Un sonoro saluto al 2012

Desidero chiudere il secondo anno di Silenziosa(mente) segnalandovi una serie di dischi jazz e dintorni, che, per vari motivi, meritano attenzione. Anche quando non sono realmente “bei” dischi, segnano comunque un fermento creativo sorprendente che percorre la penisola da nord a sud e viceversa, isole comprese. Magari alcuni di questi nomi vi diranno poco e, ripeto, il loro lavoro discografico, in molti casi autoprodotto come si usa oggi, difficilmente resterà nella storia, ma si tratta in ogni caso di musicisti che vale la pena vedere almeno dal vivo e che si avventurano a cercare una strada alternativa poco battuta. Convinto come sono che la creatività sporca le mani e confortato dalle parole del poeta che cantava “dai diamanti non nasce niente…”, li trovo apprezzabili almeno per questo motivo.
copertina Minianimali - versione def - 001Dalla Sicilia arriva Lino Costa, chitarrista a lungo militante nell’eterogeneo gruppo Tinturia, che col suo Hypnotic Trio formula un jazz venato di folk e rock, tango, rumba e blues. Ha inciso per la neonata etichetta 4MIQE un album, Minimianimali, interessante per le sonorità che mescola tra chitarre acustiche ed elettriche, jew’s harp (in italiano scacciapensieri, in siciliano marranzanu), basso e batteria, con ospiti piano e sax. Vivace.
cover-machine-head-webDel Machine Head 4tet colpisce per cominciare la formazione “pianoless” (i pianisti, fortemente in ribasso ultimamente, troppi e disoccupati, forse per questo, reietti, suonano spesso da soli) costituita da basso, batteria, sax e trombone, integrati da un discreto utilizzo di effetti elettronici, campionamenti, sequenze. L’impronta funk-bop li ha posti all’attenzione dell’etichetta Groove Master Edition, che ha prodotto questo Fuori Dal Chorus: otto brani originali e una rilettura singolare di Donna Lee. Curioso.
disabaruggieriL’unità d’Italia si declina anche attraverso le canzoni, a cominciare dalla marcetta di Novaro, passando per Caruso, Azzurro, Margherita, Morricone e Rota, Carpi e Migliacci, Panzeri e Modugno fino all’inno abruzzese Vola Vola Vola. Il fisarmonicista Renzo Ruggieri compila un elenco di Inni D’Italia che uniscono la penisola sotto il segno della melodia coniugata al jazz assieme al bravo Paolo Di Sabatino, pianista versatile e raffinato, e ai grandi autori che hanno fatto la storia della nostra canzone. Patriottico.
narcetecoverIl connubio tra jazz e poesia si ricompone in Narcéte, un lavoro frutto della collaborazione tra la scrittrice Erika Dagnino, non nuova a simili esperienze, e i musicisti Stefano Pastor, Sam Waterman e George Haslam. La parola (in inglese, ma il libretto riporta la traduzione) si aggancia alle musiche e viene trascinata in un vortice sonoro che ne trasfigura senso, ritmo, prosodia. Suoni puntuti e urticanti accompagnano l’ascolto in un percorso non facile, ma in cui, nel giusto stato d’animo, ci si può abbandonare. Inquieto.
CrashDa qualche tempo i chitarristi stanno superando per numero i pianisti (forse per via della comodità di trasporto e maneggevolezza dello strumento in tempo di crisi) e sono prodighi di registrazioni: Dario Volpi, trevigiano costruisce il suo The Second Crash, assieme a Otello Savoia al basso e Franco Del Monego alla batteria, seguendo linee improvvisative alquanto spontanee e sull’onda del mood momentaneo. Umoroso.
profiloAnche gli Amanita Jazz, calabresi, scelgono la forma del trio chitarra-basso-batteria (Raul Gagliardi, Carlo Cimino, Maurizio Mirabelli) per il loro album d’esordio, Gente A Sud, perseguendo traiettorie più tradizionali e rassicuranti, al di là della velenosità del nome scelto. Swing-folk.

KyraPietro Ballestrero illustra un punto di vista differente con il suo Kyra, più orientato sulla composizione e sulla qualità del suono. D’altra parte si è affidato alle cure di Marco Lincetto e alla sua Velut Luna per ottenere il massimo. Un quintetto d’archi e il clarinetto di Gabriele Mirabassi disegnano, assieme alle chitarre del leader, undici ambienti sonori di pregevole fattura. Cameristico.
Peo alfonsiPeo Alfonsi, che spesso vediamo al fianco di Al Di Meola durante i suoi tour italiani e internazionali, pubblica il suo secondo album per Egea, Il Velo Di Iside, ancora una volta ispirato ad un mito mediterraneo — come il precedente Itaca — che lo connota sotto il profilo sonoro, della composizione e della prospettiva culturale. Il chitarrista firma tutte le composizioni che affida ai legni, agli ottoni, agli archi, alle voci e alle percussioni di Gabriele Mirabassi, Kyle Gregory, Salvatore Maiore, Francesco Sotgiu, Fausto Beccalossi, Maria Vicentini. Emozionante.
CasagrandeTra le nuove generazioni di chitarristi si mettono in luce ultimamente Francesco Diodati, di cui mi occuperò più ampiamente in un altro articolo-intervista, e Federico Casagrande, ormai di stanza a Parigi dove ha registrato il suo ultimo lavoro a proprio nome, The Ancient Battle Of The Invisible. È un disco complesso, sia per l’articolazione delle composizioni, sia per l’attenzione che richiede la sonorità stessa dell’album, molto calda e rotonda, costruita sulle timbriche soffici della Telecaster (talvolta “preparata”) del leader e la fluidità del vibrafono di Jeff Davis, intercalate dalle ritmiche di Simon Tailleu e Gautier Garrigue. Tortuoso.
lmalaguti2012Lanfranco Malaguti, per gli appassionati di jazz, non ha bisogno di presentazioni, è uno dei più importanti e originali chitarristi italiani, ha all’attivo decine di incisioni come leader e partner e il graffio della sua chitarra segna il suono di questo Galaxies, sorta di portfolio musicale ispirato a undici strabilianti immagini scattate nello spazio profondo dal telescopio Hubble. Il quartetto, completato da Nicola Fazzini ai sax, Massimo de Mattia al flauto e Luca Colussi alla batteria, asseconda il leader con leggerezza e senso dell’avventura. Esplorativo.
Cover new.cdrTornando sulla terra, il duo Luigi Tessarollo-Roberto Taufic ci riporta a un clima mediterraneo, tra classica e jazz, tra suono acustico ed elettrico, tra Europa e Latinoamerica. Sono due ottimi musicisti e il loro Painting With Strings è un modello di classe, raffinatezza, pulizia di suono. Standard come Cherokee e Stella By Starlight si alternano a composizioni originali, per ritrovarsi nella passione di Besame Mucho. Poetico
1335966301694Copia_di_bebo_ferra_-_specs_peopleBebo Ferra, che da qualche anno si è votato quasi esclusivamente alla chitarra elettrica, dopo che Paolo Fresu l’ha voluto nel suo Devil Quartet, ha licenziato Specs People, un viaggio ispirato alle sue passioni giovanili pre-jazz, tra rock, progressive, letteratura e storia. L’unica cover, peraltro alquanto stravolta, è la rollingstoniana Satisfaction, ma il trio chitarra-organo-batteria offre suggestioni a pioggia per chi c’era e per chi avrebbe voluto e può solo immaginare. Psichedelico.
cover-discoRoberto Fabbri è considerato la nuova star della chitarra classica, tanto da meritarsi un contratto Sony e la partecipazione ai più prestigiosi festival. In realtà di classico c’è soprattutto lo strumento, mentre la musica ricalca forme abbastanza moderne, se così si può dire,mutuate dalla canzone: composizioni brevi, orecchiabili, arrangiate per sole chitarre e, in qualche caso, con quartetto d’archi. Nei Tuoi Occhi non appassionerà il pubblico degli addetti ai lavori, ma l’ascolto è piacevole e Fabbri è bravo. Facile.
PaternesiPassando ai batteristi, altra categoria spesso snobbata dal punto di vista della composizione e leadership, Alessandro Paternesi è senz’altro uno dei giovani più brillanti tra i tamburi: colto, preparato, si circonda di coetanei creativi come lui, come Diodati, Gabriele Evangelista, Simone La Maida ed Enrico Zanisi (fresco di Top Jazz) per una musica che coglie suggestioni dall’urban jazz americano, solido, frenetico, ma anche da una poetica tutta europea che ne stempera le spigolosità troppo accese. Dedicato è il suo esordio da solista col P.O.V. Quintet. Innovativo.
600x600Anche Fabrizio Sferra, macchina ritmica di lungo corso, ama contornarsi di figure emergenti e per il suo Untitled #28 ha chiamato Giovanni Guidi, Dan Kinzelman, e Joe Rehmer, cui lascia molto spazio per la costruzione delle sue  composizioni, basate su temi spesso dilatati, architetture ritmiche complesse (come poteva essere altrimenti?) e per le improvvisazioni collettive che si aprono qua e là. Meditativo.
fraboni_thisismymusic_1351094671La perentoria dichiarazione This Is My Music lascia poco spazio ai fraintendimenti. Matteo Fraboni è andato a New York per incidere questo suo disco d’esordio e si sente. La musica rievoca quella atmosfera nervosa e turbolenta, tra sax tenore e contralto (gli ottimi George Garzone e Logan Richardson), piano elettrico ed acustico  (Arvan Ortiz, dinamico e fantasioso) e il solido Rashaan Carter al contrabbasso, che si è fatto le ossa con Roy Hargrove, Stefon Harris, Gary Thomas e Wallace Roney. Urbano.
Never+Odd+or+EvenIl batterista Ferdinando Faraò lascia per una volta il posto tra i tamburi per sistemarsi sul podio della imponente Artchipel Orchestra e rendere omaggio ad una stagione di jazz-rock britannico misconosciuta ai più — non ebbe l’esposizione di quello americano — ma ricca di stimoli creativi per niente datati. Never Odd Or Even propone composizioni tratte da un vecchio progetto del pianista Mike Westbrook, dei National Health e di Fred Frith si susseguono in una proiezione in bianco e nero di quegli anni Settanta, che, tra luci ed ombre, sono stati il decennio culturalmente più significativo del secondo dopoguerra. Sontuoso.
scorribanda_copertinaScorribanda è il terzo lavoro di BandOrkestra.55, la compagine condotta dall’ eclettico sassofonista friulano Marco Castelli, che attraversa generi e Paesi, tradizioni e tendenze con una disinvoltura invidiabile. Qui la troviamo alle prese con standard jazz quali Lullaby Of Birdland, Stolen Moments e I Got Rhythm,, musica da film come Baby Elephant Walk, classici del pop come Day Tripper, Suite: Judy Blue Eyes e Billie Jean, coniugandoli nei tempi e modi swing, ska, reggae, latin, boogie, electro-pop, rimescolando tutto e spingendo sempre un po’ più in là il confine della musica da big band. Trascinante.
una-bella-serataIn scala più piccola, è un sestetto, e utilizzando soprattutto materiale originale, anche gli Ottavo Richter cercano di riformulare il repertorio per “banda”, anche se la loro ha le caratteristiche itineranti di una marching band stanziale. Una Bella Serata è il loro ultimo lavoro, che vede tra gli ospiti Gianluigi Carlone della Banda Osiris e il giornalista Antonio Di Bella, dalle note passioni canore. Piacevole. Ed infine a volo d’uccello: 516-alderighiPaolo Alderighi, brillante pianista cristallizzato Naked-Truth-Ouroborossulla tradizione  jazz che padroneggia come nessun altro in Italia e il suo nuovo Piano Solo; i Naked Truth di Lorenzo Feliciati e il nuovo lavoro Ouroboros, un po’ troppo roboante rispetto al precedente ; Giuseppe Del Re, cantante pugliese bravo, intonato, fin troppo preciso, fino ad essere didascalico col suo Giuseppe_Del_Re_Gateway_to_Life-592x592Gateway To Life; Susanna Stivali, per Piani/Diversi si affida a cinque 198717_4632514139717_1744411416_ndifferenti pianisti per accompagnare le sue divagazioni vocali, talvolta borderline; Cristina Zavalloni e la Donna Di Cristallo non lasciano mai indifferenti, ma l’approccio avventuroso della eccellente cantante e compositrice bolognese è spesso inquietante; la rossa Antonella zavalloni-christina-la-donna-di-cristalloCatanese coraggiosamente cerca di redinsidescrivere jazz in italiano e si contorna di ottimi partner come Giovanni Mazzarino, curatore anche degli arrangiamenti, Dino Rubino, Max Ionata, Riccardo Fioravanti, Giuseppe Mirabella, Nicola Angelucci, anche se il risultato di Red Inside è francamente Stop-the-Time-JUST-DUETmonocorde; Just Duet è il nome scelto da Laura Battel e Francesco Tizianel per unirsi artisticamente e accreditarsi con Stop The Time come i Tuck & Patti italiani, facendosi persino co-produrre  dal celebre duo americano. Bravi, senza dubbio, graziosi e amabili come i loro mentori, ma il confronto, anche senza volerlo, è imposto dalle circostanze.

Giulio Cancelliere

Stefano Pastor: Songs (Slam)

Per una di quelle ragioni imperscrutabili (in realtà scrutabilissime: il gran caos che regna sul mio tavolo), che occorrono a chi fa questo mestiere di ascoltatore e raccontatore delle opere altrui, mi era sfuggito questo album uscito ormai da diversi mesi. Stefano Pastor è un violinista dalla cospicua esperienza, sia in campo classico, sia in quello jazz e sperimentale. Questo è il suo secondo lavoro da solista, inteso in senso letterale, poiché ogni suono registrato nel disco è prodotto esclusivamente dal violino senza l’ausilio di apparecchiature midi che ne alterino la natura sonora, ma con modificatori di suono come delay, chorus, phaser, distorsori, in uso solitamente ai chitarristi. Ciò significa tutto e niente, in realtà, perché chi usa l’elettronica creativamente è ugualmente commendevole, tuttavia incuriosisce la capacità di Pastor di adottare tecniche sullo strumento atte a trasformarlo in sassofono, chitarra, organo, sintetizzatore con efficace realismo. Intendiamoci, la sua ricerca non parte da zero, già Jean-Luc Ponty oltre quarant’anni fa si baloccava con effetti, pedali e l’elettronica analogica a disposizione in quell’epoca, ma Stefano Pastor aggiorna la sperimentazione con intelligenza, senza farsi prendere la mano dalla tecnologia e sfruttando tutte le possibilità naturali dello strumento, dal pizzicato, alla percussione della cassa, allo sfregamento con spazzolini da denti, sovrapponendo le tracce, armonizzandole e trasformandosi in un tipico trio jazz, basso-batteria-violino per I Got Rhythm o orchestrando tempeste elettriche su temi brasiliani come Beatriz di Edu Lobo e Quem È Vocè di Lyle Mays o la sezione d’archi (uno solo, sovrapposto) su You Go To My Head, che canta in surplace, quasi indifferente alla nebulosa sonora che gli orbita intorno, mentre il solo di violino assume connotati sassofonistici. Il motivo hendrixiano Purple Haze sembra un delirio alcolico di Steve Vai, ma la traduzione violinistica ne moltiplica l’inquietudine allucinata. La scelta di concludere con Duke Ellington’s Sound Of Love di Charles Mingus è tanto originale quanto simbolica: riunire due giganti del jazz, che amavano le grandi compagini e racchiuderli nel suono di un solo strumento, che “soffia” come il tenore di George Adams.

Giulio Cancelliere