Amy Winehouse: una vita alla deriva

Amy_LOC2Da quattro anni, il vero o presunto club dei 27, la lista di artisti celebri o misconosciuti morti a ventisette anni, conta un membro in più: Amy Winehouse. Non è escluso che anche questa circostanza abbia incrementato la fama di una musicista divenuta comunque celeberrima in vita nel giro di sette-otto anni, due album, qualche tour, premi e riconoscimenti in Inghilterra e Stati Uniti e una carriera tanto fulminea quanto abbacinante.
Fu vera gloria? Non sembra motivo di dibattito a compulsare la stampa internazionale, univocamente sedotta da questa cantante certamente di talento, dotata di una bella voce, incentrata nel registro del mezzo soprano, non particolarmente estesa, ma sonora, con un vibrato naturale e un’espressività non comune, ma di livello artistico medio dal punto di vista compositivo, innamorata del jazz e del soul, i due generi che caratterizzano le sue due uniche produzioni pubblicate in vita, Frank e Back To Black, ma esplorati poco a fondo e riletti in modo didascalico.
Tuttavia l’industria discografica ne ha fatto un mito e come tale vivrà nella memoria collettiva, grazie alla fondazione che la sua famiglia ha creato (un po’ nello stile Hendrix Family) per gestirne l’eredità artistica e pecuniaria e anche a questo documentario, Amy, commissionato dalla Universal ad Asif Kapadia, già autore del fortunato Senna, sul famoso pilota di Formula Uno.
Il regista britannico si è avvalso di molto materiale visivo inedito, che ritrae Amy Winehouse sia sul palco, sia nell’ambiente privato, dall’età di diciannove anni fino alla tragica fine avvenuta nel luglio 2011. Il montaggio delle riprese, firnato Chris King, è stato particolarmente complesso data la natura eterogenea delle riprese, provenienti spesso da telecamere non professionali, telefonini e così via, ma, grazie anche alla fotogenicità del soggetto, il risultato è più che accettabile anche sul grande schermo. Amy Winehouse aveva un volto e una fisicità che “buca”: occhi enormi, labbra carnose, una chioma foltissima che acconciava in modi bizzarri, un naso importante, tatuaggi vistosi e un abbigliamento che li esponeva esplicitamente e anche senza trucco, in quelle rare sequenze di vita privata, che spesso lei stessa girava guardando in camera e raccontandosi, non lasciava indifferenti.
Il film dura circa due ore, un minutaggio fuori dal comune per un documentario, ma che sicuramente non sfiancherà i fan della cantante inglese, che resta in scena quasi tutto il tempo. Sono rari i momenti in cui la sua immagine viene eclissata da altri personaggi: le numerose interviste e testimonianze di cui si è avvalso il regista, circa un centinaio tra amici, parenti, conoscenti, musicisti, produttori, manager, sono presentate come voci fuori campo lasciando giustamente a Amy il ruolo di protagonista, nel bene e nel male. La sua storia è quella drammaticamente tipica della musicista travolta improvvisamente dal successo, che non tiene botta e si spezza, vuoi perché non sufficientemente protetta da chi le doveva stare vicino, vuoi per una sensibilità non adatta alla vita “on the road”, vuoi per una ricerca di equilibrio e di sentimento non andata a buon fine. Disordini alimentari, anoressia e bulimia, alcol, stupefacenti, sono i demoni che la insidiano di continuo e di cui non si libererà mai, nonostante i numerosi ricoveri e i tentativi di rialzarsi.
Un ruolo importante nella narrazione è stato conferito ai testi delle canzoni originali, trattati come filo conduttore della vicenda terrena della cantante e riprodotti in una sorta di raffinato karaoke in stile Bollywood. Scrivere, per Amy Winehouse come per molti autori, era una sorta di catarsi e nelle sue canzoni riversava la sua intima sofferenza per l’intrico di sentimenti in cui si dibatteva senza venirne a capo, nei confronti della sua famiglia, del suo sciagurato marito, degli amici, della musica, di se stessa.
Al di là della storia pubblica raccontata col consueto tono sensazionalistico dai media, l’ironia di presentatori, comici, gente comune, dal documentario Amy emerge il ritratto di una comune ragazza ebrea londinese, che sognava probabilmente una vita più normale di quella che le si è rovesciata addosso, le ha affogato l’anima e poi l’ha lasciata alla deriva sino al tragico epilogo a soli ventisette anni.

Giulio Cancelliere

Massimo Colombo: Trio Grande (Crocevia di suoni)

colomboPianista tra i più attivi ed eclettici, Massimo Colombo ha appena pubblicato l’ultimo di una lunga serie di album a suo nome, nell’ambito di una discografia variegata che ruota attorno al fulcro del jazz, ma connotata anche di musica classica e contemporanea.
È il trio la dimensione scelta ancora una volta, ma con nuovi e interessanti partner: il contrabbassista polacco  Darek Oleszkiewicz (Dianne Reeves, Jackie Ryan, Charles Lloyd, Brad Mehldau) e il batterista Peter Erskine, una delle macchine ritmiche dei Weather Report degli anni ’80 e di molti gruppi fusion, ma che vanta un’intensa attività anche nel jazz mainstream.
L’album è stato inciso a Los Angeles — così racconta Colombo — e la sessione di registrazione si è svolta all’insegna della più spontanea collaborazione e professionalità. Il brano d’apertura, Anna Magdalena, dopo un incipit pianistico pensoso, si muove su un tema in crescendo per poi soffermarsi su un assolo di basso e, quindi, su un interludio vagamente flamenco, per poi reintrodurre il tema e lasciar il pianoforte libero di dialogare con la ritmica. In Valzer All’Indietro è ancora il contrabbasso che condivide il tema con il piano, ma è quest’ultimo, sullo swing incalzante del batterista, al conquistare il centro della scena. La ballad Jane ci riporta su un terreno più riflessivo con le spazzole di Erskine che accarezzano il rullante. Trio Grande, con l’intro che ricorda il miglior Tristano, è un brano dinamico che mette in evidenza le doti di improvvisatore del leader, la sua capacità di essere leggibile e originale. La Mia Spalla Sinistra — che sembra parafrasare il titolo di un drammatico film — è il brano più lungo del disco, ha una linea melodica interessante e complessa, a più sezioni,: dopo un solo di contrabbasso e di pianoforte, ritorna il lungo tema rielaborato e sviluppato in un’altra improvvisazione pianistica. Senz’altro più spensierato e sorridente Bah And Boh, dal vivace incedere bop, occasione anche per un breve assolo di Erskine. Stratego — presumo citazione di un vecchio gioco bellico da tavolo — si articola su una sorta di marcia funky molto coinvolgente. Il disco si avvia alla conclusione con Balcanico, un veloce sette ottavi (poi in cinque) in cui ancora Erskine si guadagna il proscenio e infine con la ballad Una Ragione In Più, cantabile e malinconica, che chiude un lavoro di livello, sia per i musicisti, sia per le composizioni, tutte originali di Colombo.

Giulio Cancelliere

Debora Petrina: Roses Of The Day (Tŭk Voice)

cover-DEFNei dischi di Petrina colpisce la quantità eterogenea di materiale musicale presente e la disinvoltura con cui viene trattato, utilizzando tecniche più o meno ortodosse, mescolando generi, suoni elettrici ed acustici, tradizioni e  avanguardie. Al suo terzo album, registrato per la prestigiosa etichetta di Paolo Fresu, che con lei inaugura una collana “vocale”, la cantante e pianista veneta si concentra solo su voce e pianoforte e utilizza composizioni altrui in una sorta di playlist del cuore, che, naturalmente, personalizza e rende assolutamente originale. Se c’è un denominatore comune che unisce molti dei brani è la poesia, nel senso letterario e letterale del termine, a cominciare da Only, brano a cappella di Morton Feldman, su testo di Rainer Maria Rilke, che apre l’album, e dalla title-track, una composizione originariamente di John Cage, che musicò versi del poeta e.e. cummings, riletti da Petrina in una sorta di abbacinante estasi onirica. Seguono le rime amare di Piero Ciampi in una delle sue canzoni più rappresentative, Ha Tutte le Carte In Regola, la cui strofa marcia al ritmo di un irregolare e zoppicante pizzicato sulle corde del piano e il rovente Jim Morrison di Light My Fire, probabilmente il brano più consunto dalle centinaia di versioni e difficile da rendere, che la nostra risolve pianisticamente, lasciando sullo sfondo melodia e canto. È innegabile, inoltre, che Nick Drake sia uno dei più delicati poeti musicali del ventesimo secolo — la sua River Man ne è una toccante testimonianza — e poi, consentitemi la forzatura, persino Sweet Dreams degli Eurhythmics ha una sua dignità letteraria shakespeariana, incorniciata per l’occasione da un inquietante carillon che non depone a favore di sogni sereni.
David Byrne, uno dei mentori di Debora Petrina, collaboratore nel precedente album, è qui ricordato con Burning Down The House, celebre brano dei Talking Heads, arrangiato per solo pianoforte, ma che conserva la sua potenza, grazie all’uso sapiente di bassi corposi ed efficaci ostinati.
Con Ghosts di David Sylvian entriamo in una dimensione più nebbiosa e inquietante, come in una di quelle storie da leggersi all’imbrunire di Dickens, dove è il pianoforte a creare l’ambiente in cui si muovono i personaggi. Un clima che corrisponde anche a Angel Eyes, forse la più bella melodia scritta per una ballad jazz. Ma è al recentemente scomparso Jack Bruce che viene affidato l’epilogo con la brevissima Can You Follow?, che suona come una provocazione per l’ascoltatore: Now that the songs are moving into night Try sleeping with the dancers in your room, canta in chiusura, come a dire che la musica ci sorveglia, anche quando tentiamo di dormire, come una magnifica ossessione.

Giulio Cancelliere

Rinvenimenti

Wayne-Shorter-WayneShorter_1_byRobertAscroft-1Rimettendo un po’ di ordine (mission impossible) tra la musica mi è capitato tra le mani l’ultimo Shorter (Without a Net, 2013), un live inciso da quasi ottantenne. La potenza della colonna d’aria non è più la stessa, le note lunghe sono spesso calanti, ma l’intensità è immutata e la qualità compositiva resta a livelli altissimi: i temi sono sempre originalissimi e altrettanto leggibili, le soluzioni armoniche sorprendenti e poi suona con gente spaventosamente brava: Patitucci non è la mia passione, ma fa bene il suo lavoro; Danilo Perez al pianoforte è una potenza di ritmo sonoro e Brian Blade attorciglia il tempo in trame fittissime e avvolgenti. Un vero piacere sentire del jazz moderno che suona come un classico.

Giulio Cancelliere

Stray Cat Reviews/11

Katres

Gianluca Gabriele/Roberto Durkovic

Paolo Miano

Stray Cat Reviews/10

Joe Bonamassa (Milano 08/03 Teatro degli Arcimboldi; Roma 10/03 Atlantico)

Guitar Ray

Susanne Vega

Fluon