Prince – Sign O’ The Times: il film

Quando uscì l’album doppio Sign O’ The Times trent’anni fa, si capì che Prince non era solo un fenomeno da classifica, una pop star nera che aveva infilato qualche singolo di successo, ma un vero e proprio genio musicale tout court. Qualcuno azzardò, esagerando, persino un paragone con Duke Ellington, ma non è un caso che Prince e Miles Davis si piacessero, tanto che il trombettista gli dedicò un brano, Full Nelson, nel suo disco Tutu e l’artista di Minneapolis lo volle ospite sul palco. Condividevano un senso estetico analogo per meticolosità – vestiti, acconciature, immagine – ma anche una visione musicale enciclopedica, dal blues al funk, passando per jazz, r ’n’ b, hip-hop e rock ’n’ roll, in nome di un ecumenismo comunicativo in grado di unire diversi tipi di pubblico.
Prince era ossessionato dalla sua immagine, ne curava e controllava ogni aspetto e non poteva trascurare il cinema come apoteosi di questo impulso. Dopo il successo, più discografico che di botteghino, di Purple Rain, passato, come identità cromatica, dal viola al periodo pesca, diresse questo film-concerto che lo riprendeva con la sua nuova Lovesexy Band, all’Ahoy di Rotterdam nel luglio ‘87, in una performance sceneggiata che aveva come controparte femminile – ma per certi versi come alter-ego – la cantante, ballerina e coreografa Cat Glover, oltre all’incontenibile Sheila E. (Sheila Escovedo) batterista, percussionista, ballerina e cantante a sua volta.
Dal punto di vista strettamente musicale l’esibizione è eccellente, basata sul repertorio del disco, con qualche eccezione, come la ballad Little Red Corvette, con il pubblico che illumina la sala con gli accendini (trent’anni fa i cellulari non c’erano) o Now’s The Time di Charlie Parker, un rovente momento bebop tutto appannaggio della band. A parte l’inserimento della clip, allora in rotazione nelle tv musicali, di U Got The Look in duetto con Sheena Easton e tre o quattro minuti di fuori scena, il resto del film è puro live, con momenti straordinari come Housequake, sul cui ritmo ultra-funky Prince si esibisce in numeri alla James Brown (all’epoca in diretta concorrenza coreografica con Michael Jackson) o Forever In My Life in versione acustica, in cui tutta la band scende in proscenio e intona un coro gospel su cui spicca la ruggente voce solista della tastierista Boni Boyer, per non dire della conclusiva The Cross.
Cinematograficamente parlando, Prince non è un gran cineasta, scrive scene tra il favolistico e l’ingenuo, storie d’amore al limite della sceneggiata napoletana – isso, issa e o’ malamente – ed è difficile immaginarlo mentre dirige i cameramen, anche perché nello stesso momento è sul palco.
Tuttavia lo spettacolo c’è, sono novanta minuti senza respiro e Prince, davanti alla scenografia che ricostruisce i vicoli e le insegne dei locali malfamati di una una ipotetica metropoli americana, si concede generosamente a un pubblico adorante, allora come oggi. Tra l’altro, dopo il tour europeo, Prince scelse di non proseguire i concerti in USA (l’album non era andato così bene in patria), ma preferì rientrare in studio per preparare il nuovo disco Lovesexy, uscito l’anno successivo.
Il film sarà nelle sale il 21 e 22 novembre.
Qui le sale selezionate.
Qui il trailer.

Giulio Cancelliere

Black Sabbath: The End Of The End

Tutto cominciò con una campana a morto, pioggia scrosciante, tuoni fragorosi e tre accordi di chitarra che ancora oggi suonano tremendamente inquietanti, basati come sono sul tritono, quello che un tempo in musica era considerato l’intervallo capace di evocare il diavolo. A loro dire era un canzone che metteva in guardia dalle pratiche di magia nera, fatto sta che si ingenerò un equivoco planetario e passarono alla storia come il primo gruppo di rock satanico, tanto che ai concerti e negli alberghi dove alloggiavano, loro malgrado, non erano infrequenti manifestazioni di invasati salmodianti armati di ceri accesi, che i musicisti erano costretti a respingere, talvolta con ironia, in seguito ricorrendo alla security. Sarà che disco, canzone e gruppo si chiamavano Black Sabbath (il titolo inglese di un film di Mario Bava: I Tre Volti Della Paura del 1963) e nel 1970 nessuno aveva trattato simili argomenti in un contesto hard rock, ma nell’Inghilterra di allora la cosa fece parecchio scalpore. La censura lavorò parecchio con loro.
C’è chi li considera la prima band metal della storia, forse anche perché Birmingham ospita alcune tra le più grandi fonderie d’Inghilterra. E dove tutto iniziò, dopo quasi cinquant’anni (il gruppo si formò nel 1968) tutto finisce, con l’ultima data del The End Tour alla Genting Arena il 4 febbraio del 2017.
La band non è precisamente quella originale – Bill Ward, il batterista, con qualche problema di salute, non ha voluto aderire all’offerta dei compagni, nemmeno per le ultime due date d’addio, sostituito da Tommy Clufetos – ma i Sabbath nel corso degli anni ci hanno abituato a tali cambi repentini e a sconvolgimenti profondi di formazione, che vedere di nuovo insieme Tony Iommi, Geezer Butler e Ozzie Osbourne (forse) per l’ultima volta è comunque un evento. Alla fine si chiedono: “e domani cosa facciamo?”
Il concerto si apre inevitabilmente con Black Sabbath e si chiude col bis di Paranoid, tuttora il loro maggior successo. In mezzo, una cavalcata tra i classici sostanzialmente dei primi quattro album: Fairies Wear Boots, Under the Sun, War Pigs, Iron Man, N.I.B., Snowblind, tra le altre.
L’esibizione live è intervallata – a volte spezzata – da interviste coi protagonisti, che si raccontano in un’atmosfera serena e pacata, molto distante dal clima sulfureo del concerto: gli inizi nella città natale; l’ostilità della stampa londinese; la fatica di entrare nella Rock ’n’ Roll Hall Of Fame che li respinse per dieci anni fino al 2006; i problemi di alcool e droga di Osbourne; le pagliacciate di Ozzy sul palco per far ridere i compagni; il linfoma diagnosticato a Iommi durante la registrazione di 13, l’ultimo album del gruppo; la volontà di chiudere la carriera al top della capacità tecnica (“non abbiamo mai suonato così bene” confessa il chitarrista di origini italiane) e della popolarità, prima dell’inevitabile declino.
Singolare, ma interessante ed efficace, anche la scelta di mostrare i Sabbath in studio qualche giorno dopo il concerto d’addio, per eseguire alcuni brani come The Wizard e Wicked World, senza effetti speciali, scenografie e pubblico.
Curiosamente, al termine del concerto, quando il gruppo si raduna in proscenio per salutare in un abbraccio collettivo la platea, a loro si aggiunge Adam Wakeman, figlio di Rick, rimasto fino a quel momento dietro le quinte con le sue tastiere, poiché la sua presenza sul palco stonerebbe all’immagine della band, nata e rimasta nell’immaginario collettivo come un quartetto elettrico incontaminato dall’elettronica. Fisime da metallari, anche perché sin da Sabbath Bloody Sabbath, il quinto disco del 1973, prima Rick e poi Adam Wakeman collaborano con Ozzy e soci.

Giulio Cancelliere

 

Bulli e Pupi

Viviamo tempi strani in cui anche l’arte, la musica in particolare, può diventare oggetto di contesa, disputa, accanimento violento. Certo, pure in passato si poteva fare a pugni per un acuto mal riuscito, una partitura frettolosa, una messa in scena sciatta, una recensione dispettosa o anche per motivi extra-musicali: Rossini fu accusato da alcuni gruppi di facinorosi di non appoggiare con sufficiente veemenza i moti del ’48 e, contemporaneamente, la musica dell’Ernani di Verdi veniva usata per inneggiare al re Borbone delle due Sicilie all’insaputa, forse, dell’autore. I tifosi di questo o quell’artista sapevano difendere i loro beniamini anche passando a vie di fatto contro i detrattori, più o meno in buona fede. Compositori, direttori d’orchestra, tenori e soprani, baritoni e contralti potevano contare su agguerriti fan club, o meglio, claque, dentro e fuori i teatri e chi li intralciava rischiava contestazioni plateali, letteralmente, capaci di distruggere carriere ed equilibri psicologici: i dualismi Callas-Tebaldi, Di Stefano-Del Monaco, De Sabata-Toscanini incendiavano animi e discussioni. Ma tutto restava chiuso in una ristretta cerchia di appassionati, per quanto popolari fossero i nomi in ballo.
Oggi, i cosiddetti “social”, che sembrano così spesso stuzzicare gli istinti asociali che covano in molti di noi, che sia suffragata o meno da concreta base di conoscenza, trasformano in peana o invettiva qualsiasi opinione. E la trasmettono a tutto l’universo mondo, purché collegato in rete.
E chi pensasse che il jazz, musica cool per eccellenza, sia anche ignifugo e i jazzisti al di sopra di certe miserie umane, si ricreda.
A nessuno piace che il proprio lavoro sia criticato, soprattutto se si è profuso impegno, sudore e, soprattutto, trattandosi di arte, anima e intimità. Tuttavia è nella natura del lavoro artistico presentarsi “nudi” in pubblico, sottoporsi allo sguardo del pubblico, al suo giudizio, che potrà essere esaltante o spietato, ma insindacabile, visto che si esprimerà in vendite di dischi e biglietti per i concerti.
Ma quando il pubblico è composto da addetti ai lavori, giornalisti e critici, la questione si complica sempre un po’: i rapporti tra stampa e musicisti di solito sono improntati ad un certo fair-play, un rispetto reciproco, ma sorvegliato, per le ragioni sopraddette: basta una velata critica, un giudizio ancorché moderatamente negativo per far scoccare la scintilla della rivalsa, che può consistere, nel migliore dei casi, in un’alzata di sopracciglio e uno sbuffo di noia per “lo scribacchino che chiaramente non capisce una cippa di musica, non sa suonare nemmeno uno strumento o, peggio ancora, è un musicista fallito e frustrato che si vendica cazziando i mancati colleghi”, fino ad affrontare fisicamente l’autore, nel peggiore.
Naturalmente, la rete ha ampliato a dismisura l’arena al cui centro si confrontano le tifoserie dell’uno o dell’altro e dove si perde ogni senso comune.
Proprio in questi giorni mi è capitato di assistere al “linciaggio digitale” di un collega, reo di avere recensito negativamente il disco di un musicista dalla lunga e brillante carriera a livello internazionale e che certamente avrebbe potuto impipparsene di quel giudizio, ma quel giorno evidentemente gli girava male e l’ha voluto dare in pasto alla folla. E la folla, come pupi mossi dai fili di un inspiegabile livore, ha reagito con vorace appetito. Tra l’altro, il giornalista era indicato con il solo cognome e qualcuno ha pensato bene di equivocare e scambiarlo per un noto commentatore politico, confondendolo col critico musicale, rovesciando quindi insulti sulla persona sbagliata, dandogli persino del venduto al soldo dei partiti, quali non importa “che tanto sono tutti uguali”. Se il fenomeno è abbastanza disturbante – il linciaggio è comunque pratica disdicevole – sotto un certo profilo fa anche tenerezza, poiché alle invettive nei confronti di “quell’incompetente, ignorante, imparentato certamente con gente di malaffare, incapace di distinguere non solo un accordo maggiore da uno minore, ma nemmeno il suono di un campanello da quello di un campanaccio”, si accompagnavano complimenti nei confronti del musicista talmente esagerati, iperbolici, smielati e settari, da risultare persino infantili. Anche in un teppista, perché l’atteggiamento era un po’ questo, spesso si nasconde un bambinone in cerca di attenzione.
Ora, credo che ognuno debba fare il proprio mestiere e, scusate se mi autocito, come dice Cappa, il personaggio del mio romanzo Silenziosa(mente): “il musicista suona, il critico scrive, altrimenti, il musicista, se è in grado di farlo, se la può suonare, cantare, scrivere, raccontare…”.
Al di là delle opinioni di Cappa, personaggio di assoluta fantasia per niente aderente alla realtà o somigliante a chicchessia, una recensione può venire bene o male, talvolta la scelta dei termini non è la più oculata, i tempi possono essere ristretti e non consentire la sufficiente attenzione da parte dell’autore e a farne le spese è il musicista che si vede preso di mira, magari ingiustamente, da un individuo che spesso nemmeno conosce, ma questo non giustifica forme di bullismo e idolatrismo come quelle appena descritte. L’arte è segno inequivocabile di civiltà e gli incivili distruggono le opere d’arte, ma chi strumentalizza l’arte per i suoi scopi incivili è incivile al quadrato.

Giulio Cancelliere

Pino Daniele: Il Tempo Resterà

Il Tempo Resterà non è una biografia, anche se le somiglia molto. Le biografie di solito iniziano con “nacque a…il giorno…da una famiglia…”, e di lì si srotola il percorso umano e professionale del personaggio in questione. In questo documentario di Giorgio Verdelli, invece, è opportunamente evitato qualsiasi riferimento alla vita privata, con l’eccezione di un accenno scolastico da parte di Peppe Lanzetta, focalizzato com’è sulla vicenda artistica di Pino Daniele così importante, intensa, abbagliante, determinante per la storia della musica italiana del ventesimo secolo e oltre.
Figlio del rinascimento musicale partenopeo degli anni Settanta, tra folk e jazz, tradizione popolare e fusion – venne rimbalzato dalla Nuova Compagnia Di Canto Popolare, come ricorda Fausta Vetere, ma fu accolto come bassista dei Napoli Centrale da James Senese – Pino Daniele si racconta attraverso interviste, conversazioni, canzoni, concerti, dal 1978, al suo esordio discografico con Terra Mia, fino al 2014, l’anno del suo ultimo tour Nero A Metà con la band originale di quel disco straordinario.
In quei trentasei anni di carriera l’artista napoletano ha trasformato l’immagine oleografica della canzone napoletana, conservandone persino la retorica, ma trasfigurandola in dato sociale e poetico allo stesso tempo e aggiornandola al disincanto dell’ultimo scorcio di secolo. Pino Daniele era un cantautore tout-court: univa un talento lirico struggente e ironico a una perizia musicale di altissimo livello, che gli ha permesso di confrontarsi con colleghi internazionali come Eric Clapton, Wayne Shorter, Chick Corea, Gato Barbieri, Alphonso Johnson, Peter Erskine, la sezione fiati dei Tower Of Power, Selif Keita, Victor Bailey, Robbie Krieger nei più svariati contesti. Qualcuno arrivò persino a criticarlo per questa sua esposizione globale, soprattutto quando disse a chi scrive che “se vuoi una sezione ritmica che suoni in un certo modo chiami Steve Gadd e Willie Weeks”, innescando una misera polemichetta tra musicisti.
“Noi ce ne andremo e il tempo resterà”, dichiara Zio Pino all’inizio di questa carrellata, in buona parte inedita, di testimonianze, racconti, frammenti di concerti, fotografie, che resterà a lungo nel cuore di chi ha amato l’Uomo in Blues, il Nero a Metà, il Mascalzone Latino, il Masaniello Pazzo, il Musicante, il Boogie Boogie Man, solo per citare alcune delle sue incarnazioni musicali, perché Daniele era un musicista di rara capacità, in grado di attraversare i generi lasciandovi una traccia personale, inconfondibile, indelebile: il tratto di un grande artista.

Giulio Cancelliere

Michael Bublé – Tour Stop 148

michaelbuble_poster_100x140Un gigantesco tour mondiale di due anni fotografato alla tappa numero 148, quando lo spettacolo è ormai rodato, gli attori non sono ancora esauriti e il protagonista principale è al top della carica adrenalinica.
Questa la sostanza del film-concerto che ci fa rivivere, oltre allo show sul palco, il dietro le quinte, il lavoro di preparazione e allestimento di uno spettacolo gigantesco che mette in scena una band di 13 musicisti a sostenere un entertainer di grande livello, bravura e professionalità, che nel giro di relativamente pochi anni è diventato una star globale.
Dopo un’intervista a Bublé, il film inizia quando lo spettacolo finisce, con l’ultimo bis, una drammatica Cry Me A River con toni noir anni ’50, prima dell’uscita di scena e la corsa verso la limousine che l’aspetta.
Quindi si assiste allo smontaggio del palco e la partenza dei 18 camion di attrezzature verso la nuova destinazione dove un’ottantina di addetti predisporrà il nuovo show.
In una sorta di lungo flashback, il cantante canadese ci riporta all’inizio della storia, durante le prove con la band, i test degli effetti speciali pirotecnici, le interviste a tecnici e macchinisti, manager di palco, di tour, produttori, assistenti, tutti coloro che consentono alla star di spendere più brillante che mai. Una vita dura, di sacrifici, in giro per il mondo e lontani da amici e familiari per dieci, undici mesi all’anno, una vita da scegliere consapevolmente, altrimenti non si resisterà a lungo.
Tuttavia, la parte preponderante del film è occupata dallo spettacolo di Bublé, che si apre con il basso inconfondibile di Fever e tra classici del songbook americano come Try A Little Tenderness, I’ve Got The World On A String, Feelin’ Good, Come Dance With Me, You Make Me Feel So Young, Save The Last Dance with Me e qualche inserimento originale come Home, intrattiene una folla oceanica, da consumato crooner qual è, come fosse in un piccolo club, facendo sentire tutti partecipi di un evento esclusivo.
Per suoi fan il film è senz’altro una festa e per chi cerca un intrattenimento leggero, ma di altissima qualità, questi 105 minuti non saranno una delusione. Michael Bublé incarna un modello di cantante assolutamente innocuo, professionalmente impeccabile, che canta il dramma e la felicità con lo stesso afflato, il cui unico scopo è mandare a casa decine di migliaia di persone felici di avere speso i soldi del biglietto. E non è poco.

Giulio Cancelliere

Nick Cave: One More Time With Feeling

image003Nick Cave ha da anni uno stretto rapporto con il cinema come autore di colonne sonore, di frequente in collaborazione con Warren Ellis e come sceneggiatore (uno degli ultimi lavori è Lawless, del 2012, ambientato in Virginia all’epoca del proibizionismo), ma più spesso gli piace stare di fronte alla macchina da presa. La meticolosità con cui cura la propria immagine rasenta il maniacale (“Stanno bene i miei capelli?” è quasi un tormentone) e One More Time With Feeling, il documentario che il regista neozelandese Andrew Dominik (Chopper, L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, Cogan – Killing Them Softly) ha girato durante la lavorazione dell’ultimo album con la band storica dei Bad Seeds, Skeleton Tree, non contraddice questa sua attitudine appena appena narcisistica. Presentato fuori concorso all’ultima mostra del cinema di Venezia, girato prevalentemente in bianco e nero e in 3D, il film in origine doveva essere una sorta di making of… del disco, ma la tragedia che ha colpito la famiglia Cave – la morte del figlio quindicenne Arthur, precipitato da una scogliera probabilmente sotto l’effetto di stupefacenti – ha mutato drasticamente intenzioni e carattere delle immagini e richiesto ulteriori riprese. In realtà la sovrapposizione degli eventi – scrittura delle canzoni, lavorazione del disco, morte del ragazzo, ideazione del film, realizzazione, interviste – rende tutto un po’ confuso e di ardua lettura (qualcuno può pensare che Cave abbia potuto spettacolarizzare il lutto?), ma non è il limite maggiore del film.
Già in  20.000 Days on Earth del 2014, il musicista australiano aveva illustrato il suo metodo di lavoro come scrittore e compositore e, probabilmente, non c’era bisogno di un ripasso, tuttavia Cave, forse ingenuamente, ha voluto ribadire come sempre più di frequente sia solito abbandonarsi a un flusso di coscienza musicale durante le jam session con Ellis, improvvisando accordi (ed evidenziando i suoi limiti, quelli sì rilevanti, come pianista) e melodie alle quali legare i suoi testi. Un sistema che l’ha portato negli ultimi anni a non scrivere più vere canzoni, ma a recitare versi su tappeti sonori elettronici e ritmiche ipnotiche, in una sorta di reading monotono e poco stimolante.
Toccanti sono, invece, le interviste relative al tragico evento, durante le quali i coniugi sono costretti a elaborare il lutto davanti alla cinepresa e tentare di procurarsi una via d’uscita da un dolore lacerante che non cesserà mai (“Il tempo è come un elastico – dice Cave – “puoi proseguire la tua vita facendo mille cose, ma ad un certo momento l’elastico si tenderà a tal punto che ti riporterà sempre lì, su quella scogliera dove è avvenuto il fatto”).
I fan di Nick Cave probabilmente troveranno conferme sul loro beniamino, in termini di profondità e complessità del personaggio e anche qualche sorpresa divertente, quando racconta come sua moglie ami spostare i mobili di casa quando lui non c’è o dorme, ma per il neofita il film non incuriosisce, né offre spunti sorprendenti. Neppure la tecnologia 3D, a parte qualche campo lungo in sala d’incisione, aggiunge molto a un film sostanzialmente pretestuoso. Molto meglio i più tradizionali carrelli circolari durante le session di registrazione e i primi piani silenziosi sul volto del protagonista, mentre cerca le parole per raccontare la fatica di sopravvivere.

Giulio Cancelliere

The Rolling Stones In Cuba Havana Moon

rolling-stonesSi potrebbe fare della facile ironia sulla loro età e definirli la versione rock’n’roll del Buena Vista Social Club, considerato il luogo dell’evento. Tuttavia, a differenza di Compay Segundo, Ibrahim Ferrer e soci e con tutto il rispetto per i padri del son cubano, gli Stones hanno avuto un percorso molto più infuocato e, per certi versi, rivoluzionario, durato oltre cinquant’anni e non ancora esauritosi a giudicare dallo spirito che anima questo show.
È il 25 marzo del 2015, venerdì santo (!!), il Vaticano, ormai partner diplomatico del regime castrista, mostra di non gradire il connubio Pasqua-Rock’n’Roll (certe fisime non muoiono mai), ma ci si mette di mezzo Barack Obama, il quale, in visita a Cuba pochi giorni prima, (primo presidente statunitense dopo 88 anni) supporta l’evento, tanto che Keith lo definisce la miglior opening band per la formazione britannica.
Il giorno del concerto il colpo d’occhio dal palco è straordinario: una folla immensa (si parla di un milione di persone) li attende e quando scatta il riff di Jumpin’ Jack Flash è un esplosione di gioia liberatoria, come se il rock avesse riconquistato in un attimo quel potere sovversivo, ribelle e sedizioso che l’ha fatto amare e adottare in tutto il mondo.
Non è un caso che Mick Jagger, presentando i membri della band, annunci il “rivoluzionario” Ron Wood  e alla batteria Charlie “Che” Watts.
La regia di Paul Dugdale (ha lavorato con Adele, Coldplay, Prodigy e ha già ripreso il concerto di Hyde Park di Jagger e soci) indugia spesso tra il pubblico alquanto eterogeneo, che mostra di non essere per niente all’oscuro del repertorio degli Stones nonostante l’embargo che dura più o meno da quando i Glimmer Twins si sono incontrati sul quel treno per pendolari alla stazione di Dartford nell’ottobre del 1961.
Ma intanto la band snocciola le perle del suo repertorio classico: It’s Only Rock’n’Roll, Paint It Black, Honky Tonk Woman, Brown Sugar (il pezzo più recente è Out Of Control da Bridges To Babylon del ’97), Angie. Quando Ron e Keith imbracciano le chitarre acustiche per You Got The SIlver e poco dopo parte la cavalcata elettrica di Midnight Rambler appare chiaro ciò che tiene in vita questa band dopo oltre mezzo secolo: è lo spirito del blues, la passione per questa musica che li spinge a cercare sempre soluzioni nuove e divertenti, sfumature diverse ogni sera, perché il blues non è musica preconfezionata, Charlie Watts non suona col click nell’auricolare (e si sente, ogni tanto parte per la tangente e lo si deve rincorrere), gli assoli spesso non durano un numero multiplo di quattro, ma finiscono quando si esaurisce l’ispirazione momentanea e Jagger rientra col canto o con l’armonica dopo un’occhiata con Keef o Ron o un inchino dei chitarristi verso il pubblico.
Mick non ha più bisogno di truccarsi o travestirsi per stupire (l’unica concessione è l’enorme mantello per Sympathy For The Devil), ma salta come un pogo, corre su e giù per il palco, balla e incita il pubblico, vanta mezzi vocali tuttora integri, segno che il personal trainer sono soldi spesi bene. Anche Ron Wood pare riabilitato e in forma, prodigo di soli roventi, mentre Keith Richards, nonostante le dita deformate dai calli (e forse un po’ di artrite) piega la Telecaster ai suoi voleri declinati in accordature aperte e armonie che han fatto scuola.
In Gimme Shelter la scena è tutta della nuova corista Sasha Allen (anche per via della minigonna inguinale), che ha sostituito per l’occasione la storica Lisa Fischer e il suo numero è da brivido. Il coro di bambini di You Can’t Always Get What You Want è, invece, evocato dalle Entrevoces, compagine vocale femminile cubana, che accompagna la band verso l’epilogo dello show. La chiusura è affidata a quella Satisfaction che segnò praticamente l’inizio di una storia di cui ancora non si intravede la fine.

Giulio Cancelliere