Odio Baglioni

Fare il musicista è un mestiere come un altro: si studia, si fa pratica, si frequentano scuole, corsi, seminari, concerti, si acquisisce una certa conoscenza teorica, pratica, manuale e intellettuale e alla fine (ma la fine di cosa?) si può dire di essere musicisti. Ma la musica non è matematica, non è una scienza, non è nemmeno solida, non la puoi toccare, è qualcosa di estremamente aleatorio, è fatta di vibrazioni che viaggiano nell’aria. Ha le sue regole, più che altro convenzioni, ma nemmeno quelle sono così solide, tanto che nel tempo cambiano e sono tuttora in continua trasformazione. Eppure è meglio conoscerle.
Soprattutto, la musica, che spesso confina con l’arte, ma non sempre sconfina nell’arte è multidisciplinare e nessuno è in grado di fare tutto: puoi essere un ottimo pianista, ma un mediocre compositore; scriverai dei bellissimi lied, ma una sinfonia è fuori dalla tua portata; sarai pure nato col violino in mano e Paganini lo mangi coi cornetti nel caffelatte, ma una canzone come My Funny Valentine o Chega de Saudade non sarai mai in grado di scriverla, perché è una questione di talento, inclinazione, atteggiamento, formazione, sensibilità e chissà che altro. Nessuno è stato ancora in grado di spiegarlo credibilmente. È lo stesso motivo per cui ragazzi della stessa età che suonano lo stesso strumento applicandosi le stesse ore, raggiungono livelli diversi di bravura: è come se qualcuno di loro fosse “nato” con lo strumento tra le mani e a qualcun altro sia capitato per caso.
Scrivere canzoni è una di quelle pratiche che anni di studio e milioni di ore di applicazione non ti possono insegnare, ma semplicemente consolidare e migliorare. È un talento “naturale”, anche se l’aggettivo forse è improprio, ma rende l’idea. Certo, conta l’ambiente in cui cresci e ti formi, ma se assorbi o meno quello che senti, se le melodie che ascolti rimarranno impigliate nei tuoi pensieri, se sedimenteranno, fermenteranno, si trasformeranno in futuro in un’espressione musicale nessuno lo potrà prevedere. Se ti piace Celentano, ma i tuoi genitori ti spediscono al Conservatorio dove ti imbottiscono di Bach, Mozart, Beethoven, Brahms, Mahler e Schönberg, difficilmente arriverai a scrivere Il Ragazzo della Via Gluck, a meno che tu non sia Stefano Bollani, che comunque scrive altro, ma voleva essere Celentano.
Forse è per questo che scrivere canzoni da molti non è considerata una pratica apprezzabile, tanto meno un’arte. Pur esistendo corsi di scrittura musicale creativa volti a insegnare come comporre un pezzo di tre-quattro minuti che diventi un successo planetario, non sono presi molto sul serio – e forse giustamente – proprio per i motivi già precisati.
Scrivere una bella canzone significa indovinare il giusto equilibrio tra arte musicale e comunicazione, perché la canzone deve avere una struttura che regga, essere costruita con materiale di pregio e arrivare al pubblico. Tutto sommato scrivere un successo pop stagionale non è così complicato e molti ci riescono ogni anno rimpolpando il proprio conto corrente, per poi ritornare nell’ombra e magari dedicarsi a un altro mestiere. Ma durare nel tempo con le proprie canzoni è qualcosa che pochi possono vantare e Baglioni è uno di questi.
Perché lo odio? Perché quando avevo 14-15 anni era l’idolo di tutte ragazze e quando con i miei amici consumavamo i dischi di Led Zeppelin, Deep Purple, Ten Years After, Colosseum, Pink Floyd, Grand Funk Railroad, Black Sabbath, Yes, Genesis, Gentle Giant, Frank Zappa, attorno a noi il genere femminile era praticamente assente, nell’altra stanza a sbavare per questo spilungone dall’acconciatura ridicola. E se da una parte gli ormoni erano una tempesta incontenibile, dall’altra la mente non accettava di affogare nel Piccolo Grande Amore o cinguettare col Passerotto. Ma non è nostalgia dell’adolescenza, l’età peggiore che l’essere umano sia costretto ad attraversare. Odio Baglioni, perché aveva ragione lui: le sue canzoni sono rimaste, hanno attraversato le generazioni e, tutto sommato, erano anche belle, per niente banali, ascoltabili ancora oggi. Inoltre, Baglioni si è rivelato un musicista curioso che non ha smesso di ricercare soluzioni nuove, non sempre trovando quell’equilibrio di cui sopra, ma conservando una qualità media invidiabile. Ammettere di avere avuto torto non significa smettere di odiare, anzi. Lo odio il doppio.

Giulio Cancelliere

Arrivano Gli Alieni. Intervista con Stefano Bollani

AlieniÈ nei negozi il nuovo album di Stefano Bollani, Arrivano Gli Alieni, il terzo piano-solo dopo quello siglato ECM del 2006 e Småt Småt del 2003, pubblicato dalla francese Label Bleu, più remoto nel tempo, ma forse più vicino concettualmente sia in termini di scelta degli autori (anglosassoni e latinoamericani), sia per l’esordio canoro che allora riguardava solo la brasiliana Trem Das Onze (la Figlio Unico di Riccardo Del Turco), mentre oggi il nostro si è “allargato” scrivendo e cantando ben tre canzoni: la title-track,  divertente e metaforica presa in giro delle nostre paure rispetto all’altro da sé, che sia terrestre o meno poco importa; il Micro-Chip, omaggio al Carosone degli anni ’50, quando scherzava sulle manie (e ancora le paure) dell’uomo medio del dopoguerra (‘a Casciaforte, ‘o Russo e ‘a Rossa, Caravan Petrol) con le indimenticabili introduzioni di Gegé di Giacomo; Un Viaggio, breve dissertazione giocosa e vagamente lisergica, sulla falsa riga di EeLST e I Gufi.
“Visto da fuori si può intuire una vicinanza tra Småt Småt e Arrivano Gli Alieni, ma non è intenzionale, cerco sempre di prendere le distanze dai lavori precedenti quando ne realizzo uno nuovo, proprio per evitare di ripetermi.”
Tra le musiche rilette da Bollani vale la pena ricordare The Preacher di Horace Silver, Mount Harissa dalla Far East Suite di Duke Ellington e il bellissimo standard You Don’t Know What Love Is; l’America Latina è rappresentata da Aquarela Do Brasil di Ary Barroso, Sei Là di Toquiño e Vinicius e El Gato dell’argentino Julian Aguirre, ma aggiungerei anche Quando Quando Quando, che, a ritmo di samba, rievoca l’enorme successo mondiale di Tony Renis. A rappresentare il mondo latino anche Jurame di Maria Grever, meglio nota in Italia con il titolo Pensami, una straordinaria hit di Julio Iglesias, nonché il calipso Matilda di Harry Belafonte.
C’è una predominanza del piano elettrico Fender Rhodes in questo album, uno strumento che non avevi mai usato così diffusamente.
“L’ho riscoperto durante il tour con Irene Grandi del 2012. Ha un suono bellissimo e molto caratteristico. Quelli più belli non sono facili da trovare e bisogna attendere lo smantellamento di qualche studio, come ho fatto io, per acquistarne uno.”
Quello che suoni nel disco è il tuo?
“No, il mio, un Mark II, lo tengo a casa, è troppo pesante e scomodo da trasportare. Per registrare e suonare in concerto ne noleggio sempre uno, anche se è difficile trovarli in buone condizioni, hanno sempre qualche magagna.”
Arrivano Gli Alieni è un disco jazz?
“———————“
Ok, passo alla domanda successiva. Ti senti ancora parte della categoria dei jazzisti, ammesso che tu ne abbia mai fatto parte?
Bollani“La domanda contiene già la risposta. Sinceramente non credo di essermi mai sentito veramente un jazzista tout-court e non credo nemmeno nell’associazionismo dei jazzisti, che hanno generalmente esigenze diverse e differenziate. Posso pensare a una forma di associazione volta a una causa precisa, a un obiettivo comune, ma non tutto l’anno. Non lo comprendo.”
Eppure una volta suonavi con tanti jazzisti, hai suonato un po’ con tutti. Ora hai ristretto le collaborazioni, o, per meglio dire, le hai selezionate e differenziate tra pop, orchestre classiche, big band e solisti.
“Una volta ero sul mercato e, come dici tu, ho suonato con tutti. Poi ho scoperto che la giornata è di 24 ore e cerco di mirare meglio le collaborazioni, che non sono comunque poche. Certo, il mio trio danese con Jesper Bodilsen e Morten Lunden dura da dodici anni e ancora mi piace suonare con loro, perché tanto trovo stimolante incontrare un musicista nuovo come il pianista argentino Diego Schissi, col quale ho suonato in duo, quanto apprezzo la serata di relax con i miei amici dove basta un occhiata, un ammiccamento per capire dove andare a parare per sorprendere e sorprenderci.”
Per il disco Sheik Yer Zappa hai avuto l’imprinting della famiglia, sempre molto attenta a tutto ciò che gira attorno a Frank?
“Certo! Abbiamo contattato la vedova, Gail, che, assieme al responsabile della fondazione, ha ascoltato il disco e l’ha approvato. Devo dire che ero alquanto preoccupato data la nota severità di giudizio, anche perché era un album che improvvisava sulla musica di Zappa, ma pare che sia piaciuto.”
Riguardo al tuo rapporto con la musica classica, a parte il ‘900 di Gershwin e Ravel e il tentativo, per ora non realizzato, di un omaggio a Prokov’ev, quali altri autori ti stimolerebbero?
“Premetto che ci penso spesso, ma non ho in programma nulla del genere per ora. Comunque un musicista che mi piacerebbe interpretare è Mozart, perché ha una leggerezza e un allegria che lo avvicina al jazz. Tutto quello che c’è in mezzo tra Mozart e Prokov’ev, invece, non è nelle mie corde, non lo sento dentro, anche se da ragazzo le mie passioni erano Chopin e Liszt. Ma tutto il mondo tedesco romantico, Beethoven, Schumann, Schubert, lo sento lontano.”
Ma sarebbe un rilettura classica o una reinterpretazione alla Uri Caine?
“Non so, non ho il problema dell’intoccabilità di certa musica, a volte mi capita di suonare un valzer di Chopin alla mia maniera, ma forse non lo trovo così bello. Nel caso del concerto di Ravel non ho nemmeno pensato di cambiarlo, tanto è scritto bene. Mozart, però, era un musicista che amava improvvisare e non escludo che potrei reinventarlo.”
E il cinema? Colonne sonore?
“Dopo il tentativo per il film Caos Calmo, che a Moretti non piaceva e quindi non se ne è fatto niente, nessuno mi ha più chiesto niente. Forse giustamente, però mi piacerebbe. Mi piace il cinema.”
Che cinema?
manifesto-70x100-la-regina-dada-bassa“Ho una passione per un regista danese, Anders Thomas Jensen, noto anche come sceneggiatore in odore di Oscar dopo il lavoro con Susanne Bier per Dopo Il Matrimonio. Per ora ha girato quattro film, uno solo dei quali, Le mele Di Adamo, distribuito in Italia, e ha uno stile veramente sorprendente, obliquo, ironico, inaspettato. Un po’ come mi piace che sia la mia musica.
A primavera torna La Regina Dada, il tuo lavoro teatrale scritto con Valentina Cenni.
“Sì, lo stiamo riscrivendo tutto. Il teatro è una fregatura: il disco una volta fatto è quello e non lo cambi più, ma il teatro lo rifai ogni sera, vuoi cambiarlo, migliorarlo, abbellirlo. Non si finisce mai.”
Come con la musica, in fondo, che cambia sempre.

Giulio Cancelliere

Sostiene Bollani: seconda stagione

Bollani-foto-Erminando-AliajDopo due anni di attesa, domenica 29 settembre parte su Rai3 la seconda stagione di Sostiene Bollani, il fortunato programma condotto dal pianista milanese, con alcune novità e altrettante conferme. Sarà un programma in sei puntate con tanti ospiti musicali, ma non solo. Come nella prima stagione si alterneranno anche attori e artisti vari all’insegna dell’interdisciplinarietà. Stefano Bollani sarà solo alla conduzione senza Caterina Guzzanti, che parteciperà a una sola puntata speciale in cui tutta la squadra si sposterà dagli studi di Milano all’auditorium Rai Arturo Toscanini di Torino, dove li attenderà l’Orchestra Nazionale Sinfonica della Rai diretta dal maestro Francesco Lanzillotta. Per il resto, Sostiene Bollani manterrà quel carattere divulgativo e di intrattenimento, che lo caratterizzò nella prima serie e che lo rese accattivante anche per un pubblico non necessariamente avvezzo alla fruizione della musica a così ampio spettro. In ogni puntata cambierà la sezione ritmica che accompagnerà il pianista e i suoi ospiti: i partner danesi Jesper Bodilsen e Morten Lund lasceranno quindi il posto a colleghi come Ares Tavolazzi, Roberto Gatto, Walter Paoli, Enzo Pietropaoli, Furio Di Castri, la crème del jazz italiano in termini di batteria, basso e contrabbasso. Tra gli ospiti confermati il cantante Gregory Porter, il violoncellista Giovanni Sollima, il mandolinista brasiliano Hamilton de Holanda (con cui Bollani ha appena pubblicato un album per ECM), la cantante di fado Mafalda Arnauth e un pianista robot, Teo Tronico, una macchina con 36 dita, che si è già esibito con i Berliner. Nella prima puntata di domenica prossima duetteranno con Bollani ben quattro pianisti: Francesco Grillo, Lorenzo Hengheller, Dado Moroni e Antonello Salis, mentre la ritmica sarà affidata a Faso e Christian Meyer (EeLST), presto raggiunti da Elio stesso e da Paola Cortellesi.Altre novità: l’orario, anticipato alle 23:00, dopo Che Tempo Che Fa e il TG3, e la rigorosa diretta, che sarà una difficoltà tecnica in più, ma in sintonia con lo spirito jazzistico di improvvisazione, contaminazione e divertimento che anima un pianista come Stefano Bollani, il quale ha dimostrato di sapersi muovere bene in quell’area vastissima in cui è praticamente solo e senza concorrenti, tra Martial Solal e Chick Corea fino a Enrico Simonetti e Lelio Luttazzi, passando per Carosone e Fats Waller.Intanto, per chi si fosse perso le prime sei puntate è in vendita il cofanetto di 3 DVD con la prima stagione di Sostiene Bollani e tanti contenuti extra.

Giulio Cancelliere

Jesper Bodilsen: Scenografie (Silenzio!/Carosello)

BodilsenLa prima cosa che impressiona e, per certi versi, spaventa di questo album è la lunghezza. Non capita spesso, ultimamente, di affrontare l’ascolto di un disco jazz doppio e uso il verbo “affrontare”, perché l’ascolto di un’opera musicale dovrebbe essere un impegno che si prende nei confronti del’artista. Jesper Bodilsen, tra l’altro, non gode di quella fama estesa e consolidata, nonostante l’annosa collaborazione col Danish Trio di Stefano Bollani – peraltro presente anche qui – che convince l’appassionato anche a scatola chiusa. Ma, al di là della forma, addentrarsi nelle stanze di Scenografie appare subito confortevole, accolti cordialmente dall’arpeggio della chitarra di Ulf Wakenius e dal flicorno vellutato di Peter Asplund, seguiti dal padrone di casa che ci guida su una melodia orecchiabile e raffinata. Scenografie consta di 12 brani, di cui 9 inediti, registrati in due session alquanto differenti sia per formazione, sia per locazione: il contrabbassista danese ha registrato a Gothenburg in Svezia con il gruppo scandinavo col quale aveva già realizzato il precedente Short Stories For Dreamers, ma rimpiazzando il vibrafono di Severi Pyysalo col bandoneon di Paolo Russo, di fatto “riscaldando” l’esito sonoro della band; a Perugia, invece, Bodilsen ha inciso col trio italiano comprendente Bollani, Nico Gori al clarinetto e, solo in un paio di brani, il cantautore Joe Barbieri che, con la sua voce fragile e la poetica sottile si inserisce adeguatamente nel contesto teatrale che il leader ha immaginato in questo lavoro. Nonostante le premesse, il disco risulta omogeneo dal punto di vista sonoro e musicale, riconducendo a una concezione  di jazz che unisce lo swing a un’idea melodica cantabile perseguita caparbiamente da Bodilsen, anche nella scelta delle riletture: Retrato Em Branco E Preto di Jobim/Buarque e la meno frequentata La Tieta di Juan Manuel Serrat, che da noi è nota come Bugiardo E Incosciente nell’interpretazione storica di Mina e, più recentemente, di Ornella Vanoni. Scenografie, oltre a garantire il piacere di sedersi comodamente in poltrona e godersi l’ascolto di un disco ben fatto, segna il debutto dell’etichetta italiana Silenzio! diretta da Momy Manetti, affiliata alla Carosello. È un primo passo nella giusta direzione.

Giulio Cancelliere