10 nuovi dischi italiani

I dischi non si vendono più, ma fortunatamente si continua a farli e per chi, come me, ama ancora maneggiare l‘oggetto mentre ascolta, leggersi le note di copertina — sempre più piccole — i testi delle canzoni — quando vengono pubblicati e sono decifrabili — apprezzarne la grafica — e riflettere sulla sanità mentale dei “creativi” — è come restare appesi, aggrappati, ad un presente accettabile di concretezza e progettualità artistica, mentre sotto si apre un baratro di polverizzazione digitale ad uso e consumo di chi non conosce che la temibile playlist, l’inaffidabile auricolare, il miserabile convertitore D/A del PC e la compressione mpeg layer 3, che fa polpette del suono, della profondità e del lavoro prezioso di tecnici e produttori. Detto questo, parliamo finalmente di musica italiana. Tra i lavori più intelligenti e affascinanti che mi è capitato di ascoltare ultimamente Il Mondo Nuovo  de Il Teatro Degli Orrori svetta inesorabilmente su molti. La formazione di Pierpaolo Capovilla e Giulio Ragno Favero ha immaginato un concept-album (visto che si possono fare ancora?) che, originariamente doveva intitolarsi Storia Di Un Immigrato, parafrasando un antico De André, ma è sembrato pretenzioso. Tuttavia il titolo scelto rimanda ad un altro autore dotato della stessa visionarietà e capacità profetica: la nuova società immaginata da Aldous Huxley esattamente ottant’anni fa, in quanto ad indifferenza, cinismo, pragmatismo spinto, nutrimento dei bisogni corporei e detrimento di quelli spirituali, ha molti punti di somiglianza con la realtà che ci circonda oggi. L’impatto visivo (una copertina tra le più belle viste ultimamente, opera del pittore Roberto Coda Zabetta) e sonoro (un lavoro certosino di Favero) sono un “diretto” al plesso solare, tanto più dal vivo, dimensione, purtroppo, che toglie valenza alle parole, sbriciolate nella tempesta di suoni, ma recuperabili soprattutto nel doppio vinile 180 gr., di una bellezza commovente.
Di tutt’altro segno Lost Bags, la proposta dei Dead Cat In A Bag: il nome inquietante (ho dovuto convincere a suon di croccantini il gatto della testata del blog a non dare le dimissioni) rimanda ad un clima e ad un ambiente rurale, malinconico, faticoso, tra poche luci e molte ombre, per certi versi (e certi suoni) non lontano da un afflato alla Tom Waits (e del resto il titolo è ispirato da un passo di Tom Sawyer, immensa provincia americana), ma di stampo più europeo, zingaresco, “colto” e popolare al tempo stesso, senza sfuggire alla presa del blues e del richiamo della prateria. Insomma, tutte quelle musiche che su Silenziosa(mente) stanno bene, proprio perché tengono in alta considerazione il silenzio che circonda i suoni. Strumenti a corde di ogni tipo e fattura la fanno da padroni, assieme a voci, percussioni, harmonium, piano, tromba, flicorno e qualche diavoleria elettronica, al servizio di un sound che cattura l’ascolto.
Mario Augeri è un cantante e attore napoletano da anni trasferitosi in Germania, al debutto discografico con la produzione niente meno che di Danilo Minotti. Un Nuovo Look è un album divertente, leggero che spazia dal pop al rhythm ‘n’ blues al melodico con sonorità anni Ottanta-Novanta, mescolando generi e passioni del protagonista, autore di parole e musiche. La voce è talvolta un po’ forzata e la pronuncia inglese (solo due pezzi per fortuna) a dir poco scolastica, ma si lascia ascoltare.
A proposito di produttori, Marco Rinalduzzi, chitarrista e compositore romano, talent-scout di grande fiuto e raffinatezza (scoprì e produsse la prima Giorgia, la migliore), a dieci anni dalla scomparsa di Alex Baroni, col quale lavorò a cinque dischi e fece decine di concerti, ha voluto rendergli omaggio con un album-tributo dal titolo Il Senso Di Alex, nel quale ha riunito grandi artisti quali Claudio Baglioni, Alex Britti, Carmen Consoli, Giorgia, Mario Biondi, Amii Stewart, Gegè Telesforo e molti altri, chiamati a reinterpretare il repertorio del bravo cantante milanese scomparso prematuramente in un incidente motociclistico a Roma. Lo stesso Alex Baroni è presente con un inedito e in un duetto virtuale assieme a Renato Zero. Ancora Marco Rinalduzzi è protagonista di altre due produzioni: 1 + 90, un album doppio registrato con novanta musicisti diversi con lo scopo di riassumere in trentacinque pezzi (sedici strumentali e diciannove cantati) la sua carriera e le sue passioni musicali, giovanili e no; l’altro disco è a nome del Quartetto Nazionale, Senza Filtro, una formazione con Alessandro Centofanti all’ Hammond, Marco Siniscalco al basso e Marcello Surace alla batteria in un repertorio jazz-rock-blues da urlo, un po’ alla Scott Henderson come spirito, ma tutto originale.
Se avete visto il festival di Sanremo quest’anno non potete non avere notato la presenza di Eugenio Finardi, appena uscito con una tripla antologia, Sessanta (come gli anni del cantante italo-americano), che riassume quasi un quarantennio di carriera discografica (tutti i pezzi sono stati risuonati e ri-registrati ex novo da una potente rock band), comprendente anche quella  E Tu Lo Chiami Dio, scritta da Roberta Di Lorenzo, a sua volta sul mercato con Su Questo Piano Che Si Chiama Terra, il suo secondo album, che vede alla produzione e agli arrangiamenti i fratelli Pino e Lino Nicolosi, già Novecento. La cantautrice molisana, già apprezzata al debutto due anni fa con L’Occhio Della Luna, si distingue per l’eleganza e la grazia con cui porge testi raffinati e fuori dagli schemi. Collaborano, oltre a Finardi, Alberto Fortis, Andrea Mirò e i Sonohora.
Decisamente toccante l’ultima prova di Enzo Avitabile, cantante, compositore e sassofonista della scuola napoletana e della generazione di Pino Daniele, James Senese e Tony Esposito. Abbandonate da molti anni le passioni rhythm ‘n’ blues, Black Tarantella è un ritratto letterario e sonoro dell’Italia odierna e del sud del mondo, anche quando emergono le voci di Francesco Guccini, David Crosby (!!!) e Bob Geldof, ospiti assieme a Raiz, Daby Touré, Enrique & Solea Morente, Idir, Co’ Sang, Battiato, Toumani Diabaté, Mauro Pagani e l’immancabile Zio Pino. Confezione curata e testi tradotti. Emozione pura.  Infine, una delle band più interessanti degli ultimi anni, i Subsonica, viene riletta in chiave acustica, ma talmente elaborata nel suono e nell’approccio, da sembrare decisamente elettronica in Barber Mouse Plays Subsonica. Il trio jazz, con la collaborazione dello stesso Samuel Romano, voce dei Subsonica, ridisegna il profilo della formazione torinese in stile assolutamente inedito, conservandone l’aspetto melodioso, ma senza tradirne il respiro sperimentale, anzi, esaltandolo attraverso una ricerca sonora d’avanguardia (piano e contrabbasso preparati, batteria in stile drum ‘n’ bass, distorsioni ed effetti sugli strumenti acustici) che rimanda a precedenti nordeuropei e americani, ma con una ricerca timbrica tutta latina. Come si vede, i dischi hanno ancora un senso, persino in Italia, dove la musica va ben oltre l’offerta televisiva canonica, la trita ritualità rivierasca e la rotazione radiofonica in affitto. Basta cercarla.

Giulio Cancelliere

Intervista con Giulio Casale

Quando si parla di rock d’autore spesso è difficile intendersi, poiché ogni canzone, rock, pop o folk, ha ovviamente un autore e quindi non si capisce perché parlarne in modo specifico. Tuttavia, a guardar bene c’è un senso e nel caso di Giulio Casale questo è del tutto evidente: non solo la musica di dette canzoni ha una densità interessante sotto il profilo armonico e sonoro, ma nei testi echeggia una poesia e un’enfasi teatrale che si riscontra in pochi altri musicisti della sua generazione. Non è un caso che dall’esperienza rock con gli Estra, il suo primo gruppo degli anni Novanta, con i quali incise quattro dischi in studio un doppio dal vivo, Casale sia passato all’esperienza teatrale con concerti-reading poetici documentati da Sullo Zero. Nel 2005 pubblica In Fondo Al Blu, l’apertura verso un teatro-canzone gaberiano, che sfocerà in una riedizione di Polli D’Allevamento, probabilmente la più caustica opera del Gaber anni Settanta, che Casale porterà in tour per oltre due anni. Poi ancora musica e teatro con Formidabili Quegli Anni, ispirato al libro di Mario Capanna, Intanto Corro, un volume di racconti edito da Garzanti ed, infine, La Canzone di Nanda, spettacolo musical-teatrale dedicato a Fernanda Pivano (trenta repliche sold out al Piccolo Teatro di Milano), col suo ideale proseguimento The Beat Goes On, dove ricupera, tra poesie e canzoni, anche vecchi brani degli Estra. Dalla Parte Del Torto è il significativo titolo del suo ultimo album: “Mi sono seduto dalla parte del torto perché ogni altro posto era occupato” — canta in Mistificazione.
Sei Partito da un’idea sonora precisa per questo disco o tutto è avvenuto in studio?
Col produttore Giovanni Ferrario (P.J. Harvey, Morgan, John Parish, Luci Della Centrale Elettrica) siamo andati in studio con l’idea di registrare l’album “alla vecchia”, con la band che suona in contemporanea, per poi sovrapporre, in alcuni casi, altri strumenti, e, inoltre, affiancare l’acustico e l’elettrico all’elettronico, tanto a livello di ritmiche che di tastiere. Tuttavia ci sono pezzi come Merce, in cui i musicisti si muovono in tempo reale dal vibrafono alla batteria o dalla chitarra all’harmonium. Volevo che il suono del disco restituisse la mia identità di scrittore di canzoni rock. È il suono che mi sento di esprimere oggi, in questa realtà disastrosa che ci circonda.
Musica e scrittura vanno ancora d’accordo, considerati i tuoi trascorsi teatrali e letterari?
No, nel senso che nessuno lo richiede, è vivamente sconsigliato ed è per questo che mi siedo dalla parte del torto e lo faccio io. Ho sempre preteso tanto da una canzone, mentre questa si è sempre più appiattita.
Come mai tra le tue canzoni hai inserito anche un Battiato del ’78 come Magic Shop?
Perché mi ero ripromesso di non fare omaggi o cover, ma lo spirito di contraddizione mi ha spinto ad affiancare questo pezzo a La Merce, perché tutto si può comprare e vendere, le cose come le persone, la fede, lo spirito, il lavoro, la vita. C’è una coerenza.
“Il trionfo dell’io senza più le persone”: in questo verso c’è tutto Gaber. Non trovi?
Lo prendo come un complimento.
Lo è.
La poetica di Gaber e Luporini, soprattutto negli anni Settanta, parlavano molto di io diviso, far finta di essere sani, se potessi mangiare un’idea eccetera.  Quello che noto oggi è che l’unica forma di autorealizzazione è diventata l’arricchimento e l’esercizio di potere personali, quindi una forma ancora più macroscopica rispetto al “bada che  forse stiamo andando da quella parte” come avvertiva Gaber in quei tempi. Abbiamo passato ogni limite.
Tornando al rapporto tra rock e letteratura, non pensi che questa musica, per la sua natura densa e coinvolgente, possa in qualche maniera distrarre dalla parte testuale, diluirla e attenuarne l’impatto?
C’è questo rischio, ma la scommessa quest’anno è duplice: portare la canzone con i suoi contenuti testuali e musicali sia alle orecchie che prestano più attenzione all’impatto musicale, sia a quelle che chiedono alla canzone qualcosa di più. Anche dal vivo, abbiamo previsto date teatrali, più raccolte e intime e date in spazi più ampi in cui la band prenderà il sopravvento con una condivisione più fisica della scena.
Una volta che hai assaggiato il gusto del teatro d’attore, difficilmente si rinuncia.
È vero, ma se devo dirti la verità, quello che mi mancava ultimamente era proprio il suono del concerto rock. Il fatto è che, sembrerò un invasato, ma io credo in quello che dico, per questo insisto sulla dimensione teatrale, solo che in campo rock una proposta del genere non viene presa troppo sul serio.
In La Fine citi Eraclicto: “Polemos è padre di tutte le cose.” La dottrina dei contrari sembra essere la tua filosofia. Usi i meccanismi dello show-business per far passare un messaggio che è in contraddizione con esso; canti canzoni anti-commerciali, ma non ti fai problemi a proporle ad un pubblico che si nutre di musica commerciale.
Parole o titoli come Mistificazione, non portano da nessuna parte, come mi insegnavano i discografici della grande industria. Nel mio disco non c’è una canzone d’amore, ma si parla di dolore, che è un concetto reietto dall’industria musicale, se non sotto il segno del sentimentalismo, che non è il mio canone. Parlare di sentimenti è altra cosa rispetto al sentimentalismo, in cui è tutto edulcorato e mistificato, appunto. Se io uso i meccanismi del business non me ne devo vergognare, perché i miei contenuti sono in contraddizione con ciò che quei meccanismi veicolano di solito, perciò sono in pace con la mia coscienza.
Senza Direzione descrive un percorso di violenta sofferenza, ma anche una fragilità di fondo dell’uomo. È così facile perdere la direzione, trovarsi dispersi senza punti di riferimento? Ed è così difficile ritrovarli?
Senza dubbio, è un dato vero e universale, che ci caratterizza tutti. Sembrava diventato un tabù qualche anno fa, quando bisognava esprimere forza, potenza, resistenza, violenza. In realtà ci nascondiamo dietro corazze militarizzate per nascondere la nostra debolezza interiore. Ti dirò di più: questo disco nasce da un momento di debolezza in cui ho pensato di non farcela. Questo disco, per me, è parlare in maniera diretta di come stanno le cose.
Non trovi che una buona parte del rock condivida con te questo pessimismo, questa cupezza interiore che viene esplicitata in testi e suoni?
Uno degli artisti che stimo di più è Paolo Benvegnù e quando canta le sue canzoni so di cosa parla, ma posso citarti Marco Parente, Non Voglio Che Clara o Vasco Brondi. Ognuno ha la sua estetica eil suo modo, come Vasco Brondi, che rinuncia alla canzone, ma si limita a declamare versi seguendo una linea monodica. Io no, ma una canzone come La Merce, con quel suo carattere quasi strumentale, dovrebbe chiarire alla critica che quando arrivo alla struttura, in qualche modo convenzionale e logora,  con strofa e ritornello, è il risultato di un grosso lavoro di sintesi. Molto più facile scrivere in modo fluido senza struttura. La forma canzone è consunta, ma ci sono ancora dei margini. La critica letteraria mi ha riconosciuto una grande capacità di sintesi per il mio libro di racconti Intanto Corro, che significa un gran lavoro di asciugatura delle frasi per ricavarne l’essenza, il distillato, ma sono in difficoltà davanti ad un sms o un tweet: in 140 caratteri non posso dirti come la penso, il rischio d’insulto è altissimo.
Hai conosciuto Gaber attraverso i suoi spettacoli. L’hai conosciuto anche personalmente?
Sì, e ho scelto di non frequentarlo. Così come DeAndré.
Due personaggi santificati istituzionalmente. Come mai li hai evitati?
Perché preferisco tenere separate le opere da chi le ha scritte. Delle biografie e del gossip non me ne può fregare di meno, perché in genere sono agiografie. La biografia deve essere veritiera, altrimenti è inutile, meglio tenersi strette le opere che ci hanno lasciato. E allora parliamo di arte: su Gaber ho sentito dire di tutto, ma non ho mai letto qualcuno che mettesse in evidenza la sua perfetta intonazione, ad esempio. Era un grande cantante. Era anche un chitarrista originale. Aveva grandi idee musicali dal punto di vista delle sonorizzazioni dei suoi spettacoli. Soprattutto negli anni Settanta fu rivoluzionario sotto quel profilo: concettualmente passò da Brel alla Mahavishnu Orchestra a Battiato – in Polli D’Allevamento – e poi negli anni Ottanta l’elettronica, con sintetizzatori e Simmons Drums. Nessuno lo rileva.
Le prime date del tour?
Il 2 marzo al New Age di Roncade (TV), 7 marzo a Milano alla Salumeria della Musica, il 9 al Mattatoio N°5  a Montepulciano (SI), il 10 al Triade Live Pub di Copertino (Le).

Giulio Cancelliere

F. De André – G. Westley – London Symphony Orchestra: Sogno N°1

Ho una mia teoria rispetto alla moda di “orchestrare” la musica pop, come hanno fatto recentemente Sting e Peter Gabriel, ma, in tempi passati anche i Metallica e nella preistoria del rock, persino i Deep Purple, per non dire dei connubi, mai davvero felici e completamente soddisfacenti, tra jazz e musica classica. In realtà, è come se gli artisti “non classici” soffrissero di una sorta di complesso d’inferiorità, mai dichiarato, rispetto al mondo accademico e volessero in qualche maniera nobilitare la loro creatività ammantandola di “cultura”. Viceversa, le orchestre sinfoniche sembrano sentirsi più al passo coi tempi se scendono di qualche gradino per portarsi al livello del pop, incrementando il fatturato delle etichette per cui registrano: Deutsche Grammophon, Decca e così via. Sogno N°1 è un caso a parte, perché l’idea è nata in un ambito alquanto ibrido, da un musicista, tastierista, produttore, arrangiatore, direttore d’orchestra inglese come Geoff Westley, già collaboratore di Battisti ai tempi di Una Donna Per Amico e Una Giornata Uggiosa e di moltissime star pop internazionali, che ha voluto vestire le canzoni di Fabrizio De André con i suoni della London Symphony Orchestra.
La prima sensazione che colpisce dopo poche decine di secondi di ascolto è che non si tratti di un disco italiano. Non è mixato nel consueto standard nazionale “voce avanti e musica sullo sfondo”, ma il canto è circondato dall’orchestra, anzi, a volte persino travolto dalla marea sonora, cosa peraltro facile che accada sulla voce di De André, profonda, calda, ma non roboante. Una precisa scelta del produttore, che sgombera quasi completamente il campo dall’idea che si tratti di un’operazione di mera “chirurgia musicale”, già subita in passato da artisti scomparsi, in occasione di improbabili duetti tra padri e figli o altri congiunti. Il repertorio copre praticamente l’intero arco artistico del cantautore genovese, da Preghiera In Gennaio del 1967 sino ad Anime Salve del ’96, che oggi vede l’intervento vocale di Franco Battiato in luogo di Ivano Fossati, presente nell’originale. All’enfasi orchestrale, forse eccessivamente romantica, del brano d’apertura, che Fabrizio dedicò a Luigi Tenco, suicidatosi al festival di Sanremo di quell’anno, segue la meccanica, ipnotica scansione di violoncelli e contrabbassi di Ho Visto Nina Volare, contrappuntata da legni ed arpe, in una atmosfera fortemente espressiva. Sul tema drammatico di Hotel Supramonte si staglia la solarità degli archi in una lenta barcarola molto suggestiva e poetica. In Valzer Per Un Amore, uno dei momenti di maggiore impatto, compare la voce di Vinicio Capossela, l’altro ospite del disco, mentre Tre Madri è ancora dominata dal languore degli archi che ondeggiano al soffiare del vento mistico di questo meraviglioso brano. Come seguito tematico naturale, Laudate Hominem richiama troppo il neoclassicismo di Carl Orff, laddove, invece, Disamistade e Anime Salve conservano quel sapore etno-folk che l’autore aveva loro attribuito, grazie al sapiente uso di strumenti come ocarina e launeddas suonati da Mario Arcari. Il coro conclusivo di Rimini, con le voci che si inseguono a canone è il Costanzo Porta di Cremona. Infine Le Nuvole, in un nuovo arrangiamento orchestrale, che aggiunge maestosità all’originale di Piero Milesi, musicista recentemente scomparso.
Qualcuno si porrà il dilemma: ma a Fabrizio sarebbe piaciuto? Non Dori Ghezzi, che afferma di avere smesso di chiederselo. Un tempo, pare, De André non concepiva che le sue canzoni potessero suonare in modo diverso rispetto a come le aveva incise, poi la PFM gli fece cambiare idea e il cantautore genovese cominciò a rinnovarsi continuamente, almeno da Creuza De Mä in poi, creando dischi strepitosi anche dal punto di vista sonoro, con la collaborazione di Mauro Pagani, Ivano Fossati e Milesi stesso. La dimensione orchestrale ancora gli mancava. Forse, prima o poi ci sarebbe arrivato da solo. Un’ultima annotazione merita la copertina, con lo skyline di Genova sovrapposto a quello di Londra: un’idea geniale dello studio Chiaroscuro di Bologna.

Giulio Cancelliere