Cappa Blues

Torna Cappa, il protagonista di Silenziosa(mente), per far danni a RadioTre

Schermata 2014-02-07 alle 07.41.34

Jesper Bodilsen: Scenografie (Silenzio!/Carosello)

BodilsenLa prima cosa che impressiona e, per certi versi, spaventa di questo album è la lunghezza. Non capita spesso, ultimamente, di affrontare l’ascolto di un disco jazz doppio e uso il verbo “affrontare”, perché l’ascolto di un’opera musicale dovrebbe essere un impegno che si prende nei confronti del’artista. Jesper Bodilsen, tra l’altro, non gode di quella fama estesa e consolidata, nonostante l’annosa collaborazione col Danish Trio di Stefano Bollani – peraltro presente anche qui – che convince l’appassionato anche a scatola chiusa. Ma, al di là della forma, addentrarsi nelle stanze di Scenografie appare subito confortevole, accolti cordialmente dall’arpeggio della chitarra di Ulf Wakenius e dal flicorno vellutato di Peter Asplund, seguiti dal padrone di casa che ci guida su una melodia orecchiabile e raffinata. Scenografie consta di 12 brani, di cui 9 inediti, registrati in due session alquanto differenti sia per formazione, sia per locazione: il contrabbassista danese ha registrato a Gothenburg in Svezia con il gruppo scandinavo col quale aveva già realizzato il precedente Short Stories For Dreamers, ma rimpiazzando il vibrafono di Severi Pyysalo col bandoneon di Paolo Russo, di fatto “riscaldando” l’esito sonoro della band; a Perugia, invece, Bodilsen ha inciso col trio italiano comprendente Bollani, Nico Gori al clarinetto e, solo in un paio di brani, il cantautore Joe Barbieri che, con la sua voce fragile e la poetica sottile si inserisce adeguatamente nel contesto teatrale che il leader ha immaginato in questo lavoro. Nonostante le premesse, il disco risulta omogeneo dal punto di vista sonoro e musicale, riconducendo a una concezione  di jazz che unisce lo swing a un’idea melodica cantabile perseguita caparbiamente da Bodilsen, anche nella scelta delle riletture: Retrato Em Branco E Preto di Jobim/Buarque e la meno frequentata La Tieta di Juan Manuel Serrat, che da noi è nota come Bugiardo E Incosciente nell’interpretazione storica di Mina e, più recentemente, di Ornella Vanoni. Scenografie, oltre a garantire il piacere di sedersi comodamente in poltrona e godersi l’ascolto di un disco ben fatto, segna il debutto dell’etichetta italiana Silenzio! diretta da Momy Manetti, affiliata alla Carosello. È un primo passo nella giusta direzione.

Giulio Cancelliere

Silenziosa(mente) l’audiolibro/6

Cappa e Abril hanno individuato la cabane presa in affitto da Joe Zawinul nel mezzo degli acquitrini della Camargue, ma dentro non trovano lui, bensì il personaggio che li accompagnerà da ora fino alla fine del romanzo. Non solo: nella cabane, dopo uno spavento da infarto, rintracceranno i probabili motivi che hanno indotto Zawinul a sparire. Motivi che conducono fino a Chartres, alla bellissima prima cattedrale gotica di Francia, ricca di misteri esoterici che rimandano agli antichi riti dei druidi celti, alla scuola neoplatonica di Bernardo, alla straordinaria architettura di questo capolavoro che ha resistito quasi mille anni a incendi, guerre, rivoluzioni. E spunta una donna misteriosa che manda messaggi elettronici accennando a In A Silent Way, la più celebre composizione del tastierista austriaco.
Buon ascolto e buona visione

 

Silenziosa(mente) l’audiolibro/1

Oggi è il 2 novembre 2012. Uno dice “grazie tante, ho anch’io il calendario” ed è facile dire oggi “io lo sapevo fin dall’estate scorsa che sarebbe arrivato il 2 novembre”, ma io l’avevo previsto già nel 2007 che questo giorno sarebbe giunto e lo scrissi persino in un libro che venne pubblicato nel 2010. La prova è nelle icone qui a fianco di Silenzio(mente), ma ora la potete anche ascoltare qui sotto, attraverso l’audiolibro che ho postato su youtube. Non è un normale audiolibro con la voce, la mia, che legge le parole, le mie, scritte sulla pagina, ma ho messo anche la musica che accompagna la narrazione e persino le fotografie dei personaggi, almeno quelli veri, esistenti ed esistenti. Il protagonista, tanto per cominciare, è inventato, qualcuno dice che sono io o che mi assomiglia molto, ma è solo malignità. Comunque non ha immagine e potete pensarlo come volete. Nemmeno la protagonista esiste davvero, o forse sì, ma non la conosco, purtroppo o per fortuna. Anche lei la potete immaginare come volete, anche se una descrizione sommaria è fornita nel secondo capitolo. Per il momento è il primo capitolo, quello che parte, appunto, dal 2 novembre 2012. Il resto della storia è in preparazione, ma il lavoro è piuttosto lungo e faticoso, dato che me lo faccio da me. Se avete fretta di sapere cosa succede nei giorni successivi al 2 novembre, comunque, c’è sempre il libro già pubblicato e disponibile. Altrimenti dovrete avere pazienza.
Buon ascolto e buona visione.

Diego Baiardi: Bonne Nuit (Incipit Books/Egea) €29,00

Nato dalla passione del pianista Diego Baiardi per le ninne nanne d’ogni epoca e origine, il disco-libro Bonne Nuit gioca sull’ambiguità e l’equivoco: se sono i più piccoli per elezione a fruire di queste piccole composizioni illustrate dal geniale Guido Crepax, per chi scrive, che da ragazzino si è nutrito di Linus e AlterLinus, il nome e il tratto di Valentina significano più fantasia che sogno, a riprova che non si tratta di un lavoro per bambini, ma per grandi che ancora nascondono in sé un cuore di bimbo un po’ cresciuto.
Scherzi a parte, Baiardi ha messo assieme un bel gruppo di cantanti e strumentisti, da Paola Folli a Petra Magoni, da Patrizia Laquidara a Helena Hellwig, da Albert Hera a Cristina Zavalloni, accompagnate da grandi solisti come Paolo Fresu, Riccardo Fioravanti, Antonello Salis, Andrea Dulbecco, Giulio Visibelli per creare un percorso dal crepuscolo all’alba o, per dirla letterariamente, al termine della notte, anche se la citazione Celiniana risulta piuttosto inquietante considerato l’autore. Partendo da Lullaby For Wyatt di Sheryl Crow per concludersi con Akebono, intonata da De Piscopo all’hang, è un dipanarsi di canti tradizionali  “da ascoltarsi all’imbrunire”, parafrasando Dickens, in un viaggio dal Trentino al Maghreb, passando per Veneto, Balcani e Brasile, ma anche tra le melodie immaginate da Billy Joel, Cure, Fred Buscaglione, Johannes Brahms, Sammy Cahn. Le pagine patinate del libro accompagnano l’ascolto con rare immagini di Valentina bambina, assieme ad altre celeberrime, come la Valentina guerriera a cavallo con tanto di armatura metallica indossata a pelle, di straordinaria potenza evocativa (e non dico altro), e con i testi dei brani commentati da Antonio Crepax, figlio di Guido. L’ascolto serale è altamente consigliato, concilia il sogno.

Giulio Cancelliere

10 nuovi dischi italiani

I dischi non si vendono più, ma fortunatamente si continua a farli e per chi, come me, ama ancora maneggiare l‘oggetto mentre ascolta, leggersi le note di copertina — sempre più piccole — i testi delle canzoni — quando vengono pubblicati e sono decifrabili — apprezzarne la grafica — e riflettere sulla sanità mentale dei “creativi” — è come restare appesi, aggrappati, ad un presente accettabile di concretezza e progettualità artistica, mentre sotto si apre un baratro di polverizzazione digitale ad uso e consumo di chi non conosce che la temibile playlist, l’inaffidabile auricolare, il miserabile convertitore D/A del PC e la compressione mpeg layer 3, che fa polpette del suono, della profondità e del lavoro prezioso di tecnici e produttori. Detto questo, parliamo finalmente di musica italiana. Tra i lavori più intelligenti e affascinanti che mi è capitato di ascoltare ultimamente Il Mondo Nuovo  de Il Teatro Degli Orrori svetta inesorabilmente su molti. La formazione di Pierpaolo Capovilla e Giulio Ragno Favero ha immaginato un concept-album (visto che si possono fare ancora?) che, originariamente doveva intitolarsi Storia Di Un Immigrato, parafrasando un antico De André, ma è sembrato pretenzioso. Tuttavia il titolo scelto rimanda ad un altro autore dotato della stessa visionarietà e capacità profetica: la nuova società immaginata da Aldous Huxley esattamente ottant’anni fa, in quanto ad indifferenza, cinismo, pragmatismo spinto, nutrimento dei bisogni corporei e detrimento di quelli spirituali, ha molti punti di somiglianza con la realtà che ci circonda oggi. L’impatto visivo (una copertina tra le più belle viste ultimamente, opera del pittore Roberto Coda Zabetta) e sonoro (un lavoro certosino di Favero) sono un “diretto” al plesso solare, tanto più dal vivo, dimensione, purtroppo, che toglie valenza alle parole, sbriciolate nella tempesta di suoni, ma recuperabili soprattutto nel doppio vinile 180 gr., di una bellezza commovente.
Di tutt’altro segno Lost Bags, la proposta dei Dead Cat In A Bag: il nome inquietante (ho dovuto convincere a suon di croccantini il gatto della testata del blog a non dare le dimissioni) rimanda ad un clima e ad un ambiente rurale, malinconico, faticoso, tra poche luci e molte ombre, per certi versi (e certi suoni) non lontano da un afflato alla Tom Waits (e del resto il titolo è ispirato da un passo di Tom Sawyer, immensa provincia americana), ma di stampo più europeo, zingaresco, “colto” e popolare al tempo stesso, senza sfuggire alla presa del blues e del richiamo della prateria. Insomma, tutte quelle musiche che su Silenziosa(mente) stanno bene, proprio perché tengono in alta considerazione il silenzio che circonda i suoni. Strumenti a corde di ogni tipo e fattura la fanno da padroni, assieme a voci, percussioni, harmonium, piano, tromba, flicorno e qualche diavoleria elettronica, al servizio di un sound che cattura l’ascolto.
Mario Augeri è un cantante e attore napoletano da anni trasferitosi in Germania, al debutto discografico con la produzione niente meno che di Danilo Minotti. Un Nuovo Look è un album divertente, leggero che spazia dal pop al rhythm ‘n’ blues al melodico con sonorità anni Ottanta-Novanta, mescolando generi e passioni del protagonista, autore di parole e musiche. La voce è talvolta un po’ forzata e la pronuncia inglese (solo due pezzi per fortuna) a dir poco scolastica, ma si lascia ascoltare.
A proposito di produttori, Marco Rinalduzzi, chitarrista e compositore romano, talent-scout di grande fiuto e raffinatezza (scoprì e produsse la prima Giorgia, la migliore), a dieci anni dalla scomparsa di Alex Baroni, col quale lavorò a cinque dischi e fece decine di concerti, ha voluto rendergli omaggio con un album-tributo dal titolo Il Senso Di Alex, nel quale ha riunito grandi artisti quali Claudio Baglioni, Alex Britti, Carmen Consoli, Giorgia, Mario Biondi, Amii Stewart, Gegè Telesforo e molti altri, chiamati a reinterpretare il repertorio del bravo cantante milanese scomparso prematuramente in un incidente motociclistico a Roma. Lo stesso Alex Baroni è presente con un inedito e in un duetto virtuale assieme a Renato Zero. Ancora Marco Rinalduzzi è protagonista di altre due produzioni: 1 + 90, un album doppio registrato con novanta musicisti diversi con lo scopo di riassumere in trentacinque pezzi (sedici strumentali e diciannove cantati) la sua carriera e le sue passioni musicali, giovanili e no; l’altro disco è a nome del Quartetto Nazionale, Senza Filtro, una formazione con Alessandro Centofanti all’ Hammond, Marco Siniscalco al basso e Marcello Surace alla batteria in un repertorio jazz-rock-blues da urlo, un po’ alla Scott Henderson come spirito, ma tutto originale.
Se avete visto il festival di Sanremo quest’anno non potete non avere notato la presenza di Eugenio Finardi, appena uscito con una tripla antologia, Sessanta (come gli anni del cantante italo-americano), che riassume quasi un quarantennio di carriera discografica (tutti i pezzi sono stati risuonati e ri-registrati ex novo da una potente rock band), comprendente anche quella  E Tu Lo Chiami Dio, scritta da Roberta Di Lorenzo, a sua volta sul mercato con Su Questo Piano Che Si Chiama Terra, il suo secondo album, che vede alla produzione e agli arrangiamenti i fratelli Pino e Lino Nicolosi, già Novecento. La cantautrice molisana, già apprezzata al debutto due anni fa con L’Occhio Della Luna, si distingue per l’eleganza e la grazia con cui porge testi raffinati e fuori dagli schemi. Collaborano, oltre a Finardi, Alberto Fortis, Andrea Mirò e i Sonohora.
Decisamente toccante l’ultima prova di Enzo Avitabile, cantante, compositore e sassofonista della scuola napoletana e della generazione di Pino Daniele, James Senese e Tony Esposito. Abbandonate da molti anni le passioni rhythm ‘n’ blues, Black Tarantella è un ritratto letterario e sonoro dell’Italia odierna e del sud del mondo, anche quando emergono le voci di Francesco Guccini, David Crosby (!!!) e Bob Geldof, ospiti assieme a Raiz, Daby Touré, Enrique & Solea Morente, Idir, Co’ Sang, Battiato, Toumani Diabaté, Mauro Pagani e l’immancabile Zio Pino. Confezione curata e testi tradotti. Emozione pura.  Infine, una delle band più interessanti degli ultimi anni, i Subsonica, viene riletta in chiave acustica, ma talmente elaborata nel suono e nell’approccio, da sembrare decisamente elettronica in Barber Mouse Plays Subsonica. Il trio jazz, con la collaborazione dello stesso Samuel Romano, voce dei Subsonica, ridisegna il profilo della formazione torinese in stile assolutamente inedito, conservandone l’aspetto melodioso, ma senza tradirne il respiro sperimentale, anzi, esaltandolo attraverso una ricerca sonora d’avanguardia (piano e contrabbasso preparati, batteria in stile drum ‘n’ bass, distorsioni ed effetti sugli strumenti acustici) che rimanda a precedenti nordeuropei e americani, ma con una ricerca timbrica tutta latina. Come si vede, i dischi hanno ancora un senso, persino in Italia, dove la musica va ben oltre l’offerta televisiva canonica, la trita ritualità rivierasca e la rotazione radiofonica in affitto. Basta cercarla.

Giulio Cancelliere

Enzo Pietropaoli: Yatra (ViaVenetoJazz)

Sarà che i bassisti sono musicisti strani, quasi tutti con quell’aria tipo “io sto qua dietro, mi si sente poco, ma voialtri non andreste da nessuna parte senza di me”; sarà che optare per il basso come strumento è una scelta di vita e spesso è lo strumento che sceglie chi lo suonerà; sarà che, per una volta, bisogna dare torto a Frank Zappa, quando affermava che i bassisti sono chitarristi mancati, anche quando aumentano le corde dello strumento fino a sette e oltre, ma i dischi dei signori delle basse frequenze hanno sempre un clima speciale ed Enzo Pietropaoli non fa eccezione. Anche lui ha quell’aria di cui sopra, un po’ sorniona, furbetta, completamente diversa dalla musica che esprime. In questo Yatra, disco registrato con un classico quartetto piano-tromba-basso-batteria, colpisce subito il morbido feeling che avvolge l’ascoltatore sin dalle prime note di contrabbasso, che introducono Il Mare Di Fronte: sembra un classico blues in sol in sei ottavi, ma con una divisione del tempo inconsueta e una declinazione mediterranea confermata dal bel tema proiettato dalla tromba di Fulvio Sigurtà, mentre Julian Mazzariello strappa un solo di piano dall’accentazione swing personalissima; il successivo Smooth And Blue prosegue nel solco del blues, anche se in una chiave più gioviale e scanzonata e non è un caso che verso la fine del disco Pietropaoli abbia voluto proporre una rilettura di Wild Horses, una delle pagine più belle e ispirate dei Rolling Stones, quando studiavano ancora sui sacri testi di Robert Johnson e Muddy Waters. Poi è la Francia grigia di Pour Que L’Amour Me Quitte, disegnata dal suono rauco del contrabbasso con l’archetto e bagnata dalla pioggia scandita dagli arpeggi di Mazzariello, cui si aggiunge la tromba vellutata e discreta di Sigurtà. Ancora sentimento in forma di canzone senza parole nella bella Il Cuore E L’Azzurro dove la delicatezza del clima è sottolineato dalle spazzole di Alessandro Paternesi, vera àncora ritmica per il resto del quartetto. Un tempo in cinque quarti, che favorisce un tema circolare di stampo balcanico-klezmer, fa da struttura a Onda Minore, dove la tromba sordinata, esposto il motivo, lascia il posto al contrabbasso del leader incorniciato da un velo di tastiere elettroniche sullo sfondo. Dopo una puntata in America con Wise Up, della cantautrice e bassista (!) Aimee Mann, tratto da quel capolavoro del cinema che è Magnolia, il viaggio (questo il significato di Yatra in urdu) si muove ancora più ad oriente con Tum Ko Dheka, per poi addentrarsi nelle brume padane di Quella Cosa In Lombardia di Fiorenzo Carpi e Franco Fortini, straordinaria fotografia ingiallita di un tempo irrecuperabile. Chiude il lavoro Elliptical Song, dall’incedere deciso e sereno. Tutto il resto è silenzio, come diceva Miles, la vera musica verso la quale tutto tende. Ma vale la pena attraversare Yatra, per arrivarci.

Giulio Cancelliere