Sangue Blues/4

“Il vecchio nero smette di suonare, continua a cantare quella melodia e mi punta il dito accusatorio. Alle sue spalle si apre la porta della casa e dietro alla zanzariera intravedo una donna, giovane, bianca, bella. Mi chiama, ma il vecchio si alza in piedi, ha un grosso coltello infuocato in pugno, fa un passo avanti e me lo pianta nel petto. Io urlo, il dolore è terribile, ma non esce alcun suono dalla mia bocca e nemmeno sangue dalla ferita, ma attraverso la carne vedo il mio cuore. Allora allargo i labbri della ferita, afferro l’organo ancora pulsante e lo consegno al vecchio, che lo addenta, mentre il sangue gli cola sulla camicia e impregna il legno della chitarra.” (da Sangue Blues)

Sangue Blues/3

La chiave è un simbolo forte: può significare apertura, ingresso, accoglienza, ma anche chiusura, prigionia, segreto, mistero. È un codice con molteplici livelli di lettura. Mi piacciono le chiavi, ne porto sempre con me un grosso mazzo. Sono le chiavi dei miei luoghi, quelli in cui ho trascorso momenti importanti della vita o in cui sono custoditi ricordi significativi, case di persone con le quali ho condiviso un tratto di strada prima di separarci e che non ho mai restituito. È un modo per non andare alla deriva. (da Sangue Blues)

Sangue Blues/2

John Coltrane: non c’è sassofonista jazz, dagli anni Sessanta in poi, che non abbia subito il suo influsso. Ma con il suo stile e il suo pensiero musicale ha influenzato tutti i musicisti, contemporanei e posteri, tanto che, parafrasando Croce, in qualche misura non possiamo non dirci coltraniani. (dal glossario di Sangue Blues)

Il jazz ha i capelli bianchi

Pulcinella-SeveriniTu suoni, io non capisco, mi annoio e me ne vado. Lui suona, capisco quello che fa, mi piace, mi entusiasma, torno a vederlo. La tua conclusione è che tu sei un genio incompreso, lui è un furbetto e io sono un cretino.
Non credo che funzioni veramente così. Non sempre, almeno. È una semplificazione che contribuisce solo a edificare ulteriori barriere, tracciare nuovi confini, aumentare la distanza tra arte e pubblico. Nutre frustrazioni e ignoranza.
Rendiamoci conto che le platee dei concerti jazz e classici hanno un’età media sempre più alta. Le teste grigie, semi-calve o calve sono la stragrande maggioranza e non è un problema di alopecia, ma di anagrafe. L’ incremento dell’aspettativa di vita rischia di peggiorare il panorama.
A differenza del pubblico, la musica non ha età anagrafica, ma quella che effettivamente dimostra. Un interprete di Bach non suona come si faceva nel ‘700, Mozart viene eseguito da compagini orchestrali che all’epoca di Wolfango erano impensabili; l’opera lirica si è modernizzata e solo i vecchi barbogi se ne lamentano. Le esecuzioni “filologiche” sono eccezioni e, come tali, visibilmente indicate. Per non parlare delle rappresentazioni attualizzate, criticabili finché si vuole, talvolta di cattivo gusto, ma se la parte musicale regge, anche una Mimì che muore di overdose ci può stare.
Anche il jazz si è evoluto nei decenni passati, a volte fin troppo velocemente e con risultati che non hanno retto al tempo, ma ora sembra essersi fermato a guardarsi l’ombelico. Le resistenze dei conservatori ci sono sempre state, sia nella critica, sia tra i musicisti stessi, ma ora che anche il pubblico diserta i concerti qualche domanda bisognerà pur porsela, invece di lagnarsi soltanto della poca attenzione riservata alla musica, per così dire, improvvisata.
Rendere più popolare un genere musicale non significa necessariamente snaturarlo. Pensare di proporlo in forme diverse è quanto hanno fatto musicisti illuminati come Miles Davis alla fine degli anni ’60. Certo, forse c’era anche un ragionamento economico dietro l’evoluzione sonora che lo ha portato fino all’isola di Wight nel 1970 sullo stesso palco di Jimi Hendrix, Doors, Ten Years After e Who, ma credo che anche il più idealista dei musicisti odierni non disdegni un ingaggio che gli permetta di pagare affitto, bollette, sostentamento, manutenzione dello strumento e qualche extra. Miles aveva conciliato questo ragionamento con un’urgenza artistica che lo ha fatto diventare il jazzista più famoso al mondo. Facciamogli pure una colpa del successo ottenuto e dei musicisti che ha lanciato in quel frangente, ma tant’è.
Bill Connors, il primo chitarrista dei Return To Forever, mi raccontava qualche anno fa che lasciò la band di Chick Corea quando si rese conto che suonavano a un volume pazzesco e la gente ballava ai loro concerti. “Non facevamo più jazz, ma qualcosa d’altro che non capivo.”
Aveva ragione probabilmente, ma la verità è che Chick, Stanley Clarke, Lenny White sono ancora in giro a suonare e riempiono i club e i teatri, mentre Connors ha vissuto periodi molto bui, anche per ragioni personali e il suo ultimo disco risale a 10 anni fa.
Miroslav Vitous, che insisteva nel dirmi di essere il vero co-fondatore dei Weather Report assieme a Wayne Shorter, lasciò il gruppo quando si accorse che l’influenza di Joe Zawinul stava prendendo il sopravvento e  tradendo i principi sui cui era nata la formazione. Ora, non si può certo affermare che i WR non licenziarono ancora capolavori, nonostante le accuse di “commercializzazione” che piovevano loro addosso da più parti. Naturalmente Vitous è un grande musicista, ma il pubblico su cui può contare è probabilmente un decimo di quello che raccoglievano i WR e, successivamente, Zawinul Syndicate. È vero, la qualità spesso non va d’accordo con la quantità e le ultime band di Zawinul erano composte da musicisti, tutto sommato, quasi intercambiabili, ma il risultato non era certamente scadente. E la musica è comunicazione. La musica ha bisogno del pubblico per avere senso. Se il pubblico non c’è, qualcosa non ha funzionato nella comunicazione.
Frank Zappa è stato colui che per primo ha piazzato davanti al pubblico del rock un’orchestra sinfonica che eseguiva le sue partiture tutt’altro che facili per una platea non avvezza (ma anche per quella avvezza) e pure lui divideva il pubblico quando passava da Lumpy Gravy a Apostrophe, da The Grand Wazoo a Sheik Yerbouti, da Just Another Band From L.A. a Shut Up ’n’ Play Yer Guitar, ma sapeva interpretare i tempi restando se stesso e mutando semplicemente la forma.
Mattia Cigalini, qualche anno fa, ha pensato bene di rileggere i suoi tempi in chiave jazzistica e ne è nato un lavoro, Beyond, e un tour che avvicinava, almeno nelle intenzioni, il pubblico del pop di Beyoncé, Katy Perry, Jennifer Lopez, con quello del jazz, molto meglio e meno dispendiosamente di quanto non abbia fatto chi ha messo assieme Lady Gaga e Tony Bennett. Il primo era un esperimento musicale da parte di un musicista che provava a rinnovare la musica; la seconda una triste rappresentazione di incompetenza e ipocrisia. Mi chiedo, perciò, a cosa serva arroccarsi su posizioni intransigenti quando il mondo va in un’altra direzione. Forse si potrebbe trovare una posizione artistica di mediazione, come molti jazzisti già fanno, guarda caso quelli che si lamentano meno, poiché si rendono conto che gli anni ’40 sono finiti da 70 anni e vivono il cambiamento da protagonisti cercando di condizionarlo, invece di subirlo solamente. E, tristemente, lamentandosene.

Giulio Cancelliere

Living Coltrane: Out Of This World (Incipit/Egea)

coverD’accordo, degli omaggi a Coltrane non se ne può più, ormai è quasi fin troppo facile, farsi belli con i nomi, i cognomi e la musica degli altri, Miles, Duke, Monk, Count, e subito si attira l’attenzione con il tema celebre, il suono accattivante, l’accordo frigio, il pedalone modale, a ricalcare schemi già sentiti e risentiti. Tuttavia questo disco ha un’eleganza e un drive che lasciano stupefatti: sarà l’abilità di Stefano Cocco Cantini di riproporre i temi del grande sassofonista con logica essenziale e svilupparli personalmente solo nello spirito di Coltrane, soprattutto al sax soprano, squillante e aspro quanto basta, ma anche lucido e flessuoso quando necessario; sarà per l’incedere autorevole di Ares Tavolazzi, dal contrabbasso panciuto e intelligente che guida il quartetto nelle zone giuste; sarà per la tavolozza armonica di Francesco Maccianti, che solo a sprazzi richiama McCoy Tyner, giusto per contestualizzare storicamente, ma si muove autonomamente seguendo ispirazioni eterogenee; sarà per la trama ritmica di Piero Borri, che in India riporta il raga dalle tabla al rullante e balla sui piatti con leggerezza; sarà per il repertorio scelto, prevalentemente del periodo Impulse, forse quello ancora da esplorare più a fondo; sarà per il suono di questo album, così naturale, potente e avvolgente, che ascoltarlo sui monitor del computer è un delitto efferato; sarà per altri motivi che sicuramente chi lo ascolterà potrà individuare a suo piacimento, ma sull’ennesimo tributo a John Coltrane mi viene da dire: ancora uno e poi basta. Questo.

P.S.: il 17 febbraio presentazione dell’album al Bluenote di Milano con Enrico Rava.

Giulio Cancelliere

Intervista con Francesco Diodati

FDiodati_bChe cosa ha a che fare un chitarrista romano, moderno e d’avanguardia con i gatti e la letteratura giapponese? Ho tentato di capirlo andando a vedere un concerto di Francesco Diodati e del suo gruppo Neko, che ha pubblicato il secondo album, Need Something Strong, dopo il precedente Purple Bra, sempre per l’etichetta Auand. Confesso che non è semplice entrare nel mondo sonoro di Diodati, come non lo è entrare nella mente di un gatto (Neko in giapponese) e ho provato a chiedergli spiegazioni.
“Intanto scrivo la musica per Neko pensando esattamente a questi musicisti — Francesco Bigoni al sax tenore, Francesco Ponticelli al contrabbasso e basso elettrico ed Ermanno Baron alla batteria — alle loro attitudini e alla loro abilità. A differenza del disco, dove tutto è più strutturato e stabilito, dal vivo ci prendiamo la libertà di non decidere una scaletta rigida e nemmeno l’ordine dei soli durante i pezzi, ma, all’interno di una intelaiatura molto flessibile, nascono spontaneamente idee e sviluppi. Capisco che questo entrare e uscire dai pezzi può essere disorientante all’inizio.”
In effetti, a parte, forse, la cover dei Nirvana, Very Ape e Brilliant Corners di Monk, la sensazione è quella di assistere alla coagulazione nel tempo di decine di frammenti musicali che orbitano attorno, fino al raggiungimento di una forma più identificabile che conduce verso un lungo e, spesso, tempestoso, finale.
Cover cd Diodati - NEKO“Infatti, anche il modo in cui arriviamo al tema è sempre diverso e deriva da spunti che ci scambiamo in tempo reale e non necessariamente partono da me, ma da chiunque del gruppo. Questo sistema mantiene la freschezza del suono e ci diverte.”
Ma come sei arrivato a questa forma che hai dato al tuo jazz?
“Non ho inventato nulla di nuovo, già il quintetto di Davis con Hancock e Shorter partiva da concetti analoghi. Poi, lavorando con altri gruppi, con Marcello Allulli e Ermanno abbiamo cominciato a sperimentare queste forme: interiorizzare i temi e renderli parte di un canovaccio da sviluppare sul palco e che ci consenta di dare sfogo alla creatività e di sorprenderci ogni volta.”
Ci vuole una grande sintonia tra i musicisti per riuscire a trovarsi tutti nello stesso luogo musicale e capire dove si vuole andare.
“Senza dubbio. Il gruppo Neko è ormai insieme da cinque anni e càpita anche di trovarsi a suonare insieme in progetti paralleli, sia con Ermanno e Francesco Ponticelli, sia con Francesco Bigoni, nonostante lui abiti a Londra, ma col quale ho suonato nel gruppo di Jim Black e altrove. La cosa importante, comunque, è vivere la musica come una cosa viva, in continua evoluzione, tenere le orecchie aperte ed essere sempre pronti a cogliere il suggerimento che arriva da ognuno. In questo siamo sulla stessa onda. Si evince anche dal fatto che con Bigoni non stabiliamo sempre un’alternanza di soli in stile classico, ma c’è uno scambio di idee e suggerimenti continuo.”
Tu e Ponticelli siete piuttosto attrezzati dal punto di vista tecnologico: pedali, elettronica, loopers.
NekoDublino2“Sì, questo è uno sviluppo abbastanza recente, soprattutto per lui, che prima girava prevalentemente col contrabbasso. Ora ricerca molto suoni particolari, effetti elettronici, spunti anomali, che danno un sapore diverso al suono di Neko.”
Il futuro cosa prospetta?
“Un progetto col pianista Enrico Zanisi che sto architettando per cercare nuove forme per la chitarra acustica e poi sto lavorando a nuovi brani con i Neko.
Ma perché Neko?
“Nasce da una mia vecchia passione per Murakami Haruki, lo scrittore giapponese di cui ho letto molte cose, come Dance Dance Dance, L’Uccello Che Girava Le Viti Del Mondo, Kafka Sulla Spiaggia…”
Be’, certe pagine di Kafka Sulla Spiaggia per gli amanti dei gatti non si possono leggere.
“Ho letto anche 1Q84, ma la passione ora è un po’ scemata…”
Capisco, è colpa di quel libro un tantino assurdo.
“Sì, però il nome è rimasto, è breve, suona bene, si ricorda facilmente, ci ha portato fortuna.”
Mai stato in Giappone?
“No, ma conto di andarci prima o poi. Per ora vado in Birmania.”
A suonare?
“Sì, è un progetto tedesco che si chiama Europe Meets Myanmar, in cui sono coinvolto e dopo avere ospitato in Europa musicisti birmani, ora andiamo noi da loro a mescolare la nostra musica improvvisata con la loro.”
Il Giappone è a due passi.

Giulio Cancelliere

Silenziosa(mente) l’audiolibro/6

Cappa e Abril hanno individuato la cabane presa in affitto da Joe Zawinul nel mezzo degli acquitrini della Camargue, ma dentro non trovano lui, bensì il personaggio che li accompagnerà da ora fino alla fine del romanzo. Non solo: nella cabane, dopo uno spavento da infarto, rintracceranno i probabili motivi che hanno indotto Zawinul a sparire. Motivi che conducono fino a Chartres, alla bellissima prima cattedrale gotica di Francia, ricca di misteri esoterici che rimandano agli antichi riti dei druidi celti, alla scuola neoplatonica di Bernardo, alla straordinaria architettura di questo capolavoro che ha resistito quasi mille anni a incendi, guerre, rivoluzioni. E spunta una donna misteriosa che manda messaggi elettronici accennando a In A Silent Way, la più celebre composizione del tastierista austriaco.
Buon ascolto e buona visione