Intervista con Davide Borra (Kachupa)

01_FOTO Kachupa_bIn tempi di globalizzazione consolidata non sorprende più una band che mette assieme melodie del bacino mediterraneo con ritmi balcanici, rumba africana, afrori caraibici e canti occitani, ma Kachupa ha una storia del tutto particolare, a partire dalla sua origine gastronomica: Kachupa, infatti, è una zuppa tipica di Capo Verde fatta di verdura, frutta, legumi, cereali e pesce, ingredienti poveri, ma nutrienti, che forniscono l’energia vitale che anima questa band. Ho chiesto a Davide Borra, fisarmonicista e fondatore della band, di raccontarmi la storia di Kachupa, formazione che ha già un disco alle spalle, Gabrovo Express, del 2006, pluripremiato, e ora sta pubblicando Terzo Binario, un cofanetto che comprende un CD e un libro col patrocinio di Slow Food.
“Nasce tutto da un mio viaggio in Africa. All’epoca lavoravo con gli altri musicisti in un gruppo teatrale e la sensazione di libertà, armonia, gioia di vivere che provai suonando la fisarmonica su queste immense spiagge dell’arcipelago di Capo Verde mangiando Kachupa, mi spinse, al mio ritorno, a chiedere agli altri ragazzi di metter assieme un’orchestra per suonare una musica che sintetizzasse queste sensazioni, ma soprattutto, che fosse una musica semplice come la Kachupa, povera, di strada, che tutti potessero recepire.”
E siete diventati una band di strada vera e propria.
“Infatti: la strada è diventata la nostra sala prove, dove capivamo cosa piaceva alla gente, cosa gradiva di più, cosa la entusiasmava.”
Giravate con un carro come le antiche compagnie di teatranti.
“Abbiamo adattato un vecchio carro di un mio prozio a palcoscenico, aggiungendovi una mantovana, colorandolo in rosso, giallo e blu, come un circo, su cui montavamo la batteria, o meglio, la grancassa, perché gli altri tamburi erano in realtà pentolame, forme di budini e tutta quanto si può percuotere, anche questi coloratissimi, un apparato che attirava subito l’attenzione della gente che si fermava ad ascoltarci.”
E dove giravate?
“Abbiamo girato molto in Francia, tutta la Costa Azzurra, sino a Marsiglia. E poi in Italia, soprattutto al sud, tra Puglia e Calabria.”
Dove tra l’altro ci sono antiche comunità occitane, come nelle valli della tua terra in provincia di Cuneo.
02_FOTO Kachupa_b“Certo, l’estate scorsa vicino a Barletta abbiamo incontrato una scuola di danze occitane, con dei ballerini bravissimi.”
Voi siete nati sette-otto ani fa e nel frattempo sono nate anche altre formazioni che sfruttano questa formula che si riassume sbrigativamente con il termine patchanka, ognuna con la sua caratteristica peculiare. Qual è il vostro punto di forza che vi differenzia dalle altre?
“Credo la nostra cantante Lidiya Koycheva, è bulgara e ha una gran voce. Inoltre utilizziamo anche strumenti elettronici, inseriamo nella nostra musica elementi rock, non ci poniamo alcun limite.”
Questo fenomeno di riscoperta della musica folk ha delle analogie con ciò che accadde negli anni Settanta con formazioni quali Nuova Compagnia Di Canto Popolare, Carnascialia, Canzoniere del Lazio, anche Premiata Forneria Marconi per certi versi, anche se su un fronte più prog. Come la spieghi?
“Io credo che sia una reazione all’omologazione imperante: esiste un modello, quello radiofonico imposto dalle major, che pone dei confini alla creatività, anche se molti musicisti vi si adeguano. Altri, invece, decidono di provare altre strade, molto più larghe e spaziose, dove si può provare a rileggere ciò che è stato in passato, con una visione nuova, seguendo quel che pulsa nel cuore.”
COVER_TERZO BINARIO_Kachupa_bOra però anche voi avete fatto dei dischi e qualche condizionamento, qualche compressione l’avrete subita?
“Sì, ma solo fino a un certo punto. Nei dischi abbiamo messo i pezzi che abbiamo scritto e che per anni abbiamo suonato per strada. Li abbiamo arrangiati in modo da dare una veste più rock, se vuoi più moderna e fruibile per un CD, ma stiamo lavorando anche a un progetto più sperimentale basato su suoni e vocalizzi molto free. Comunque nessuno ci ha imposto niente. È tutta roba nostra, genuina e spontanea.”
Il disco esce con un libro che racconta la vostra storia. Come mai?
“L’idea del libro nasce dall’esigenza di raccontare ciò che si muove dietro e attorno alla nostra musica, ma anche una storia che ha qualcosa di straordinario e vuole essere un incoraggiamento per chi non vuole omologarsi a perseguire la propria  idea crativa. La vicenda di Kachupa è emblematica.”
E Slow Food cosa c’entra?
“Carlin Petrini, patron di Slow Food, ci ha spinto a scrivere il libro e ne ha scritto la prefazione. Noi crediamo nella biodiversità, sia nel cibo, sia nella musica, non per niente siamo Kachupa.”
Suonate ancora per strada?
“Qualche volta.”

Giulio Cancelliere

Intervista con Claudio Filippini

FIlippini_Foto A. BoccaliniTra i nuovi talenti pianistici emersi negli anni zero, Claudio Filippini è da annoverarsi in quella sempre più folta schiera di studenti del conservatorio che, parallelamente, coltivano anche un interesse extra-accademico, condizione ormai tollerata da molti insegnanti. Ciò gli ha consentito di mettere a frutto tecnica e preparazione classiche su un repertorio che richiede certamente doti creative, ma anche una buona dose di abilità sulla tastiera. La frequentazione del Columbia College of Music di Chicago, i seminari senesi e i workshop sotto la guida di Kenny Barron, George Cables, Jimmy Owens, Joey Calderazzo, Enrico Pieranunzi, Franco D’andrea, Otmaro Ruiz, Stefano Bollani, Stefano Battaglia, hanno forgiato lo stile di questo pianista pescarese, consentendogli di confrontarsi senza difficoltà con senatori del jazz quali Roberto Gatto, Stefano Di Battista, Giovanni Tommaso, Maria Pia De Vito, Rosario Giuliani, Battista Lena e molti altri.
Il nuovo disco lo vede affiancato da una straordinaria sezione ritmica dalle caratteristiche davvero peculiari, tanto da ispirargli il titolo Facing North, trattandosi del contrabbassista svedese Palle Danielsson e del batterista finlandese Olavi Louhivuori: storico partner di Keith Jarrett nel Belonging Quartet il primo, brillante talento coetaneo di Filippini, già ammirato al fianco di Lee Konitz, Anthony Braxton, Marilyn Crispell, Tomasz Stanko e Susanne Abbuehl, il secondo.
Come è avvenuto l’incontro?
“Ero in un periodo abbastanza complicato musicalmente parlando, tutto ciò che suonavo o componevo mi sembrava scontato e noioso, gli stimoli esterni non aiutavano, poiché non mi piaceva niente. Sono cose che capitano, soprattutto se lavori a lungo con gli stessi musicisti, il suono si cristallizza e cerchi un modo per venirne fuori.”
Facing_North_CoverNemmeno un disco di piano-solo ti avrebbe aiutato?
“No, sicuramente, ero in panne, come si suol dire. Quando mi fu proposto di registrare un disco con Palle e Olavi ho capito che sarebbe stata la svolta che aspettavo. Avevo finalmente un obiettivo e lo volevo raggiungere al meglio della forma, così mi sono fatto coraggio e  ho cominciato a scrivere con un  nuovo spirito.”
Li conoscevi già?
“Avevo incontrato Olavi a Roma ad un festival, ma per niente più che un saluto, mentre Palle l’ho conosciuto personalmente solo il giorno in cui siamo entrati in studio.”
Una bella sfida e un bel rischio. Poteva anche non funzionare.
“Certo, è stato un rischio grandissimo per me e per la CamJazz che se lo è accollato, anche se da subito si è capito che le cose sarebbero andate bene. A parte la comunicazione orale con l’inglese, non sempre scorrevole – spesso facevo prima a suonare le cose che volevo piuttosto che spiegarle – si tratta di persone squisite che ti mettono a tuo agio. In due giorni abbiamo registrato tutto, effettuando pochissime take e scegliendo quasi sempre le prime, più fresche e spontanee.”
Sei arrivato in studio con i pezzi già scritti e arrangiati?
“Sì, in un certo senso, ma suonando con loro hanno assunto forme molto diverse da come li avevo immaginati originariamente, sia i miei, sia quelli di altri autori, che avevo selezionato, come Adele, i Beach Boys, Gershwin.”
Ma cosa ti è piaciuto di questi musicisti?
“Di Palle avevo sempre ammirato il suo stile cantabile sul contrabbasso. La mia formazione è basata molto sull’aspetto ritmico del jazz, molto afroamericano, e il suo stile si discostava da questa matrice. Non sono mai stato un seguace accanito del Nordeuropa musicalmente parlando.”
E di Olavi cosa mi puoi dire?
“Ha delle sonorità spiazzanti, che estrae da un set di batteria assolutamente standard: rullante, tom, timpano, tre piatti e un’infinità di oggetti, aggeggi vari che appoggia su un tavolino accanto alla batteria. Suonavamo nella stessa stanza, ma io ero girato in modo che non gli vedessi bene le mani, per cui mi sorprendeva con dei suoni pazzeschi, che sono un grande stimolo creativo.”
Filippini_PH_ANDREA_BOCCALINICome ti è venuta in mente Adele?
“Chasing Pavements è un pezzo che impazzava alla radio qualche anno fa e me l’ero appuntato, come faccio spesso quando sento una canzone che mi stimola. E poi mi piacciono i contrasti ed ero curioso di sentire come un musicista quale Palle Danielsson avrebbe suonato un pezzo di Adele, che probabilmente non aveva mai sentito.”
Però Adele è della tua generazione, mentre i Beach Boys di God Only Knows sono della mia. Come ci sei arrivato?
“Ho qualche disco, come Pet Sounds, li trovo molto speciali e particolari.”
Lo sai che Charles Lloyd ha suonato molto con loro?
“Ecco il nesso anche con Palle Danielsson!”
Ora fate qualche data con questa formazione: il 5 marzo al Jazz in Eden di Brescia, il 6 al Panic di Marostica e il 7 al Festival Visioni In Musica di Terni. E poi?
“E poi è in programma un altro disco a metà aprile.”
Ancora ai leggendari Bauer Studios di Ludwigsburg?
“Sì, è un posto fantastico, pieno di fascino, un paesino con poche case e questi studi storici dove sono stati registrati molti dischi ECM, compresi quelli del quartetto europeo di Jarrett. L’assenza di distrazioni ti aiuta a concentrarti solo sulla musica.”
Stai diventando un pianista nordico.
“Be’, suonando con loro il mio stile sta assumendo qualche elemento di quel tipo, spazi, silenzi.”
Stai lavorando anche con altri in questo periodo?
“Sto suonando molto col quartetto di Fabrizio Bosso: il 10 marzo saremo all’Auditorium di Roma e a maggio torneremo in Giappone. E poi faccio qualche concerto con Fulvio Sigurtà in duo, piano e tromba. A primavera inoltrata dovrei fare qualche concerto anche con Mario Biondi.”
E da solo?
“Suono poco da solo, ho fatto qualche concerto e anche un album nel 2009, ma non ho grandi spinte in quella direzione.”
Non è obbligatorio, anzi, meglio astenersi se non lo si sente.
“Completamente d’accordo!”

Giulio Cancelliere

Intervista con Luca Sapio

sapio 3Una carriera all’insegna del blues e del soul — con qualche divagazione rock e jazz —, una voce graffiante ed espressiva, credibile sia in inglese, sia in italiano, progetti eterogenei come The Accelerators, Black Friday (con Adriano Viterbini dei Bud Spencer Blues Explosion), i Quintorigo di English Garden e ora questo lavoro solista, Who Knows, sognato da tanti anni. Luca Sapio è la via italiana al soul, non solo come autore e interprete autorevole, ma anche come fine intenditore di questa musica così variegata e ricca di sfumature e correnti.
Che cosa ha dato il via al progetto, cosa lo ha fatto scattare?
La consapevolezza di aver sviluppato una personalità musicale all’interno dello stile. Ho iniziato a scrivere i brani di Who Knows in viaggio, in quel limbo che separa i musicisti da una data all’altra fatto di migliaia di chilometri da percorre in macchina, treno, aereo. Una volta arrivato ad una ventina di idee mi sono confrontato con Mecco Guidi, tastierista e Christian Capiozzo, batterista, che hanno contribuito armonicamente e ritmicamente alla scrittura dei brani.
L’album è prodotto da Thomas TNT Brenneck, figura centrale della nuova scena soul di New York, che ha lavorato con Ceelo, Mary J. Blige, Mark Ronson, D’Angelo, Amy Winehouse. Come è avvenuto l’incontro con lui?
Avevamo un amico in comune, Jared Tankel il co-leader della Budos Band. Abbiamo iniziato a parlare  di una possibile collaborazione e dopo molte vicissitudini legate ad impegni reciproci siamo riusciti ad arrivare nei suoi Dunham Studios di Brooklyn.
sapio37458253924132312203098782981412323181893225889nCome avete lavorato sulle vostre idee? Di chi sono gli arrangiamenti?
Siamo arrivati in studio con dei demo estremamente dettagliati, sebbene arrangiati per organo batteria e voce, Tommy ha messo a fuoco alcune ritmiche e ha arrangiato i fiati.
L’impronta che avete dato al suono, prettamente soul, ma venato di psichedelìa, con questi riverberoni così particolari, è frutto solo della visione di Brenneck o avevi anche tu in mente qualcosa del genere?
Non volevo fare una cartolina del soul Stax, Motown o Hi, volevo un disco che unisse quella psichedelìa americana, figlia del britannico  Sgt. Pepper’s, con il soul del sud degli Stati Uniti, intriso di black gospel e blues.
Avete registrato in analogico con strumenti vintage?
Sì, tutto dal vivo su nastro da un pollice e più che “vintage” direi con gli strumenti giusti. Credo sia difficile ottenere un suono stilisticamente corretto da un riverbero digitale o dai convertitori digitali.
Oltre al CD di Who Knows avete stampato anche un lussuosissimo vinile, che solo a vederlo commuove, anche per la grafica strepitosa. Lo state vendendo bene?
Benissimo.
Ho visto che usi ancora quel microfono artigianale in rame fatto con le vecchie capsule telefoniche per gli effetti più strani, ma quello “quadrato” che usi per cantare la maggior parte dei pezzi cos’è?
E’ un semplice 55s, nuovo. Praticamente ha la scocca del vecchio Shure 55 e monta all’interno la capsula dell’imbattuto Shure 57.
Considerato tutto, pensi sia stato facile per un artista italiano come te, nato quindi ai margini dell’impero, produrre un disco negli Stati Uniti  o è una specie di miracolo?
Sapio 2E’ una questione di credibilità e personalità. Io sono arrivato con le idee estremamente chiare e pur dimostrando di essere un conoscitore dello stile, all’interno di questo c’era qualcosa di nuovo per gli americani, quello che loro hanno definito “italian touch” e che si è trasformato nella divertente etichetta “italian soul”.
Canterai ancora con Quintorigo o è un’esperienza conclusa?
Io sono arrivato nei Quintorigo esclusivamente per un album e il relativo tour. E’ stata un’esperienza molto divertente che però si è conclusa.
E i Black Friday?
I Black Friday sono stati un progetto formidabile. Un disco “old school” e un tour intenso. Un successo inaspettato visto che è stato sempre considerato da tutti e due un side-project.
Ora state partendo per la Germania. Poi?
Poi sarà la volta dell’Inghilterra Who Knows dove sta per uscire.

Giulio Cancelliere

Intervista con Francesco Diodati

FDiodati_bChe cosa ha a che fare un chitarrista romano, moderno e d’avanguardia con i gatti e la letteratura giapponese? Ho tentato di capirlo andando a vedere un concerto di Francesco Diodati e del suo gruppo Neko, che ha pubblicato il secondo album, Need Something Strong, dopo il precedente Purple Bra, sempre per l’etichetta Auand. Confesso che non è semplice entrare nel mondo sonoro di Diodati, come non lo è entrare nella mente di un gatto (Neko in giapponese) e ho provato a chiedergli spiegazioni.
“Intanto scrivo la musica per Neko pensando esattamente a questi musicisti — Francesco Bigoni al sax tenore, Francesco Ponticelli al contrabbasso e basso elettrico ed Ermanno Baron alla batteria — alle loro attitudini e alla loro abilità. A differenza del disco, dove tutto è più strutturato e stabilito, dal vivo ci prendiamo la libertà di non decidere una scaletta rigida e nemmeno l’ordine dei soli durante i pezzi, ma, all’interno di una intelaiatura molto flessibile, nascono spontaneamente idee e sviluppi. Capisco che questo entrare e uscire dai pezzi può essere disorientante all’inizio.”
In effetti, a parte, forse, la cover dei Nirvana, Very Ape e Brilliant Corners di Monk, la sensazione è quella di assistere alla coagulazione nel tempo di decine di frammenti musicali che orbitano attorno, fino al raggiungimento di una forma più identificabile che conduce verso un lungo e, spesso, tempestoso, finale.
Cover cd Diodati - NEKO“Infatti, anche il modo in cui arriviamo al tema è sempre diverso e deriva da spunti che ci scambiamo in tempo reale e non necessariamente partono da me, ma da chiunque del gruppo. Questo sistema mantiene la freschezza del suono e ci diverte.”
Ma come sei arrivato a questa forma che hai dato al tuo jazz?
“Non ho inventato nulla di nuovo, già il quintetto di Davis con Hancock e Shorter partiva da concetti analoghi. Poi, lavorando con altri gruppi, con Marcello Allulli e Ermanno abbiamo cominciato a sperimentare queste forme: interiorizzare i temi e renderli parte di un canovaccio da sviluppare sul palco e che ci consenta di dare sfogo alla creatività e di sorprenderci ogni volta.”
Ci vuole una grande sintonia tra i musicisti per riuscire a trovarsi tutti nello stesso luogo musicale e capire dove si vuole andare.
“Senza dubbio. Il gruppo Neko è ormai insieme da cinque anni e càpita anche di trovarsi a suonare insieme in progetti paralleli, sia con Ermanno e Francesco Ponticelli, sia con Francesco Bigoni, nonostante lui abiti a Londra, ma col quale ho suonato nel gruppo di Jim Black e altrove. La cosa importante, comunque, è vivere la musica come una cosa viva, in continua evoluzione, tenere le orecchie aperte ed essere sempre pronti a cogliere il suggerimento che arriva da ognuno. In questo siamo sulla stessa onda. Si evince anche dal fatto che con Bigoni non stabiliamo sempre un’alternanza di soli in stile classico, ma c’è uno scambio di idee e suggerimenti continuo.”
Tu e Ponticelli siete piuttosto attrezzati dal punto di vista tecnologico: pedali, elettronica, loopers.
NekoDublino2“Sì, questo è uno sviluppo abbastanza recente, soprattutto per lui, che prima girava prevalentemente col contrabbasso. Ora ricerca molto suoni particolari, effetti elettronici, spunti anomali, che danno un sapore diverso al suono di Neko.”
Il futuro cosa prospetta?
“Un progetto col pianista Enrico Zanisi che sto architettando per cercare nuove forme per la chitarra acustica e poi sto lavorando a nuovi brani con i Neko.
Ma perché Neko?
“Nasce da una mia vecchia passione per Murakami Haruki, lo scrittore giapponese di cui ho letto molte cose, come Dance Dance Dance, L’Uccello Che Girava Le Viti Del Mondo, Kafka Sulla Spiaggia…”
Be’, certe pagine di Kafka Sulla Spiaggia per gli amanti dei gatti non si possono leggere.
“Ho letto anche 1Q84, ma la passione ora è un po’ scemata…”
Capisco, è colpa di quel libro un tantino assurdo.
“Sì, però il nome è rimasto, è breve, suona bene, si ricorda facilmente, ci ha portato fortuna.”
Mai stato in Giappone?
“No, ma conto di andarci prima o poi. Per ora vado in Birmania.”
A suonare?
“Sì, è un progetto tedesco che si chiama Europe Meets Myanmar, in cui sono coinvolto e dopo avere ospitato in Europa musicisti birmani, ora andiamo noi da loro a mescolare la nostra musica improvvisata con la loro.”
Il Giappone è a due passi.

Giulio Cancelliere

Intervista con Randolph Matthews

8.2 r“Avevo sette anni e ricordo che un giorno, seduto nella mia stanza, avevo un sacco di musica che mi girava per la testa. Così presi due registratori a cassetta e cominciai a sovrapporre registrazioni dei motivi che mi passavano per la mente. In realtà era solo un gioco e per molti anni non pensai al canto e alla musica in senso creativo. A diciassette anni qualcuno mi sentì cantare pezzi di Marvin Gaye, Peabo Bryson, Lionel Ritchie, Bob Marley e mi consigliò di prendere lezioni e indirizzare meglio quello che lui pensava fosse un talento. Così frequentai insegnanti, seminari e compresi che potevo mettere a frutto questa mia inclinazione. A ventuno anni cominciai a cantare in numerose band, a fare molti spettacoli nei club, ad accompagnare artisti americani ed europei che passavano per Londra, mentre, nel frattempo, lasciai la società di telecomunicazioni per la quale lavoravo, perché sapevo che non sarebbe stata quella la mia strada. Nel 2006 iniziai ad esibirmi da solo e il risultato, per ora, sono centinaia di concerti e due album. L’ultimo è Precious, che contiene le mie esplorazioni musicali più recenti. Questo il mio viaggio nella musica fino a qui.”
Così mi risponde Randolph Matthews quando gli chiedo di raccontarmi brevemente la sua storia, in occasione del suo concerto a Milano qualche settimana fa assieme al chitarrista Alessandro Diaferio, pugliese d’origine, milanese d’adozione, ma trasferitosi a Londra, dove ha incontrato Randolph al Ronnie Scott’s, uno dei club più famosi d’Inghilterra.
Da come la racconti sembra sia stato facile.
3733972138-1“No, non è stato facile. Ho dovuto studiare tanto, cantare, provare, ricercare, esplorare le possibilità della voce per trovare il mio stile.”
In un certo senso sei un cantante soul o hai cominciato come tale. Ma cosa significa essere un cantante soul oggi?
“Soul non è necessariamente una categoria musicale. Il mio stile non deriva esclusivamente da una tradizione, ma cerco di trovare dentro di me, nella mia anima, le emozioni che poi esprimo musicalmente nel modo più personale possibile. In questo senso sono un cantante soul.”
Sei anche un chitarrista.
“Sì, anche se Alessandro suona molto meglio di me. Diciamo che la chitarra mi serve talvolta per accompagnarmi o per scrivere canzoni, anche se la composizione spesso parte da altre fonti, come una linea di basso o un ritmo di percussioni che canto nella mia testa e poi registro con la voce sulla mia loop machine e sulla quale immagino la linea melodica.”
Chi erano i tuoi eroi chitarristici?
“Hendrix, sicuramente, ma anche Wes Montgomery e George Benson, soprattutto per la sua abilità di suonare e cantare contemporaneamente i suoi licks.”
Sei autodidatta?
“Come chitarrista direi di sì, mentre come cantante ho studiato con diversi insegnanti, anche negli USA, ma, soprattutto, ho cantato molto dal vivo, confrontandomi con tanti musicisti.”
6.1 crop rRandolph è un cantante del tutto singolare, che unisce allo stile tipicamente soul, lo scat del jazz, la sperimentazione avanzata di Bobby McFerrin, influenze elettroniche ed etniche, una poetica delicata e un certo umorismo inglese, che lo rendono piuttosto unico nel panorama musicale europeo. L’utilizzo delle macchine, che sovrappongono linee melodiche e percussive in tempo reale, gli consentono di creare orchestrazioni vocali molto particolari ed evocative, soprattutto dal vivo, dove esprime al meglio la sua arte. Precious, il suo lavoro più recente, contiene dodici canzoni originali registrate quasi esclusivamente da solo e risultato della sua meravigliosa creatività.

Giulio Cancelliere

Intervista con Peter Cincotti

Peter Cincotti ph. Burton YountPuò risultare straniante lasciare un musicista che si diletta con Fats Waller e Nat King Cole, Beatles e Blood Sweat & Tears nel 2004, e ritrovarlo otto anni dopo con la stessa faccia da ragazzino (ha meno di trent’anni), ma impegnato in un pop mainstream con i suoni degli anni Ottanta. Tuttavia la musica è un viaggio: il luogo di partenza è noto, ma la destinazione è sconosciuta, tanto meno le tappe intermedie. Peter Cincotti è di New York, viene dalla scuola del jazz, è un talento naturale, ha iniziato a suonare il piano a tre anni e ricorda, per certi versi, il percorso fatto da Harry Connick jr, altro ex bambino prodigio di New Orleans, passato dal jazz della tradizione al pop, al cinema e alla televisione, anche in veste di attore. Il suo ultimo lavoro Metropolis, è un concept solo indirettamente ispirato all’omonimo film di Fritz Lang.
“È stato un processo abbastanza complesso. Non avevo mai visto il film, solo qualche foto e negli ultimi due anni mi ero dedicato alla scrittura di canzoni. Ne avevo composte una trentina. Poi vidi il film e scrissi la canzone Metropolis, che in qualche maniera cercava di unire i fili che legavano alcune delle canzoni che avevo composto attorno a un concetto di società futuribile ipotetica, ma probabile, abbastanza simile alla nostra, moderna, tecnologica, ma con gli stessi problemi di convivenza, sentimentali, di auto-realizazione. In questo il film di Lang era eccellente, perché poneva delle domande che valgono ancora oggi e che io pongo metaforicamente nelle canzoni: per cosa si vive? quali valori perseguire? che tipo di società ci aspetta?”
33862_PeterCincotti_Metropolis_COVER_RGB-1024x1024La title-track termina proprio con un suono antico di pianoforte. Rappresenta il legame col passato?
“Esatto: simboleggia il mondo da cui veniamo e che Fritz Lang in qualche maniera prediceva, anche se poi le cose non si sono realizzate esattamente così, ma è pure il mio legame con le radici, che affondano nel jazz e nella tradizione americana.”
Ti sarebbe piaciuto vivere all’epoca dei tuoi idoli giovanili come Nat Cole, Fats Waller, Shirley Horn, Ray Charles?
“A volte guardo con nostalgia a quei tempi che non ho vissuto, ma che dovevano essere favolosi musicalmente, ma poi chissà, magari se avessi vissuto in quegli anni avrei desiderato essere nato in epoca vittoriana.”
Pensi che viviamo in un’epoca creativa musicalmente parlando?
“È una domanda difficile. Non so risponderti precisamente. Credo che ci siamo molto talento in giro, ma penso anche che gran parte della musica che ascoltiamo sia stata creata da macchine che, pur manovrate da uomini, poco hanno a che fare con strumenti veri. Penso all’epoca di Cole Porter, quando gli autori scrivevano ogni giorno canzoni o agli anni settanta, quando gente come Paul Simon, Billy Joel, James Taylor componeva capolavori che ancora oggi amiamo. Alla radio sento cose che mi piacciono, ma avverto anche una certa freddezza.”
foto Molinari_CincottiAnche tu ha usato l’elettronica in Metropolis.
“Direi soprattutto il produttore John Fields, che ha lavorato molto con le macchine e i suoni software, ma è stato tutto molto spontaneo, nel senso che sceglievamo quello che ci piaceva e, soprattutto, l’abbiamo mescolato a strumenti veri: ogni pianoforte che senti è reale, le batterie vere sono mixate con quelle computerizzate, funzionali al clima futuribile che è al centro del disco.”
Componi prevalentemente al piano o usi anche macchine elettroniche?
“Al piano. Non sono molto pratico di tastiere e computer, anche se tengo sempre aperta quella porta. Ho un’attrezzatura molto semplice che mi permette di fare qualche esperimento sui suoni.”
Qual è oggi il range dei tuoi gusti musicali?
“Vado da Irving Berlin a Eminem.”
Non ci credo che ti piace Eminem.
“Sì, i primi due dischi erano piuttosto originali.”
L’ultimo disco che hai comprato?
Born And Raised di John Mayer.”
So che hai lavorato di nuovo con Simona Molinari, dopo i duetti del suo disco dell’anno scorso.
“Sì, abbiamo lavorato in studio a pezzi nuovi. È bello lavorare con lei, perché è tutto molto spontaneo e naturale. E poi è brava.”
Conosci altri artisti italiani?
“Solo Simona. D’altra parte, dopo avere conosciuto lei non hai bisogno di conoscere altri.”

                                                                                                                Giulio Cancelliere

Intervista con Dino Rubino

Non capita così spesso di innamorarsi di un disco, soprattutto se si ha a che fare con quantità abnormi di musica ogni giorno. Eppure Zenzi mi ha colpito subito per la sua cantabilità, leggerezza e intensità, le caratteristiche peculiari della grande artista sudafricana che l’ha ispirato e che Dino Rubino, pianista e trombettista siciliano, ha infuso nella sua registrazione. Miriam Makeba era tutto questo e il legame col nostro Paese paradossalmente si è consolidato e spezzato nello stesso istante in cui è mancata, subito dopo un concerto a Castelvolturno nel 2008, invitata da Roberto Saviano per un’iniziativa culturale contro la camorra.
Lo stesso “colpo di fulmine” è quello che ha folgorato  Dino Rubino dopo avere letto la biografia di Mama Afrika.
“Non conoscevo la sua musica, ma dopo avere letto la sua storia, la sua vita, il suo impegno, sono andato a sentirla e ho avvertito l’esigenza di fare questo album. Tra l’altro Paolo Fresu mi aveva proposto la produzione di un disco per la sua etichetta Tuk e quando gli ho sottoposto questo progetto ha subito accettato.”
È un disco che assomiglia molto a Miriam Makeba e forse è per questo che mi è piaciuto così tanto, ma anche perché, a differenza di ciò che fanno solitamente i pianisti, non ti sei voluto complicare troppo la vita armonicamente parlando. Mi sembra che fluisca tutto piuttosto spontaneamente.
“È così, in effetti. In realtà non mi piace la musica troppo cervellotica e in questa situazione ancor più mi sono voluto attenere a uno spirito che non stridesse con la musicalità di Miriam Makeba. L’aggettivo cantabile è stato un termine chiave e di riferimento.”
Con Stefano Bagnoli e Paolino Dalla Porta, i musicisti che ti affiancano, hai una consuetudine che ti ha permesso questa spontaneità?
“Suono con loro da diversi anni, da quando, con Francesco Cafiso, avevamo il gruppo 4Out. Poi il quartetto è stato sciolto da Francesco, ma noi abbiamo continuato a suonare insieme.”
Questa cantabilità che ti appartiene viene prevalentemente dall’attività di pianista o trombettista?
“Direi da quella di trombettista, soprattutto per un fatto tecnico: prima di emettere una nota alla tromba te la devi cantare dentro te. Questo ha risvegliato probabilmente un senso melodico latente, che si è riversato anche sul pianoforte.”
Quando hai cominciato a suonare la tromba?
“A quattordici anni. Allora studiavo pianoforte al conservatorio, vidi un concerto di Tom Harrell in un piccolissimo club a Umbria Jazz e al termine dissi a mio padre che volevo suonare la tromba. Così feci. Lasciai gli studi di pianoforte classico, che ripresi e completai solo a ventuno anni. Successivamente ebbi dei problemi ai denti che mi impedirono di proseguire con la tromba per almeno tre anni. Superati anche questi, ora gestisco entrambe le cose abbastanza senza stress.”
Mentre registravi la musica di Miriam Makeba ti è mai venuto in mente Abdullah Ibrahim, il grande pianista jazz sudafricano?
“Altroché, è uno di miei principali riferimenti e avevamo in mente di fargli scrivere le note di copertina, c’era anche un mezzo accordo, ma poi le cose sono andate diversamente.”
Ora che cosa hai in programma?
“Sto suonando molto dal vivo. Ho fatto un tour con Francesco Cafiso e l’Island Blue Quartet in Sudamerica, ho fatto quattro concerti con Enrico Rava in Sicilia in una formazione che prevedeva solo musicisti siciliani.”
Suonavi solo il piano o anche la tromba?                                                                 “Anche la tromba, con Enrico non posso farne a meno, visto che è lui che mi incoraggia sempre. Suonerò con Rava ancora a dicembre. Inoltre ho fatto dei concerti con Steve Grossman e per tutto il prossimo mese ho molti concerti con questo trio di Zenzi. Tra l’altro il 18 dicembre a Milano saremo al Teatro Dal Verme con una formazione che prevede anche due giovanissimi musicisti siciliani, Giovanni e Matteo Cutello, suonano sax e tromba, hanno 11 e 12 anni e sono bravissimi.

Giulio Cancelliere