David Hockney dalla Royal Academy of Arts

Arriva al cinema David Hockney dalla Royal Academy of Arts, il docufilm che racconta le due grandi mostre dedicate all’artista negli ultimi anni alla Royal Academy of Arts di Londra.
Più precisamente si tratta di A Bigger Picture 2012, la prima grande mostra di nuovi dipinti paesaggistici di David Hockney, caratterizzata da imponenti e maestose opere di grandi dimensioni ispirate al paesaggio dello Yorkshire. Un excursus sulla bellezza delle stagioni, ma anche sulle nuove tecnologie esplorate dal pittore negli ultimi anni, come la pittura su ipad, che gli consente di accedere a una vastissima gamma di colori e tecniche.
L’altra mostra, del 2016, è 82 Portraits and One Still Life, incentrata sull’arte del ritratto, rielaborato ed espresso con rinnovato vigore creativo grazie a dipinti che offrono un’istantanea sulla vita privata dell’artista e sul mondo dell’arte attraverso la rappresentazione di amici, colleghi o persone che hanno incrociato il suo percorso tra il 2014 e il 2015.
Membro della Royal Academy dal 1991, David Hockney è uno degli artisti britannici più famosi al mondo, simbolo indiscusso della pop art inglese, anche se da molti anni vive a Los Angeles.
Per certi versi la sua pittura paesaggistica ricorda l’impressionismo, per l’immersione fisica nella natura che comporta, mentre la ritrattistica ha qualcosa di Van Gogh per la scelta di colori decisi e l’essenzialità del tratto, pur ricco di sfumature.
La lunga intervista di Tim Marlow, Direttore Artistico della Royal Academy of Arts e i contributi dei critici d’arte Martin Gayford e Jonathan Jones e di Edith Devaney (Senior Contemporary Curator della Royal Academy of Arts) che posò due volte per l’artista, forniscono allo spettatore una panoramica esaustiva su un artista ottuagenario, che non ha smesso di ricercare, rinnovarsi, incuriosirsi.
David Hockney dalla Royal Academy of Arts sarà al cinema il 30 e 31 gennaio.
Qui le sale selezionate.
Qui il trailer del film.

Giulio Cancelliere

Sangue Blues/4

“Il vecchio nero smette di suonare, continua a cantare quella melodia e mi punta il dito accusatorio. Alle sue spalle si apre la porta della casa e dietro alla zanzariera intravedo una donna, giovane, bianca, bella. Mi chiama, ma il vecchio si alza in piedi, ha un grosso coltello infuocato in pugno, fa un passo avanti e me lo pianta nel petto. Io urlo, il dolore è terribile, ma non esce alcun suono dalla mia bocca e nemmeno sangue dalla ferita, ma attraverso la carne vedo il mio cuore. Allora allargo i labbri della ferita, afferro l’organo ancora pulsante e lo consegno al vecchio, che lo addenta, mentre il sangue gli cola sulla camicia e impregna il legno della chitarra.” (da Sangue Blues)

Sangue Blues/3

La chiave è un simbolo forte: può significare apertura, ingresso, accoglienza, ma anche chiusura, prigionia, segreto, mistero. È un codice con molteplici livelli di lettura. Mi piacciono le chiavi, ne porto sempre con me un grosso mazzo. Sono le chiavi dei miei luoghi, quelli in cui ho trascorso momenti importanti della vita o in cui sono custoditi ricordi significativi, case di persone con le quali ho condiviso un tratto di strada prima di separarci e che non ho mai restituito. È un modo per non andare alla deriva. (da Sangue Blues)

Sangue Blues/2

John Coltrane: non c’è sassofonista jazz, dagli anni Sessanta in poi, che non abbia subito il suo influsso. Ma con il suo stile e il suo pensiero musicale ha influenzato tutti i musicisti, contemporanei e posteri, tanto che, parafrasando Croce, in qualche misura non possiamo non dirci coltraniani. (dal glossario di Sangue Blues)

Sangue blues Trailer

Il blues è musica, è Storia, è tradizione, è l’anima di un popolo, in cui ognuno si può riconoscere…

Walter Veltroni: Indizi Di Felicità

La felicità esiste da qualche parte. Il problema è riconoscerla e afferrarla, perché non ha forma, durata, consistenza, è estremamente volatile, evapora in un attimo, ma quell’attimo è un lampo accecante che illumina la vita e vale la pena di essere raccontato e condiviso. È questa la sostanza del nuovo film di Walter Veltroni, Indizi Di Felicità, articolato come il precedente, I Bambini Sanno, attraverso le storie di gente comune che si raccontano nei luoghi in cui hanno vissuto quell ‘istante così unico e irripetibile. Venti storie introdotte da un divertente flashmob in un convoglio della metropolitana sulle note di Over The Rainbow cantata in coro dai passeggeri, seguito da dieci minuti scioccanti, un vero pugno nello stomaco, sulle tragedie globali che hanno scandito questi primi tre lustri del nuovo millennio: dall’11 settembre 2001 alla guerra in Siria, un montaggio serrato della follia che l’umanità sta perseguendo senza soluzione di continuità.
Poi, all’improvviso, ci si ritrova catapultati nei pressi di una pieve nella serenità della campagna veneta ad ascoltare la vicenda d’amore di due macellai vegetariani, in una stazione ferroviaria dove una donna rievoca la prima volta che da bambina  vide il padre di ritorno dalla prigionia in Africa, sulla spiaggia della riviera adriatica dove un giovanotto ha istituito una scuola di surf accessibile ai disabili, e ancora tra gli orti della Giudecca, a Cinecittà, tra le rovine di una fabbrica di bibite a Scandicci, presso l’eremo di Monte Giove, al ponte vegetale di San Vigilio, al Cern di Ginevra, al Green Park di Caivano. Luoghi e persone, panoramiche e primi piani si intrecciano in una trama che regge la struttura narrativa del film, fondata sull’assioma secondo cui la felicità spesso nasce da un dramma profondo, da un dolore quasi insopportabile, da un disagio dal quale sembra non esserci via d’uscita. Le musiche di Danilo Rea accompagnano queste venti storie autentiche, toccanti, a tratti commoventi, apparentemente slegate, ma accomunate da quell’unico sentimento di appagamento, completezza, sollievo, leggerezza che almeno una volta tutti abbiamo provato, quella carezza sul cuore che ci spinge a percorrere la vita per sentirne nuovamente il calore o continuare e godere del suo ricordo.

Giulio Cancelliere