Mia Martini: Io Sono Mia

I biopic sembrano un’invenzione moderna, ma esistono da quando c’è il cinema (Napoleon di Abel Gance è del 1927, il primo lungometraggio su Giovanna d’Arco è del 1913). Ken Russell ne creò un genere personalissimo con Liszt, Mahler, Tchaikovsky, Rodolfo Valentino, travalicando la realtà, trasformandola in visione.
Eppure i biopic, nonostante le esigenze di sceneggiatura costringano ad omettere, sintetizzare, selezionare fatti, eventi e sentimenti, scontentando spesso i fan e non informando esaustivamente i semplici spettatori, hanno un pubblico piuttosto fedele, basti pensare a quante “fiction” siano state prodotte per la televisione negli ultimi decenni. Se poi si tratta di musicisti è il cinema a farla da padrone e il successo di Bohemian Rhapsody è solo l’esempio più recente.
Ora cinema e televisione si sono associati e già l’anno scorso hanno partorito quel Principe Libero che raccontava un tratto di vita artistica e privata di Fabrizio De André. Dato che la squadra vincente non si cambia, Rai e Nexo Digital ci riprovano con lo sfruttamento multi-piattaforma (il passaggio al cinema per tre giorni e poi la trasmissione in tv dopo qualche settimana) con un altro personaggio tra i più controversi e, per certi aspetti, di ancora più difficile lettura.
Il corpo di Mia Martini fu trovato il 14 maggio del 1995 nella sua casa di Cardano al Campo, in provincia di Varese, ma la morte risaliva a due giorni prima. In realtà Mimì, come era affettuosamente chiamata dagli amici e dai fan, era morta già almeno un paio di volte, artisticamente parlando, a causa di un ambiente musicale che non accettava il suo desiderio di indipendenza e autonomia artistica e che la espulse come un corpo estraneo col sistema della maldicenza per oltre un decennio, fino al 1989, quando tornò trionfalmente a Sanremo con Almeno Tu Nell’Universo, una canzone scritta ventisette anni prima, all’epoca di Piccolo Uomo, da Bruno Lauzi e Maurizio Fabrizio. Ma non bastò, evidentemente.
Mia Martini rivive ora nel film Io Sono Mia grazie a un’ottima Serena Rossi che le restituisce voce e fisicità con un’efficacia straordinaria.
Il film è diretto da Riccardo Donna e sceneggiato da Monica Rametta, che si è avvalsa della consulenza di Loredana e Olivia Bertè (sorelle di Mia), oltre che, presumibilmente, della testimonianza di amici e persone che l’hanno conosciuta e frequentata.
L’espediente narrativo escogitato per il lungo flashback che anima il film è un’intervista non cercata, ma poi pretesa, da parte di una svogliata giornalista (Lucia Mascino) inviata al festival dell’89 per incontrare Ray Charles (poi il pezzo lo farà un collega), che si trova di fronte a una Mia Martini altrettanto annoiata e disillusa, ma che comincia a raccontarsi: dalle prime passioni musicali adolescenziali, osteggiata da un padre autoritario e manesco, al trasferimento a Roma con madre e sorelle per provare ad avviare una carriera. Fino a quando non viene notata in un jazz club dall’impresario Alberigo Crocetta che le apre le porte dell’industria discografica e le consente di farsi conoscere, apprezzare, premiare (vince due Festivalbar di seguito e innumerevoli altri riconoscimenti internazionali). Ma col successo – forse a causa della vendetta di un impresario sdegnosamente rifiutato da Mimì (lei stessa, in una intervista ad Epoca del 1989 ne fece nome e cognome, ma nel film indicato come Tino Notte) – nasce anche la famigerata nomea di iettatrice, che, da sussurro quasi scherzoso, diventa letteralmente “un rombo di cannone”, fino a oscurarne la splendida voce e la luminosa stella. Non bastasse, una vita sentimentale turbolenta (Ivano Fossati ha preteso di non essere nemmeno citato nel film, così come Renato Zero) rappresentata simbolicamente dalla storia d’amore fittizia col fotografo Andrea, un carattere che accetta a fatica i compromessi, artistici e no, il rischio di perdere la voce a causa di noduli alle corde vocali, che la costringono dopo un’operazione a rieducare il proprio strumento, non fanno che minarne l’equilibrio psicofisico fino a temere di non rimettere assieme i cocci della propria vita, artistica e umana.
Il regista Riccardo Donna, con un passato da musicista, ha operato una ricostruzione meticolosa dell’ambiente musicale degli anni ’70 e ’80, con strumenti e suoni d’epoca (tutti i pezzi che si sentono nel film sono stati registrati ex-novo con apparecchiature analogiche) e persino le copertine dei dischi e le locandine dei concerti mostrate, ristampate per l’occasione, ritraggono il volto dell’attrice.
Ma dicevamo di Serena Rossi, che si è trasformata in Mimì apparentemente senza sforzo, in virtù di una voce potente ed espressiva (ovviamente, ricantando alcuni dei suoi successi non ha potuto riprodurre il “graffio” post-operatorio degli anni ’80 e ’90, tuttavia non se ne avverte la mancanza), ma anche di una capacità di entrare nel personaggio vivendolo, senza tentare di imitarlo, con una naturalezza sorprendente: certi sguardi di traverso, il modo di muovere le mani, di sorridere, di tenere in braccio il mitico cagnolino Movie, i suoi cento volti incorniciati dai lunghi capelli biondi di Piccolo Uomo e Minuetto fino ai ricci neri di Almeno Tu Nell’Universo, sono quelli di Mimì.
Personaggi di fantasia ed emblematici si mescolano a quelli veri: Bruno Lauzi, Franco Califano, Crocetta, il discografico Roberto Galanti, l’amica fedelissima Alba, Charles Aznavour, Giuseppe Berté, il padre-padrone col quale parve fare pace dopo anni di lontananza e conflitto di sentimenti e, naturamente, Loredana, interpretata da un’estrosa Dajana Roncione.
Le omissioni sono tante, come già sottolineato – i salti temporali, le cadute e i tentativi di rialzarsi, gli incontri con autori e produttori che tentano di rilanciarla nel suo decennio più nero (Shel Shapiro, ad esempio) sono voragini aperte nella storia di questa grande artista – ma la produzione, firmata dalla Eliseo Fiction di Luca Barbareschi con Rai Fiction, ha cercato di restituire l’essenza di un personaggio complesso, contraddittorio, coraggioso, ma estremamente fragile, frantumatosi contro il muro del pregiudizio.
Il film sarà al cinema il 14-15-16 gennaio. In televisione sarà trasmesso a febbraio.
Qui l’elenco delle sale selezionate e il trailer.

Giulio Cancelliere

(ph Bepi Caroli)

 

Quando Mimì cantava il blues

mimcompagniHo due ricordi personali di Mia Martini: il primo risale al 1983, quando fece quel doppio memorabile concerto al Ciak di Milano il 22 e 23 ottobre di quell’anno, documentato nel disco Miei Compagni di Viaggio. Andai a entrambi gli spettacoli e fu un’esperienza fantastica, sia perché non l’avevo mai vista dal vivo, sia perché affrontava un repertorio straordinario che andava da Hendrix a Chico Buarque, da De Gregori a Lennon, da Juan Manuel Serrat a Randy Newman con una band strepitosa e ospiti eccezionali. In occasione dell’uscita dell’album presenziai a un’intervista, senza partecipare più di tanto, realizzata da Giada de Gioia, ai tempi in cui lavoravamo assieme alla radio. Naturalmente Mimì si lasciò andare a dichiarazioni molto schiette sulla musica, sui musicisti, sulla sua vita privata (Fossati in primis) e così via, alla vigilia di un silenzio durato sei anni, fino al 1989, quando riapparve a Sanremo con Almeno Tu Nell’Universo, canzone che mi ha sempre lasciato un po’ perplesso poiché non rappresentava la sua vera anima musicale, ma dall’importanza innegabile per l’ultima parte della sua carriera.
Il secondo ricordo credo che sia del ’92, non saprei precisare meglio la data. Mimì aveva in programma un concerto allo Smeraldo di Milano. Era tornata popolarissima grazie alle partecipazioni televisive. Mi accordai col suo addetto stampa per un’intervista, che si tramutò in un pranzo al ristorante “Il Grattacielo” in via Vittor Pisani a Milano. Le chiesi se potevo accendere il registratore mentre parlavamo e lei acconsentì. Purtroppo quella cassetta è andata perduta durante il trasloco che feci di lì a poco e l’intervista rimase inedita, perché non interessava alla rivista con cui collaboravo allora. Un’ora e mezzo di racconto scomparso nel nulla. Ricordo che parlammo un po’ di tutto: della sua carriera, della sua famiglia, dell’incidente automobilistico che fornì il pretesto per le malvagie dicerie sul suo conto, ma nel quale lei perse due amici. La sera successiva ci fu il concerto, ma la cosa più interessante fu l’incontro in camerino dopo l’esibizione: c’erano anche i suoi genitori, venuti a vederla in concerto. C’era suo padre, quella specie di orco — quella era la sua immagine proiettata al pubblico attraverso canzoni, interviste, biografie — il professor Berté, che, tra le altre cose, aveva bocciato vent’anni prima mio fratello alla maturità scientifica. Glielo dissi e lui, per tutta risposta, ringhiò: “Se ho bocciato suo fratello si vede che se lo meritava.” Prevedibile.
Quello fu il periodo in cui Mia Martini si riavvicinò alla famiglia, al padre in particolare, trasferendosi a Cardano al Campo, in provincia di Varese, dove trascorse gli ultimi anni e dove morì.
In realtà la rividi per un attimo, ma non riuscii a raggiungerla circondata com’era da amici e fan, una sera in cui al Capolinea di Milano si esibiva Diane Schuur.
Ogni tanto, quando tento di mettere in ordine le mie cose, frugo in qualche scatolone per vedere se ritrovo quel nastro, ma finora senza risultato. Non tanto per poter dire di possedere un’intervista inedita, ma per risentire le cose che mi aveva raccontato spontaneamente come si fa quando si mangia assieme, con quella voce così particolare, che dopo l’operazione alle corde vocali aveva subito una singolare trasformazione, diventando più bronzea, profonda, drammatica, blues. Perché Mimì cantava il blues con uno stile che metteva i brividi e se il blues in Italia portava un nome, quel nome era Mia Martini.

Giulio Cancelliere

Intervista con Giua e Armando Corsi

Lei, Maria Pierantoni Giua, ha trent’anni, è di Rapallo, cantautrice e chitarrista, sin da giovanissima rivela un precoce talento che la porta ad ottenere numerosi riconoscimenti (Lunezia, Castrocaro, Recanati, Mantova Music Festival), compresa una partecipazione lampo al Sanremo nel 2008, ma anche al più prestigioso premio Tenco che si svolge nella stessa località. Un disco eponimo, nello stesso anno, prodotto da Beppe Quirici e Adele di Palma e numerose collaborazioni con Riccardo Tesi, Avion Travel, Pippo Pollina, Oscar Prudente, Carlo Fava, Gnu Quartet.
Lui, Armando Corsi, di anni ne ha sessantacinque ed è sulla scena da almeno quaranta: partito dalle osterie della natìa Genova è approdato in latinoamerica dove ha acquisito quel vocabolario musicale meticcio che si parla in tutto il mondo e che gli ha permesso di dialogare con Paco De Lucia, Eric Marienthal, Ivano Fossati, Bruno Lauzi, Anna Oxa, Elio Rivagli, Samuele Bersani. Pubblica nel 1995 Itinerari, a cui fanno seguito un’altra decina di album, in studio e dal vivo, tra cui Duende, Buena Suerte e La Via Dell’Amore, con il grande amico Beppe Quirici, scomparso tre anni fa. Nel 2010 esce Alma, una rivisitazione molto personale del fado.
Insieme, Giua e Corsi, sembrano due personaggi letterari appena sbucati da un romanzo di Garcia Márquez e la magia che riescono ad evocare con il loro disco TRE, un quasi doppio, visto che il primo CD consta di ben quindici pezzi originali, mentre il secondo di sole sei cover, completa l’immaginario dello scrittore colombiano che ho in mente.
AC: In effetti siamo una strana accoppiata, eppure la differenza d’età non la sentiamo.
G: O comunque non è un obiezione.
AC: soprattutto dal vivo in concerto è tutto molto fresco e naturale.
Ma cosa vi ha fatto trovare, a parte il fatto che tu Giua sei sua allieva di chitarra? Cosa vi ha fatto pensare di creare questo sodalizio artistico?
G: Per quanto mi riguarda, a parte i gusti musicali in comune, ciò che mi ha attratto in Armando è la libertà che mi trasmette e in cui mi porta, nel senso che è la persona con cui mi sento più libera di tirare fuori quello che sono davvero e modificarlo.
Ti sei mai sentita in soggezione di fronte al maestro e timorosa di fare qualcosa fuoriposto?
G: No, e per due motivi: sono piuttosto presuntuosa e volonterosa di imparare e scoprire quello che so fare; inoltre, Armando non ha mai imposto la sua esperienza e la sua autorevolezza in modo tale da creare questo severo rapporto maestro-allieva.
AC: è così, in effetti, io non ho quel carattere che si impone e lei è libera di esprimersi come vuole. E il disco stesso è la testimonianza di quanta libertà ci sia nella nostra musica.
Non c’è dubbio che sia un disco liberissimo, anche perché avete fatto una scelta che più anti-commerciale non potrebbe essere: un disco quasi doppio, acustico, quasi tutto di inediti. Col materiale che avete messo in TRE potevate fare due dischi, non uno.
AC: Ma certo, significa che abbiamo avuto la fortuna di osare ad essere noi stessi.
Avete anche messo canzoni brevi, scarne, con pochi strumenti. Ci sono delle gemme straordinarie che brillano per pochi istanti e lasciano lunghe scie luminose, sia tra gli inediti, come le struggenti Gru Di Palude e Penelope, le divertenti Totem E Tabù e Wonderwoman, la pseudo-rap Pop Corn, e i pezzi strumentali di Armando come Belem e La Culla Di Giunco, sia tra le cover come Volver di Gardel e La Casa Nel Parco, una straordinaria intuizione poetica di Bruno Lauzi.
AC: Perché il segreto è togliere, non aggiungere ed è la cosa più difficile da fare.
Quanto avete impiegato a concepire e realizzare il disco?
G: Era da anni, da quando abbiamo cominciato a suonare assieme, che avevamo in mente di mettere su disco questa nostra esperienza. Siamo arrivati in studio con alcuni pezzi già pronti, miei e suoi, altre cose sono nate sul momento e in dieci giorni abbiamo registrato trenta pezzi.
Significa che avete pronto un altro album, sostanzialmente.
G: In teoria sì.
C’è un’altra cosa che mi viene in mente quando vi vedo e vi sento suonare. Sarò anche suggestionato dal fatto che siete entrambi liguri, ma io sento il mare nella vostra musica. È possibile?
AC: È un onore per me che tu lo dica.
G: Anche a me fa molto piacere, perché il mare è nel nostro immaginario, il mare è viaggio, è porto, è arrivo, è partenza. È una frequenza costante.
AC: Il mare te lo porti dentro e gira sempre in quello che fai, che pensi, che scrivi e suoni.
Anche a Sanremo c’è il mare.
AC: Eccome, è una bella cittadina, ma se intendi il festival, non ci sono mai stato.
G: Io sì, come sai, l’ho fatto una volta e poi più.
Come il morbillo e la scarlattina.
G: Qualcosa del genere. Me l’avevano presentato come qualcosa che devi fare assolutamente, pena la non esistenza nel panorama musicale. Col senno di poi, posso dire di essere stata contenta di avere fatto Sanremo, perché mi ha fatto capire quali sono le cose che non mi piacciono, il volto che non voglio vedere del music business, mi ha mostrato la direzione da prendere: se Sanremo serve a mostrarti ad un pubblico molto vasto per quello che sei veramente, allora mi sta bene, ma considerarlo una meta, un punto di arrivo, al costo di omologarsi e tradire se stessi e la propria musica, non è quello che cerco per la mia carriera artistica.
Tuttavia avete fatto una scelta di indipendenza che costa in termini di fatica e risorse.
AC: Certo, ma per quella poca esperienza che posso vantare, non c’è quasi più nessuno che goda di una struttura veramente organizzata come accadeva un tempo, che consenta all’artista di occuparsi solo di arte e di progettare la sua carriera con una certa sicurezza. Oggi i cantanti, i musicisti, sono carne da macello: passano uno dopo l‘altro sotto la scure del mercato e se non colgono al volo l’occasione non ne avranno un’altra.
G: Un disco così non l’avremmo mai fatto se avessimo ragionato in termini di mercato o di ricerca di fiducia in un direttore artistico discografico. Alla fine ci siamo arrangiati con i nostri mezzi.
In realtà, se un tempo il successo era la giusta combinazione tra talento e fortuna, oggi mi pare che il talento abbia un valore relativo e si conti molto di più sull’altro elemento. Venendo qui da voi sono passato davanti ad alcuni locali che conosco da anni e li ho visti zeppi di slot machine con file di persone in attesa. È il fatalismo che impera, non la messa a frutto di capacità e competenze.
AC: Il valore del lavoro, dell’impegno si è perso, mentre bisogna scrivere canzoni, provarci, scrivere e riscrivere e tenere quello che vale e buttare quello che non serve.
Tornando al carattere delle canzoni che eseguite, vostre e altrui: oltre al mare e al mondo latino, si avverte l’assenza di quello anglosassone. Ne siete così lontani?
G: Probabilmente sì.
AC: In effetti il suono della nostra musica ha poco di anglosassone, anche se c’è una canzone come Alberi, in cui si avverte un atmosfera newyorkese anni Cinquanta, un po’ da Central Park autunnale, poi contraddetta dall’organetto diatonico di Riccardo Tesi che ci fa volare a Parigi a tempo di valzer. A New York ho vissuto a lungo, ma la mia formazione è latinoamericana, Giua ha un padre venezuelano e ha respirato sin da piccola quel clima, quella musica.
Giua è un cognome venezuelano?
G: No, sono i miei nonni che sono emigrati in Venezuela. Giua, in realtà, è un cognome sardo. Mia nonna, siculo-sarda, è emigrata in Venezuela con mio nonno marchigiano e mio padre ha acquisito i due cognomi Pierantoni Giua ed è tornato in Italia.
C’è un altro personaggio che vi accomuna: Beppe Quirici, bassista, compositore, produttore, più conosciuto dagli addetti ai lavori che non dal pubblico. Mi dite qualcosa di lui?
G: Per me è stata una figura di riferimento importante, quasi come un secondo padre. Ho lavorato con lui dal 2003 fino a quando è mancato. Era autorevole e anche autoritario nel suo essere sobrio e riservato. Mi ha insegnato tante cose e tuttavia negli anni ho dovuto rivedere alcuni concetti che mi aveva trasmesso, romperli, riesaminarli e farli miei. Come abbiamo scritto nel disco, Beppe è sempre presente per noi, con la sua musica, il suo pensiero, i suoi pregi e difetti.
AC: Beppe veniva ad ascoltarmi suonare che aveva diciotto anni, circa quarant’anni fa. Siamo diventati amici veri. Mi manca, ho la sua foto ancora nel portafoglio.
Ma che tipo di musicista era?
AC: Gli piaceva la bella musica, non le vie di mezzo: o il bianco o il nero. E io condivido questa visione, che non significa non mettersi in discussione. Quando ho suonato con Paco De Lucia in televisione, la prima persona che ho chiamato quando sono tornato a Genova è stato Beppe, per sentire cosa ne pensava. Era una persona spessa, per lui l’usa-e-getta non esisteva. Mi manca il suo numero di telefono che compariva di frequente sul cellulare.
Parlando  di strumenti, usate quasi esclusivamente chitarre acustiche, ma Armando usa anche una bella elettrica semiacustica. Cos’è?
AC: È una vecchia Epiphone di quelle che non fanno più, con la leva.
Ma adesso le hanno riprese. Le ho viste in giro.
AC: Guarda, non lo so, so solo che l’ho comparta da un amico che vende chitarre vintage a Sestri Levante e l’ho pagata 250€. Sai, poi il suono lo fai tu, è quello che hai nelle mani. Nel disco ho anche usato una Gibson 175. Sono chitarre che hanno il loro suono specifico, non si può pretendere di più, ma quello te lo danno.

Potete andare a vedere Giua e Armando Corsi qui:

9 marzo: Torino, Teatro Vittoria
10 marzo: Diano Castello (IM), Teatro Concordia
17 marzo: Cuneo, Casa Delfino
21 marzo: Bari, Feltrinelli
21 marzo: Bari, Bohemien JazzClub
22 marzo: Manduria (TA), Fattoria Il Noce
27 marzo: Feltrinelli Express
31 marzo: Parabiago (MI), Biblioteca Comunale

Giulio Cancelliere