Fabrizio Bosso: “Duke” live

Fabrizio Bosso 2015 (Ph Roberto Cifarelli)

Fabrizio Bosso 2015 (Ph Roberto Cifarelli)

Affrontare il repertorio più popolare di Duke Ellington con una big band può essere agevole per l’impatto che hanno certi temi sui sentimenti del pubblico, ma, altrettanto, può trasformarsi in una sfida con la storia del jazz e uscirne con le ossa rotte è un’opzione non trascurabile. C’è voluta la bravura di due fuoriclasse come Paolo Silvestri, che ha curato arrangiamenti e orchestrazione, e di Fabrizio Bosso, che possiede tecnica, preparazione e cuore per superare una simile prova e affiancarsi così ai grandi solisti che hanno reso celebre l’orchestra del Duca.
Finalmente, dopo il disco Duke uscito ormai da mesi, ecco il live, nel nuovo spazio Unicredit Pavillion a Milano, che ricalca precisamente la scaletta del CD, a cominciare dalla luminosa serenità di I Let A Song Go Out Of My Heart, ricamata dal bel solo del sax baritono di Marco Guidolotti, per proseguire con la carnale e rovente Caravan, in cui la sezione ritmica di Julian Oliver Mazzariello al piano, Luca Alemanno al contrabbasso e Nicola Angelucci alla batteria, sostiene una scansione indiavolata e il trombettista torinese può sfoderare gli affilati artigli che l’hanno reso celebre non solo in ambito jazz.
Fabrizio Bosso - Ph. Giovanni Daniotti medIn A Sentimental Mood concede respiro al pubblico, ma non alla band, concentratissima, né a Bosso, che nelle ballad tende un po’ a divagare.
Torna lo swing scatenato in It Don’t Mean A Thing, eseguita in sestetto, con il leader affiancato da Michele Polga al tenore (che per un attimo si distrae mancando l’attacco del solo) e ancora Guidolotti al baritono.
Quando risuona l’intro di Black And Tan Fantasy che apre trionfalmente Jeep’s Blues, per un attimo si sogna il Cotton Club e l’epoca d’oro del jazz, rievocata dalla verve di Fabrizio Bosso che con la sordina plunge ricalca lo stile jungle di Cootie Williams, uno dei solisti storici e più caratteristici dell’orchestra di Ellington. Poi ci si mettono anche il trombone e la tromba di Mario e Claudio Corvini a completare il quadro fumoso e ingiallito di quegli anni ruggenti.
Solitude è un altro di quei brani che rappresentano la prova del fuoco per il solista che è obbligato a “contenersi” e distillare tutta la sua passione in sentimento. Bosso non sempre ci riesce, soprattutto dal vivo, ma a suo merito va precisato che dalla tromba riesce a ricavare un suono così morbido, rotondo e vellutato, da non avere più bisogno del flicorno, che pure adottava fino a qualche anno fa.
BOSSO_PH_BOCCALINI_medLo show si conclude con Perdido, del portoricano Juan Tizol, con la sezione fiati in gran spolvero nell’introduzione prima del tema e poi di nuovo con i solisti Gianni Oddi al contralto e Fernando Brusco alla tromba assieme agli altri impegnati in una “chase” (in gergo l’alternarsi veloce dei solisti uno dopo l’altro in turni sempre più brevi fino al “pieno” finale) nel classico stile di epoca swing, ma in uso ancora oggi. Il pianoforte di Mazzariello, brillante e agile, è un po’ sacrificato dall’arrangiamento che lo sovrasta, mentre Bosso può ridare finalmente sfogo ai suoi celebri sovracuti, che centra sempre come un infallibile cecchino.
Il bis è rilanciato dalla tromba che giù dal palco richiama la band sul tema di C Jam Blues, per poi concludersi con una ripresa di Caravan, ancora sullo slancio degli arrangiamenti di Paolo Silvestri, che ha lavorato bene su una musica immortale, ma che aveva bisogno di una lucidata per farla brillare ancora.
Applausi entusiasti da un pubblico composto in buona parte da addetti ai lavori (molti i musicisti presenti) con Fabio Concato in prima fila, che con Bosso ha un’apprezzabile consuetudine.

Giulio Cancelliere

                                                                         

Joe Jackson al Teatro Nazionale di Milano

Non sembrano nemmeno passati  30 anni dal capolavoro Night And Day e 29 da quando vidi Joe Jackson la prima volta al Rolling Stone di Milano il 25 gennaio 1983 (ho i miei motivi per ricordarlo): già allora Sue Hadjopoulos zompava sulle percussioni nell’intro di Another World e nella seguente Target, che ancora oggi vengono eseguite in medley assieme all’hit Steppin’ Out. E anche oggi, come allora, Joe Jackson saluta il pubblico al termine del concerto con la sua A Slow Song, l’appello accorato ai dj affinché abbandonino il format omologato e si lascino andare alla passione e al sentimento per una volta. Ripensandoci, forse già allora c’era una luce che illuminava la foto di Duke Ellington sul comodino di Jackson, ma non aveva il coraggio di dirlo – non si era spinto oltre Jumpin’ Jive e la copertina simil-BlueNote di Body And Soul – per non sembrare pretenzioso. Eppure con quella voce sgangherata da monello punk, che non è mai cambiata da Look Sharp a oggi, avrebbe potuto dire qualsiasi cosa e sarebbe stato preso sul serio.  Solo i capelli sono diventati bianchissimi e, quando elegante, sbuca da dietro le quinte e si siede al piano digitale, è un caloroso applauso  di fan vecchi e nuovi che lo accoglie. Il successo controverso di The Duke (ma come si è permesso di rivoltare la sacra musica del Duca come un calzino? Farla suonare persino dal satanico Steve Vai e dallo scandaloso Iggy Pop?) lo ha riportato alla ribalta e l’attacco solitario del brano-manifesto It Don’t Mean A Thing inaugura un concerto per certi versi memorabile. Nessuno, prima di lui, era riuscito a conciliare così armonicamente lo swing di Rockin’ In Rhythm in versione New Orleans twist (sua la definizione con tanto di basso tuba suonato dal bassista Jesse Murphy ) col pop raffinato di It’s Different For Girls (da I’m The Man) e You Can’t Get What You Want (ancora da Body And Soul), l’esotismo di Caravan, cantata in farsi dalla multistrumentista Allison Cornell, con la nostalgia tormentata di Hometown (dal variegato e non fortunatissimo Big World). Anche Duke era un sentimentale (Mood Indigo coi bellissimi assoli di Adam Rogers alla chitarra e Regina Carter al violino) esattamente come Jackson (Be My Number Two, Is She Really Going Out With Him?, con risposte dal pubblico, com’è tradizione); era un testimone del suo tempo (Take The A Train, The Mooche e Black & Tan Fantasy in versione electric jungle) come  Jackson quando canta  We Can’t Live Together puntando il dito contro gli squilibri del mondo. Il musicista britannico si conferma artista intelligente e raffinato, buon cantante (pochissimi i cedimenti vocali) e pianista di gusto, non un virtuoso, ma abile a sufficienza per rievocare le armonie del Duca e organizzare misurati assoli. Standing ovation meritatissima.

Giulio Cancelliere

Max Ionata – Dado Moroni: Two For Duke (ViaVenetoJazz)

Si può dire: facile scegliere Ellington, comunque piacerà perché è un autore popolare e i suoi temi sono universalmente conosciuti e stuzzicano la fantasia anche del jazzofilo meno esperto e avveduto. Non è così. Proprio perché Ellington è stato letto, riletto, rivoltato e spiegazzato, è sempre più complicato riproporlo senza annoiare. Bisogna essere preparati e colti come Dado Moroni per affrontare il Duca col giusto spirito, personalità spiccata e rispetto per il compositore. Il pianista genovese vanta un curriculum denso di esperienze con i più grandi jazzisti di tutto il mondo, soprattutto americani, compresi Jimmy Woode e Sam Woodyard, che gli consente tutto questo. Moroni è un musicista che va a fondo delle cose e le sue analisi armoniche toccano corde che vibrano nel cuore di chiunque ami il blues e lo swing, due degli elementi fondanti la musica di Duke: basti ascoltare Daydream, in cui il sax di Max Ionata, altro grande protagonista di questo lavoro, fraseggia con sonorità calde, senza lasciarsi andare a facili languori, vibrati troppo insistiti, soffiati eccessivi, effettoni risaputi, ma mettendoci il giusto sentimento; o la seguente The Intimacy Of The Blues firmata da Strayhorn (compositore sopraffino anche di Lotus Blossom e All Day Long), in cui i due solisti passeggiano disinvoltamente su cadenze note, ma saltando qualche siepe armonica o battendo sentieri e linee di basso meno frequentate, portandoci fino all’essenza della ricca musicalità dell’arrangiatore preferito di Ellington.
In Just Squeeze Me Moroni imbraccia il contrabbasso sostenendo, con un walkin’ bass elegante e preciso, il tema (qua e là all’unisono col sax) e il bel solo di tenore, ma concedendosi anche un momento solista dignitoso e un guizzo virtuosistico.
Nelle conclusive Come Sunday e In My Solitude il clima è più riflessivo con accenti gospel, il suono di Ionata si fa bronzeo e la voce da crooner di Dado Moroni (un po’ alla Nat Cole e ancora al contrabbasso, questa volta sovrainciso) ci saluta con calore e intonazione perfetta. Two For Duke è un disco che dopo ripetuti ascolti non sazia, ma fa venire voglia di sentirlo ancora. Bravi!

Giulio Cancelliere