto coinvolgerlo come pianista e cantante in un mio brano: Lettera. Poi lui mi ha chiesto di cantare un suo pezzo, Always Watching You. Infine gli abbiamo fatto sentire In Cerca Di Te, nella nostra versione electro-swing, un genere che non è ancora di moda negli Stati Uniti, ma ha voluto ugualmente cimentarsi.”
Come spieghi questo tuo legame col passato? Apri il concerto con Canto di Luttazzi, poi riprendi La Voce del Silenzio del 1968, Tua di Jula de Palma del 1959, In Cerca Di Te, un motivo del secondo dopoguerra. Sono canzoni con le quali non sei cresciuta, perché sei troppo giovane. Non c’è niente della musica di oggi che ti stuzzica?
“Non so, anche le cose moderne che mi stuzzicano come l’electro-swing o le cantautrici francesi o canadesi che i piacciono, hanno una radice nel passato. Non me lo spiego, non so, sono fatta così.”
Molte delle tue canzoni, o, almeno quelle di cui hai scritto il testo, sono cantate in prima persona. Questo porta l’ascoltatore inevitabilmente ad identificare le parole con te. Non riesci a staccarti da questa forma e spersonalizzarti?
“No, non riesco a scrivere di una cosa che non conosco o non ho provato sulla mia pelle. Non sono un’autrice che sa scrivere di qualunque cosa. So scrivere di me stessa.”
Questo ti costringe a fare delle precisazioni imbarazzanti in concerto, quando canti Portatemi Gli Uomini.
“È vero, quella è una canzone che mi piace moltissimo, ma era stata scritta per il musical  Jekyll & Hyde, nel quale interpretavo una prostituta e non è mia. Tuttavia, qualcosa del personaggio mi appartiene, mi è rimasto, in termini di spregiudicatezza e quando scrivo qualcosa di più audace ecco che il personaggio teatrale viene fuori e mi metto nei suoi panni. Sono quelle parti della tua personalità che tieni nascoste e usi quando servono.”
Sul palco hai una condotta piuttosto sobria e rigorosa, a volte, oserei dire, quasi un poco rigida. C’è un personaggio al quale ti rifai, che rappresenta per te un modello di carriera e di scelte artistiche?
“Forse ti sorprenderà, perché sono personaggi molto lontani da me caratterialmente, però ho ammirato artiste come Edith Piaf e Billie Holiday. La prima per la teatralità e la seconda per il feeling che aveva.”
Se fossi costretta, pistola alla tempia, a scegliere un unico genere da cantare tutta la vita cosa sceglieresti?
“È dura, ma penso lo swing, ma forse anche la musica classica.”
Una volta mi dicesti che il tuo modello ideale è cantare swing con una big band.
“Lo è ancora. Tra l‘altro l’anno prossimo farò un tour a Chicago con una big band locale e anche questo è un sogno che si realizza.”
E torni anche in Oriente?
“A marzo, tra Cina e Giappone, chiuderò il tour al Blue Note di Tokyo, ma prima, a dicembre, presento il disco in Brasile. In primavera torno in Italia ed inizio la tournée qui.”

Giulio Cancelliere

(foto di A. Rabboni)