Il jazz ha i capelli bianchi

Pulcinella-SeveriniTu suoni, io non capisco, mi annoio e me ne vado. Lui suona, capisco quello che fa, mi piace, mi entusiasma, torno a vederlo. La tua conclusione è che tu sei un genio incompreso, lui è un furbetto e io sono un cretino.
Non credo che funzioni veramente così. Non sempre, almeno. È una semplificazione che contribuisce solo a edificare ulteriori barriere, tracciare nuovi confini, aumentare la distanza tra arte e pubblico. Nutre frustrazioni e ignoranza.
Rendiamoci conto che le platee dei concerti jazz e classici hanno un’età media sempre più alta. Le teste grigie, semi-calve o calve sono la stragrande maggioranza e non è un problema di alopecia, ma di anagrafe. L’ incremento dell’aspettativa di vita rischia di peggiorare il panorama.
A differenza del pubblico, la musica non ha età anagrafica, ma quella che effettivamente dimostra. Un interprete di Bach non suona come si faceva nel ‘700, Mozart viene eseguito da compagini orchestrali che all’epoca di Wolfango erano impensabili; l’opera lirica si è modernizzata e solo i vecchi barbogi se ne lamentano. Le esecuzioni “filologiche” sono eccezioni e, come tali, visibilmente indicate. Per non parlare delle rappresentazioni attualizzate, criticabili finché si vuole, talvolta di cattivo gusto, ma se la parte musicale regge, anche una Mimì che muore di overdose ci può stare.
Anche il jazz si è evoluto nei decenni passati, a volte fin troppo velocemente e con risultati che non hanno retto al tempo, ma ora sembra essersi fermato a guardarsi l’ombelico. Le resistenze dei conservatori ci sono sempre state, sia nella critica, sia tra i musicisti stessi, ma ora che anche il pubblico diserta i concerti qualche domanda bisognerà pur porsela, invece di lagnarsi soltanto della poca attenzione riservata alla musica, per così dire, improvvisata.
Rendere più popolare un genere musicale non significa necessariamente snaturarlo. Pensare di proporlo in forme diverse è quanto hanno fatto musicisti illuminati come Miles Davis alla fine degli anni ’60. Certo, forse c’era anche un ragionamento economico dietro l’evoluzione sonora che lo ha portato fino all’isola di Wight nel 1970 sullo stesso palco di Jimi Hendrix, Doors, Ten Years After e Who, ma credo che anche il più idealista dei musicisti odierni non disdegni un ingaggio che gli permetta di pagare affitto, bollette, sostentamento, manutenzione dello strumento e qualche extra. Miles aveva conciliato questo ragionamento con un’urgenza artistica che lo ha fatto diventare il jazzista più famoso al mondo. Facciamogli pure una colpa del successo ottenuto e dei musicisti che ha lanciato in quel frangente, ma tant’è.
Bill Connors, il primo chitarrista dei Return To Forever, mi raccontava qualche anno fa che lasciò la band di Chick Corea quando si rese conto che suonavano a un volume pazzesco e la gente ballava ai loro concerti. “Non facevamo più jazz, ma qualcosa d’altro che non capivo.”
Aveva ragione probabilmente, ma la verità è che Chick, Stanley Clarke, Lenny White sono ancora in giro a suonare e riempiono i club e i teatri, mentre Connors ha vissuto periodi molto bui, anche per ragioni personali e il suo ultimo disco risale a 10 anni fa.
Miroslav Vitous, che insisteva nel dirmi di essere il vero co-fondatore dei Weather Report assieme a Wayne Shorter, lasciò il gruppo quando si accorse che l’influenza di Joe Zawinul stava prendendo il sopravvento e  tradendo i principi sui cui era nata la formazione. Ora, non si può certo affermare che i WR non licenziarono ancora capolavori, nonostante le accuse di “commercializzazione” che piovevano loro addosso da più parti. Naturalmente Vitous è un grande musicista, ma il pubblico su cui può contare è probabilmente un decimo di quello che raccoglievano i WR e, successivamente, Zawinul Syndicate. È vero, la qualità spesso non va d’accordo con la quantità e le ultime band di Zawinul erano composte da musicisti, tutto sommato, quasi intercambiabili, ma il risultato non era certamente scadente. E la musica è comunicazione. La musica ha bisogno del pubblico per avere senso. Se il pubblico non c’è, qualcosa non ha funzionato nella comunicazione.
Frank Zappa è stato colui che per primo ha piazzato davanti al pubblico del rock un’orchestra sinfonica che eseguiva le sue partiture tutt’altro che facili per una platea non avvezza (ma anche per quella avvezza) e pure lui divideva il pubblico quando passava da Lumpy Gravy a Apostrophe, da The Grand Wazoo a Sheik Yerbouti, da Just Another Band From L.A. a Shut Up ’n’ Play Yer Guitar, ma sapeva interpretare i tempi restando se stesso e mutando semplicemente la forma.
Mattia Cigalini, qualche anno fa, ha pensato bene di rileggere i suoi tempi in chiave jazzistica e ne è nato un lavoro, Beyond, e un tour che avvicinava, almeno nelle intenzioni, il pubblico del pop di Beyoncé, Katy Perry, Jennifer Lopez, con quello del jazz, molto meglio e meno dispendiosamente di quanto non abbia fatto chi ha messo assieme Lady Gaga e Tony Bennett. Il primo era un esperimento musicale da parte di un musicista che provava a rinnovare la musica; la seconda una triste rappresentazione di incompetenza e ipocrisia. Mi chiedo, perciò, a cosa serva arroccarsi su posizioni intransigenti quando il mondo va in un’altra direzione. Forse si potrebbe trovare una posizione artistica di mediazione, come molti jazzisti già fanno, guarda caso quelli che si lamentano meno, poiché si rendono conto che gli anni ’40 sono finiti da 70 anni e vivono il cambiamento da protagonisti cercando di condizionarlo, invece di subirlo solamente. E, tristemente, lamentandosene.

Giulio Cancelliere

Mattia Cigalini on the road

StreamRisorsaMattia Cigalini è uno di quei musicisti inquieti, e talvolta inquietanti, che mi piacciono, perché non stanno mai fermi, mettono le mani dappertutto, provano cose nuove, sperimentano (a casa, non in pubblico, dove arrivano già preparati e strutturati) senza tema di dissacrare musiche e contesti, sempre con l’intento di spingere l’arte un po’ più in là, dove ancora nessuno si è avventurato. La sua breve (è giovanissimo), ma già intensissima carriera ne è una prova evidente.
Tra poco vedremo il sassofonista di Agazzano di nuovo dal vivo impegnato in due progetti.
Astrea: con Gianluca di Ienno, pianoforte e tastiere; Nicola Angelucci, batteria.
Sarà in scena il 28 febbraio alla Casa del Jazz di Roma alle 21:00
http://www.casajazz.it
DS_9777Il repertorio del gruppo è composto esclusivamente di brani originali, forgiati in un sound di stampo moderno, innovativo e aperto a 360°, caratterizzato dall’assenza del basso, scelta piuttosto inconsueta e sorprendente.
Il secondo progetto, Italians Melodies in Jazz, più classico, ma non meno interessante, lo vede al fianco del chitarrista Luigi Tessarollo, con Paolino Dalla Porta al contrabbasso e Manhu Roche alla batteria. Il concerto sarà incentrato sugli arrangiamenti di grandi successi della musica leggera italiana, temi di matrice folcloristica, canzoni d’autore, in un rincorrersi di rimandi storico-musicali all’insegna del jazz più vivace e coinvolgente, contenuti nell’omonimo album uscito nel 2010.
Durante il tour, il quartetto inciderà per l’etichetta Abeat un nuovo album.
Queste le date:
10/3 Dolomiti Ski Jazz Castello di Fiemme (TN)
12/3 Salumeria della Musica Milano
13/3 Arci Virgilio Club Mantova
14/3 Ricomincio da Tre Jazz Club Corciano (PG)
15/3 Al Vapore Venezia
17/3 Art Blakey Jazz Club Busto Arsizio (VA)

                                                                                                 Giulio Cancelliere

Stray Cat Reviews/1

Inizia oggi una nuova rubrica. In linea con i tempi che privilegiano la parola detta nei confronti di quella scritta, il cui primato non è comunque in discussione, sto sperimentando un tipo di comunicazione che non avevo mai preso in considerazione. Dopo un’esperienza quasi trentennale di radiofonia, vediamo come me la cavo col video, che, tra l’altro, mi permetterà di essere più puntuale con le segnalazioni. Fatemi sapere se vi piace. Le critiche servono a migliorare. Comunque so dove abitate. Comincio con tre dischi molto diversi.

Mattia Cigalini
Beth Hart
Debora Petrina