Intervista con Luca Sapio

sapio 3Una carriera all’insegna del blues e del soul — con qualche divagazione rock e jazz —, una voce graffiante ed espressiva, credibile sia in inglese, sia in italiano, progetti eterogenei come The Accelerators, Black Friday (con Adriano Viterbini dei Bud Spencer Blues Explosion), i Quintorigo di English Garden e ora questo lavoro solista, Who Knows, sognato da tanti anni. Luca Sapio è la via italiana al soul, non solo come autore e interprete autorevole, ma anche come fine intenditore di questa musica così variegata e ricca di sfumature e correnti.
Che cosa ha dato il via al progetto, cosa lo ha fatto scattare?
La consapevolezza di aver sviluppato una personalità musicale all’interno dello stile. Ho iniziato a scrivere i brani di Who Knows in viaggio, in quel limbo che separa i musicisti da una data all’altra fatto di migliaia di chilometri da percorre in macchina, treno, aereo. Una volta arrivato ad una ventina di idee mi sono confrontato con Mecco Guidi, tastierista e Christian Capiozzo, batterista, che hanno contribuito armonicamente e ritmicamente alla scrittura dei brani.
L’album è prodotto da Thomas TNT Brenneck, figura centrale della nuova scena soul di New York, che ha lavorato con Ceelo, Mary J. Blige, Mark Ronson, D’Angelo, Amy Winehouse. Come è avvenuto l’incontro con lui?
Avevamo un amico in comune, Jared Tankel il co-leader della Budos Band. Abbiamo iniziato a parlare  di una possibile collaborazione e dopo molte vicissitudini legate ad impegni reciproci siamo riusciti ad arrivare nei suoi Dunham Studios di Brooklyn.
sapio37458253924132312203098782981412323181893225889nCome avete lavorato sulle vostre idee? Di chi sono gli arrangiamenti?
Siamo arrivati in studio con dei demo estremamente dettagliati, sebbene arrangiati per organo batteria e voce, Tommy ha messo a fuoco alcune ritmiche e ha arrangiato i fiati.
L’impronta che avete dato al suono, prettamente soul, ma venato di psichedelìa, con questi riverberoni così particolari, è frutto solo della visione di Brenneck o avevi anche tu in mente qualcosa del genere?
Non volevo fare una cartolina del soul Stax, Motown o Hi, volevo un disco che unisse quella psichedelìa americana, figlia del britannico  Sgt. Pepper’s, con il soul del sud degli Stati Uniti, intriso di black gospel e blues.
Avete registrato in analogico con strumenti vintage?
Sì, tutto dal vivo su nastro da un pollice e più che “vintage” direi con gli strumenti giusti. Credo sia difficile ottenere un suono stilisticamente corretto da un riverbero digitale o dai convertitori digitali.
Oltre al CD di Who Knows avete stampato anche un lussuosissimo vinile, che solo a vederlo commuove, anche per la grafica strepitosa. Lo state vendendo bene?
Benissimo.
Ho visto che usi ancora quel microfono artigianale in rame fatto con le vecchie capsule telefoniche per gli effetti più strani, ma quello “quadrato” che usi per cantare la maggior parte dei pezzi cos’è?
E’ un semplice 55s, nuovo. Praticamente ha la scocca del vecchio Shure 55 e monta all’interno la capsula dell’imbattuto Shure 57.
Considerato tutto, pensi sia stato facile per un artista italiano come te, nato quindi ai margini dell’impero, produrre un disco negli Stati Uniti  o è una specie di miracolo?
Sapio 2E’ una questione di credibilità e personalità. Io sono arrivato con le idee estremamente chiare e pur dimostrando di essere un conoscitore dello stile, all’interno di questo c’era qualcosa di nuovo per gli americani, quello che loro hanno definito “italian touch” e che si è trasformato nella divertente etichetta “italian soul”.
Canterai ancora con Quintorigo o è un’esperienza conclusa?
Io sono arrivato nei Quintorigo esclusivamente per un album e il relativo tour. E’ stata un’esperienza molto divertente che però si è conclusa.
E i Black Friday?
I Black Friday sono stati un progetto formidabile. Un disco “old school” e un tour intenso. Un successo inaspettato visto che è stato sempre considerato da tutti e due un side-project.
Ora state partendo per la Germania. Poi?
Poi sarà la volta dell’Inghilterra Who Knows dove sta per uscire.

Giulio Cancelliere

Intervista con Daniela Pedali

Cantante dalla carriera variegata, innamorata del soul e del rhythm ‘n’ blues (debutta in televisione con una cover di Without You, versione Mariah Carey), passa da Sanremo Giovani nel 2003 col brano Vorrei. La partecipazione al festival la espone a livello internazionale, tanto da conquistare il mercato latino con un intero album in lingua spagnola, Amore, triplo disco di platino, cui fanno seguito esibizioni negli USA, tra Miami e New York al leggendario Madison Square Garden e persino in Piazza San Pietro di fronte a papa Giovanni Paolo II. Dopo Il Rispetto, un lavoro soul/RnB che si avvale della produzione di Jay-Z, pubblica In Disco nel 2009, lavoro molto eterogeneo che spazia dal pop alla dance al rhythm ‘n’ blues.
Ora arriva nei negozi Pop In Jazz, un esperimento di jazzificazione di alcuni celeberrimi successi pop e rock (si apre con Satisfaction dei Rolling Stones) realizzato con l’apporto di famosi jazzisti come Dado Moroni, Paolo Fresu, Furio di Castri, Roberto Gatto, Marco Tamburini, Francesco Cafiso.
Com’è nata l’idea di un disco del genere?
Sono una cantante prevalentemente pop, ma il jazz mi ha sempre affascinata per questo suo senso di libertà e sperimentazione. Così ho voluto sperimentare anch’io, cercando di coniugare il mio mondo musicale con le forme e il linguaggio del jazz. Abbiamo preso in esame artisti come Beatles, Rolling Stones, Elton John e Michael Jackson, che hanno segnato la musica del secolo scorso e li abbiamo sottoposti a questo trattamento.
Come ti sei trovata a lavorare con i jazzisti? Era la prima volta?
Sì, ma è stato straordinario, sono tutti musicisti bravissimi e mi sono misurata dal punto di vista professionale e umano con grandi personalità.
In Pop In Jazz sono presenti ben tre brani di Michael Jackson. Come mai?
In origine doveva essere un disco di tributo a Jackson, poi il progetto si è modificato, ma Michael Jackson è stato il re del pop e quindi, tutto sommato, meritava un posto d’onore.
Personalmente ho trovato abbastanza scioccante Beat It suonata in versione acustica latin con pianoforte e tromba. C’è un pezzo che anche tu reputi particolarmente singolare nella nuova versione?
Sono d’accordo su Beat It, ma anche Human Nature in questa veste elettro-pop è piuttosto originale.
Vorrei, il brano che presentasti a Sanremo Giovani, in questa nuova versione intitolata Someday, ha una storia strana.
Sì, perché Samuel J. Morris, un musicista inglese, innamoratosi di questa canzone, ne ha scritto un testo inglese e l’ha registrata. Io l’ho scoperto grazie ai miei fan su facebook e così è nata questa nuova versione, che ricalca nell’arrangiamento quello di Morris, come ringraziamento per il suo omaggio nei miei confronti.
Salti da un genere all’altro – pop, jazz, r’n’b – in un approccio molto americano alla musica. Non temi di confondere il pubblico?
Credo che sia un rischio, in effetti, ma sono anche i generi che mi piacciono, in cui mi trovo a mio agio e riesco a dare il meglio. Diciamo che mi piace la black music in genere, dal blues al soul al jazz. E poi, la musica è arte e nell’arte bisogna mettersi in gioco, non ci si può fermare.
Ora parti per un tour?
In questi giorni stiamo definendo i termini del progetto live. L’idea è quella di mettere insieme una band, avere di volta in volta ospiti ai concerti i musicisti che hanno partecipato al disco e realizzare un tour teatrale. Quasi sicuramente avremo Marco Tamburini come membro ufficiale del gruppo.
E poi c’è un progetto internazionale.
Sì, ma non si può dire, nel senso che all’orizzonte c’è un disco americano, ma è ancora tutto da definire.

                                                                                                            Giulio Cancelliere