12 dischi italiani da sentire

Nel variegato panorama della musica italiana i nomi dei gruppi si fanno sempre più fantasiosi: Le Maschere di Clara, trio veronese (voce-basso, violino, batteria), mescola tanti generi, come molte band di questo nuovo decennio. La formazione classico-accademica fa da sfondo a una dimensione rock dark metallica, che non disdegna digressioni nell’informale, nel recitarcantando, nella sperimentazione elettronica. Anamorfosi è il loro recente lavoro. Vedremo dove porterà.
I fiorentini Il Carico Dei Suoni Sospesi giunti al secondo lavoro, Non Pratico Vandalismo, da quintetto sono diventati quartetto, ma l’impatto sonoro ha guadagnato in compattezza e definizione. Testi in italiano cantati con veemenza dalla brava Sara Matteini su trame rock, funk, drum ‘n’ bass, elettroniche. Il loro disco si può scaricare gratuitamente dal sito del gruppo, ma per apprezzarne appieno la qualità vi consiglio il CD fisico e uno stereo con buoni monitor.
Definire Mama Marjas & Miss Mykela muse del reggae in Italia potrà sembrare banale e oleografico, ma rende l’idea della personalità di queste artiste che sventolano con orgoglio la bandiera della musica d’origine giamaicana in terra italica. Sono brave, autentiche, cantano spesso in italiano testi interessanti e impegnati con piglio soul e si tengono alla larga da triti cliché. We Ladies, registrato tra Italia, Giamaica e Inghilterra è pubblicato assieme a un dvd di oltre un’ora sull’attività live e in studio delle due artiste e del loro entourage, con divertenti interviste anche a familiari e amici.
Tra i progetti più trasversali, è molto interessante quello di Vito Ranucci, Dialects, affollatissimo di suoni e suggestioni, dal folk all’elettronico, passando per rock, jazz, classica, dance, trance e innumerevoli vie di mezzo indefinibili. Il mondo passa da Napoli e Napoli parte per il mondo: Vito Ranucci è il pilota/navigatore.
A proposito di folk, il piacentino Daniele Ronda, dopo quasi dieci anni passati a scrivere canzoni di successo per Nek, Mietta e Massimo Di Cataldo, decide di vestire i panni del cantautore dialettale e fa il botto con Da Parte In Folk, raccolta di brani originali che lo vede duettare anche con Davide Van De Sfroos e Danilo Sacco, con i quali condivide molte affinità elettive. Ora esce La Sirena Del Po, che non mancherà di entusiasmare gli appassionati del genere con le sue ballate, lo scintillìo degli strumenti a corda e le cavalcate in due quarti che trasformano i suoi frequentatissimi concerti in grandi raduni festosi.
Dialettali anche i Rumatera, che, dalla provincia di Venezia, hanno fatto il gran salto in Texas per registrare il loro nuovo “rumoroso” Xente Molesta. Ironia, divertimento, un pizzico di impegno, un pensiero a Pitura Freska e Niu Tennici, un fiume di birra e rock ad alta gradazione.
Il classico trio (chitarra, basso, batteria, serve altro?) con qualche ospite come Pippo Guarnera, Robben Ford, David Garfield e Carl Verheyen, fa da cornice alla proposta blues di Davide Pannozzo & Loud Stuff: Born Electric, costituito da brani originali e qualche cover d’eccellenza (Jimi Hendrix e Jeff Beck) è un disco frizzante, che suona giustamente datato e ha il sapore delle cose buone d’una volta, fatte a mano. Pannozzo è all’esordio discografico (era uscito tempo fa un EP live), ma possiede una maturità professionale e musicale da veterano. E canta anche bene.
Tra i chitarristi rock/fusion/metal/prog Fabrizio Leo è certamente tra i più quotati in Italia e non solo. Incide per la prestigiosa Shrapnel di Mike Varney, quando non è impegnato in tour e in studio con Fiorella Mannoia, Eros Ramazzotti, Ron, Renato Zero e i molti altri artisti, che ne richiedono le notevoli doti tecniche e professionali. Il Bicio è uscito l’anno scorso con questo Mr. Malusardi, album strumentale che ne conferma la fama internazionale giustamente conquistata.
Il quasi esordiente (come cantautore) Filippo Miotto da Biella si segnala per il graffio rock che caratterizza canzoni semplici, ma che restano in mente e “ ti lavorano dentro ” fino a spingerti a rimettere su il suo disco In Arte Jlaceli. Bravi musicisti (Rivagli, Isgrò, Gariazzo) e lui stesso, convincente come cantante e chitarrista.
Due fuoriclasse come Gino Paoli e Danilo Rea non potevano che regalarci un capolavoro. Due Come Noi Che…, un titolo che non brilla, ci introduce al mondo di due grandissimi artisti: Rea al pianoforte innesta il linguaggio jazz e blues nella vena autorale di un Paoli sempre più bravo, intonato, espressivo. Albergo A Ore è da brivido, Non Andare Via entra sotto la pelle, Vedrai Vedrai assume la dignità di uno standard come My Funny Valentine, Se Tu Sapessi è elegiaca; e si aggiungono a tutti i preziosi gioielli firmati dall’ultimo sopravvissuto di una scuola genovese, che ha segnato la musica del ventesimo secolo.                                                                       La vena intimista di Iacampo, dai brillanti trascorsi pop-rock d’avanguardia, si esprime in una scrittura lineare e raffinata, arrangiamenti semplici  e di gusto: percussioni, poche tastiere, chitarra e violoncello. Valetudo evoca canzone d’autore italiana e folk inglese, echeggia Brasile e Africa,  ma con discrezione e naturalezza,  come se certe urgenze emergessero naturalmente da un humus stratificato nel tempo a cui attingere alla necessità.                                                                                                                          Dietro Mimes Of Wines si nasconde, si fa per dire, l’interessante progetto di Laura Loriga, pianista, cantante, compositrice, che vive tra Bologna e Los Angeles, di cui è quasi cittadina stabile. Con Memories For The Unseen, Loriga elabora una formula piuttosto inquietante fatta di ballate riflessive, visionarietà barocca, concessioni world, un pizzico di psichedelia. Le canzoni, suonate prevalentemente al pianoforte, con l’apporto di strumenti percussivi, a corda e arco, portano lontano e scavano in profondità in un animo oscuro dove, qua e là, squarci di luce illuminano scenari desolati e abbacinanti.

                                                                                                Giulio Cancelliere

Intervista con Gerardo Di Lella

Napoli, come tutte le città di mare,  è sempre stata luogo d’incontro di genti e culture diverse e non è un caso che la canzone napoletana abbia questo fascino, che, al di là del folklore da cartolina, ha incantato il mondo. Non è nemmeno un caso che, tra le città del sud, sia quella che più abbia subito l’influenza americana e afro-americana dal punto di vista musicale. Perciò non sembri così strano il desiderio di rileggere in chiave jazz alcuni dei temi napoletani più celebri come Torna A Surriento, Funiculì Funiculà, Passione, ma anche un pezzo di Piazzolla (che aveva ascendenze italiane) come Michelangelo 70, assieme a composizioni originali dello stesso Di Lella. Se a questo aggiungiamo che nel disco hanno suonato alcuni dei migliori solisti in circolazione sulle strade del jazz come Bob Mintzer, Fabrizio Bosso, Chris Potter, Rosario Giuliani, Robin Eubanks, Paquito d’Rivera, Tom Harrell e Larry Carlton, l’interesse è massimo.
Premesso che ho trovato il disco brillante, con un bel suono corposo che ha “riempito” piacevolmente le casse del mio stereo, vorrei sapere cosa è rimasto di Napoli e del suo spirito negli arrangiamenti e nelle aperture improvvisative, anche alla luce delle preziose collaborazioni con i solisti americani ai quali non sarà stato semplice spiegare Napoli e la sua peculiarità. È un problema che ti sei posto?
Innanzitutto grazie per le belle parole. Collaborare con questi solisti è stato molto più semplice di quanto possa apparire. Tutti i musicisti che ho coinvolto nel disco conoscevano perfettamente la musica napoletana e appena ho fatto sentire loro i provini, subito hanno capito, anzi, con orgoglio devo dire che da subito hanno apprezzato il mio intervento.
I grandi musicisti, anche se nella vita fanno tutt’altro, hanno una conoscenza globale della tradizione e a maggior ragione tutti conoscono la tradizione musicale napoletana.
Per quanto riguarda invece lo spirito della musica napoletana, penso e spero di averlo conservato. Ho manipolato queste belle melodie col massimo rispetto per le linee originali, ho solo cercato di dare loro un percorso armonico-ritmico diverso.
Come hai scelto i solisti? In base a quale criterio e/o convenienza?
Ho semplicemente cercato di sfruttare le caratteristiche di ogni singolo musicista in funzione del ruolo che mi occorreva, così come un arrangiatore fa abitualmente con i propri musicisti. Il fatto che si trattasse di nomi enormi non mi doveva condizionare in alcun modo, infatti, una cosa della quale sono contento anche adesso a mente fredda, è proprio quella di aver coinvolto l’uomo giusto per l’intervento giusto.
Dalle note di copertina ho visto che il disco è stato registrato in diversi studi. Hai lavorato a distanza con i solisti grazie alle facilitazioni della rete?
No, non ho lavorato a distanza: tranne i primi contatti via mail mi sono recato personalmente negli studi con loro, proprio perché avevo la necessità di spiegare quale era l’indirizzo espressivo che avevo in mente per ogni singolo brano. Devo dire che la sorpresa più bella è stata proprio quella di aver trovato tutti questi grandi musicisti disponibili a venire incontro alle mie esigenze artistiche, mi hanno tutti ascoltato con la massima attenzione e tutti si sono sintonizzati nel migliore dei modi col mood dei brani.
Se riesco a intuire la relazione Napoli-Piazzolla, mi sfugge quella tra Legrand e Napoli. Perché ha scelto un pezzo come What Are You Doing The Rest of Your Life?
Perché è un pezzo al quale sono affezionato da anni e che per me rappresenta un modello estetico di bellezza melodica, ed è anche un mio personale omaggio al grande Michel Legrand, che ringrazio ancora per avermi dedicato le sue righe di stima nel disco. Per un arrangiatore Michel Legrand è la storia, la scuola, il successo, il sogno. Quando ho ricevuto la mail di risposta di Michel contenente il suo commento erano circa le 2 di notte, inutile dirti che non ho più dormito dalla gioia. Avendo stravolto il pezzo, sebbene abbia lasciato intatta la melodia, non era dato per scontato che l’apprezzasse, e invece…
Sei impegnato da molti anni nella direzione di compagini orchestrali di varia natura e genere. Era questo che sognavi quando studiavi musica? “Suonare” l’orchestra?
Nel 1989 mi iscrissi ai seminari di Terni jazz e vidi per la prima volta una big band suonare davanti a me, il direttore era Bruno Tommaso. Vedendo Bruno come gestiva e cosa faceva uscire fuori da quel gruppo di musicisti, in quel preciso momento mi dissi: ecco cosa voglio fare da grande! E così è stato. Devo ringraziare Bruno per sempre per avermi illuminato. Quando scrivi qualcosa e l’orchestra la suona, è come se la stessi suonando tu, perché l’orchestra non è altro che un grande strumento fatto da uomini.
Avevi dei modelli italiani e internazionali a cui ispirarti?
I miei grandi modelli sono stati tanti, Stan Kenton, Duke Ellington, Count Basie, Henry Mancini, Gil Evans, tutti grandi e diversi tra loro. Poi quando mi sono trasferito a Roma ho conosciuto Lino Quagliero che ha fatto il resto. Lino, ormai in pensione, è stato probabilmente uno dei più grandi arrangiatori in assoluto che abbiamo avuto in Italia, ha arrangiato per tutti i più grandi, da Canfora, Ferrio, Trovajoli, Piccioni. Lino è in grado di scrivere di tutto ed è da lui che ho imparato tantissime cose, il vero mestiere, quelle cose che solo chi le ha fatte in prima persona può conoscere.
A parte questo progetto così particolare, sei un direttore preciso e meticoloso che cerca di prevedere ogni dettaglio o in particolari circostanze dal vivo ti lasci anche ispirare dal momento, un po’ alla Gil Evans, che spesso “improvvisava” con l’orchestra?
Nella musica jazz è d’obbligo lasciare spazio all’improvvisazione anche quando si tratta di grandi formazioni, improvvisare con l’orchestra, considerando che il rischio di fare solo confusione è alto, non è sempre semplice, ma ogni tanto bisogna avere il coraggio di osare e io sono uno che osa.

Giulio Cancelliere

Pino Daniele: La Grande Madre (Blue Drag)

Confezione extra-lusso per il nuovo album di Pino Daniele, La Grande Madre, il primo per la nuova etichetta indipendente Blue Drag, dopo il ben servito che reciprocamente si sono dati il musicista napoletano e l’industria discografica, non più compatibili per idee, interessi, strategie. L’album consta di dodici canzoni – undici inediti più la versione italiana di Wonderful Tonight di Eric Clapton – e di un ricco libretto di ottanta pagine con i testi e gli spartiti delle canzoni, tante foto e una dettagliata auto-biografia raccontata in terza persona. Il nuovo lavoro “indie” di Zio Pino, come ama farsi chiamare dai fan, si apre con tutto il sentimento di Melodramma, un pezzo tipicamente “danieliano”, ispirato ad un’immagine fissata nella memoria di tanti italiani, quando nel 1998, sulle prime note di Napule È, Pino Daniele fu raggiunto sul palco di Modena da Luciano Pavarotti: una fotografia in musica, in cui il lirismo è sottolineato da una languida Stratocaster, la chitarra d’elezione degli ultimi anni (in realtà una Suhr, modello Strat). Niente È Come Prima, un tempo medio ritmato sulla chitarra acustica e Due Scarpe, una ballad-bolero impreziosita dal sax soprano di Mel Collins, trattano il tema della difficoltà di rapportarsi col prossimo, quando, invece, basterebbe poco, un gesto gentile, un sorriso, per sciogliere la durezza che domina la nostra quotidianità (ricorda le tematiche di Basta ‘Na Jurnata ‘E Sole). La title-track è un bel blues veloce dai suoni graffianti con il trillante pianoforte di Chris Stainton e la voce di Pino Daniele che riprende svisate tipicamente africane. Potrà suscitare qualche perplessità la versione italiana del pezzo claptoniano, più luminosa e acustica dell’originale, ma è questione di gusti. Del resto Eric Clapton è spiritualmente presente un po’ in tutte le canzoni, soprattutto nel suono della chitarra di Pino. In Piedi Nudi, dall’incedere incalzante, torna Mel Collins al sax tenore, mentre The Lady Of My Heart è uno struggente blues in minore in cui l’autore di Je So’ Pazzo fa cantare la sua Stratocaster. Il Primo Giorno Di Primavera, per suoni e articolazione melodica, ricorda certe atmosfere anni Ottanta ed è ancora la chitarra elettrica a dominare, facendo la gioia di chi attendeva con ansia il ritorno di Pino Daniele allo strumento (d’altra parte, già in Electric Jam e Boogie Man c’erano i segnali). È l’Africa, con i suoi problemi secolari, a tenere banco in Searching For The Water Of Life, l’unico testo non firmato da Pino Daniele, ma da Kathleen Hagen, in uno slancio a favore di Save The Children, la grande organizzazione internazionale che in 120 Paesi del mondo vuole garantire ad ogni bambino un futuro dignitoso.
Coffee Time è la seconda pausa strumentale – o quasi – che Pino si ritaglia per sfoggiare la sfavillante sezione ritmica composta da Omar Hakim, Solomon Dorsey, Gianluca Podio e Rachel Z (in altri brani scintillano Steve Gadd, Willie Weeks e Mino Cinelu), che sfocia nello pseudo-rap di ‘O Fra, un esempio di “parlesia”, una sorta di gergo fonetico della cui origine si è persa la memoria e riesumato per l’occasione grazie a un’idea di Enzo Avitabile.
Come spesso succede nei dischi di Daniele, è una romantica ballad acustica – I Still Love You – a chiudere un disco dal respiro realmente internazionale e non solo per i musicisti che vi suonano, ma perché Pino Daniele è davvero un orgoglio nazionale d’esportazione, un compositore, un chitarrista, un cantante che, attraverso una discografia ampia, variegata e non sempre allo stesso livello (ma chi ha fatto sempre dischi perfetti?), ha raccontato una storia musicale importante, preziosa, che ha cambiato il modo di concepire la canzone napoletana e la canzone dialettale in genere, ma anche la musica italiana tutta.

Giulio Cancelliere

Intervista con Ciccio Merolla

Nonostante qualcuno si ostini a definirlo non-musica, il rap è una realtà internazionale e trasversale che interessa Paesi di ogni continente, che si sono appropriati del linguaggio e lo hanno piegato, forgiato, plasmato, adattato alle proprie esigenze artistiche e non solo. Era già successo al blues che, partito dall’Africa e approdato in America, si è disseminato in tutto il mondo mescolandosi con altre musiche generandone altre ancora, perché è un linguaggio semplice, ma efficace e di grande potenza espressiva. In Italia il rap ha preso piede in moltissime realtà locali e Napoli ne è senza dubbio uno dei centri nevralgici, anche per via di un dialetto che si presta facilmente ad essere scandito ritmicamente, come ci spiega Ciccio Merolla, apprezzatissimo percussionista già con i Panoramics, James Senese, Eugenio Bennato, Enzo Gragnaniello, ma anche rapper di vaglia impegnato socialmente sotto molti profili e con un punto di vista particolare sulla realtà napoletana. Il suo ultimo lavoro discografico, Fratammé, contiene, tra le altre, oltre alla title-track, ispirata ad un fatto di cronaca nera, la strage di Sant’Anna di Palazzo del 1991, che toccò indirettamente Merolla, anche quella O’ Pitbull, il cui video fu presentato con successo al festival del cinema di Venezia lo scorso autunno e propone una figura di boss della camorra vittima di se stesso e di un sistema che in fondo non riesce davvero a controllare, con alcuni richiami, chiamiamole citazioni, allo Scarface di Brian DePalma.
Raccontami di quando hai cominciato a mettere le mani sulle percussioni: come hai iniziato e perché? Cosa ti dava la musica?
“Sono cresciuto in un quartiere dove si ascoltava tutto il giorno musica di ogni genere e provenienza; mi venne naturale quindi suonare qualsiasi superficie. Non ho mai pensato di fare altro nella mia vita.”
Chi sono stati i tuoi maestri?
“Ho iniziato da solo, da autodidatta, seguendo unicamente la mia predisposizione ai ritmi e ai suoni. Successivamente il mio primo maestro è stato Karl Potter, seguito da Rosario Jermano, Mustahafa Amheed e molti altri.  Personalmente continuo ad imparare da tutto e da tutti ed è proprio questa la cosa che mi affascina della musica.”
Professionalmente quali sono state le prime esperienze?
“Se intendiamo dopo il classico gruppetto con gli amici del quartiere, ho iniziato con i Radio partecipando al film “Blues Metropolitano”  ed in quell’occasione ho avuto modo di conoscere Pino Daniele e molti altri artisti della “Serie A”, poi i Panoramics, in seguito i famosi Gipsy King, e poi Gragnaniello, Senese etc etc.”
Perché hai scelto il rap come forma espressiva prevalente invece del “normale” canto?
“Intanto, è una cosa che faccio fin da piccolo, è un’ennesima percussione da suonare. Quando ho sentito un disco di Tupac ho capito che era la mia strada.”
Mi pare che Napoli e la Campania stiano vivendo una nuova stagione di fermento culturale, se non altro di viva protesta, come accadeva verso la fine degli anni 70, primi 80, quando muovevano i primi passi Pino Daniele, James Senese, Franco Del Prete, Enzo Avitabile.  Allora il modello era molto americano (Jazz-rock, fusion, Davis, Weather Report), oggi è molto più mediterraneo. Cosa ne pensi?
“Diciamo che i napoletani si sono stancati di subire solo critiche ed etichette: il rap ci appartiene perché il nostro dialetto si presta al rap, forse anche più dell’americano. Ovviamente anche noi abbiamo iniziato a scimmiottare un po’ gli americani, ma comunque le influenze del mediterraneo si sono fatte sentire, specie per me che sono un percussionista. Oggi il rap a Napoli si può ascoltare ad ogni angolo di strada: io la trovo una cosa fantastica.”
So che svolgi un’attività come musico-terapeuta: me ne puoi parlare? Come la pratichi? In O’Viaggio fai riferimento a malattie come anoressia, bulimia, depressione: sono problemi di cui ti occupi?
“Per curare le persone suono ciotole tibetane, gong, una campana di cristallo e altri suoni che ho ricercato. Attraverso queste onde il corpo viene attratto producendone a sua volta nuove onde che si uniscono con le prime: in questo modo si genera – attraverso il suono – un’armonia tra corpo e ambiente che va a favorire la respirazione e la circolazione del sangue; il beneficio ottenuto e’ un benessere naturale e totale che permette alla persona di combattere qualsiasi tipo di squilibrio. Sono ricerche che faccio da tanti anni e che sperimento continuamente sulle persone. Poter curare è una cosa che mi rende felice e realizzato.”
La canzone Mostro: Che idea è quella di parodiare Brava, il celebre pezzo di Mina?
“Intanto riuscire a scandire tutte le parole a 155 bpm di velocità è una bella sfida per uno che ama il rap. L’idea è nata perché a mia madre piaceva questa canzone ma non capiva bene le parole di Mina: io gliel’ho tradotta e, provandola nei concerti, ho visto che al pubblico piaceva molto. Non posso giurarlo ma qualcuno mi ha detto che è piaciuta anche alla signora Mazzini.”
Dal vivo com’è il tuo spettacolo? Con che formazione ti presenti?
“Siamo in sei: batteria, keyboards, chitarra, basso, una voce femminile ed io, voce e percussione; i ragazzi si divertono molto ed è per me una gioia infinita.”
I tuoi video sono dei veri cortometraggi: “O’ Pitbull” ha un montaggio e una cura della fotografia molto raffinati. Quanto è importante per te la comunicazione visiva? Come o più di quella musicale?
“Quando fai rap napoletano, la prima domanda che ti poni è se ti capiscono fuori da Napoli. Dal momento che racconto sempre storie vere, il videoclip mi aiuta molto in questo. Ho la fortuna di avvalermi di registi e direttori della fotografia di primo livello come Tony D’Angelo e Gennaro Silvestro – quest’ultimo regista di O’ Pitbull – assieme al grande direttore della fotografia Luciano Filangieri.”
Intervistando musicisti americani cresciuti nelle grandi metropoli, mi è capitato spesso di sentirmi dire: la musica mi ha salvato la vita, molti miei coetanei senza la musica hanno fatto una brutta fine. Hai avuto esperienza, anche indiretta, di questa salvezza? La musica è una via d’uscita?
“E’ chiaro che la musica ha questo e molti altri poteri, ma non vorrei dilungarmi su ciò: non mi piace infatti che ci si vanti di essere degli scugnizzi, ma preferisco far notare la mia evoluzione e quello che riesco a dare oggi. Comunque sì, la musica mi ha salvato la vita!”

Giulio Cancelliere