La Verdi: vent’anni di follia

L’Orchestra Verdi giunge al ventesimo anniversario nel 2013 con numeri che fanno ben sperare per il futuro: 4774 abbonati alla passata stagione, 175.698 spettatori, 202 concerti sinfonici, 38 da camera e 109 tra corsi, conferenze e incontri per un totale di 349 iniziative in sede e fuori, di cui 147 di attività educational. Non solo: sono arrivati anche 5 milioni di euro (2 dal decreto mille proroghe come contributo per l’attività artistica, reiterati nei prossimi tre anni e 3 dal Ministero dei Beni Culturali per la copertura della condizione debitoria dovuta alla mancata erogazione di fondi negli anni passati), che danno una certa sicurezza progettuale.
All’ affollata presentazione della stagione 2012-2013 è stato illustrato il ricco programma – presenti il presidente della Fondazione Gianni Cervetti, il direttore generale Luigi Corbani, il direttore artistico Zhang Xian, il direttore residente Ruben Jais – denso di cicli in avvio e conclusione (Brahms, Dvořák, Beethoven, Brückner, Mendelssohn), anniversari (bicentenario di Wagner e Verdi, centenario di Britten, cinquantesimo dalla morte di Poulenc e Hindemith, decimo dalla scomparsa di Berio, che fu direttore della Verdi, millesettecentesimo dall’Editto di Costantino, con le sue ricadute politiche, sociali e religiose), eventi geo-musicali (il mondo russo di Glinka, Prokov’ev, Scriabin, Rimsky Korsakov, Rachmaninov, Stravinsky, Borodin, Lutoslawsky, oltre agli armeni Arutiunian e Khachaturian; quello tedesco di Mahler, Schubert, Mozart e Strauss; francese, con Lalo e Ravel; spagnolo con De Falla e statunitense con Barber e Copland).
Non manca l’attenzione verso la musica contemporanea con Sciortino, Vivaldi-Piazzolla (le Otto Stagioni), Marsalis (insieme con la jazz-band di Paolo Tomelleri), Vacchi, Castelnuovo-Tedesco, Campogrande, Stroppa e Castiglioni, questi ultimi due in collaborazione con Milano Musica.
I concerti straordinari prevedono programmi di Schönberg (nel centenario della prima esecuzione del Pierrot Lunaire), Britten, Beethoven (con la Banda Osiris), Berio, Verdi, Rossini, Donizetti, Bellini, Puccini.
Continua anche il ciclo della Verdi Barocca diretta da Ruben Jais: confermati gli appuntamenti natalizi e pasquali con gli Oratori di Bach, ma anche i sei programmi che comprendono esecuzioni di Corelli, Vivaldi, Cirri, Buxtehude, C.P.E. Bach.
Infine gli ormai tradizionali concerti della domenica mattina e il ciclo Crescendo In Musica del sabato pomeriggio per bambini e ragazzi e le loro famiglie.
L’Auditorium di Milano e La Verdi si confermano punto di riferimento culturale per il quartiere, la città, il Paese, ma anche come istituzione internazionale (ci sarà un tour in Russia, a Mosca, San Pietroburgo e altre città) e la fedeltà di soci, abbonati e spettatori, sempre in aumento, mantengono solida quella che ormai è diventata una tradizione per Milano, nata nel 1993 (allora dirigeva il maestro fondatore dell’orchestra Vladimir Delman con sede, prima al Conservatorio, poi al Teatro Lirico), come dice scherzando Corbani, solo grazie alla legge Basaglia che consentiva ai pazzi di girare liberamente e non essere più rinchiusi in manicomio. Una follia musicale che imperversa da vent’anni. www.laverdi.org

Giulio Cancelliere

La musica nell’imbuto

È ormai il terzo articolo che scrivo sull’argomento “fruizione/consumo della musica” e sembra che importi a nessuno. O meglio, quando ne parlo a voce, trovo persone che mi danno anche retta, talvolta ragione, anche se alla fine mi guardano con compatimento. Io insisto, perché non mi arrendo, non mi voglio arrendere alla deriva consumistico-degenerativa della musica. Non mi arrendo, finché vedo riempirsi le sale da concerto e gli auditorium di gente che intende ascoltare la musica nel migliore dei modi e non necessariamente la musica classica. Uno dei più bei concerti visti negli ultimi anni sotto il profilo artistico e strettamente sonoro è stato Leonard Cohen al Teatro degli Arcimboldi, che non è il mio teatro preferito, ma, devo dire, in quell’occasione fu la cornice ideale. Mi è capitato in questi giorni di intervistare un gruppo rock, di quelli che vanno per la maggiore ed erano orgogliosi di dirmi che avrebbero fatto un tour nei più grandi palasport. Avevano ragione ad essere orgogliosi, perché significava grandi capienze, tanto pubblico…pagante, che non guasta per chi fa il mestiere di musicista, un’esposizione inedita per loro. È così che si ragiona oggi, per quantità. A nessuno viene in mente che un palasport si chiama così perché all’interno si svolge un’attività ludico-agonistica che ha a che fare con sforzo fisico, dispendio di energie, sudore, fatica, da una parte e entusiasmo, tifo, incitazione, urla e applausi o fischi dall’altra? D’accordo, anche molti concerti sono qualcosa di simile, ma nello sport manca la componente artistica e intellettuale, che fa la differenza. Anche in molti concerti? È vero, ma non è questo il punto: il fatto è che il palasport non si chiama palamusica, palaconcerto, palaviolino o palachitarra, si chiama palasport perché lì si fa sport e, occasionalmente, musica. Se poi si fa più musica che sport non sposta il problema, perché la musica si sentirà indiscutibilmente male. È la stessa cosa che avviene negli stadi, anche se la tecnologia, negli ultimi anni, ha tamponato molte falle, ma, se le avesse tamponate tutte, a Roma non si sarebbe sentito il bisogno di far progettare a Renzo Piano quel po’ po’ di Auditorium, sarebbe bastato coprire lo stadio Flaminio e a Milano l’Orchestra Verdi non avrebbe più casa visto che il Teatro Lirico è morto e sepolto sotto le impalcature da tempo immemore, mentre, per fortuna, c’è quel bellissimo Auditorium di largo Mahler che ti fa sembrare di entrare nella pancia di un violoncello, come ebbe a dire il maestro Riccardo Chailly con una felice metafora. Ma c’è di più. Parlando con una discografica più o meno della mia età, (forse qualche anno meno, lo dico per giustificarla un po’) mi lamentavo del fatto che l’invio dei dischi in MP3 è comodo sotto molti punti di vista, ma da quello sonoro è una vera schifezza. Lei comprendeva, poverina, e aggiungeva che effettivamente il vero problema sta nel fatto, che, se non hai il computer collegato a dei diffusori, sei costretto ad ascoltare la musica dai conetti del Pc o dalla cuffietta e indicava le casse che aveva alle sue spalle, come a dire “vedi, io i diffusori li ho”. Io non ho fiatato, ma deve avere notato la mia faccia che diceva “non le chiamerai casse quelle scatolette di plastica?” e si è affrettata a controbattere: “Be’ certo, tu ascolterai la musica su un impianto da milioni…”. A parte il fatto che oggi un impianto hi-fi non costa milioni, forse  costava milioni quando l’ho comprato io, cioè all’epoca in cui non era in vigore ancora l’euro o giù di lì, ma ognuno investe i suoi soldi in quello che più gli aggrada: c’è chi si compra l’auto nuova, chi si fa le vacanze alle Svalbard, a Ibiza o a Formentera, chi gioca al casinò o tutti i weekend si schianta in discoteca, io mi compro dischi e cerco di sentirli nel migliore dei modi consentiti dalle mie finanze. Che c’è di strano? È molto più strano pensare che mettere un CD in un computer e collegare il computer a dei monitor risolva il problema dell’ascolto in hi-fi, senza considerare che nel computer non c’è la tecnologia contenuta in un buon amplificatore e tutto il lavoro fatto dai musicisti in sala di registrazione passerà attraverso un chip e una scheda inadeguati all’ascolto della musica. Guardereste un film di fantascienza in 3D dal buco della serratura? No? E allora perché ascoltare la musica attraverso un imbuto?

Giulio Cancelliere