Prince – Sign O’ The Times: il film

Quando uscì l’album doppio Sign O’ The Times trent’anni fa, si capì che Prince non era solo un fenomeno da classifica, una pop star nera che aveva infilato qualche singolo di successo, ma un vero e proprio genio musicale tout court. Qualcuno azzardò, esagerando, persino un paragone con Duke Ellington, ma non è un caso che Prince e Miles Davis si piacessero, tanto che il trombettista gli dedicò un brano, Full Nelson, nel suo disco Tutu e l’artista di Minneapolis lo volle ospite sul palco. Condividevano un senso estetico analogo per meticolosità – vestiti, acconciature, immagine – ma anche una visione musicale enciclopedica, dal blues al funk, passando per jazz, r ’n’ b, hip-hop e rock ’n’ roll, in nome di un ecumenismo comunicativo in grado di unire diversi tipi di pubblico.
Prince era ossessionato dalla sua immagine, ne curava e controllava ogni aspetto e non poteva trascurare il cinema come apoteosi di questo impulso. Dopo il successo, più discografico che di botteghino, di Purple Rain, passato, come identità cromatica, dal viola al periodo pesca, diresse questo film-concerto che lo riprendeva con la sua nuova Lovesexy Band, all’Ahoy di Rotterdam nel luglio ‘87, in una performance sceneggiata che aveva come controparte femminile – ma per certi versi come alter-ego – la cantante, ballerina e coreografa Cat Glover, oltre all’incontenibile Sheila E. (Sheila Escovedo) batterista, percussionista, ballerina e cantante a sua volta.
Dal punto di vista strettamente musicale l’esibizione è eccellente, basata sul repertorio del disco, con qualche eccezione, come la ballad Little Red Corvette, con il pubblico che illumina la sala con gli accendini (trent’anni fa i cellulari non c’erano) o Now’s The Time di Charlie Parker, un rovente momento bebop tutto appannaggio della band. A parte l’inserimento della clip, allora in rotazione nelle tv musicali, di U Got The Look in duetto con Sheena Easton e tre o quattro minuti di fuori scena, il resto del film è puro live, con momenti straordinari come Housequake, sul cui ritmo ultra-funky Prince si esibisce in numeri alla James Brown (all’epoca in diretta concorrenza coreografica con Michael Jackson) o Forever In My Life in versione acustica, in cui tutta la band scende in proscenio e intona un coro gospel su cui spicca la ruggente voce solista della tastierista Boni Boyer, per non dire della conclusiva The Cross.
Cinematograficamente parlando, Prince non è un gran cineasta, scrive scene tra il favolistico e l’ingenuo, storie d’amore al limite della sceneggiata napoletana – isso, issa e o’ malamente – ed è difficile immaginarlo mentre dirige i cameramen, anche perché nello stesso momento è sul palco.
Tuttavia lo spettacolo c’è, sono novanta minuti senza respiro e Prince, davanti alla scenografia che ricostruisce i vicoli e le insegne dei locali malfamati di una una ipotetica metropoli americana, si concede generosamente a un pubblico adorante, allora come oggi. Tra l’altro, dopo il tour europeo, Prince scelse di non proseguire i concerti in USA (l’album non era andato così bene in patria), ma preferì rientrare in studio per preparare il nuovo disco Lovesexy, uscito l’anno successivo.
Il film sarà nelle sale il 21 e 22 novembre.
Qui le sale selezionate.
Qui il trailer.

Giulio Cancelliere

Walter Veltroni: Indizi Di Felicità

La felicità esiste da qualche parte. Il problema è riconoscerla e afferrarla, perché non ha forma, durata, consistenza, è estremamente volatile, evapora in un attimo, ma quell’attimo è un lampo accecante che illumina la vita e vale la pena di essere raccontato e condiviso. È questa la sostanza del nuovo film di Walter Veltroni, Indizi Di Felicità, articolato come il precedente, I Bambini Sanno, attraverso le storie di gente comune che si raccontano nei luoghi in cui hanno vissuto quell ‘istante così unico e irripetibile. Venti storie introdotte da un divertente flashmob in un convoglio della metropolitana sulle note di Over The Rainbow cantata in coro dai passeggeri, seguito da dieci minuti scioccanti, un vero pugno nello stomaco, sulle tragedie globali che hanno scandito questi primi tre lustri del nuovo millennio: dall’11 settembre 2001 alla guerra in Siria, un montaggio serrato della follia che l’umanità sta perseguendo senza soluzione di continuità.
Poi, all’improvviso, ci si ritrova catapultati nei pressi di una pieve nella serenità della campagna veneta ad ascoltare la vicenda d’amore di due macellai vegetariani, in una stazione ferroviaria dove una donna rievoca la prima volta che da bambina  vide il padre di ritorno dalla prigionia in Africa, sulla spiaggia della riviera adriatica dove un giovanotto ha istituito una scuola di surf accessibile ai disabili, e ancora tra gli orti della Giudecca, a Cinecittà, tra le rovine di una fabbrica di bibite a Scandicci, presso l’eremo di Monte Giove, al ponte vegetale di San Vigilio, al Cern di Ginevra, al Green Park di Caivano. Luoghi e persone, panoramiche e primi piani si intrecciano in una trama che regge la struttura narrativa del film, fondata sull’assioma secondo cui la felicità spesso nasce da un dramma profondo, da un dolore quasi insopportabile, da un disagio dal quale sembra non esserci via d’uscita. Le musiche di Danilo Rea accompagnano queste venti storie autentiche, toccanti, a tratti commoventi, apparentemente slegate, ma accomunate da quell’unico sentimento di appagamento, completezza, sollievo, leggerezza che almeno una volta tutti abbiamo provato, quella carezza sul cuore che ci spinge a percorrere la vita per sentirne nuovamente il calore o continuare e godere del suo ricordo.

Giulio Cancelliere