Intervista con Morgan (2008)

morganMorgan è un artista, non ho dubbi e, in quanto tale, va trattato con un certo riguardo. Perché? Perché è diverso dagli altri, dai non artisti intendo, è audace, coraggioso, forte, ma altrettanto fragile, leggero, tagliente. Questo non significa che sia esente da critiche, ma queste dovrebbero tenere conto della sua condizione di fragilità e trasparenza, che lo mettono in condizione di diventare bersaglio, grosso, facile, immobile. L’artista è nudo di fronte al pubblico, è vero, sincero, genuino. Anche quando finge e interpreta un altro personaggio. Anche quando è se stesso al di fuori della messa in scena che allestisce in veste di artista, con le sue miserie, i suoi drammi, le sue tragedie. A volte l’artista è accusato di non padroneggiare adeguatamente la tecnica, scambiando la tecnica per arte. La tecnica non è arte, la tecnica tout-court è per i tecnici, gli esecutori, gli orchestrali. La tecnica, eventualmente, è lo strumento con cui esprimere l’arte, ma l’arte viene prima, è dentro l’uomo, è preponderante e talvolta, talmente dilagante da travolgere e spezzare quel sostegno tecnico che la regge. Ieri sera Morgan era alla Milanesiana al Teatro Dal Verme, giunto con una mezz’ora di ritardo almeno, mandando all’aria la scaletta della serata, per una performance attorno al tema dell’Ossessione. Non tutto è andato per il verso giusto, lo spettacolo ha avuto alti e bassi, momenti eccellenti e cadute di gusto, queste ultime dovute alla fretta, alla scarsa capacità di organizzarsi, al suo farsi prendere dall’impulso estemporaneo (si porta cento cose, ne usa trenta, a volte quelle giuste al momento sbagliato) e un finale frettoloso. Niente di memorabile, quindi, ma una conferma del carattere artistico e multidisciplinare del personaggio (Elisabetta Sgarbi l’ha definito leonardesco, un’iperbole, ma che ne definisce l’indole), capace di spaziare dalla canzone d’autore a Bach, dal rock alla letteratura, dal romanticismo all’elettronica, sempre con cognizione di causa, consapevolezza e una buona dose di follia. Qui sotto vi lascio una mia intervista che gli feci a casa sua a Monza nel 2008, in un seminterrato zeppo di strumenti musicali, computer, vestiti, oggetti di ogni genere, uno dei posti più strani e interessanti in cui abbia intervistato un musicista.

Per chi è cresciuto e si è formato con l’ondata rock degli anni sessanta-settanta, come chi scrive, è quasi inconcepibile avere una madre fan sfegatata di David Bowie e un padre che, nel tempo libero, per rilassarsi, si culla nella psichedelia dei Pink Floyd, talmente infatuato di Waters e c. da comprarsi l’impianto quadrifonico per ascoltare Ummagumma come era stato originariamente concepito. Eppure, è in questo clima che si è sviluppata la coscienza musicale di Marco Castoldi, in arte Morgan, fisionomia tra il corsaro e il moschettiere del re, nato nello stesso anno – il 1972 – in cui il Duca Bianco incarnava la sua precedente identità extra-terrestre di Ziggy Stardust e proclamava la caduta dell’impero del rock ‘n’ roll, fino a poco tempo fa associato alla locuzione “dei Bluvertigo” o “ex Bluvertigo”, oggi artista autonomo a tutti gli effetti, ma con la mezza promessa che il suo gruppo di maggior successo sta per ricompattarsi.

“Ne abbiamo parlato e ci sono le premesse giuste per rimettere in moto la macchina.”

Una macchina musicale che si è messa in moto prestissimo, se è vero che fin da neonato hai mostrato una certa evidente reazione al ritmo e all’armonia.

“Quando avevo tre anni i miei genitori avevano scoperto che mettermi davanti ad un mangiadischi colorato a volume adeguato e con una pila cospicua di 45 giri, significava tenermi occupato e farmi stare buono, un po’ come si fa oggi con la televisione o i videogiochi.”

Dischi di che tipo?

“Elvis Presley, Bowie, Rolling Stones, Donovan, Pink Floyd, Simon & Garfunkel, Alice Cooper, niente di melenso, rock e psichedelia. Fino a che, nel 78, non vidi Grease, il film con Travolta e Olivia Newton-John.”

Il punto di svolta.

“Sì, perché compresi il concetto di performance e di caché.”

Cioè?

“Fui talmente colpito dalle sequenze, che ne imparai alcune a memoria e cominciai ad esibirmi per gli amici dei miei genitori. Un giorno, sfuggito al loro controllo, lo feci sul sagrato di una chiesa a Varenna, sul lago di Como. Si formò anche un capannello di persone che mi diede delle monetine per dimostrarmi l’apprezzamento. Quando i miei genitori se ne accorsero si arrabbiarono molto e mi costrinsero a restituire il denaro.” 800px-Morgan_Asti_2011

Umiliante, ma anche una sorta di imprinting. Immagino che da allora non l’hai restituito più.

“Infatti.”

Destinato alla musica e allo spettacolo, perciò.

“Sì, ma non credo all’innatismo, penso che tutti gli uomini in salute nascano uguali e sia l’ambiente e l’esperienza che li indirizza. È la mia famiglia che mi ha indirizzato verso la musica e l’arte della performance. A mia figlia Anna Lou (avuta con Asia Argento ndr), ancora nella pancia di sua mamma, facevo sentire il Clavicembalo Ben Temperato attraverso una cassa acustica. Anche quello è imprinting, tanto che, per farla addormentare, oggi devi cantarle una ninna nanna con ritmo e intonazione corretti. In una casa dove si strilla sguaiatamente non ci sarà amore per la musica. Ritmo e intonazione sono le basi fondamentali.”

Hai cominciato tentando di suonare la chitarra da mancino e a dodici anni hai ricevuto in regalo il primo sintetizzatore polifonico Korg. Come è stato questo percorso?

“Ero completamente refrattario all’insegnamento della chitarra,  nonostante avessi già dimostrato una spiccata inclinazione musicale, perché  il maestro mi faceva imparare da destro. Dopo sei mesi di tentativi appesi la chitarra al chiodo. La ripresi successivamente, da autodidatta e da mancino assoluto, imparando le posizioni specularmente, che è molto più facile se ci pensi, perché quando guardi qualcuno suonare, non hai bisogno di girarle, ma solo di ribaltarle, perché le corde sono al contrario. Sono pochissimi quelli che lo fanno: Seal, ad esempio, anche se moltissimi non lo sanno e Jimmy Haslip, il bassista degli YellowJackets. Nel frattempo avevo imparato il pianoforte, che mi ha aperto un universo parallelo: imparavo la musica classica come formazione, la consideravo una palestra per apprendere nozioni e tecnica, da applicare su quella che era la mia vera passione, il rock. Tuttavia, ancora oggi ascolto molta musica classica, soprattutto Bach e novecentisti come Nono, Stockhausen, Stravinsky, Scriabin, tardo-romantici come Scumann e Schubert, ma anche Mahler e impressionisti come Debussy.”

Quanto hai studiato pianoforte?

“Tanto. Quindici anni, almeno. Mi mancherebbero gli esami dell’ottavo e del decimo di Conservatorio.”

Ma cosa facevi a dodici anni con il synth Korg?

“Musica. Avevo un gruppo. A quattordici anni smanettavo già con l’Atari. Obbligavo i miei amici a non giocare a pallone in cortile e a suonare in camera. E se non suonavano spontaneamente gli mettevo in mano uno strumento e lo costringevo a suonare. Ho sempre fatto questo: suonare e organizzare situazioni di gruppo.”

E cosa suonavate o tentavate di suonare?

“Rigorosamente new wave e tutto ciò che la British Invasion di allora rovesciava sul mercato internazionale.”

La seconda British Invasion, dopo quella beatlesiana.

“Sì, ma la prima non l’avevamo vista per motivi anagrafici. E poi a casa mia erano praticamente spariti i Beatles,: tutti i vinili erano bruciati al sole nella macchina di mia zia. C’erano solo i Rolling Stones, Aftermath in particolare, che ho consumato per gli ascolti ripetuti. Comunque, la British Invasion ci aveva travolto e non selezionavamo troppo, andava bene quasi tutto, dagli Ultravox prodotti da Eno ai Duran Duran, dai Thompson Twins ai Joy Division, tutta quella musica che aveva la tipica matrice inglese anni ottanta, fatta di elettronica, tastiere, effettistica, trattamento intenso del suono e della voce e molto chorus sul basso.”

Eppure, nonostante il tono entusiastico che usi parlando di quel decennio, gli anni ottanta sono considerati abbastanza inconsistenti dal punto di vista musicale, rispetto ai settanta, ma anche rispetto al periodo a cavallo, caratterizzato dal punk. Quella new wave, ma più propriamente new romantic, fu un po’ il riflusso del punk. 800px-Marco_Castoldi_Morgan“Il punk non l’ho vissuto troppo, era una musica disturbante per natura e scopo. Mia madre la chiamava musica ossessiva. Lei, appassionata del Bowie più cupo e malato di Low e Heroes, che elogiava la follia colorita del Duca Bianco, per usare una metafora cromatica, considerava il punk “grigio”, tutto uguale, monocorde, bisillabica, monocromatica.”

Vero, tuttavia, l’immagine del punk influenzò fortissimamente tutto ciò che venne dopo, in un momento in cui la musica si cominciava a vedere oltre che a sentire, attraverso i videoclip.

“Infatti, fu anche grazie a quel fenomeno – invece di guardare i cartoni animati seguivo Videomusic – cominciai a pensare di fare il musicista professionista. Per me Nick Rhodes e Midge Ure erano gli eroi Aktarus e Mazinga, il sintetizzatore era l’astronave che i miei coetanei desideravano, il violino midi che vedevo nei video degli Ultravox era la mia alabarda spaziale. Un giorno sono entrato da Ricordi a chiedere se avevano un synclavier. Erano quelli miei oggetti del desiderio.”

Anche se comprendo il tuo entusiasmo per gli anni formativi, non tutto era da salvare e il tempo ha selezionato molto. C’è qualcuno che butteresti dalla finestra? Ad esempio tra Ultravox gestione John Foxx e Midge Ure?

“Sicuramente i secondi. Così come non c’era paragone tra Sex Pistols e Clash. È chiaro che Joe Strummer era un genio rispetto a Rotten e c. I Clash erano in grado di suonare punk, reggae, ska e funky, mentre i Pistols erano ragazzotti qualunque senza arte né parte.”

Be’, erano un’invenzione di Malcom McLaren, raccontata anche nel film, La Grande Truffa Del Rock ‘n’ Roll, che rappresentò la parte mondana del punk, ma anche quella che la maggior parte della gente ricorda, con la navigazione del Tamigi sulle note di God Save The Queen.

“È tipico di certo giornalismo fermarsi in superficie e valutare certi eventi come fenomeni sociali e non come correnti artistiche con una prospettiva di sviluppo. Specialmente i quotidiani con i loro titoli a sensazione. Un cantante che sputa sul pubblico è molto più interessante di uno che canta bene, perché non fa notizia.”

Torniamo a chi salveresti di quegli anni.

“Bowie sempre. In quegli anni usciva Let’s Dance, un album che abbiamo divorato, perché costruito sul giusto equilibrio tra elettronica, new wave, rock, funky. Poi i Culture Club non erano male.”

Gary Numan?

“Grandissimo. L’ho anche conosciuto personalmente.”

Howard Jones?

“Un mito. Il tour di Human’s Lib era favoloso.”

Sì, me lo ricordo, da solo circondato da sintetizzatori, sequencer, arpeggiatori.

“Esatto. E il mio tour invernale è ispirato proprio a quella dimensione. Siamo in due, entrambi al controllo di un set elettronico collegato integralmente in midi, quindi completamente interattivo.”

Uno che esce un po’ dallo schema come Michael Jackson?

“Be’, Thriller era imprescindibile anche per noi che seguivamo la British Invasion.”

Joe Jackson?

“No, troppo “adult”, intellettuale, retrò.”

Nemmeno Look Sharp e I’m The Man?

“No, lo ricordo bene in quella fase, ma non era nel gruppone che seguivamo famelici. Piuttosto penso a Nick Kershaw, grande chitarrista.”

Adam Ant?

“Sì, di una generazione precedente, un padre ispiratore di quella musica. Diciamo che Adam Ant sta ai Duran Duran come Marc Bolan sta a Bowie. Quella “incollatura” che lo fa arrivare prima e fa la differenza. Sai cosa? C’è un disco straordinario che si può considerare il capostipite di quella musica: Avalon dei Roxy Music.”

Il canto del cigno del gruppo di Brian Ferry.

“Sì, ma non di Ferry, che ha proseguito la carriera, soprattutto con Bète Noir. Avalon aveva un sound che ai fan dei Roxy non piaceva, ma ha determinato l’inizio di una nuova fase musicale molto più ampia. A me piacciono i periodi decadenti delle band, quando pare che stiano morendo, ma alla fine vibrano l’ultimo colpo di coda.” Morganwince1

Hai citato Bète Noir e non a caso.

“Infatti, è un disco nel quale la new wave fa un passo avanti tecnicamente. Rappresenta una fase in cui i musicisti professionisti delle sale di registrazione si immergono in questa nuova musica e la progettazione sonora diventa necessità. La new wave diventa musica d’ascolto. Da quella nuova concezione nasce il disco degli Arcadia, in pratica i Duran Duran con ospiti (gente come Herbie Hancock, David Gilmour, Sting, Grace Jones), che era tecnicamente favoloso, il classico disco per musicisti su cui gli addetti ai lavori “godevano” letteralmente.”

Ormai è vent’anni che fai dischi. Con lo pseudonimo di Markooper hai inciso Prototype” e “Dandy bird & Mr contraddiction nel 1987. Tuttavia la tua popolarità nasce coi Bluvertigo, con i quali suonavi il basso e non le tastiere. Come mai?

“Sì, vent’anni, pensa che mi hanno già dato il permio alla carriera nel 2003, il premio Pigro, intitolato a Ivan Graziani. Comunque, è una storia molto lunga. Ti basti sapere che nell’89, dopo l’insuccesso relativo – 12000 copie (!!!) – del progetto Golden Age, recentemente ripubblicato dalla Universal, dovetti reinventarmi. All’epoca suonavo già un mucchio di strumenti.”

Te li ricordi?

“Come no! Ce li ho ancora tutti e li porto in tour: Juno 106 della Roland, il Poly 800, il Casio CZ101, il Crumar Bit 99, l’Elka EK44, quando i sintetizzatori erano anche italiani ed eravamo competitivi, come direbbe Montezemolo. Poi varie batterie elettroniche come la Roland MC505 e la Tr 606, la Korg DD5 e la Roland CR1000. Successivamente la D4 della Alesis. Con quest’ultima, che simulava la batteria vera e con l’Atari, nel 91-92 cominciai a scrivere canzoni in italiano.”

Come mai questa conversione alla lingua nazionale?

“Era il momento. L’impero britannico stava sgretolandosi, in Italia cominciavano a venire fuori gruppi rock come i CCCP, i Litfiba e altri ancora, che cantavano cose interessanti, senza ricorrere al trucco dell’inglese, che ti consente di dire fesserie come se fossero letteratura. Anzi, grazie alla letteratura, quella vera, ho cominciato veramente a mettere cura nei miei testi.”

La folgorazione letteraria?

“Il mestiere di vivere, di Cesare Pavese. L’uso del linguaggio comune della vita quotidiana per comunicare l’essenza vera delle cose. Il primo album dei Bluvertigo, Acidi e Basi, lo scrissi proprio sotto questa influenza della quotidianità raccontata. Lo scrissi nel ‘92 e uscì solo nel ‘95. Ma in quel periodo le tastiere perdevano terreno, c’era in giro il grunge, persino Bowie aveva costituito i Tin Machine, che faceva un rock piuttosto ruvido e i synth volavano dalla finestra. Anche i Black Sabbath e i Led Zeppelin approfittarono di quel periodo per rifarsi vivi. Lì iniziò la demonizzazione degli anni ottanta e il riscatto dei seventies, riveduti e corretti. Io, per far finta di nascondere il mio passato di tastierista, mi misi a suonare il basso.”

Eppure avevate un’immagine che richiamava gli anni 80.

“Ma solo verso la fine. Inizialmente eravamo un gruppo grunge, anche se i miei provini, in cui le chitarre suonavano come i Nirvana, in realtà erano fatti con tastiere e campionatori. Ora me ne vanto, ma allora facevo di tutto per nasconderlo. Avevamo un sound “cattivissimo” che nasceva dalla “odiata” tecnologia. Sembravamo una band da cantina, quando, in realtà, era la reinvenzione di me stesso e la band era stata costruita dopo. Suonavamo nei centri sociali, negli Arci, nei circoli alternativi come un vero gruppo di base.”

Per quanti anni?

“Dieci anni e tre album. Dischi lunghi, elaboratissimi, faticosi. Anche da promuovere. La popolarità arrivò col secondo album – Metallo Non Metallo – mentre la credibilità la acquisimmo col primo, diecimila copie vendute, che costituì il nostro zoccolo duro.”

Metallo Non Metallo non vendette subito.

“No, al quarto singolo – Altre Forme Di Vita – esplose. Costringemmo la casa discografica a far uscire il singolo con un piccolo ricatto e si scoprì così, che l’arco promozionale di un disco può essere molto più lungo delle poche settimane che di solito le etichette impegnano per la propaganda di un prodotto.”

Cosa hanno rappresentato i Bluvertigo nel panorama italiano?

“Hanno aperto una strada nuova per quei gruppi come Tiromancino e Subsonica, che sono riusciti ad uscire dal ghetto del centro sociale senza diventare fighetti da Festivalbar. Hanno conservato una dignità sonora e testuale, ma sono diventati popolari.” morgan-daada-2007

Mentre nel tuo ultimo album, Da A Ad A, tra l’altro bellissimo, si riscontra uno stridente contrasto tra un minimalismo testuale – parli anche qui di cose, oggetti, animali, sensazioni quotidiane, piccoli gesti – e una monumentalità musicale che copre una varietà straordinaria di generi e influenze. Che tipo di parto è stato?

“Oggi nei testi mi interessa parlare delle relazioni tra individui e degli effetti che queste relazioni producono. Non emetto sentenze e non lancio invettive. Nella musica, invece, vivendo un riflusso classicheggiante che mi ha portato a suonare nuovamente Bach, ho ritrovato il gusto dell’analisi e ho scoperto che da poche battute di un compositore barocco posso trarre ispirazione per una canzone moderna. È per questo che sono canzoni poco “chitarristiche”, da strimpellare sulla sei corde. Sono musiche un po’ “parruccone”, se vogliamo, ma mi piace come contrastano con la “semplicità” delle parole.”

Musica e canzoni da “ascoltare”.

“È proprio questo il punto nodale del giorno d’oggi: si è smesso di “ascoltare” musica, siamo circondati da musica funzionale. È vero che un genio come Brian Eno ci ha costruito un impero – la Ambient Music – ma ora si sta esagerando. Mi sto accorgendo che nelle case della gente, anche di quella con una discreta collezione di dischi, non c’è più l’angolo dell’ascolto, quello dove ti rilassi e ti concentri su ciò che stai sentendo e finalmente “ascolti”. La mia musica di oggi è talmente ricca di informazioni che, se non la ascolti, può anche disturbarti. Non la puoi sentire mentre lavi i piatti, studi o dipingi la stanza. Purtroppo tanta gente è abituata a comportarsi così nei confronti della musica e la qualità ne risente. È una questione culturale.”

E quindi?

“E quindi bisogna fare qualcosa. Intanto bisogna smetterla di dire che i dischi costano troppo. I dischi costano, ma per chi li fa e io ne so qualcosa, perché investo, e tanto, sulle mie cose. Se un ragazzo passa una serata in un locale a scolarsi birra e a mangiare pizzette o va in discoteca vestito alla moda, quante decine di euro spenderà in poche ore? E quanti dischi molto più durevoli si potrebbe comprare con gli stessi soldi? Perciò è una questione di scelte culturali: la discoteca il sabato sera o il disco per il resto della settimana? E i genitori del ragazzo saranno più contenti di una scelta o dell’altra? Conosco genitori che si inquietano se i loro figli comprano dischi, perché ritengono siano soldi buttati via. Allora diciamo che se la musica è cultura, e lo è, in Italia  non c’è la cultura per la cultura. In Inghilterra o in Germania si studia molto di più la musica, quasi tutti suonano uno strumento, in tantissime case c’è un pianoforte, la musica gode di una considerazione come da noi il calcio. Ora, è giusto che i ragazzini facciano sport perché fa bene, ma bisognerebbe che passasse il pensiero secondo cui la musica è il calcio della mente, la tiene in allenamento ed è il cibo dell’anima.”

Giulio Cancelliere

Intervista con Roberto Gatto

IMG_1420rIncontro Roberto Gatto al termine di un concerto al Blue Note di Milano col suo Special Quartet (Francesco Bearzatti, sax tenore e clarinetto; Avishai Cohen, tromba; Rosario Bonaccorso, contrabbasso, in sostituzione di Doug Weiss) per presentare il materiale contenuto nel recente album Sixth Sense, pubblicato da Parco Della Musica. Si comincia con un omaggio al recentemente scomparso Ornette Coleman (Happy House) per concludere con Horace Silver (Peace), passando per autori quali Charles Mingus (Remember Rockefeller At Attica), Dave Brubeck (la title-track), Shorter (Lady Day, un pezzo del ’65), Ellington (il blues straziante di Black and Tan Fantasy) e composizioni originali del batterista romano come Unknown Shape e Bonanza.
“È da circa un anno che giro con questa band mentre il disco è uscito solo un paio di mesi fa e, nonostante l’assenza del pianoforte, vedo che il pubblico mostra di apprezzare.”
Ma l’idea del gruppo da dove origina?
“Dalla voglia di suonare con Avishai Cohen, che è un trombettista stellare. Ci siamo conosciuti a New York, dove ho casa da qualche tempo. Lui stava suonando nel gruppo di Mark Turner, mi ha avvicinato – probabilmente mi aveva già visto con Enrico Rava di cui è appassionato – e ci siamo intesi subito sul piano umano e musicale. Ci siamo ripromessi di fare qualcosa assieme e, finalmente, siamo riusciti a far coincidere i nostri tempi, registrare il disco a Roma, all’Auditorium e a fare un primo tour lo scorso anno.”
cover gattoIn effetti pensavo che aveste sparato al pianista per motivi di libertà armonica, considerata anche l’apertura con Ornette, ma poi mi sono reso conto che è più una questione sonora. In fondo siete abbastanza ancorati all’armonia.
“Tutte e due le cose. A volte suoniamo anche piuttosto free, fuori da strutture prestabilite, ma sì, è soprattutto per un fattore di sonorità. Strumenti come il pianoforte e la chitarra coprono una gamma timbrica, dinamica e armonica molto ampia e condizionano fortemente l’economia del pezzo. Solo con strumenti monofonici come i nostri ritroviamo quella libertà per inventare, riempire o svuotare gli spazi. È un po’ come ritornare alle origini della musica, quando con le sole voci, intrecciando le linee melodiche si formavano griglie armoniche. L’importante è ascoltarsi e collaborare al miglior risultato possibile. Certo, se tutti vanno nella stessa direzione alla ricerca del consenso personale e dell’applauso, la musica perde consistenza.”
Mi pare che abbiate raggiunto l’obiettivo. Non si sente la mancanza dello strumento armonico.
“È vero, c’è molta collaborazione tra noi e, nonostante il suono sia piuttosto ostico per gli standard sonori medi, il pubblico apprezza. Non siamo ruffiani. Sai, oggi tutti parlano di Ornette Coleman, ma all’epoca dei suoi primi concerti in Italia, rimanevano tutti molto perplessi rispetto a quel tipo di approccio sonoro, così scarno e spigoloso.
Oggi il jazz è ruffiano?
“Diciamo che non c’è molta voglia di rischiare. Si cerca la strada facile, il già detto, il già sentito, il consenso del pubblico. Io sono convinto che ci sia un pubblico anche per chi prova a proporre un modo diverso di concepire il jazz. Certo, bisogna crederci ed essere onesti, altrimenti non si va da nessuna parte.”
Che aria tira a New York?
“Mi piace molto quella scena. La frequento a livello di club e mi sta dando delle belle soddisfazioni. Suono con musicisti locali, respiro la loro aria, condivido la loro voglia di suonare, un aspetto che qui in Italia abbiamo messo un po’ da parte.”
Cioè?
“Sarà che noi veniamo dalle cantine, dove ci consumavamo le mani per interi pomeriggi a suonare tra amici, ma a me è rimasta quella mentalità. L’amicizia conta molto, la voglia di condividere la creatività, il piacere di suonare solo per la musica. È un clima che qui si è smarrito, è evaporato col tempo, ma l’ho ritrovato a New York.”
Non è un problema di spazi carenti?
Gatto by andreapacioni“In parte, ma i musicisti sono restii a lavorare su un’idea di ricerca e condivisione quotidiana. Questo porta a uno sfilacciarsi dei rapporti, sia umani, sia musicali, a scapito della creatività, mentre la continuità arricchisce moltissimo. Questo succede anche a grandi livelli, non è solo una cosa da ragazzi. A febbraio ho scritto a Pat Metheny, col quale ho suonato diverse volte anni fa in Italia, per comunicargli che sarei stato a New York una ventina di giorni e lui mi ha invitato a casa sua a suonare. Abbiamo passato un pomeriggio bellissimo nel suo studio a suonare, a parlare, a registrare. Solo noi due. Qui in Italia si è persa la voglia di fare queste cose. Si pensa solo al business, che è importante, non voglio nascondermelo, ma lavorare sulla musica lo è di più e richiede tempo ed energie, ma è l’essenza del nostro mestiere. Si campa troppo di rendita.”
All’estero, invece?
“Negli Stati Uniti, ma anche in Nord Europa c’è più coraggio anche di improvvisare eventi musicali partendo da idee estemporanee. Non sto parlando solo di free jazz, ma anche di musica tonale, come ci ricorda Lee Konitz nel libro Conversazioni Sull’Arte Dell’Improvvisatore, in cui parla del recupero dell’improvvisazione totale. Ma questo succede se le menti dei musicisti sono allenate alla creatività.”

 Giulio Cancelliere

Antonio Faraò, capofila del jazz italiano su Verve

VANESSA WILLIAMSIn tempi di recessione come questi, in cui la musica si vende sempre meno, soprattutto in forma di cd, è una piacevole sorpresa assistere al sorgere di una nuova etichetta discografica. Verve, la label jazz fondata nel 1956 da Norman Granz, l’impresario di Jazz At The Philharmonic, che portò la musica afro-americana alla Carnegie Hall di New York, annuncia la nascita di una sorellina tutta italiana, Verve Italy, con lo scopo di valorizzare le eccellenze del jazz nazionale e scoprirne di nuove. Ad aprire la serie è stato chiamato un pianista, che non è retorico definire più famoso all’estero che in Italia, unico nostro connazionale invitato il 30 aprile all’International Jazz Day organizzato dall’Unesco a Parigi. Antonio Faraò, classe 1965, ha iniziato la sua carriera ad appena sedici anni e ha collezionato una serie di collaborazioni stellari, da Joe Lovano a Jack DeJohnette, da Ira Coleman a Jeff “Tain” Watts, da Eddie Gomez a Billy Hart, Marcus Miller, Wayne Shorter, Bob Berg, Mike Clarke, Miroslav Vitous, Lee Konitz, Steve Grossman. Herbie Hancock ha detto di lui che “non è solo un ottimo pianista, ma un grande pianista.” Boundaries è il suo tredicesimo album da leader e, come vuole il focus dell’etichetta, la formazione è tutta italiana o quasi: Mauro Negri ai sax, Martin Gjakonovsky al contrabbasso (l’unica eccezione) e Mauro Beggio alla batteria.
Antonio Faraò_photo credit Sylvie Da Costa2“Era da una decina d’anni che non mettevo in piedi un quartetto tutto italiano. In ogni caso, lo spirito che ho voluto infondere in questa formazione è lo stesso che ispirava il quintetto di Miles negli anni Sessanta: cercare di suonare lateralmente ai brani, non lasciarsi condizionare dalla struttura, ma uscirne a un certo punto per dare libero sfogo all’ispirazione istantanea, che è poi l’essenza del jazz come lo concepisco. Non è un caso che due dei sette brani del disco siano firmati da Tony Williams (Hand Jive) e da Hancock (Maiden Voyage), due membri di quel quintetto, assieme a Shorter e a Ron Carter.”
Una carriera lunga quasi trentacinque anni, ma un numero relativamente esiguo di album da leader.
“Il primo disco lo feci a ventisei anni. Registrare un album per me è il risultato di un lungo processo di riflessione su cosa voglio dire e come. Non mi interessa entrare in sala di registrazione e fare una jam session con qualche standard, giusto per il gusto di suonare. Un disco ha una sua progettualità, resta nel tempo e deve segnare una tappa nella carriera di un musicista.”
Boundaries è anche registrato molto bene.
“Sì, nello studio di Carlo Cantini. Ho finalmente trovato il mio fonico.”
E adesso in tour.
“In giro per l’Italia, compreso Umbria Jazz il 13 luglio, con questa formazione, ma anche in Europa con altri due quartetti, che comprendono Bireli Lagréne, Eddie Gomez e Lennie White in un caso e Gomez, Jack Dejohnette e Chris Potter nell’altro.”
Hai anche un lontano passato elettrico, quando militavi nella band di Gegé Telesforo. A differenza del tuo amico Herbie Hancock non sei più tornato sui tuoi passi.
untitled“Vero, ma ho in mente un progetto che spero di realizzare presto in quel senso. Io non sono mai stato un tastierista, ma il piano Rhodes è il mio strumento elettrico. Ho un Mark I che pesa come un accidente, ma ha un suono stupendo.”
Verve Italy, che prevede di esportare il nostro jazz anche all’estero, sarà il marchio con cui uscirà il nuovo disco di Mattia Cigalini, mentre si parla di un imminente progetto di Stefano Di Battista

Giulio Cancelliere

Prossimi concerti

12-08 | Augsburg Jazz Festival B Lagrène / A Faraò / E Gomez / L White
13-08 | Grey Cat Jazz Festival B Lagrène / A Faraò / E Gomez / L White
14-08 | Cap Ferrat B Lagrène / A Faraò / E Gomez / L White
15-08 | Jazz en Baie B Lagrène / A Faraò / E Gomez / L White
17/18-08 | Ronnie Scott London B Lagrène / A Faraò / E Gomez / L White
19/20/21-08 | Duc des Lombards Paris B Lagrène / A Faraò / E Gomez / L White
22-08 | Uno Jazz Festival Antonio Faraò, Jack Dejohnette, Eddie Gomez, Chris Potter
30-08 | Annecy Jazz Fest Chico Freeman Quartet feat Antonio Faraò, Heiri Kanzig, Mike Baker
09-10 | Lausanne Antonio Faraò Quartet
10-10 | Piacenza Antonio Faraò Quartet
22-10 | Munich Antonio Faraò Quartet
24-10 | Grenoble Didier Lockwood Quartet
29-10 | Bologna Antonio Faraò Quartet

Intervista con Piers Faccini

01Quasi sotto voce e in punta di piedi Piers Faccini, inglese in Francia, nel giro di una decina d’anni e una manciata di album ha fatto dell’Italia la sua terza patria (peraltro parla piuttosto bene la  nostra lingua), dove conta una folta schiera di fan fedeli e affezionati al suo stile cantautorale che tanto attinge dal rock più raffinato, dal blues e dalle radici africane di quest’ultimo. In attesa del suo nuovo disco Between Dogs And Wolves, già disponibile in digitale, ma in vendita nel formato fisico, cd e/o vinile, solo dal gennaio 2014, eccolo “regalare” al suo pubblico una chicca davvero preziosa: un libro con le riproduzioni di diciassette sue opere grafiche realizzate con la tecnica del cut out (una raffinatissima forma di collage cartaceo) e dedicate ad altrettanti personaggi della musica particolarmente significativi per lui (Dylan, Skip James, Nico, Cohen, Springsteen, Pino Daniele, Morissey tra gli altri), accompagnate da un CD con le canzoni abbinate agli artisti. Songs I Love, il titolo chiaro e semplice scelto per questa raccolta nata sul suo sito, dove da tempo si potevano ascoltare cover dei suoi musicisti preferiti, ora riuniti in questa pregiata raccolta.
Non è la tua tecnica pittorica consueta.PiersFaccini-SongsIlove-mrcup-02
“È da un po’ che lavoro con la carta per le mie opere grafiche e la copertina del mio ultimo album Between Dogs And Wolves è il risultato di questa mia vena. Trovo che lavorare con la carta si adatti molto bene al piccolo formato, come quello di un disco e di questo libro.”
È una tecnica molto raffinata, perché l’opera si compone di pochissime parti, anzi, la sezione principale, quella che rappresenta la figura vera e propria, è un pezzo unico, in cui inserisci ritagli colorati per dare profondità, tridimensionalità e ombreggiature quando occorre.
“Sì, ritaglio il cartoncino con un taglierino e realizzo la figura in pezzo unico. Poi aggiungo qualche dettaglio, talvolta vado per tentativi, improvvisando, per vedere che effetto fa.”
Quali sono i tuoi artisti di riferimento, quelli che ti hanno ispirato maggiormente in pittura?
03“Francis Bacon, Lucian Freud, Balthus, Gerhard Richter, Morandi.”
Sono tutti artisti con un tratto molto forte, persino provocatorio a volte.
“Sono artisti che hanno lavorato molto sulla figura umana che è quello che mi interessa:  mi piace rappresentare la percezione del mondo attraverso i volti.”
E come si collegano le canzoni con questi ritratti?
“Suonare la canzone di un altro musicista è come ritrarlo in un dipinto.”
Tuttavia in molti casi hai scelto delle canzoni non particolarmente rappresentative di ciascun artista.
02“Ma lo sono per me. I miei gusti sono piuttosto particolari, come la mia musica.”
Hai realizzato anche dei video seguendo questa tua passione per la carta.
“Sono tre video realizzati con la tecnica stop-motion. Ho scattato ogni singolo fotogramma montato uno di seguito all’altro per dare la sensazione del movimento. È un lavoro molto lungo, ma l’effetto è suggestivo.”
Oltre alle canzoni scrivi dell’altro?
“Poesie. Spero di pubblicare qualcosa nel 2014.
Nel 2014 tornerai anche in Italia per un tour?
“Sì, a marzo: le date saranno a Mantova, Livorno, Bologna, Milano, San Benedetto del Tronto, Roma, Napoli, Bari.”

Le date italiane 2014

venerdì 14 marzo 2014
MANTOVA – Arci Tom
Piazza Tom Benetollo, 1

sabato 15 marzo 2014
LIVORNO – The Cage Theatre
Via del Vecchio Lazzeretto, 20

domenica 16 marzo 2014
BOLOGNA – Locomotiv Club
Via Sebastiano Serlio, 25/2

lunedì 17 marzo 2014
MILANO – Salumeria della Musica
Via Antonio Pasinetti, 4

mercoledì 19 marzo 2014
SAN BENEDETTO DEL TRONTO (AP) – Mathilda Club
Via Ischia Prima, 96 (Grottammare)

giovedì 20 marzo 2014
ROMA – Rising Love
Via delle Conce, 15

venerdì 21 marzo 2014
NAPOLI – Casa della Musica
Via Barbagallo, 115

sabato 22 marzo 2014
BARI – TBA
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Giulio Cancelliere

Intervista con Roberto Ciotti

foto Roberto Ciotti 2Figura storica del blues in Italia sin dagli anni Settanta, quando incideva i primi dischi per la Cramps di Gianni Sassi, Roberto Ciotti è giunto al quindicesimo album, Equilibrio Precario, un titolo che si attaglia perfettamente ai tempi che stiamo vivendo.
“Sì, è una situazione di provvisorietà abbastanza diffusa che ho voluto rappresentare alla mia maniera.”
Ci sono diversi pezzi in italiano. Leggo persino una vena cantautorale. È un po’ una novità per te, che di solito canti in inglese.
“Infatti, a ogni disco cerco di dare una caratterizzazione e a questo, oltre ai numerosi pezzi in italiano, ho dato un suono piuttosto ricco, con tastiere e arrangiamenti più elaborati che non appartengono ad altri lavori che ho fatto in passato, molto più vintage. Il brano Equilibrio Precario nasce da uno sfogo  espresso circa un anno fa, quando ho cominciato a registrare il disco ed è diventato la bandiera dell’album stesso. Per quanto riguarda l’uso dell’italiano, è una prova che ho fatto e mi pare che sia andata bene, anche se a qualcuno suona strano sentirmi cantare così. Tra l’altro, noto che all’estero piace molto sentir cantare in italiano, forse perché ti conferisce una collocazione geografica precisa. ”
Non c’è solo pessimismo, anche se il blues è una musica che nasce pessimista.
“No, certo, ci sono pezzi più solari, ironici, divertenti, anche se, in effetti, il blues nell’accezione storica è blue, appunto, ma contiene tutti i sentimenti.”
Mi pare che ai musicisti italiani il blues sia venuto sempre piuttosto bene. È una musica adatta a noi, che riscuote sempre un buon successo.
cover EQUILIBRIO PRECARIO“Può darsi, io l’ho sempre fatto a modo mio, con uno spirito più latino, melodie personali, anche se ho sempre suonato i classici anni Settanta, perché da ragazzetto mi piaceva partire con questi assoli di venti minuti…anche oggi li faccio troppo lunghi, ma, insomma, cerco di limitarmi e dare più sfogo alla vena di cantante, autore, arrangiatore.”
Tuttavia non sei mai stato un virtuoso della chitarra, non sei uno di quelli che suonano a trecento all’ora, ma privilegi il suono, l’espressione rispetto allo sfoggio di tecnica.
“Nel blues il virtuosismo stona proprio, non serve. Anche Hendrix, che era una specie di virtuoso, in realtà improvvisava su frasi che erano canzoni loro stesse. Nel blues la melodia è fondamentale. Il mio stile è stato definito Blues Mediterraneo. Forse hanno ragione.”
Un tuo collega anni fa mi fece notare, forse generalizzando un po’, che il virtuosismo nel blues appartiene soprattutto ai bianchi, mentre i neri badano ad altro.
“Sì, è spesso così. I bianchi suonano più di testa, mentre i neri si esprimono con l’anima. Ne ho avuto l’ennesima riprova durante le mie tournée in Africa. Sto per tornarci per la terza volta e incidere un disco con musicisti senegalesi a Dakar, dove ho già partecipato al St. Louis Jazz Festival, come rappresentante dell’Italia. Una cosa fantastica!”
A proposito di Hendrix, nel disco c’è una tua versione di Hey Joe, ma anche Moondance di Van Morrison.
“Van Morrison è il bianco più nero d’Europa, ha scritto grandi pezzi e Moondance è uno dei più belli, anche se è stato interpretato in modi un po‘ troppo leccati per i miei gusti. Io l’ho riportato a una dimensione più blues. MI piace sempre suonarlo dal vivo e credo di averlo arrangiato in uno stile originale.”
Hai lavorato anche per il cinema in passato con Salvatores per le colonne sonore di Marrakech Express e Turné. Lo farai ancora?
“Spero di sì. Se diventi di moda ti chiamano, altrimenti…”
Quanto ha ancora senso fare un disco, un CD, progettare una raccolta di canzoni, quando i ragazzi scaricano i pezzi singoli da internet?
foto Roberto Ciotti“Non so, a me piace ancora fare dischi. Sarò antico, ma mi piace dare una cornice alle canzoni, tenere in mano una copertina, leggere i testi, sapere chi ci suona. Sai, io non vendo maglioni o mortadella, mi evolvo e ho bisogno di dare un senso alla mia espressione musicale. È un’esigenza più artistica che commerciale.”
L’artista però vive anche di pubblico fresco e giovane. Come la metti con l’antichità?
“Io vedo che ai miei concerti vengono tanti giovani. Saranno i figli di chi ha ancora le mie abitudini antiche e sono cresciuti con i vinili in casa. Sarò impopolare per quello che sto per dire, ma, secondo me, chi ama la musica è spesso perché ha genitori che hanno fatto più della quinta elementare. Poi ci sono le eccezioni, non lo nego. Sono stato a suonare a Bratislava, ho riempito il teatro di giovani e i figli dell’ambasciatore sono venuti a trovarmi per conoscermi. Erano ragazzi di diciotto-vent’anni che suonano. Ora, non voglio dire che bisogna essere figli dell’ambasciatore per amare la musica, ma un po’ di cultura generale non guasta, tuttavia io abito al Testaccio a Roma, un quartiere popolare e ai ragazzi, che sono figli di operai e impiegati, faccio ascoltare il blues e vedo che si entusiasmano.”
Il blues dovrebbe essere musica popolare per definizione.
“Sì, ma i criteri si sono ribaltati e il blues è musica colta rispetto a quella che passa la televisione, ammesso che passi qualcosa di musicale. E non parlo di Sanremo che è un ghetto a parte.”
Un ghetto?
“Sì, dicono che io sono nel ghetto, ma non si accorgono di quanto sono ghettizzati loro. Se vai in Senegal o in Brasile, la televisione trasmette musica meravigliosa, mentre qui è solo spazzatura commerciale.”

Giulio Cancelliere

 

Intervista con Stefania Patané

WD197Al debutto discografico come solista, dopo alcune collaborazioni e un’ampia attività concertistica e didattica, Stefania Patané, cantante e compositrice catanese, esordisce con un album fortemente caratterizzato da ritmi e profumi afro-latini. Even Not 4 (Wide Sound) si segnala anche per la varietà di scansioni irregolari: sette quarti, cinque quarti, tre quarti, raramente un banale quattro quarti.
“È un disco che rappresenta il mio percorso musicale di questi anni, che comprende certamente il jazz, ma anche un’ampia gamma di altre musiche mediterranee, africane, sudamericane, che compongono il mio gusto. Sono arrangiamenti di pezzi conosciuti su cui lavoravo da tempo, assieme ad alcune composizioni originali.”
Hai studiato canto, sei diplomata, ma hai anche intrapreso lo studio delle percussioni. Mi pare che abbia influenzato il tuo stile, soprattutto improvvisativo.
“La mia formazione è piuttosto eterogenea, ho studiato anche chitarra. Certo, l’aspetto ritmico è molto importante per me, sia quando compongo, sia quando canto e improvviso. Penso che se rinascessi sarei una batterista. Tuttavia vorrei sottolineare anche la componente melodica della mia musica.”
È vero e aggiungerei anche il suono della lingua che usi spesso, il portoghese, oltre a linee melodiche che sanno di Brasile, ma anche di Africa occidentale.
“Hai detto bene, che sanno di Brasile, ma non sono prettamente brasiliane, filtrate attraverso il jazz e la mia sensibilità. La mia guida è sempre stata il jazz mainstream, Ella Fitzgerald per intenderci, ho studiato tanto con Bob Stoloff, ma la brasilianità, questa sensibilità per il sud del mondo mi accompagna da sempre spontaneamente, non posso prescinderne.”
foto stefania patanèDevo dire che mi ha piacevolmente  sorpreso la tua versione di Infant Eyes, la meravigliosa ballad di Wayne Shorter, che hai accelerato e trasformato in canzone con testo originale in portoghese.
“Sono una ammiratrice di Shorter, come tanti cantanti del resto e so di avere osato molto, ma aggiungo che parte della responsabilità è da imputare al pianista Luca Mannutza, che ha collaborato con me all’arrangiamento.”
Gli altri collaboratori di questo disco sono Daniele Sorrentino al basso e Nicola Angelucci alla batteria, che completano il quartetto base, con l’aggiunta di Paolo Recchia ai sax soprano e contralto e Bob Stoloff, special guest in una originalissima versione a cappella di On Green Dolphin Street, in cui entrambi mettete in evidenza le vostre doti di strumentisti della voce. Tra l’altro tu hai lavorato a lungo anche con un’altra grande cantante: Norma Winstone.
“Una grande donna e una grande artista dalla quale ho imparato tanto. Norma è una persona generosa e umile con la quale ho stretto un bellissimo rapporto da tanti anni.”
Patané è un cognome celebre nel campo della musica classica: Francesco e Giuseppe Patané sono stati grandi direttori d’orchestra. Ti hanno lasciato qualcosa in eredità del patrimonio classico-operistico in termini di gusto e passione?
“Non proprio: Giuseppe Patané era cugino di mio padre e Francesco fratello di mio nonno. Da loro ho ereditato senz’altro la passione per la musica, anche la musica classica, ma il melodramma è un genere che non mi emoziona particolarmente.”
Sei uno dei rari casi di musicista-medico, essendoti laureata in medicina. Hai mai esercitato?
“Diciamo che il trait-d’union tra musica e medicina è che la mia tesi di laurea riguardava la foniatria, quindi metto a frutto le mie conoscenze mediche nell’attività didattica, di preparazione dei cantanti attraverso tecniche particolari come l’Estill Voicecraft e altre che ho ideato io stessa.”

Giulio Cancelliere