Leonardo a Milano, il genio al cinema

83EC26CF-E557-4501-A330-C9484EEABCC2Se spesso si abusa della parola genio nei contesti più disparati, dall’arte alla letteratura, dalla scienza allo sport, dallo spettacolo alla politica, parlando di Leonardo da Vinci, il termine non è sprecato.
Leonardo Da Vinci, Il Genio A Milano è il titolo di un docu-film prodotto da RaiCom, Codice Atlantico e Skira Editore, che racconta i diciotto anni del suo primo soggiorno alla corte di Ludovico il Moro tra 1482 e 1500 (in realtà ci fu un successivo periodo milanese più breve al servizio dei francesi, nuovi padroni della città), dopo essersi presentato con una lettera-curriculum al nobile Sforza in cui elencava una serie di progetti artistici, scientifici e ingegneristici da mettere in cantiere nel territorio della signoria.
L’ispirazione per il film prende le mosse dalla favolosa mostra leonardesca che nel 2015 fu ospitata a Palazzo Reale in occasione di Expo e che diventa cornice di parte della narrazione per bocca del curatore Pietro Marani, che ne illustra le opere più significative. A lui si affiancano altri esperti e storici d’arte come Maria Teresa Fiorio, Claudio Giorgione, Richard Schofield, Daniela Pizzagalli, Jacopo Ghilardotti, Vittorio Sgarbi, ognuno col proprio punto di vista e focalizzando l’attenzione su aspetti differenti del genio multiforme dell’artista e scienziato toscano.
Ma per rendere più accattivante il racconto e alleggerirne la dimensione meramente didattica – così come era accaduto per il docu-film dedicato alla Scala – i registi Luca Lucini e Nico Malaspina affidano ad alcuni personaggi dell’epoca rinascimentale, lo stesso Ludovico Il Moro, Bramante, Raffaello, Isabella d’Este, Vincenzo Bandello, Cecilia Gallerani, Francesco Melzi e il Salaì, il compito di raccontare il loro rapporto con Leonardo, aprendo il libro dei ricordi, talvolta agro-dolci e mettendoli in rapporto con le opere che hanno avuto la loro genesi e spesso anche il compimento durante quei quattro favolosi lustri, come i ritratti di Lucrezia Crivelli, Cecilia Gallerani e Isabella d’Este (per quest’ultima fu realizzato solo il disegno preparatorio), il Cenacolo, il Ritratto di Musico e La Vergine delle Rocce, il sistema di chiuse dei navigli e le avveniristiche macchine belliche e no, progettate e quasi mai realizzate, i lavori al Castello Sforzesco e gli allestimenti per le feste del ducato. Agli attori Vincenzo Amato, Paolo Briguglia, Cristiana Capotondi, Alessandro Haber, Giampiero Judica, Edoardo Natoli, Nicola Nocella e Gabriella Pession, si aggiunge la voce fuori campo di Sandro Lombardi, che interpreta Leonardo, il quale non compare mai (una scelta registica alternativa alle consuete rievocazioni che ricorrevano all’ormai antico sceneggiato RAI di Renato Castellani interpretato da Philippe Leroy), ma che si racconta in prima persona.
Leonardo Da Vinci, Il Genio A Milano  è il nuovo capitolo della serie dedicata alla grande arte al cinema che sta riscuotendo un enorme successo in tutta Italia, nonostante la programmazione si riduca ufficialmente a soli tre giorni, ma in contemporanea in 250 sale. Anche le scuole stanno mostrando grande interesse per l’iniziativa, molto più accattivante della vecchia e noiosa videocassetta vista in tv che molti ricordano tristemente.

Giulio Cancelliere

MIDJ MILANO MEETING: l’associazione Musicisti Italiani Di Jazz a raccolta a Milano

Sabato 12 settembre il Midj approda a Milano per il MIDJ MILANO MEETING, il primo incontro nazionale dell’associazione nel capoluogo lombardo. Il congresso, organizzato da Antonio Ribatti e Ferdinando Faraò con l’ospitalità del Teatro Sala Fontana e di Ah-Um Milano Jazz Festival, avrà luogo dalle ore 11.30 presso il Teatro Sala Fontana (via Boltraffio 21, Milano). Lo scopo principale del Midj Milano Meeting è quello di gettare le basi per creare forme di azione, concrete e condivise, finalizzate alla valorizzazione del panorama jazzistico italiano. Dopo un’introduzione a cura di Antonio Ribatti, direttore artistico di Ah-Um Milano Jazz Festival e moderatore del Midj Milano Meeting, interverranno: Ada Montellanico (musicista e Presidente dell’associazione Musicisti Italiani Di Jazz), Boris Savoldelli (musicista e referente Midj per la regione Lombardia), Maurizio Franco (critico musicale e coordinatore dei Corsi Civici di Jazz), Enrico Intra (musicista e coordinatore dei Corsi Civici di Jazz), Franco D’Andrea (musicista e componente del direttivo Midj), Ferdinando Faraò (musicista e Presidente Associazione Culturale Artchipel).

Tra gli argomenti principali che verranno affrontati nel corso del congresso: il Midj, la sua importanza e il suo sviluppo in Lombardia, le esperienze We Insist! e quella del 6 settembre a L’Aquila, la SIAE e l’insegnamento nei conservatori e le scuole italiane. Tutti i protagonisti del mondo del jazz nazionale, musicisti, operatori del settore o semplici appassionati del genere, sono invitati a partecipare attivamente al meeting, anche attraverso il dibattito con i relatori, e possono consultare il programma dettagliato del convegno sul sito http://www.ahumjazzfestival.com.

L’ingresso è libero, previa registrazione. È possibile registrarsi on line tramite il seguente link https://www.eventbrite.it/e/biglietti-midj-milano-meeting-18443329495 , oppure inviando all’indirizzo info@ahumjazzfestival.com il modulo d’iscrizione al convegno scaricabile dal sito http://www.ahumjazzfestival.com, oppure direttamente al Teatro Sala Fontana, il 12 settembre, entro le ore 11.

Dianne Reeves in concerto

Official-Photo-1-625x416Dianne Reeves si esibisce stasera, mercoledì 15 luglio all’orto botanico di via Golgi 18 a Milano in chiusura della rassegna Il Ritmo Delle Città, un’interessante kermesse che ha portato in città star internazionali come Randy Brecker, Gonzalo Rubalcaba, Valery Ponomarev, Keith e Julie Tippett, Mike Mainieri, assieme a formazioni e solisti italiani come l’Artchipel Orchestra di Ferdinando Faraò, Fabrizio Bosso, Mario Rom Interzone, Rudi Manzoli Evolving Trio e altri ancora.
Stasera la cantante di Detroit si esibirà con Peter Martin (piano), Romero Lubambo (chitarra), Reginald Veal (contrabbasso) e Terreon Gully (Batteria)

Amo Dianne Reeves, è una delle mie cantanti preferite, con quel suo timbro da contralto, dolce e grintoso, anche se sono più legato alla prima parte della sua carriera, fino alla metà degli anni 90, (a quell’epoca, nella mia personale classifica, se la giocava con Anita Baker, persasi miseramente per strada dopo poco) il decennio in cui soleva sperimentare con la voce e con gli strumenti, grazie anche ai buoni uffici del cugino George Duke, che interveniva come produttore, arrangiatore, compositore, con la sua ghenga di virtuosi della fusion. Successivamente la Reeves ha messo la sua splendida voce al servizio di un jazz mainstream di alto livello, ma più manieristico per certi versi, che le ha dato sicuramente fama e onori, ma non le ha più permesso di sfoggiare quello smalto improvvisativo così originale, che me l’aveva fatta preferire tra molte altre. Dischi come l’eponimo del 1987, Never Too Far del ’90, le Palo Alto Sessions — raccolta di registrazioni ancora precedenti, forse immature, ma strepitose per l’entusiasmo giovanile che esprimevano — I Remember del ’91, restano delle vere gemme del jazz moderno.
Più recentemente, le collaborazioni con Wynton Marsalis, Arif Mardin, la Chicago Symphony Orchestra, i Berliner, il lavoro per il cinema con George Clooney in Good Night and Good Luck, l’hanno spedita nel firmamento delle star globali con diversi Grammy Award nel proprio palmarés.
Negli ultimi anni Reeves ha effettuato tour mondiali con diversi progetti compreso uno dal titolo “Sing The Truth” un omaggio musicale a Nina Simone che vedeva la partecipazione anche di Lizz Wright e Angelique Kidjo.
Si è esibita più volte alla Casa Bianca compresa la cena di stato del presidente Obama  per il presidente della Cina, e in occasione del Governors’ Ball.
L’ultimo album della Reeves ha vinto il Grammy come Migliore Performance Jazz Vocale.
Beautiful Life è il suo primo disco in  5 anni, prodotto da Terri Lyne Carrington e vede la presenza di ospiti come Gregory Porter, Robert Glasper, Lalah Hathaway e Esperanza Spalding. A gennaio di quest’anno Reeves ha partecipato assieme a Paul Simon, James Taylor e Bobby McFerrin ad una serata tribute a Michael Brecker al  Jazz at Lincoln Center.

Giulio Cancelliere

Biglietto intero € 25,00 + prevendita
Biglietto ridotto Area M Card € 12,50 + prevendita
Info concerti:
02/95334292 – 3316085877
http://www.area-m.it
FB: areamusicamilano
Twitter: areamusicami
Prevendite: www.ticketone.it  e www.vivaticket.it

Anche il jazz fa PIL

UJ15_MANIFESTO_1Il luogo è un vecchio capannone abbandonato in via Bramante a Milano, testimonianza di un passato industriale estinto ormai da mezzo secolo a ridosso dell’Isola Garibaldi. Qui l’ombra dei grattacieli di Porta Nuova non si è ancora allungata. Le mura con i mattoni a vista, l’intonaco che si sbriciola, il pavimento di cemento, i lucernari altissimi e persino i rosoni alle pareti, fanno tanto post-post-moderno. È in un luogo così singolare, con una sua spiritualità laica intrinseca, che si è svolta la manifestazione Umbria Experience Opening, per la promozione della Regione Umbria, con tanto di Governatore (-trice?-toressa?) Catiuscia Marini, che illustrava le bellezze della sua terra, introdotta dal padrone di casa Luciano Galimberti, recentemente eletto presidente di ADI, Associazione per il Disegno Industriale, che farà dell’edificio la Casa del Design, una sorta di galleria storica del Compasso D’oro, il premio, da quest’anno internazionale, che l’ADI assegna al miglior lavoro di design a tema (quest’anno Design for Food and Nutrition, com’è ovvio).
Expo è l’occasione per la Regione Umbria, attraverso Umbria Trade Agency, di attrarre investimenti dall’estero, commesse, partnership, in ambito eno-gastronomico, ma anche tessile, meccanico, tecnologico e culturale. Per questo c’era anche la Fondazione Umbria Jazz, col suo presidente Renzo Arbore (“presidente per anzianità di frequentazione del jazz”, ammette lui stesso) e Carlo Pagnotta, direttore artistico di un festival giunto, tra alti e bassi, alla sua trentanovesima edizione. IMG_1333r
Il programma era già stato presentato in altra occasione più specifica e non se ne è parlato in questa sede, se non per citare i grossi nomi di richiamo, soprattutto per i non jazzofili — Tony Bennett assieme a Lady Gaga (biglietti a 165€!), Caetano Veloso e Gilberto Gil, che riformano la vecchia coppia dei “tropicalisti”, i Subsonica e la loro emanazione elettrojazzistica Barber Mouse — ma anche Paolo Conte (a metà strada fra jazz e canzone d’autore), Chick Corea ed Herbie Hancock, Stefano Bollani, Enrico Rava, oltre al trombettista Paolo Fresu e al sassofonista Charles Lloyd, che quest’anno riceveranno una laurea ad honorem dal prestigioso Berklee Fresu rCollege of Music di Boston, che da decenni gestisce le sue clinics a Umbria Jazz. È un programma che da molti anni tiene conto prevalentemente del botteghino e quindi incline all’ecumenismo (il presidente della regione ha detto che “UJ è una risorsa turistica e culturale” e il PIL conta, soprattutto di questi tempi), a dimostrazione che, anche con la cultura si mangia, a differenza di ciò che pensava un ex-ministro piuttosto altezzoso e permaloso. In effetti, l’attuale ministro dei Beni Culturali Franceschini ha chiesto la consulenza di un jazzista come Paolo Fresu (protagonista di una bella esibizione assieme al pianista Danilo Rea) per capire come distribuire un fondo (si parla di 500.000 euro) messo a disposizione dal dicastero, per valorizzare e promuovere il jazz nazionale. Non mancheranno polemiche su come e dove pioveranno questi soldi. A precisa domanda su come si cautelerà da eventuali accuse di “conflitto d’interessi”, Fresu mi ha risposto che se ne infischia delle polemiche.
L’esibizione di Fresu e Rea ha piacevolmente rinfrancato il pubblico dalla calura con una selezione di canzoni — da O Que Sera di Chico Buarque a Autumn Leaves di Cosma, passando per Almeno Tu Nell’Universo, Non Ti Scordar Di Me, E SeIMG_1346r Domani, La Canzone di Marinella, Bye Bye Blackbird — elaborate in chiave jazzistica con la bravura e la freschezza di cui sono capaci i due fuoriclasse, tipici rappresentanti di un’idea di jazz estremamente inclusiva.
Ad un certo punto è apparso in prima fila anche Cesare Romiti, ex amministratore delegato di Fiat, fondatore ed ex presidente di Gemina, la finanziaria che un tempo controllava RCS, fondatore di Impregilo e tante altre cose. Eravamo in piena Chinatown e Romiti, tra le varie, è anche presidente della Fondazione Italia-Cina. Insomma, eravamo quasi a casa sua.

Giulio Cancelliere

Joe Jackson al Teatro Nazionale di Milano

Non sembrano nemmeno passati  30 anni dal capolavoro Night And Day e 29 da quando vidi Joe Jackson la prima volta al Rolling Stone di Milano il 25 gennaio 1983 (ho i miei motivi per ricordarlo): già allora Sue Hadjopoulos zompava sulle percussioni nell’intro di Another World e nella seguente Target, che ancora oggi vengono eseguite in medley assieme all’hit Steppin’ Out. E anche oggi, come allora, Joe Jackson saluta il pubblico al termine del concerto con la sua A Slow Song, l’appello accorato ai dj affinché abbandonino il format omologato e si lascino andare alla passione e al sentimento per una volta. Ripensandoci, forse già allora c’era una luce che illuminava la foto di Duke Ellington sul comodino di Jackson, ma non aveva il coraggio di dirlo – non si era spinto oltre Jumpin’ Jive e la copertina simil-BlueNote di Body And Soul – per non sembrare pretenzioso. Eppure con quella voce sgangherata da monello punk, che non è mai cambiata da Look Sharp a oggi, avrebbe potuto dire qualsiasi cosa e sarebbe stato preso sul serio.  Solo i capelli sono diventati bianchissimi e, quando elegante, sbuca da dietro le quinte e si siede al piano digitale, è un caloroso applauso  di fan vecchi e nuovi che lo accoglie. Il successo controverso di The Duke (ma come si è permesso di rivoltare la sacra musica del Duca come un calzino? Farla suonare persino dal satanico Steve Vai e dallo scandaloso Iggy Pop?) lo ha riportato alla ribalta e l’attacco solitario del brano-manifesto It Don’t Mean A Thing inaugura un concerto per certi versi memorabile. Nessuno, prima di lui, era riuscito a conciliare così armonicamente lo swing di Rockin’ In Rhythm in versione New Orleans twist (sua la definizione con tanto di basso tuba suonato dal bassista Jesse Murphy ) col pop raffinato di It’s Different For Girls (da I’m The Man) e You Can’t Get What You Want (ancora da Body And Soul), l’esotismo di Caravan, cantata in farsi dalla multistrumentista Allison Cornell, con la nostalgia tormentata di Hometown (dal variegato e non fortunatissimo Big World). Anche Duke era un sentimentale (Mood Indigo coi bellissimi assoli di Adam Rogers alla chitarra e Regina Carter al violino) esattamente come Jackson (Be My Number Two, Is She Really Going Out With Him?, con risposte dal pubblico, com’è tradizione); era un testimone del suo tempo (Take The A Train, The Mooche e Black & Tan Fantasy in versione electric jungle) come  Jackson quando canta  We Can’t Live Together puntando il dito contro gli squilibri del mondo. Il musicista britannico si conferma artista intelligente e raffinato, buon cantante (pochissimi i cedimenti vocali) e pianista di gusto, non un virtuoso, ma abile a sufficienza per rievocare le armonie del Duca e organizzare misurati assoli. Standing ovation meritatissima.

Giulio Cancelliere