F. Concato/F. Bosso/J. O. Mazzariello: Non Smetto Di Ascoltarti (Warner Music)

Cover_Non_Smetto_Di_AscoltartiSe la canzone più popolare di Fabio Concato è Domenica Bestiale, probabilmente è anche quella che meno lo rappresenta dal punto di vista strettamente musicale. Germogliato da un humus artistico fatto di jazz, cabaret, musica d’autore e un pizzico di lirica (i nonni erano cantanti d’opera), con i suoi dischi Concato ci ha fatto sorridere, pensare, ballare, commuovere, innamorare. Quando lavoravo alla radio, mi piaceva definirlo impropriamente il James Taylor italiano, perché ci sa fare parecchio con la chitarra acustica e con pochi elementi, in tre minuti, mette assieme dei capolavori di eleganza, raffinatezza, poesia. E, come il cantautore californiano, nasconde dei segreti. Così come dal vivo James Taylor sfodera una sfavillante anima rock-blues, anche Concato fuori delle ristrettezze imposte dalle leggi, scritte e no, della discografia, da sfogo alla sua indole jazz, perché lui è fondamentalmente un cantante jazz, come lo erano Billie Holiday, Carmen McRae e  il Frank Sinatra dei tempi d’oro, che sapevano planare sulla melodia, seguirne il filo, ma poi improvvisamente scartare, impennare, scendere in picchiata o librarsi alto in volo per poi riafferrarne la traiettoria e portarla in fondo con un ultimo guizzo e una strizzata d’occhio allo spettatore incantato.
Ora, questa abilità, frutto della passione di una vita – perché il jazz non c’è nei manuali, se non lo ascolti, non saprai mai come suonarlo – è finalmente anche su disco.
Grazie a uno stretto rapporto di amicizia umana e musicale con Fabrizio Bosso, tra i più talentuosi trombettisti europei, ecco che l’essenza jazz del canto di Concato è emersa a tutto tondo, mentre prima appariva solo in filigrana.
Anticipato e sostanzialmente favorito da un lungo tour in trio (con loro l’ottimo pianista anglo-salernitano Julian Oliver Mazzariello) tuttora in corso, ecco finalmente l’album che suggella il sodalizio: Non Smetto Di Ascoltarti è una raccolta di grandi canzoni italiane, tra le più belle mai scritte, rilette con uno sguardo jazz, ma non necessariamente jazzificate: Nessuno Al Mondo, Io Che Amo Solo Te, Anna Verrà, Scrivimi (una gemma del troppo trascurato Nino Buonocore), Diamante, sono ballad che, in quanto a ricercatezza melodica e intensità poetica, nulla hanno da invidiare al song-book americano che ha costituito per quasi un secolo la spina dorsale del repertorio jazz internazionale. Un brano d’epoca (1939) come Mille Lire Al Mese aveva già in sé i geni del jazz grazie all’arrangiamento di Pippo Barzizza, così come L’Armando di Jannacci avrebbe potuta scriverla Fats Waller. Fa forse eccezione La Casa In Riva Al Mare, che ha subito una rielaborazione più profonda, ma Dalla, jazzista di razza, non se ne avrebbe avuto a male; e L’arcobaleno, un successo di Adriano Celentano scritto da Mogol e Gianni Bella, cullata al pianoforte da un’habanera cubana.
In quanto alle canzoni di Concato, a cominciare da Canto, dichiarazione di intenti inequivocabile, per proseguire con alcuni dei capitoli più significativi del suo fare musica come Rosalina, 051/222525, Non Smetto Di Aspettarti e la stessa Domenica, non sono che riconferme di una vena ricca di suggestioni messa ancora più in rilievo dall’essenzialità dell’organico. Grande assente quella Gigi, dedicata al padre, che aveva già trovato posto nell’album Tandem di Bosso e Mazzariello del 2014 e che sarebbe stata magnificamente anche qui.

Giulio Cancelliere

Fabrizio Bosso: “Duke” live

Fabrizio Bosso 2015 (Ph Roberto Cifarelli)

Fabrizio Bosso 2015 (Ph Roberto Cifarelli)

Affrontare il repertorio più popolare di Duke Ellington con una big band può essere agevole per l’impatto che hanno certi temi sui sentimenti del pubblico, ma, altrettanto, può trasformarsi in una sfida con la storia del jazz e uscirne con le ossa rotte è un’opzione non trascurabile. C’è voluta la bravura di due fuoriclasse come Paolo Silvestri, che ha curato arrangiamenti e orchestrazione, e di Fabrizio Bosso, che possiede tecnica, preparazione e cuore per superare una simile prova e affiancarsi così ai grandi solisti che hanno reso celebre l’orchestra del Duca.
Finalmente, dopo il disco Duke uscito ormai da mesi, ecco il live, nel nuovo spazio Unicredit Pavillion a Milano, che ricalca precisamente la scaletta del CD, a cominciare dalla luminosa serenità di I Let A Song Go Out Of My Heart, ricamata dal bel solo del sax baritono di Marco Guidolotti, per proseguire con la carnale e rovente Caravan, in cui la sezione ritmica di Julian Oliver Mazzariello al piano, Luca Alemanno al contrabbasso e Nicola Angelucci alla batteria, sostiene una scansione indiavolata e il trombettista torinese può sfoderare gli affilati artigli che l’hanno reso celebre non solo in ambito jazz.
Fabrizio Bosso - Ph. Giovanni Daniotti medIn A Sentimental Mood concede respiro al pubblico, ma non alla band, concentratissima, né a Bosso, che nelle ballad tende un po’ a divagare.
Torna lo swing scatenato in It Don’t Mean A Thing, eseguita in sestetto, con il leader affiancato da Michele Polga al tenore (che per un attimo si distrae mancando l’attacco del solo) e ancora Guidolotti al baritono.
Quando risuona l’intro di Black And Tan Fantasy che apre trionfalmente Jeep’s Blues, per un attimo si sogna il Cotton Club e l’epoca d’oro del jazz, rievocata dalla verve di Fabrizio Bosso che con la sordina plunge ricalca lo stile jungle di Cootie Williams, uno dei solisti storici e più caratteristici dell’orchestra di Ellington. Poi ci si mettono anche il trombone e la tromba di Mario e Claudio Corvini a completare il quadro fumoso e ingiallito di quegli anni ruggenti.
Solitude è un altro di quei brani che rappresentano la prova del fuoco per il solista che è obbligato a “contenersi” e distillare tutta la sua passione in sentimento. Bosso non sempre ci riesce, soprattutto dal vivo, ma a suo merito va precisato che dalla tromba riesce a ricavare un suono così morbido, rotondo e vellutato, da non avere più bisogno del flicorno, che pure adottava fino a qualche anno fa.
BOSSO_PH_BOCCALINI_medLo show si conclude con Perdido, del portoricano Juan Tizol, con la sezione fiati in gran spolvero nell’introduzione prima del tema e poi di nuovo con i solisti Gianni Oddi al contralto e Fernando Brusco alla tromba assieme agli altri impegnati in una “chase” (in gergo l’alternarsi veloce dei solisti uno dopo l’altro in turni sempre più brevi fino al “pieno” finale) nel classico stile di epoca swing, ma in uso ancora oggi. Il pianoforte di Mazzariello, brillante e agile, è un po’ sacrificato dall’arrangiamento che lo sovrasta, mentre Bosso può ridare finalmente sfogo ai suoi celebri sovracuti, che centra sempre come un infallibile cecchino.
Il bis è rilanciato dalla tromba che giù dal palco richiama la band sul tema di C Jam Blues, per poi concludersi con una ripresa di Caravan, ancora sullo slancio degli arrangiamenti di Paolo Silvestri, che ha lavorato bene su una musica immortale, ma che aveva bisogno di una lucidata per farla brillare ancora.
Applausi entusiasti da un pubblico composto in buona parte da addetti ai lavori (molti i musicisti presenti) con Fabio Concato in prima fila, che con Bosso ha un’apprezzabile consuetudine.

Giulio Cancelliere

                                                                         

Intervista con Claudio Filippini

FIlippini_Foto A. BoccaliniTra i nuovi talenti pianistici emersi negli anni zero, Claudio Filippini è da annoverarsi in quella sempre più folta schiera di studenti del conservatorio che, parallelamente, coltivano anche un interesse extra-accademico, condizione ormai tollerata da molti insegnanti. Ciò gli ha consentito di mettere a frutto tecnica e preparazione classiche su un repertorio che richiede certamente doti creative, ma anche una buona dose di abilità sulla tastiera. La frequentazione del Columbia College of Music di Chicago, i seminari senesi e i workshop sotto la guida di Kenny Barron, George Cables, Jimmy Owens, Joey Calderazzo, Enrico Pieranunzi, Franco D’andrea, Otmaro Ruiz, Stefano Bollani, Stefano Battaglia, hanno forgiato lo stile di questo pianista pescarese, consentendogli di confrontarsi senza difficoltà con senatori del jazz quali Roberto Gatto, Stefano Di Battista, Giovanni Tommaso, Maria Pia De Vito, Rosario Giuliani, Battista Lena e molti altri.
Il nuovo disco lo vede affiancato da una straordinaria sezione ritmica dalle caratteristiche davvero peculiari, tanto da ispirargli il titolo Facing North, trattandosi del contrabbassista svedese Palle Danielsson e del batterista finlandese Olavi Louhivuori: storico partner di Keith Jarrett nel Belonging Quartet il primo, brillante talento coetaneo di Filippini, già ammirato al fianco di Lee Konitz, Anthony Braxton, Marilyn Crispell, Tomasz Stanko e Susanne Abbuehl, il secondo.
Come è avvenuto l’incontro?
“Ero in un periodo abbastanza complicato musicalmente parlando, tutto ciò che suonavo o componevo mi sembrava scontato e noioso, gli stimoli esterni non aiutavano, poiché non mi piaceva niente. Sono cose che capitano, soprattutto se lavori a lungo con gli stessi musicisti, il suono si cristallizza e cerchi un modo per venirne fuori.”
Facing_North_CoverNemmeno un disco di piano-solo ti avrebbe aiutato?
“No, sicuramente, ero in panne, come si suol dire. Quando mi fu proposto di registrare un disco con Palle e Olavi ho capito che sarebbe stata la svolta che aspettavo. Avevo finalmente un obiettivo e lo volevo raggiungere al meglio della forma, così mi sono fatto coraggio e  ho cominciato a scrivere con un  nuovo spirito.”
Li conoscevi già?
“Avevo incontrato Olavi a Roma ad un festival, ma per niente più che un saluto, mentre Palle l’ho conosciuto personalmente solo il giorno in cui siamo entrati in studio.”
Una bella sfida e un bel rischio. Poteva anche non funzionare.
“Certo, è stato un rischio grandissimo per me e per la CamJazz che se lo è accollato, anche se da subito si è capito che le cose sarebbero andate bene. A parte la comunicazione orale con l’inglese, non sempre scorrevole – spesso facevo prima a suonare le cose che volevo piuttosto che spiegarle – si tratta di persone squisite che ti mettono a tuo agio. In due giorni abbiamo registrato tutto, effettuando pochissime take e scegliendo quasi sempre le prime, più fresche e spontanee.”
Sei arrivato in studio con i pezzi già scritti e arrangiati?
“Sì, in un certo senso, ma suonando con loro hanno assunto forme molto diverse da come li avevo immaginati originariamente, sia i miei, sia quelli di altri autori, che avevo selezionato, come Adele, i Beach Boys, Gershwin.”
Ma cosa ti è piaciuto di questi musicisti?
“Di Palle avevo sempre ammirato il suo stile cantabile sul contrabbasso. La mia formazione è basata molto sull’aspetto ritmico del jazz, molto afroamericano, e il suo stile si discostava da questa matrice. Non sono mai stato un seguace accanito del Nordeuropa musicalmente parlando.”
E di Olavi cosa mi puoi dire?
“Ha delle sonorità spiazzanti, che estrae da un set di batteria assolutamente standard: rullante, tom, timpano, tre piatti e un’infinità di oggetti, aggeggi vari che appoggia su un tavolino accanto alla batteria. Suonavamo nella stessa stanza, ma io ero girato in modo che non gli vedessi bene le mani, per cui mi sorprendeva con dei suoni pazzeschi, che sono un grande stimolo creativo.”
Filippini_PH_ANDREA_BOCCALINICome ti è venuta in mente Adele?
“Chasing Pavements è un pezzo che impazzava alla radio qualche anno fa e me l’ero appuntato, come faccio spesso quando sento una canzone che mi stimola. E poi mi piacciono i contrasti ed ero curioso di sentire come un musicista quale Palle Danielsson avrebbe suonato un pezzo di Adele, che probabilmente non aveva mai sentito.”
Però Adele è della tua generazione, mentre i Beach Boys di God Only Knows sono della mia. Come ci sei arrivato?
“Ho qualche disco, come Pet Sounds, li trovo molto speciali e particolari.”
Lo sai che Charles Lloyd ha suonato molto con loro?
“Ecco il nesso anche con Palle Danielsson!”
Ora fate qualche data con questa formazione: il 5 marzo al Jazz in Eden di Brescia, il 6 al Panic di Marostica e il 7 al Festival Visioni In Musica di Terni. E poi?
“E poi è in programma un altro disco a metà aprile.”
Ancora ai leggendari Bauer Studios di Ludwigsburg?
“Sì, è un posto fantastico, pieno di fascino, un paesino con poche case e questi studi storici dove sono stati registrati molti dischi ECM, compresi quelli del quartetto europeo di Jarrett. L’assenza di distrazioni ti aiuta a concentrarti solo sulla musica.”
Stai diventando un pianista nordico.
“Be’, suonando con loro il mio stile sta assumendo qualche elemento di quel tipo, spazi, silenzi.”
Stai lavorando anche con altri in questo periodo?
“Sto suonando molto col quartetto di Fabrizio Bosso: il 10 marzo saremo all’Auditorium di Roma e a maggio torneremo in Giappone. E poi faccio qualche concerto con Fulvio Sigurtà in duo, piano e tromba. A primavera inoltrata dovrei fare qualche concerto anche con Mario Biondi.”
E da solo?
“Suono poco da solo, ho fatto qualche concerto e anche un album nel 2009, ma non ho grandi spinte in quella direzione.”
Non è obbligatorio, anzi, meglio astenersi se non lo si sente.
“Completamente d’accordo!”

Giulio Cancelliere

Intervista con Gerardo Di Lella

Napoli, come tutte le città di mare,  è sempre stata luogo d’incontro di genti e culture diverse e non è un caso che la canzone napoletana abbia questo fascino, che, al di là del folklore da cartolina, ha incantato il mondo. Non è nemmeno un caso che, tra le città del sud, sia quella che più abbia subito l’influenza americana e afro-americana dal punto di vista musicale. Perciò non sembri così strano il desiderio di rileggere in chiave jazz alcuni dei temi napoletani più celebri come Torna A Surriento, Funiculì Funiculà, Passione, ma anche un pezzo di Piazzolla (che aveva ascendenze italiane) come Michelangelo 70, assieme a composizioni originali dello stesso Di Lella. Se a questo aggiungiamo che nel disco hanno suonato alcuni dei migliori solisti in circolazione sulle strade del jazz come Bob Mintzer, Fabrizio Bosso, Chris Potter, Rosario Giuliani, Robin Eubanks, Paquito d’Rivera, Tom Harrell e Larry Carlton, l’interesse è massimo.
Premesso che ho trovato il disco brillante, con un bel suono corposo che ha “riempito” piacevolmente le casse del mio stereo, vorrei sapere cosa è rimasto di Napoli e del suo spirito negli arrangiamenti e nelle aperture improvvisative, anche alla luce delle preziose collaborazioni con i solisti americani ai quali non sarà stato semplice spiegare Napoli e la sua peculiarità. È un problema che ti sei posto?
Innanzitutto grazie per le belle parole. Collaborare con questi solisti è stato molto più semplice di quanto possa apparire. Tutti i musicisti che ho coinvolto nel disco conoscevano perfettamente la musica napoletana e appena ho fatto sentire loro i provini, subito hanno capito, anzi, con orgoglio devo dire che da subito hanno apprezzato il mio intervento.
I grandi musicisti, anche se nella vita fanno tutt’altro, hanno una conoscenza globale della tradizione e a maggior ragione tutti conoscono la tradizione musicale napoletana.
Per quanto riguarda invece lo spirito della musica napoletana, penso e spero di averlo conservato. Ho manipolato queste belle melodie col massimo rispetto per le linee originali, ho solo cercato di dare loro un percorso armonico-ritmico diverso.
Come hai scelto i solisti? In base a quale criterio e/o convenienza?
Ho semplicemente cercato di sfruttare le caratteristiche di ogni singolo musicista in funzione del ruolo che mi occorreva, così come un arrangiatore fa abitualmente con i propri musicisti. Il fatto che si trattasse di nomi enormi non mi doveva condizionare in alcun modo, infatti, una cosa della quale sono contento anche adesso a mente fredda, è proprio quella di aver coinvolto l’uomo giusto per l’intervento giusto.
Dalle note di copertina ho visto che il disco è stato registrato in diversi studi. Hai lavorato a distanza con i solisti grazie alle facilitazioni della rete?
No, non ho lavorato a distanza: tranne i primi contatti via mail mi sono recato personalmente negli studi con loro, proprio perché avevo la necessità di spiegare quale era l’indirizzo espressivo che avevo in mente per ogni singolo brano. Devo dire che la sorpresa più bella è stata proprio quella di aver trovato tutti questi grandi musicisti disponibili a venire incontro alle mie esigenze artistiche, mi hanno tutti ascoltato con la massima attenzione e tutti si sono sintonizzati nel migliore dei modi col mood dei brani.
Se riesco a intuire la relazione Napoli-Piazzolla, mi sfugge quella tra Legrand e Napoli. Perché ha scelto un pezzo come What Are You Doing The Rest of Your Life?
Perché è un pezzo al quale sono affezionato da anni e che per me rappresenta un modello estetico di bellezza melodica, ed è anche un mio personale omaggio al grande Michel Legrand, che ringrazio ancora per avermi dedicato le sue righe di stima nel disco. Per un arrangiatore Michel Legrand è la storia, la scuola, il successo, il sogno. Quando ho ricevuto la mail di risposta di Michel contenente il suo commento erano circa le 2 di notte, inutile dirti che non ho più dormito dalla gioia. Avendo stravolto il pezzo, sebbene abbia lasciato intatta la melodia, non era dato per scontato che l’apprezzasse, e invece…
Sei impegnato da molti anni nella direzione di compagini orchestrali di varia natura e genere. Era questo che sognavi quando studiavi musica? “Suonare” l’orchestra?
Nel 1989 mi iscrissi ai seminari di Terni jazz e vidi per la prima volta una big band suonare davanti a me, il direttore era Bruno Tommaso. Vedendo Bruno come gestiva e cosa faceva uscire fuori da quel gruppo di musicisti, in quel preciso momento mi dissi: ecco cosa voglio fare da grande! E così è stato. Devo ringraziare Bruno per sempre per avermi illuminato. Quando scrivi qualcosa e l’orchestra la suona, è come se la stessi suonando tu, perché l’orchestra non è altro che un grande strumento fatto da uomini.
Avevi dei modelli italiani e internazionali a cui ispirarti?
I miei grandi modelli sono stati tanti, Stan Kenton, Duke Ellington, Count Basie, Henry Mancini, Gil Evans, tutti grandi e diversi tra loro. Poi quando mi sono trasferito a Roma ho conosciuto Lino Quagliero che ha fatto il resto. Lino, ormai in pensione, è stato probabilmente uno dei più grandi arrangiatori in assoluto che abbiamo avuto in Italia, ha arrangiato per tutti i più grandi, da Canfora, Ferrio, Trovajoli, Piccioni. Lino è in grado di scrivere di tutto ed è da lui che ho imparato tantissime cose, il vero mestiere, quelle cose che solo chi le ha fatte in prima persona può conoscere.
A parte questo progetto così particolare, sei un direttore preciso e meticoloso che cerca di prevedere ogni dettaglio o in particolari circostanze dal vivo ti lasci anche ispirare dal momento, un po’ alla Gil Evans, che spesso “improvvisava” con l’orchestra?
Nella musica jazz è d’obbligo lasciare spazio all’improvvisazione anche quando si tratta di grandi formazioni, improvvisare con l’orchestra, considerando che il rischio di fare solo confusione è alto, non è sempre semplice, ma ogni tanto bisogna avere il coraggio di osare e io sono uno che osa.

Giulio Cancelliere

Intervista con Fabrizio Bosso

Fabrizio Bosso è quasi sicuramente il trombettista più attivo in Italia: non si contano più le sue numerosissime collaborazioni, sia dal vivo, sia discografiche e non solo jazzistiche o para-jazzistiche. Esce quasi in contemporanea con due o tre dischi alla volta. Ora è fuori con Enchantment, l’album registrato con la London Symphony Orchestra diretta da Stefano Fonzi, che ha arrangiato le musiche scritte da Nino Rota per il cinema. Tra poco escono Spiritual, con Alberto Marsico e Alessandro Minetto e Vamos, il nuovo disco di Latin Mood, con Javier Girotto. È in preparazione anche il nuovo di Sergio Cammariere, del quale Bosso è collaboratore storico sin dal primo disco.
Un musicista come te sente la crisi?
“Eccome! Hai voglia! Ne sono appena uscito— mi confessa poco prima di salire sul palco del Blue Note di Milano per il concerto col trio Spiritual.
In che senso?
“Ma tu di quale crisi parlavi?”
Io della crisi economica. E tu?
“Io di quella creativa.”
Ok, parliamone.
“Be’, è la crisi che arriva quando non ti sopporti più, quando ti sembra di suonare sempre le stesse cose allo stesso modo, non ti senti in forma sullo strumento, metti in discussione tutto, non sei mai contento. Eppure devi suonare, perché hai concerti, impegni presi e non puoi tirarti indietro.
E ne sei uscito?
“Abbastanza. Il problema è che butti tutto sullo strumento, quando in realtà sei tu saturo. Sai, a volte bastano un paio di concerti un po’ storti, magari non per colpa tua, o forse sì e questo ti butta giù. Poi, al contrario, se imbrocchi un po’ di serate giuste, questo ti ridà fiducia.
E la crisi economica?
“Devo dire che la crisi economica non la sto sentendo e, come me, anche molti colleghi. La musica dal vivo è un settore che ha tenuto, a differenza del mercato discografico in profonda crisi. Non posso certo lamentarmi. Forse sono scesi un po’ i compensi, ma neanche tanto. Pensa che a Pesaro abbiamo venduto più di cento dischi e trenta persone sono rimaste senza, perché li avevamo finiti. Sai, quando dai al pubblico la prova che sai quel che stai facendo, ti premiano.”
È pure vero che il pubblico del jazz ama ancora avere il disco da guardare, leggere, consultarne le note di copertina per vedere chi suona cosa. Ora, parlami di questo Spiritual Trio.
“Lo Spiritual Trio è nato per divertimento e amicizia con l’organista Alberto Marsico e il batterista Alessandro Minetto. Dopo avere fatto un po’ di serate assieme con il consueto repertorio di standard, abbia pensato di dare forma a questo progetto legato agli spiritual. La formula tromba, organo e batteria non è così usuale.”
Nella musica classica c’è un’ampia letteratura di tromba e organo. Voi come avete combinato i suoni?
“Abbiamo trovato un ottimo equilibrio tra le dinamiche, dal pianissimo al fortissimo. Tra l’altro Alberto è un vero organista, non è il pianista prestato all’organo, per cui sa calibrare i suoni alla perfezione.”
Tu avevi suonato anche nel quartetto di Gianni Giudici.
“Esatto, Gianni è un altro vero organista e, infatti, Alberto e Gianni si ammirano reciprocamente.”
E il disco?
“Il disco dovrebbe uscire attorno a febbraio, anche se, in realtà, come ti dicevo, vendiamo copie ai concerti, in anticipo sulla pubblicazione vera e propria. Contiene pezzi tradizionali come Oh Happy Day, When The Saints Go Marchin’ In, Down By The Riverside.”
Sei reduce da una serie di concerti con varie orchestre per promuovere il disco Enchantment. Come sono andati?
“Benissimo. Ne abbiamo fatto alcuni in Puglia con l’ orchestra della Magna Grecia. Prima ancora ne ho fatto uno alla RAI di Roma, nella sala A di Via Asiago. Doveva andare in onda in diretta, ma per via di un evento sportivo è stato differito al 16 dicembre su RadioUno.”
C’è stato un altro cambiamento molto più drastico, però.
“Sì, purtroppo, il concerto di Milano del 12 dicembre all’Auditorium con l’Orchestra Verdi, che è stato cancellato. Era un evento organizzato da Radio Classica, annullato, pare, per problemi di sponsor. Un vero peccato!”
Già. Parliamo del disco Enchantment. Come è stato organizzato l’evento discografico, dove e come l’avete registrato?
“Stefano Fonzi  mi ha proposto la registrazione. ha contattato contemporaneamente la London e la Royal Philarmonic. Entrambe hanno risposto e la London ha dato subito l’assenso dopo avere consultato youtube per vedere chi ero e cosa facevo. Abbiamo registrato agli Air Studios di Londra, praticamente tutto in diretta. Eravamo in stanze diverse per evitare risonanze fastidiose, a causa della presenza in contemporanea di orchestra e quartetto jazz (Claudio Filippini al piano,Rosario Bonaccorso al contrabbasso, Lorenzo Tucci alla batteria) ma in costante contatto visivo col direttore e i musicisti attraverso grandi vetrate.”
A convincerti a farlo è stato di più Rota o la London?
“Bella domanda! Non so, credo entrambe le cose. Avevo già frequentato Rota molti anni fa con la Gap Band, sostituendo Marco Tamburini con Pietro Tonolo, Piero Odorici, Roberto Rossi e mi ero accorto che mi piaceva e alcuni temi si prestavano ad una rilettura jazzistica. Poi ascoltando i provini di Stefano Fonzi abbiamo elaborato una chiave di lettura armonica, soprattutto per i temi che si adattavano di più all’improvvisazione jazz come Il Padrino, Romeo E Giulietta. Ma abbiamo cercato di non esagerare, perché non mi piace stravolgere gli autori. Quando sento certe elaborazioni troppo profonde, dove fai fatica a riconoscere il tema originale ho sempre l’impressione che l’autore ne esca come offeso. Noi abbiamo rispettato Rota, perché lo amiamo davvero. Poi mi è piaciuto calarmi nel ruolo del trombettista classico, cercando di suonare “dentro” l’orchestra, integrarmi col loro suono, anche se ero io ad esporre i temi. Per fortuna vengo anch’io da studi classici.”
In effetti non ti sei preso molte libertà dal punto di vista melodico. Più che altro hai dato espressione con scelte stilistiche e timbriche personali.
“Esatto. Ero certamente in tensione all’inizio, ma dopo pochi minuti sono stato avvolto dalla magia del loro suono e ho goduto. Alla fine mi è sembrato più importante e prezioso suonare all’unisono col violoncello il tema del Gattopardo in un modo perfetto, che riuscire a fare tutti gli assoli in programma.”
Perché questi esperimenti di commistione tra musica classica e jazz vengono spesso male?
“Perché i musicisti non riescono sempre a mettere da parte il proprio ego e dedicarsi completamente alla musica. Con la London, devo dire, i cinquanta musicisti si sono messi subito al servizio di Nino Rota e degli arrangiamenti scritti da Fonzi e io altrettanto.Ognuno ha fatto un passo verso gli altri. Tra l’altro, loro il giorno dopo andavano alla Royal Albert Hall a suonare Ravel e hanno solo quattro primi violini che si alternano a seconda dei generi musicali, ma l’orchestra è sostanzialmente la stessa. C’è un’abitudine più consolidata a frequentare generi diversi rispetto all’Italia.”
Hai cambiato trombe? Non usi più le Monette?
“No, ce le ho sempre, ma ora sto usando questi strumenti artigianali della G & P di Legnano, che sono molto belli.”
Che caratteristiche hanno?
“In particolare la tromba che uso è più leggera sotto tutti i punti di vista: il peso dello strumento, che ha una lastra più sottile e un canneggio più largo, una campana più ampia e ramata, ma sono anche più facili da suonare, pur mantenendo un suono scuro, come piace a me. Tra l’altro, pensavamo che col rame il suono si scurisse di più, invece non è accaduto, in compenso ha guadagnato in proiezione, il suono corre di più.
Perché è più facile da suonare?
“Perché, nonostante sia una tromba larga e quindi necessiti di una forte pressione della colonna d’aria, altrimenti lo strumento ti lascia a piedi, essendoci meno materiale, vibra più facilmente e quindi è più sonora.”

Giulio Cancelliere

Sarah Jane Morris: Cello Songs (Cinik Records)

La sua voce è un violoncello, affonda nelle frequenze più basse e oscure, si impenna in quelle più brillanti, a volte si sgrana e vibra come l’archetto sulle corde. Persino la sua chioma fulva ricorda certe sfumature del legno armonico di cui è fatta questa musica. Sarah Jane Morris ha una vocalità unica e sembra normale che sia accompagnata da un’orchestra unica nel suo genere, un ottetto di violoncelli guidati da Enrico Melozzi, ideatore e realizzatore di questa magia. Cello Songs si apre con Fast Cars, il primo e unico grande successo di una cantautrice, Tracy Chapman, che sembra avere dato il meglio di sé al debutto: subito il suono è scarno, solo una chitarra, quella di Dominic Miller e la voce che intona le prime note, ma dopo pochi versi ecco emergere gli archi, come una marea che sale e riempie lo spazio intorno e scandisce il ritmo leggero di questa canzone di inquieto disagio. Pino Daniele è, invece, una sorpresa, non ti  aspetti che Sarah Jane canti in napoletano, col suo accento improbabile. Eppure anche questo ha un senso, o ti sembra che l’abbia, tanto è liquido il piano di Danilo Rea, che si unisce all’orchestra. Love Is Pain è il grosso rischio che si è preso Enrico Melozzi, di confrontarsi con Morricone e il tema da C’era Una Volta In America: forse è il pezzo più prevedibile, per certi versi, già orchestrale di natura, meno sorprendente, ma risolto dalla cantante con la giusta misura di drammaticità. The Blower’s Daughter di Damien Rice è uno degli episodi più alti del disco: gli archi in continuo movimento, contrastano con una linea melodica dilatata, distesa, incantevole, mentre Danilo Rea inanella frasi di pianoforte e ricorda il miglior Zawinul. Illumination, è una malinconica e originale passeggiata sulla spiaggia deserta, accompagnata da rimpianti e nostalgie, contrappuntate ancora dai luminosi arpeggi di Miller. Un inedito e sorprendente Boy George, She Always Hangs Out Her Washing, sembra preso di peso dal repertorio dei trovatori seicenteschi. Un altro brano originale della stessa Morris, Migratory Birds, dal ritmo variabile, ora rilassato, ora incalzante, profondamente venato di blues, precede un altro momento topico del disco: Blue Valentines. Il celebre motivo di Tom Waits, pur senza le caratteristiche asprezze sonore e vocali dell’originale e su un tempo forse troppo veloce, mantiene un certo grado di commovente languore. L’orchestrazione e vocalizzazione del Clair De Lune di Debussy, un tema già frequentato in molte versioni, arriva quasi in chiusura di album come un crepuscolo inatteso, ma seguito paradossalmente da un’esplosione di luce, d’archi e voce: Sarah Jane Morris si trasforma in un coro gospel per intonare la conclusiva Mother Of God, infilzata dai sovracuti scintillanti e precisi di Fabrizio Bosso. Cello Songs – nulla a che vedere con Nick Drake, se non per un certo clima drammatico – è uno dei lavori più belli, originali e intensi usciti quest’anno. Buttate l’ipod e le cuffiette, chiudete il computer, riaccendete lo stereo, se ancora ne avete uno e sedetevi davanti alle casse: ne varrà la pena.

Giulio Cancelliere