Pino Daniele: Il Tempo Resterà

Il Tempo Resterà non è una biografia, anche se le somiglia molto. Le biografie di solito iniziano con “nacque a…il giorno…da una famiglia…”, e di lì si srotola il percorso umano e professionale del personaggio in questione. In questo documentario di Giorgio Verdelli, invece, è opportunamente evitato qualsiasi riferimento alla vita privata, con l’eccezione di un accenno scolastico da parte di Peppe Lanzetta, focalizzato com’è sulla vicenda artistica di Pino Daniele così importante, intensa, abbagliante, determinante per la storia della musica italiana del ventesimo secolo e oltre.
Figlio del rinascimento musicale partenopeo degli anni Settanta, tra folk e jazz, tradizione popolare e fusion – venne rimbalzato dalla Nuova Compagnia Di Canto Popolare, come ricorda Fausta Vetere, ma fu accolto come bassista dei Napoli Centrale da James Senese – Pino Daniele si racconta attraverso interviste, conversazioni, canzoni, concerti, dal 1978, al suo esordio discografico con Terra Mia, fino al 2014, l’anno del suo ultimo tour Nero A Metà con la band originale di quel disco straordinario.
In quei trentasei anni di carriera l’artista napoletano ha trasformato l’immagine oleografica della canzone napoletana, conservandone persino la retorica, ma trasfigurandola in dato sociale e poetico allo stesso tempo e aggiornandola al disincanto dell’ultimo scorcio di secolo. Pino Daniele era un cantautore tout-court: univa un talento lirico struggente e ironico a una perizia musicale di altissimo livello, che gli ha permesso di confrontarsi con colleghi internazionali come Eric Clapton, Wayne Shorter, Chick Corea, Gato Barbieri, Alphonso Johnson, Peter Erskine, la sezione fiati dei Tower Of Power, Selif Keita, Victor Bailey, Robbie Krieger nei più svariati contesti. Qualcuno arrivò persino a criticarlo per questa sua esposizione globale, soprattutto quando disse a chi scrive che “se vuoi una sezione ritmica che suoni in un certo modo chiami Steve Gadd e Willie Weeks”, innescando una misera polemichetta tra musicisti.
“Noi ce ne andremo e il tempo resterà”, dichiara Zio Pino all’inizio di questa carrellata, in buona parte inedita, di testimonianze, racconti, frammenti di concerti, fotografie, che resterà a lungo nel cuore di chi ha amato l’Uomo in Blues, il Nero a Metà, il Mascalzone Latino, il Masaniello Pazzo, il Musicante, il Boogie Boogie Man, solo per citare alcune delle sue incarnazioni musicali, perché Daniele era un musicista di rara capacità, in grado di attraversare i generi lasciandovi una traccia personale, inconfondibile, indelebile: il tratto di un grande artista.

Qui il trailer.

Giulio Cancelliere

L’uomo in blues ci ha lasciato

Pino-Daniele-croppedQualcuno se la prese quando Pino Daniele se ne andò da Napoli e non ci suonò più per tanti anni. Solo recentemente il rapporto con la sua città si era ricucito. Mi ricordava le polemiche che coinvolsero Bob Marley quando lasciò la Giamaica. Ci aveva scritto Running Away. Pino Daniele continuò ad essere un cantante napoletano anche se scriveva e cantava in italiano, perché è a Napoli che la canzone dialettale si è rinnovata davvero, prima che nel resto d’Italia (quando è successo) e Daniele ne è stato l’interprete più alto e raffinato. L’italiano gli servì ad ampliare i suoi orizzonti perché non puoi contenere un’ispirazione artistica dilagante come quella che lo animava, soprattutto nel primo decennio di carriera, almeno fino alla fine degli anni Ottanta. Aveva una predilezione per i musicisti americani che volentieri collaboravano con lui: Wayne Shorter, Al Johnson, Willie Weeks, Steve Gadd. Mi disse un paio d’anni fa che se volevi una ritmica con un certo “tiro” non c’era niente di meglio. Forse aveva ragione, forse no, fatto sta che la sua musica era innervata di blues, veniva dal blues e al blues spesso tornava. Persino un inno cittadino come “Napule è” conteneva quegli elementi testuali e musicali tipici del blues: malinconia, rassegnazione, rabbia, nostalgia, armonie semplici e struggenti e melodia orecchiabile. Certo, la cosiddetta scuola napoletana non era solo Daniele, c’erano molti altri musicisti che in quegli anni Settanta sperimentavano nuove formule in un ambiente di grandissimo fermento, ma, come sempre succede nell’arte, sono pochissimi quelli che trovano la sintesi giusta e lui ci riuscì. L’ultima volta che lo vidi dal vivo, prima delle fortunate tournée rievocative di Nero A Metà con la band storica, lo trovai freddo e senz’anima, persino noioso, nonostante il calore del pubblico che lo acclamava. Forse anche per via dei musicisti che lo accompagnavano — ricordo tra gli altri Omar Hakim, Rachel Z, Solomon Dorsey, più tecnici che artisti e, forse, anche piuttosto svogliati — Pino Daniele non riusciva ad aprire quel grande cuore che lo aveva fatto amare dal pubblico e che, alla fine, lo ha tradito. Capolavori come Nero A metà,  Vai mo’, Bella’mbriana, Musicante, ci ricordano la straordinaria creatività di un grande artista in cui l’industria discografica non credeva più e l’aveva costretto a crearsi un’etichetta indipendente.  Intanto la macchina del marketing si è già messa in moto: proprio stamattina “in occasione della prematura dipartita di Pino Daniele”, la Feltrinelli mette in vetrina la sua selezione di titoli. Un tempismo perfetto.

Giulio Cancelliere

Irene Grandi – Stefano Bollani

LA PRESENTAZIONE:
La grafica di copertina rimanda a tempi andati, vagamente felliniana ricorda vecchi film o, meglio ancora, le luminose del teatro di rivista, quando con poche cose si mettevano assieme grandi spettacoli. Ed è spettacolare questo duetto Grandi-Bollani in un lavoro di cui si favoleggia da almeno dieci anni e che finalmente vede la luce.
Spiega il pianista milanese che il disco è stato registrato in gran segreto all’inizio dell’anno con l’idea di mettere assieme una dozzina di canzoni tra le numerose che i due avevano raccolto nel tempo in una cartella sul PC. In realtà, pare che abbiano poi scelto pezzi totalmente diversi, meno d’impatto, ma più intimisti e altrettanto intensi. Non solo: il progetto, proprio perché tenuto segreto, poteva tranquillamente essere abortito se non fosse venuto come ci si aspettava.
La crisi economica e discografica è un’opportunità, secondo Irene Grandi, per mettersi in gioco, sperimentare, aprire nuove strade e vedere cosa succede. Un suo ritorno al mondo del pop-rock sarà inevitabile, ma è impossibile oggi dire in che termini. La musica cambia le persone, anche i musicisti.
Per Bollani, che ci ha abituati da sempre a cambi di rotta e sorprese, è finalmente l’occasione di rivelare aspetti della voce di Irene che il format dinamico della discografia appiattiva e amputava. Del resto lui se la ricordava all’epoca in cui, vent’anni fa, militavano nella stessa band fiorentina, La Forma, specializzata in soul e funky e la rievocazione si trasforma in happening, quando Stefano – e chi lo tiene? – salta sul pianoforte e attacca un riff funk a cui subito si accoda Irene, intonando il vecchio e sconosciuto singolo della band, con tanto di interludio rap. Insieme sembrano incontenibili.
Ora un tour teatrale di sedici date tra novembre e dicembre e poi un po’ di riposo (anche se trattandosi di Bollani non è facile credergli), in attesa di un grosso impegno per giugno, quando il pianista volerà a New York per registrare un nuovo album ECM con le sue composizioni.

IL DISCO:
In Italia non c’è una tradizione di dischi in forma piano e voce e questo lavoro è un evento già di per sé. L’intesa tra Grandi e Bollani ha fatto il resto, anche su canzoni improbabili come  l’inquietante Viva La Pappa Col Pomodoro, dal Gian Burrasca di Wertmüller-Rota, scelta e arrangiata da Irene.
Il repertorio brasiliano di Chico Buarque (Olhos Nos Olhos; Roda Viva), Vinicius (Medo De Amar) e Caetano (La Gente E Me) è un’idea, ovviamente di Stefano: sottoposto alla sua partner, lei  ne è rimasta incantata e ne ha reso un’interpretazione sentita e convincente.
Nonostante il passo fortemente jazz di Bollani, i brani non sono stati destrutturati, ma hanno conservato una forma tradizionale ancorché all’insegna della spontaneità e della freschezza. Alcuni pezzi non hanno visto la luce proprio perché non scattava quella scintilla che illuminava la scena. Luminoso di blues, invece, è For Once In My Life, virato seppia (anche col trucco del sacchetto di plastica a imitare il fruscio del 78 giri) Dream A Little Dream Of Me, nera e sudaticcia A Me Me Piace ‘O Blues di Pino Daniele, cangiante e opalescente No Surprises dei Radiohead.
Tre i brani inediti: il quieto tormento di Costruire di Niccolò Fabi; la romantico-consapevole Come Non Mi Hai Visto Mai di Cristina Donà, e la curiosa L’Arpa Della Tua Anima, collage di epigrammi zen su impressionismi bollaniani.
Essenziale la strumentazione utilizzata: piano acustico, Fender Rhodes, organo, voce e il cuore di due musicisti che amano quel che fanno e vogliono dirlo a tutti.

Giulio Cancelliere

10 nuovi dischi italiani

I dischi non si vendono più, ma fortunatamente si continua a farli e per chi, come me, ama ancora maneggiare l‘oggetto mentre ascolta, leggersi le note di copertina — sempre più piccole — i testi delle canzoni — quando vengono pubblicati e sono decifrabili — apprezzarne la grafica — e riflettere sulla sanità mentale dei “creativi” — è come restare appesi, aggrappati, ad un presente accettabile di concretezza e progettualità artistica, mentre sotto si apre un baratro di polverizzazione digitale ad uso e consumo di chi non conosce che la temibile playlist, l’inaffidabile auricolare, il miserabile convertitore D/A del PC e la compressione mpeg layer 3, che fa polpette del suono, della profondità e del lavoro prezioso di tecnici e produttori. Detto questo, parliamo finalmente di musica italiana. Tra i lavori più intelligenti e affascinanti che mi è capitato di ascoltare ultimamente Il Mondo Nuovo  de Il Teatro Degli Orrori svetta inesorabilmente su molti. La formazione di Pierpaolo Capovilla e Giulio Ragno Favero ha immaginato un concept-album (visto che si possono fare ancora?) che, originariamente doveva intitolarsi Storia Di Un Immigrato, parafrasando un antico De André, ma è sembrato pretenzioso. Tuttavia il titolo scelto rimanda ad un altro autore dotato della stessa visionarietà e capacità profetica: la nuova società immaginata da Aldous Huxley esattamente ottant’anni fa, in quanto ad indifferenza, cinismo, pragmatismo spinto, nutrimento dei bisogni corporei e detrimento di quelli spirituali, ha molti punti di somiglianza con la realtà che ci circonda oggi. L’impatto visivo (una copertina tra le più belle viste ultimamente, opera del pittore Roberto Coda Zabetta) e sonoro (un lavoro certosino di Favero) sono un “diretto” al plesso solare, tanto più dal vivo, dimensione, purtroppo, che toglie valenza alle parole, sbriciolate nella tempesta di suoni, ma recuperabili soprattutto nel doppio vinile 180 gr., di una bellezza commovente.
Di tutt’altro segno Lost Bags, la proposta dei Dead Cat In A Bag: il nome inquietante (ho dovuto convincere a suon di croccantini il gatto della testata del blog a non dare le dimissioni) rimanda ad un clima e ad un ambiente rurale, malinconico, faticoso, tra poche luci e molte ombre, per certi versi (e certi suoni) non lontano da un afflato alla Tom Waits (e del resto il titolo è ispirato da un passo di Tom Sawyer, immensa provincia americana), ma di stampo più europeo, zingaresco, “colto” e popolare al tempo stesso, senza sfuggire alla presa del blues e del richiamo della prateria. Insomma, tutte quelle musiche che su Silenziosa(mente) stanno bene, proprio perché tengono in alta considerazione il silenzio che circonda i suoni. Strumenti a corde di ogni tipo e fattura la fanno da padroni, assieme a voci, percussioni, harmonium, piano, tromba, flicorno e qualche diavoleria elettronica, al servizio di un sound che cattura l’ascolto.
Mario Augeri è un cantante e attore napoletano da anni trasferitosi in Germania, al debutto discografico con la produzione niente meno che di Danilo Minotti. Un Nuovo Look è un album divertente, leggero che spazia dal pop al rhythm ‘n’ blues al melodico con sonorità anni Ottanta-Novanta, mescolando generi e passioni del protagonista, autore di parole e musiche. La voce è talvolta un po’ forzata e la pronuncia inglese (solo due pezzi per fortuna) a dir poco scolastica, ma si lascia ascoltare.
A proposito di produttori, Marco Rinalduzzi, chitarrista e compositore romano, talent-scout di grande fiuto e raffinatezza (scoprì e produsse la prima Giorgia, la migliore), a dieci anni dalla scomparsa di Alex Baroni, col quale lavorò a cinque dischi e fece decine di concerti, ha voluto rendergli omaggio con un album-tributo dal titolo Il Senso Di Alex, nel quale ha riunito grandi artisti quali Claudio Baglioni, Alex Britti, Carmen Consoli, Giorgia, Mario Biondi, Amii Stewart, Gegè Telesforo e molti altri, chiamati a reinterpretare il repertorio del bravo cantante milanese scomparso prematuramente in un incidente motociclistico a Roma. Lo stesso Alex Baroni è presente con un inedito e in un duetto virtuale assieme a Renato Zero. Ancora Marco Rinalduzzi è protagonista di altre due produzioni: 1 + 90, un album doppio registrato con novanta musicisti diversi con lo scopo di riassumere in trentacinque pezzi (sedici strumentali e diciannove cantati) la sua carriera e le sue passioni musicali, giovanili e no; l’altro disco è a nome del Quartetto Nazionale, Senza Filtro, una formazione con Alessandro Centofanti all’ Hammond, Marco Siniscalco al basso e Marcello Surace alla batteria in un repertorio jazz-rock-blues da urlo, un po’ alla Scott Henderson come spirito, ma tutto originale.
Se avete visto il festival di Sanremo quest’anno non potete non avere notato la presenza di Eugenio Finardi, appena uscito con una tripla antologia, Sessanta (come gli anni del cantante italo-americano), che riassume quasi un quarantennio di carriera discografica (tutti i pezzi sono stati risuonati e ri-registrati ex novo da una potente rock band), comprendente anche quella  E Tu Lo Chiami Dio, scritta da Roberta Di Lorenzo, a sua volta sul mercato con Su Questo Piano Che Si Chiama Terra, il suo secondo album, che vede alla produzione e agli arrangiamenti i fratelli Pino e Lino Nicolosi, già Novecento. La cantautrice molisana, già apprezzata al debutto due anni fa con L’Occhio Della Luna, si distingue per l’eleganza e la grazia con cui porge testi raffinati e fuori dagli schemi. Collaborano, oltre a Finardi, Alberto Fortis, Andrea Mirò e i Sonohora.
Decisamente toccante l’ultima prova di Enzo Avitabile, cantante, compositore e sassofonista della scuola napoletana e della generazione di Pino Daniele, James Senese e Tony Esposito. Abbandonate da molti anni le passioni rhythm ‘n’ blues, Black Tarantella è un ritratto letterario e sonoro dell’Italia odierna e del sud del mondo, anche quando emergono le voci di Francesco Guccini, David Crosby (!!!) e Bob Geldof, ospiti assieme a Raiz, Daby Touré, Enrique & Solea Morente, Idir, Co’ Sang, Battiato, Toumani Diabaté, Mauro Pagani e l’immancabile Zio Pino. Confezione curata e testi tradotti. Emozione pura.  Infine, una delle band più interessanti degli ultimi anni, i Subsonica, viene riletta in chiave acustica, ma talmente elaborata nel suono e nell’approccio, da sembrare decisamente elettronica in Barber Mouse Plays Subsonica. Il trio jazz, con la collaborazione dello stesso Samuel Romano, voce dei Subsonica, ridisegna il profilo della formazione torinese in stile assolutamente inedito, conservandone l’aspetto melodioso, ma senza tradirne il respiro sperimentale, anzi, esaltandolo attraverso una ricerca sonora d’avanguardia (piano e contrabbasso preparati, batteria in stile drum ‘n’ bass, distorsioni ed effetti sugli strumenti acustici) che rimanda a precedenti nordeuropei e americani, ma con una ricerca timbrica tutta latina. Come si vede, i dischi hanno ancora un senso, persino in Italia, dove la musica va ben oltre l’offerta televisiva canonica, la trita ritualità rivierasca e la rotazione radiofonica in affitto. Basta cercarla.

Giulio Cancelliere

Pino Daniele: La Grande Madre (Blue Drag)

Confezione extra-lusso per il nuovo album di Pino Daniele, La Grande Madre, il primo per la nuova etichetta indipendente Blue Drag, dopo il ben servito che reciprocamente si sono dati il musicista napoletano e l’industria discografica, non più compatibili per idee, interessi, strategie. L’album consta di dodici canzoni – undici inediti più la versione italiana di Wonderful Tonight di Eric Clapton – e di un ricco libretto di ottanta pagine con i testi e gli spartiti delle canzoni, tante foto e una dettagliata auto-biografia raccontata in terza persona. Il nuovo lavoro “indie” di Zio Pino, come ama farsi chiamare dai fan, si apre con tutto il sentimento di Melodramma, un pezzo tipicamente “danieliano”, ispirato ad un’immagine fissata nella memoria di tanti italiani, quando nel 1998, sulle prime note di Napule È, Pino Daniele fu raggiunto sul palco di Modena da Luciano Pavarotti: una fotografia in musica, in cui il lirismo è sottolineato da una languida Stratocaster, la chitarra d’elezione degli ultimi anni (in realtà una Suhr, modello Strat). Niente È Come Prima, un tempo medio ritmato sulla chitarra acustica e Due Scarpe, una ballad-bolero impreziosita dal sax soprano di Mel Collins, trattano il tema della difficoltà di rapportarsi col prossimo, quando, invece, basterebbe poco, un gesto gentile, un sorriso, per sciogliere la durezza che domina la nostra quotidianità (ricorda le tematiche di Basta ‘Na Jurnata ‘E Sole). La title-track è un bel blues veloce dai suoni graffianti con il trillante pianoforte di Chris Stainton e la voce di Pino Daniele che riprende svisate tipicamente africane. Potrà suscitare qualche perplessità la versione italiana del pezzo claptoniano, più luminosa e acustica dell’originale, ma è questione di gusti. Del resto Eric Clapton è spiritualmente presente un po’ in tutte le canzoni, soprattutto nel suono della chitarra di Pino. In Piedi Nudi, dall’incedere incalzante, torna Mel Collins al sax tenore, mentre The Lady Of My Heart è uno struggente blues in minore in cui l’autore di Je So’ Pazzo fa cantare la sua Stratocaster. Il Primo Giorno Di Primavera, per suoni e articolazione melodica, ricorda certe atmosfere anni Ottanta ed è ancora la chitarra elettrica a dominare, facendo la gioia di chi attendeva con ansia il ritorno di Pino Daniele allo strumento (d’altra parte, già in Electric Jam e Boogie Man c’erano i segnali). È l’Africa, con i suoi problemi secolari, a tenere banco in Searching For The Water Of Life, l’unico testo non firmato da Pino Daniele, ma da Kathleen Hagen, in uno slancio a favore di Save The Children, la grande organizzazione internazionale che in 120 Paesi del mondo vuole garantire ad ogni bambino un futuro dignitoso.
Coffee Time è la seconda pausa strumentale – o quasi – che Pino si ritaglia per sfoggiare la sfavillante sezione ritmica composta da Omar Hakim, Solomon Dorsey, Gianluca Podio e Rachel Z (in altri brani scintillano Steve Gadd, Willie Weeks e Mino Cinelu), che sfocia nello pseudo-rap di ‘O Fra, un esempio di “parlesia”, una sorta di gergo fonetico della cui origine si è persa la memoria e riesumato per l’occasione grazie a un’idea di Enzo Avitabile.
Come spesso succede nei dischi di Daniele, è una romantica ballad acustica – I Still Love You – a chiudere un disco dal respiro realmente internazionale e non solo per i musicisti che vi suonano, ma perché Pino Daniele è davvero un orgoglio nazionale d’esportazione, un compositore, un chitarrista, un cantante che, attraverso una discografia ampia, variegata e non sempre allo stesso livello (ma chi ha fatto sempre dischi perfetti?), ha raccontato una storia musicale importante, preziosa, che ha cambiato il modo di concepire la canzone napoletana e la canzone dialettale in genere, ma anche la musica italiana tutta.

Giulio Cancelliere

Sarah Jane Morris: Cello Songs (Cinik Records)

La sua voce è un violoncello, affonda nelle frequenze più basse e oscure, si impenna in quelle più brillanti, a volte si sgrana e vibra come l’archetto sulle corde. Persino la sua chioma fulva ricorda certe sfumature del legno armonico di cui è fatta questa musica. Sarah Jane Morris ha una vocalità unica e sembra normale che sia accompagnata da un’orchestra unica nel suo genere, un ottetto di violoncelli guidati da Enrico Melozzi, ideatore e realizzatore di questa magia. Cello Songs si apre con Fast Cars, il primo e unico grande successo di una cantautrice, Tracy Chapman, che sembra avere dato il meglio di sé al debutto: subito il suono è scarno, solo una chitarra, quella di Dominic Miller e la voce che intona le prime note, ma dopo pochi versi ecco emergere gli archi, come una marea che sale e riempie lo spazio intorno e scandisce il ritmo leggero di questa canzone di inquieto disagio. Pino Daniele è, invece, una sorpresa, non ti  aspetti che Sarah Jane canti in napoletano, col suo accento improbabile. Eppure anche questo ha un senso, o ti sembra che l’abbia, tanto è liquido il piano di Danilo Rea, che si unisce all’orchestra. Love Is Pain è il grosso rischio che si è preso Enrico Melozzi, di confrontarsi con Morricone e il tema da C’era Una Volta In America: forse è il pezzo più prevedibile, per certi versi, già orchestrale di natura, meno sorprendente, ma risolto dalla cantante con la giusta misura di drammaticità. The Blower’s Daughter di Damien Rice è uno degli episodi più alti del disco: gli archi in continuo movimento, contrastano con una linea melodica dilatata, distesa, incantevole, mentre Danilo Rea inanella frasi di pianoforte e ricorda il miglior Zawinul. Illumination, è una malinconica e originale passeggiata sulla spiaggia deserta, accompagnata da rimpianti e nostalgie, contrappuntate ancora dai luminosi arpeggi di Miller. Un inedito e sorprendente Boy George, She Always Hangs Out Her Washing, sembra preso di peso dal repertorio dei trovatori seicenteschi. Un altro brano originale della stessa Morris, Migratory Birds, dal ritmo variabile, ora rilassato, ora incalzante, profondamente venato di blues, precede un altro momento topico del disco: Blue Valentines. Il celebre motivo di Tom Waits, pur senza le caratteristiche asprezze sonore e vocali dell’originale e su un tempo forse troppo veloce, mantiene un certo grado di commovente languore. L’orchestrazione e vocalizzazione del Clair De Lune di Debussy, un tema già frequentato in molte versioni, arriva quasi in chiusura di album come un crepuscolo inatteso, ma seguito paradossalmente da un’esplosione di luce, d’archi e voce: Sarah Jane Morris si trasforma in un coro gospel per intonare la conclusiva Mother Of God, infilzata dai sovracuti scintillanti e precisi di Fabrizio Bosso. Cello Songs – nulla a che vedere con Nick Drake, se non per un certo clima drammatico – è uno dei lavori più belli, originali e intensi usciti quest’anno. Buttate l’ipod e le cuffiette, chiudete il computer, riaccendete lo stereo, se ancora ne avete uno e sedetevi davanti alle casse: ne varrà la pena.

Giulio Cancelliere