Bulli e Pupi

Viviamo tempi strani in cui anche l’arte, la musica in particolare, può diventare oggetto di contesa, disputa, accanimento violento. Certo, pure in passato si poteva fare a pugni per un acuto mal riuscito, una partitura frettolosa, una messa in scena sciatta, una recensione dispettosa o anche per motivi extra-musicali: Rossini fu accusato da alcuni gruppi di facinorosi di non appoggiare con sufficiente veemenza i moti del ’48 e, contemporaneamente, la musica dell’Ernani di Verdi veniva usata per inneggiare al re Borbone delle due Sicilie all’insaputa, forse, dell’autore. I tifosi di questo o quell’artista sapevano difendere i loro beniamini anche passando a vie di fatto contro i detrattori, più o meno in buona fede. Compositori, direttori d’orchestra, tenori e soprani, baritoni e contralti potevano contare su agguerriti fan club, o meglio, claque, dentro e fuori i teatri e chi li intralciava rischiava contestazioni plateali, letteralmente, capaci di distruggere carriere ed equilibri psicologici: i dualismi Callas-Tebaldi, Di Stefano-Del Monaco, De Sabata-Toscanini incendiavano animi e discussioni. Ma tutto restava chiuso in una ristretta cerchia di appassionati, per quanto popolari fossero i nomi in ballo.
Oggi, i cosiddetti “social”, che sembrano così spesso stuzzicare gli istinti asociali che covano in molti di noi, che sia suffragata o meno da concreta base di conoscenza, trasformano in peana o invettiva qualsiasi opinione. E la trasmettono a tutto l’universo mondo, purché collegato in rete.
E chi pensasse che il jazz, musica cool per eccellenza, sia anche ignifugo e i jazzisti al di sopra di certe miserie umane, si ricreda.
A nessuno piace che il proprio lavoro sia criticato, soprattutto se si è profuso impegno, sudore e, soprattutto, trattandosi di arte, anima e intimità. Tuttavia è nella natura del lavoro artistico presentarsi “nudi” in pubblico, sottoporsi allo sguardo del pubblico, al suo giudizio, che potrà essere esaltante o spietato, ma insindacabile, visto che si esprimerà in vendite di dischi e biglietti per i concerti.
Ma quando il pubblico è composto da addetti ai lavori, giornalisti e critici, la questione si complica sempre un po’: i rapporti tra stampa e musicisti di solito sono improntati ad un certo fair-play, un rispetto reciproco, ma sorvegliato, per le ragioni sopraddette: basta una velata critica, un giudizio ancorché moderatamente negativo per far scoccare la scintilla della rivalsa, che può consistere, nel migliore dei casi, in un’alzata di sopracciglio e uno sbuffo di noia per “lo scribacchino che chiaramente non capisce una cippa di musica, non sa suonare nemmeno uno strumento o, peggio ancora, è un musicista fallito e frustrato che si vendica cazziando i mancati colleghi”, fino ad affrontare fisicamente l’autore, nel peggiore.
Naturalmente, la rete ha ampliato a dismisura l’arena al cui centro si confrontano le tifoserie dell’uno o dell’altro e dove si perde ogni senso comune.
Proprio in questi giorni mi è capitato di assistere al “linciaggio digitale” di un collega, reo di avere recensito negativamente il disco di un musicista dalla lunga e brillante carriera a livello internazionale e che certamente avrebbe potuto impipparsene di quel giudizio, ma quel giorno evidentemente gli girava male e l’ha voluto dare in pasto alla folla. E la folla, come pupi mossi dai fili di un inspiegabile livore, ha reagito con vorace appetito. Tra l’altro, il giornalista era indicato con il solo cognome e qualcuno ha pensato bene di equivocare e scambiarlo per un noto commentatore politico, confondendolo col critico musicale, rovesciando quindi insulti sulla persona sbagliata, dandogli persino del venduto al soldo dei partiti, quali non importa “che tanto sono tutti uguali”. Se il fenomeno è abbastanza disturbante – il linciaggio è comunque pratica disdicevole – sotto un certo profilo fa anche tenerezza, poiché alle invettive nei confronti di “quell’incompetente, ignorante, imparentato certamente con gente di malaffare, incapace di distinguere non solo un accordo maggiore da uno minore, ma nemmeno il suono di un campanello da quello di un campanaccio”, si accompagnavano complimenti nei confronti del musicista talmente esagerati, iperbolici, smielati e settari, da risultare persino infantili. Anche in un teppista, perché l’atteggiamento era un po’ questo, spesso si nasconde un bambinone in cerca di attenzione.
Ora, credo che ognuno debba fare il proprio mestiere e, scusate se mi autocito, come dice Cappa, il personaggio del mio romanzo Silenziosa(mente): “il musicista suona, il critico scrive, altrimenti, il musicista, se è in grado di farlo, se la può suonare, cantare, scrivere, raccontare…”.
Al di là delle opinioni di Cappa, personaggio di assoluta fantasia per niente aderente alla realtà o somigliante a chicchessia, una recensione può venire bene o male, talvolta la scelta dei termini non è la più oculata, i tempi possono essere ristretti e non consentire la sufficiente attenzione da parte dell’autore e a farne le spese è il musicista che si vede preso di mira, magari ingiustamente, da un individuo che spesso nemmeno conosce, ma questo non giustifica forme di bullismo e idolatrismo come quelle appena descritte. L’arte è segno inequivocabile di civiltà e gli incivili distruggono le opere d’arte, ma chi strumentalizza l’arte per i suoi scopi incivili è incivile al quadrato.

Giulio Cancelliere

Nick Cave: One More Time With Feeling

image003Nick Cave ha da anni uno stretto rapporto con il cinema come autore di colonne sonore, di frequente in collaborazione con Warren Ellis e come sceneggiatore (uno degli ultimi lavori è Lawless, del 2012, ambientato in Virginia all’epoca del proibizionismo), ma più spesso gli piace stare di fronte alla macchina da presa. La meticolosità con cui cura la propria immagine rasenta il maniacale (“Stanno bene i miei capelli?” è quasi un tormentone) e One More Time With Feeling, il documentario che il regista neozelandese Andrew Dominik (Chopper, L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, Cogan – Killing Them Softly) ha girato durante la lavorazione dell’ultimo album con la band storica dei Bad Seeds, Skeleton Tree, non contraddice questa sua attitudine appena appena narcisistica. Presentato fuori concorso all’ultima mostra del cinema di Venezia, girato prevalentemente in bianco e nero e in 3D, il film in origine doveva essere una sorta di making of… del disco, ma la tragedia che ha colpito la famiglia Cave – la morte del figlio quindicenne Arthur, precipitato da una scogliera probabilmente sotto l’effetto di stupefacenti – ha mutato drasticamente intenzioni e carattere delle immagini e richiesto ulteriori riprese. In realtà la sovrapposizione degli eventi – scrittura delle canzoni, lavorazione del disco, morte del ragazzo, ideazione del film, realizzazione, interviste – rende tutto un po’ confuso e di ardua lettura (qualcuno può pensare che Cave abbia potuto spettacolarizzare il lutto?), ma non è il limite maggiore del film.
Già in  20.000 Days on Earth del 2014, il musicista australiano aveva illustrato il suo metodo di lavoro come scrittore e compositore e, probabilmente, non c’era bisogno di un ripasso, tuttavia Cave, forse ingenuamente, ha voluto ribadire come sempre più di frequente sia solito abbandonarsi a un flusso di coscienza musicale durante le jam session con Ellis, improvvisando accordi (ed evidenziando i suoi limiti, quelli sì rilevanti, come pianista) e melodie alle quali legare i suoi testi. Un sistema che l’ha portato negli ultimi anni a non scrivere più vere canzoni, ma a recitare versi su tappeti sonori elettronici e ritmiche ipnotiche, in una sorta di reading monotono e poco stimolante.
Toccanti sono, invece, le interviste relative al tragico evento, durante le quali i coniugi sono costretti a elaborare il lutto davanti alla cinepresa e tentare di procurarsi una via d’uscita da un dolore lacerante che non cesserà mai (“Il tempo è come un elastico – dice Cave – “puoi proseguire la tua vita facendo mille cose, ma ad un certo momento l’elastico si tenderà a tal punto che ti riporterà sempre lì, su quella scogliera dove è avvenuto il fatto”).
I fan di Nick Cave probabilmente troveranno conferme sul loro beniamino, in termini di profondità e complessità del personaggio e anche qualche sorpresa divertente, quando racconta come sua moglie ami spostare i mobili di casa quando lui non c’è o dorme, ma per il neofita il film non incuriosisce, né offre spunti sorprendenti. Neppure la tecnologia 3D, a parte qualche campo lungo in sala d’incisione, aggiunge molto a un film sostanzialmente pretestuoso. Molto meglio i più tradizionali carrelli circolari durante le session di registrazione e i primi piani silenziosi sul volto del protagonista, mentre cerca le parole per raccontare la fatica di sopravvivere.

Giulio Cancelliere

F. Concato/F. Bosso/J. O. Mazzariello: Non Smetto Di Ascoltarti (Warner Music)

Cover_Non_Smetto_Di_AscoltartiSe la canzone più popolare di Fabio Concato è Domenica Bestiale, probabilmente è anche quella che meno lo rappresenta dal punto di vista strettamente musicale. Germogliato da un humus artistico fatto di jazz, cabaret, musica d’autore e un pizzico di lirica (i nonni erano cantanti d’opera), con i suoi dischi Concato ci ha fatto sorridere, pensare, ballare, commuovere, innamorare. Quando lavoravo alla radio, mi piaceva definirlo impropriamente il James Taylor italiano, perché ci sa fare parecchio con la chitarra acustica e con pochi elementi, in tre minuti, mette assieme dei capolavori di eleganza, raffinatezza, poesia. E, come il cantautore californiano, nasconde dei segreti. Così come dal vivo James Taylor sfodera una sfavillante anima rock-blues, anche Concato fuori delle ristrettezze imposte dalle leggi, scritte e no, della discografia, da sfogo alla sua indole jazz, perché lui è fondamentalmente un cantante jazz, come lo erano Billie Holiday, Carmen McRae e  il Frank Sinatra dei tempi d’oro, che sapevano planare sulla melodia, seguirne il filo, ma poi improvvisamente scartare, impennare, scendere in picchiata o librarsi alto in volo per poi riafferrarne la traiettoria e portarla in fondo con un ultimo guizzo e una strizzata d’occhio allo spettatore incantato.
Ora, questa abilità, frutto della passione di una vita – perché il jazz non c’è nei manuali, se non lo ascolti, non saprai mai come suonarlo – è finalmente anche su disco.
Grazie a uno stretto rapporto di amicizia umana e musicale con Fabrizio Bosso, tra i più talentuosi trombettisti europei, ecco che l’essenza jazz del canto di Concato è emersa a tutto tondo, mentre prima appariva solo in filigrana.
Anticipato e sostanzialmente favorito da un lungo tour in trio (con loro l’ottimo pianista anglo-salernitano Julian Oliver Mazzariello) tuttora in corso, ecco finalmente l’album che suggella il sodalizio: Non Smetto Di Ascoltarti è una raccolta di grandi canzoni italiane, tra le più belle mai scritte, rilette con uno sguardo jazz, ma non necessariamente jazzificate: Nessuno Al Mondo, Io Che Amo Solo Te, Anna Verrà, Scrivimi (una gemma del troppo trascurato Nino Buonocore), Diamante, sono ballad che, in quanto a ricercatezza melodica e intensità poetica, nulla hanno da invidiare al song-book americano che ha costituito per quasi un secolo la spina dorsale del repertorio jazz internazionale. Un brano d’epoca (1939) come Mille Lire Al Mese aveva già in sé i geni del jazz grazie all’arrangiamento di Pippo Barzizza, così come L’Armando di Jannacci avrebbe potuta scriverla Fats Waller. Fa forse eccezione La Casa In Riva Al Mare, che ha subito una rielaborazione più profonda, ma Dalla, jazzista di razza, non se ne avrebbe avuto a male; e L’arcobaleno, un successo di Adriano Celentano scritto da Mogol e Gianni Bella, cullata al pianoforte da un’habanera cubana.
In quanto alle canzoni di Concato, a cominciare da Canto, dichiarazione di intenti inequivocabile, per proseguire con alcuni dei capitoli più significativi del suo fare musica come Rosalina, 051/222525, Non Smetto Di Aspettarti e la stessa Domenica, non sono che riconferme di una vena ricca di suggestioni messa ancora più in rilievo dall’essenzialità dell’organico. Grande assente quella Gigi, dedicata al padre, che aveva già trovato posto nell’album Tandem di Bosso e Mazzariello del 2014 e che sarebbe stata magnificamente anche qui.

Giulio Cancelliere

Partenze

trenovaporecastagnemarradiQuando da bambino ti accorgi che attorno a te, oltre ai giocattoli, sono spuntati un pianoforte, un basso Meazzi, una chitarra elettrica Eko, qualche volta appare una batteria Hollywood, poi un Hammond L100, un piano elettronico Crumar seguito da un organo GEM e un piano elettrico Rhodes, una cassa per basso da 100w Marshall rossa, arrivata da Londra sul portapacchi di una Simca 1000 targata MI A16873; sulla fonovaligia stereo di Selezione e sul magnetofono Castelli le Fiabe Sonore dei Fratelli Fabbri sono state soppiantate da In-A-Gadda-Da-Vida e Atom Heart Mother, Very Heavy Very Humble e Demons And Wizards, Led Zep I e II, Pictures At An Exibhition e Tarkus, This Was e Thick As A Brick, Genesis Live e Paranoid, The Crazy World Of Arthur Brown, Live Cream, Lady Soul, White Album, Close To The Edge, Machine Head e Made In Japan; quando il massimo del sentirsi “grandi” è scendere in cantina per sentire come suonano forte i ragazzi del “complesso” ed essere mal sopportato perché giù ci sono anche le ragazze e tu hai solo 10 anni e sei troppo piccolo per vedere certe cose, “che poi magari le racconti a casa”; quando caparbiamente tenti di imitare quello che hai sentito sui dischi e passi ore a riascoltare sempre gli stessi dieci secondi in cui quel demonio suona qualcosa che non riesci a capire e ogni volta ti alzi dal piano, sollevi il braccio del giradischi, lo posi con impazienza su quel punto maledetto, che dopo ore di insistenza si sta inesorabilmente deteriorando fino a diventare inascoltabile e lì la puntina d’ora in poi salterà sempre; ecco, a quel punto cominci a pensare che la musica rappresenterà molto probabilmente qualcosa di importante nella tua vita, tra ossessione ed estasi, incubo e sogno, molestia e libidine, depressione ed euforia,  conflitto e complicità, solitudine e condivisione.
È per questo che la strage di musicisti a cui stiamo assistendo da cinque o sei anni a questa parte, musicisti che hanno rappresentato un bel pezzo di storia della musica del dopoguerra, soprattutto dagli anni Sessanta in poi, quando il rock, in tutte le sue forme e correnti, ha invaso le nostre case dalla radio, ma, soprattutto, dagli impianti stereo più o meno costosi e sofisticati, ci lascia basiti, stupefatti e anche un po’ irritati. Non a caso molti di loro sono settantenni, nati in quegli anni Quaranta che rappresentano una sorta di generazione aurea per la musica che verrà di lì a poco.
Restiamo increduli perché non pensavamo possibile che i nostri eroi idealizzati come invincibili ribelli, geni creativi irrefrenabili, potessero morire a un’età banale come settant’anni, in un letto d’ospedale, con la flebo al braccio come un qualsiasi malato terminale: gli eroi se ne vanno giovani, ventenni, bruciando in fretta, un attimo di incandescenza, un lampo e via, spenti. Oppure vecchissimi, come il Dustin Hoffman del Piccolo Grande Uomo, incartapecorito, ma con mille storie, mille avventure da raccontare e tramandare.
Partirsene a settant’anni, senza preavviso, senza biglietto, al buio, come clandestini, è uno sfregio a noi che li abbiamo ammirati, seguiti, venerati, appesi alle pareti delle nostre stanze, difesi dai detrattori e, talvolta, messi da parte per poi recuperarli anni dopo durante nostalgiche fasi di revival.
E poi, come si permettono? Con sé si portano via anche un pezzo della nostra vita, il pezzo più bello, fresco, rorido, denso di aspettative, speranze, sogni.
Lasciandoci più soli e disperati.

Giulio Cancelliere

Partiti nel 2010
James Moody, sassofonista e flautista statunitense (n. 1925)
Roberto Pregadio, compositore, pianista e direttore d’orchestra italiano (n. 1928)
Lelio Luttazzi, attore, cantante e direttore d’orchestra italiano (n. 1923)
Hank Jones, pianista e compositore statunitense (n. 1918)
Peter Van Wood, chitarrista, cantante e astrologo olandese (n. 1927)
Herb Ellis, chitarrista statunitense (n. 1921)
Nicola Arigliano, cantante e attore italiano (n. 1923)
Ronnie James Dio, cantautore statunitense (n. 1942)
Abbey Lincoln, cantante, compositrice e attrice statunitense (n. 1930)
Oscar Avogadro, paroliere, cantante e compositore italiano (n. 1951)
Solomon Burke, cantante statunitense (n. 1940)
Remo Germani, cantante italiano (n. 1938)
Gregory Isaacs, cantante giamaicano (n. 1951)
Captain Beefheart, cantante, musicista e pittore statunitense (n. 1941)
Teddy Pendergrass, cantante, paroliere e compositore statunitense (n. 1950)
Malcolm McLaren, produttore discografico e cantante britannico (n. 1946)
Lena Horne, cantante, attrice e danzatrice statunitense (n. 1917)
Gepy & Gepy, cantante, compositore e produttore discografico italiano (n. 1943)
Ben Keith, musicista e produttore discografico statunitense (n. 1937)
Bruno De Filippi, musicista e compositore italiano (n. 1930)
Bill Dixon, musicista, compositore e educatore statunitense (n. 1925)

Partiti nel 2011
Mick Karn, musicista cipriota (n. 1958)
Gerry Rafferty, cantautore scozzese (n. 1947)
Poly Styrene, cantante e musicista britannica (n. 1957)
Gil Scott-Heron, poeta e musicista statunitense (n. 1949)
Paul Motian, batterista, compositore e musicista statunitense (n. 1931)
Gary Moore, chitarrista e cantante britannico (n. 1952)
Hubert Sumlin, chitarrista e cantante statunitense (n. 1931)
Dobie Gray, cantante e cantautore statunitense (n. 1940)
Cesária Évora, cantante capoverdiana (n. 1941)
George Shearing, pianista e compositore britannico (n. 1919)
Pinetop Perkins, pianista statunitense (n. 1913)
Bob Brookmeyer, trombonista, compositore e pianista statunitense (n. 1929)
Joe Morello, batterista statunitense (n. 1928)
Sam Rivers, sassofonista, polistrumentista e compositore statunitense (n. 1923)
Clarence Clemons, sassofonista statunitense (n. 1942)
Alan Rubin, trombettista statunitense (n. 1943)

Partiti nel 2012
Ravi Shankar, musicista e compositore indiano (n. 1920)
Lucio Dalla, musicista, cantautore e attore italiano (n. 1943)
Scott McKenzie, cantante statunitense (n. 1939)
Dave Brubeck, pianista e compositore statunitense (n. 1920)
Robin Gibb, cantante, compositore e arrangiatore mannese (n. 1949)
Etta James, cantante statunitense (n. 1938)
Joe Byrd, musicista statunitense (n. 1933)
Bob Welch, musicista statunitense (n. 1945)
Franco Ceccarelli, musicista e produttore discografico italiano (n. 1942)
Lucia Mannucci, cantante italiana (n. 1920)
Nico Tirone, cantante italiano (n. 1944)
Levon Helm, batterista, cantante e attore statunitense (n. 1940)
Giorgio Consolini, cantante italiano (n. 1920)
Éric Charden, cantante, cantautore e scrittore francese (n. 1942)
Jon Lord, compositore, pianista e organista britannico (n. 1941)
Alida Chelli, attrice e cantante italiana (n. 1943)
Earl Scruggs, suonatore di banjo, chitarrista e compositore statunitense (n. 1924)
Doc Watson, cantautore e chitarrista statunitense (n. 1923)
Pete Cosey, chitarrista statunitense (n. 1943)
Terry Callier, chitarrista e cantautore statunitense (n. 1945)
Huw Lloyd-Langton, chitarrista inglese (n. 1951)
Arvid Andersen, bassista inglese (n. 1945)
Donald Dunn, bassista, produttore discografico e cantautore statunitense (n. 1941)
Bob Birch, bassista statunitense (n. 1956)
Lee Dorman, bassista statunitense (n. 1942)
Ronnie Montrose, chitarrista statunitense (n. 1947)
Lucio Quarantotto, cantautore e compositore italiano (n. 1957)

Partiti nel 2013
Alvin Lee, chitarrista, cantante e compositore britannico (n. 1944)
Richie Havens, cantante e chitarrista statunitense (n. 1941)
Bob Brozman, chitarrista e musicista statunitense (n. 1954)
Georges Moustaki, paroliere e cantante greco (n. 1934)
Little Tony, cantante e attore sammarinese (n. 1941)
Bobby Bland, cantante e musicista statunitense (n. 1930)
Valerio Negrini, musicista e paroliere italiano (n. 1946)
George Jones, cantautore e musicista statunitense (n. 1931)
Massimo Catalano, musicista, trombettista e personaggio televisivo italiano (n. 1936)
Armando Trovajoli, pianista, compositore e direttore d’orchestra italiano (n. 1917)
Bebo Valdés, pianista e compositore cubano (n. 1918)
Ray Manzarek, pianista statunitense (n. 1939)
George Duke, pianista, tastierista e produttore discografico statunitense (n. 1946)
Cedar Walton, pianista e compositore statunitense (n. 1934)
Roger LaVern, musicista britannico (n. 1938)
Pino Massara, musicista, compositore e produttore discografico italiano (n. 1931)
J.J. Cale, cantautore e musicista statunitense (n. 1938)
Pete Haycock, musicista e compositore britannico (n. 1951)
Yusef Lateef, musicista e compositore statunitense (n. 1920)
Enzo Jannacci, cantautore, cabarettista e attore italiano (n. 1935)
Franco Califano, cantautore, paroliere e produttore discografico italiano (n. 1938)
Piero Finà, cantautore e scrittore italiano (n. 1942)
Corrado Castellari, cantautore e compositore italiano (n. 1945)
Gipo Farassino, cantautore, attore e politico italiano (n. 1934)
Tony Sheridan, cantautore e chitarrista britannico (n. 1940)
Kevin Ayers, cantautore, chitarrista e bassista inglese (n. 1944)
Peter Banks, chitarrista britannico (n. 1947)
Jackie Lomax, cantante e chitarrista britannico (n. 1944)
Oscar Castro-Neves, chitarrista, arrangiatore e compositore brasiliano (n. 1940)
Philip Chevron, chitarrista e cantante irlandese (n. 1957)
Lou Reed, cantautore, chitarrista e poeta statunitense (n. 1942)
Jim Hall, chitarrista statunitense (n. 1930)
Roberto Ciotti, chitarrista italiano (n. 1953)
Claudio Rocchi, cantautore, bassista e conduttore radiofonico italiano (n. 1951)
Jimmy Fontana, cantautore, contrabbassista e attore italiano (n. 1934)
Nic Potter, bassista britannico (n. 1951)
Trevor Bolder, bassista britannico (n. 1950)
George Gruntz, tastierista e compositore svizzero (n. 1932)
Donald Byrd, trombettista statunitense (n. 1932)

Partiti nel 2014
Dennis Frederiksen, cantante statunitense (n. 1951)
Shirley Temple, attrice, cantante e ballerina statunitense (n. 1928)
Freak Antoni, cantautore, scrittore e poeta italiano (n. 1954)
Francesco Di Giacomo, cantante italiano (n. 1947)
Massimo Castellina, fisarmonicista e cantante italiano (n. 1970)
Bambi Fossati, cantante, compositore e chitarrista italiano (n. 1949)
Gerry Goffin, paroliere e cantante statunitense (n. 1939)
Horace Silver, pianista e compositore statunitense (n. 1928)
Johnny Winter, chitarrista e cantante statunitense (n. 1944)
Dick Wagner, chitarrista e cantante statunitense (n. 1942)
Peret, cantante spagnolo (n. 1935)
John Gustafson, bassista e cantante britannico (n. 1942)
Tim Hauser, cantante, produttore discografico e arrangiatore statunitense (n. 1941)
Jack Bruce, musicista, compositore e cantante scozzese (n. 1943)
Jimmy Ruffin, cantante statunitense (n. 1936)
Alfredo Cohen, cantante e attore italiano (n. 1942)
Bobby Keys, sassofonista statunitense (n. 1943)
Udo Jürgens, cantante austriaco (n. 1934)
Joe Cocker, cantante britannico (n. 1944)
Carlo Bergonzi, tenore italiano (n. 1924)
Alessandro Centofanti, musicista, tastierista e pianista italiano (n. 1952)
Mango, cantautore, musicista e scrittore italiano (n. 1954)
Joe Lala, attore, doppiatore e musicista statunitense (n. 1947)
Giorgio Gaslini, compositore, direttore d’orchestra e pianista italiano (n. 1929)
Joe Sample, pianista e compositore statunitense (n. 1939)
Renato Sellani, pianista italiano (n. 1926)
Davide Santorsola, pianista e compositore italiano (n. 1961)
Jesse Winchester, cantautore e musicista statunitense (n. 1944)
Gennaro Petrone, musicista e compositore italiano (n. 1958)
Bruno Aragosti, musicista e arrangiatore italiano (n. 1924)
Mario Costalonga, musicista italiano (n. 1932)
Bobby Womack, cantautore e chitarrista statunitense (n. 1944)
Manitas de Plata, chitarrista francese (n. 1921)
Ronny Jordan, chitarrista britannico (n. 1962)
Paco de Lucía, chitarrista e compositore spagnolo (n. 1947)
Pete Seeger, cantautore e compositore statunitense (n. 1919)
Aldo Donati, cantautore, attore e conduttore televisivo italiano (n. 1947)
Bob Crewe, cantautore e produttore discografico statunitense (n. 1931)
Ian McLagan, tastierista, polistrumentista e cantautore britannico (n. 1945)
Charlie Haden, contrabbassista statunitense (n. 1937)
Glenn Cornick, bassista britannico (n. 1947)
Kenny Wheeler, trombettista e compositore canadese (n. 1930)
Paul Horn, flautista e sassofonista statunitense (n. 1930)

Partiti nel 2015
Kim Fowley, cantante, musicista e produttore discografico
Edgar Froese, musicista tedesco (n. 1944)
Percy Sledge, musicista e cantante statunitense (n. 1940)
James Last, musicista, compositore e direttore d’orchestra tedesco (n. 1929)
Dieter Moebius, musicista svizzero (n. 1944)
Giancarlo Golzi, batterista, musicista e paroliere italiano (n. 1952)
Allen Toussaint, musicista, compositore e produttore discografico statunitense (n. 1938)
Lemmy Kilmister, cantante, musicista e compositore britannico (n. 1945)
 B.B. King, chitarrista e cantante statunitense (n. 1925)
Marco Tamburini, trombettista e compositore italiano (n. 1959)
Anna Marchetti, cantante italiana (n. 1945)
Jim Diamond, cantante britannico (n. 1951)
Franzl Lang, cantante tedesco (n. 1930)
Natalie Cole, cantante statunitense (n. 1950)
Demis Roussos, cantante e bassista greco (n. 1946)
Maurizio Arcieri, cantante, attore e compositore italiano (n. 1942)
Marisa Del Frate, cantante, attrice e showgirl italiana (n. 1931)
Steve Strange, cantante britannico (n. 1959)
Inezita Barroso, cantante, attrice e compositrice brasiliana (n. 1925)
Daevid Allen, chitarrista, cantante e compositore australiano (n. 1938)
Rodolfo Maltese, chitarrista, trombettista e compositore italiano (n. 1947)
Pino Daniele, cantautore e chitarrista italiano (n. 1955)
John Renbourn, chitarrista e compositore britannico (n. 1944)
Chris Squire, bassista britannico (n. 1948)
Mike Porcaro, bassista statunitense (n. 1955)
Andy Fraser, bassista inglese (n. 1952)
Louis Johnson, bassista e produttore discografico statunitense (n. 1955)
Ben E. King, cantautore statunitense (n. 1938)
John Trudell, attivista, cantautore e attore statunitense (n. 1946)
Andraé Crouch, compositore, cantautore e produttore discografico statunitense (n. 1942)
John Taylor, pianista e compositore britannico (n. 1942)
Aldo Ciccolini, pianista italiano (n. 1925)
Ornette Coleman, sassofonista e compositore statunitense (n. 1930)
Phil Woods, sassofonista statunitense (n. 1931)
Steve Mackay, sassofonista statunitense (n. 1949)
Clark Terry, trombettista e compositore statunitense (n. 1920)

Partiti nel 2016
Vanity, cantante, attrice e modella canadese (n. 1959)
Michel Delpech, cantante francese (n. 1946)
Black, cantante britannico (n. 1962)
Paul Kantner, cantante statunitense (n. 1941)
David Bowie, cantautore, polistrumentista e attore inglese (n. 1947)
Giorgio Gomelsky, imprenditore, produttore discografico e compositore georgiano (n. 1934)
Glenn Frey, cantautore, musicista e attore statunitense (n. 1948)
Maurice White, cantautore, musicista e produttore discografico statunitense (n. 1941)
Naná Vasconcelos, musicista brasiliano (n. 1944)
Keith Emerson, tastierista, pianista e compositore britannico (n. 1944)
Paul Bley, pianista canadese (n. 1932) (continua)

Danilo Rea: i miei Beatles, i miei Stones

IL CONCERTO
Rea 2È stato l’esuberante pianismo di Danilo Rea a inaugurare la prima stagione musicale dell’Unicredit Pavilion, la struttura, fino ad ora solo espositiva, sorta nella neo-piazza Gae Aulenti sotto i grattacieli di Porta Nuova a Milano.
Il musicista romano ha portato in concerto il repertorio del suo ultimo lavoro discografico, Something In Our Way, dedicato ai due gruppi inglesi che hanno decretato la svolta della musica negli anni ’60: Beatles e Rolling Stones.
Con una preferenza dichiarata per i primi, equilibrata da una scelta oculata nel song-book dei secondi (nel disco il rapporto è paritario, come vedremo più avanti, ma in concerto la bilancia pende esplicitamente a favore dei Fab Four), Rea, come d’abitudine, ha squadernato in tre blocchi di circa venti minuti ciascuno, la sua vena musicale a 360°, mescolando ai temi struggenti di Wild Horses, As Tears Go By, Ruby Tuesday, Angie, il nonsense blues di Come Together, l’incedere gospel di Let It Be, il boogie giocoso di Lady Madonna, la letizia di Here Come The Sun, il rock ’n’ roll di Jumpin’ Jack Flash e Satisfaction, la visionarietà di Across The Universe, infarcendole di citazioni, a volte al limite del subliminale dal mondo classico e jazz ((su Angie un accenno di Adagio Sostenuto beethoveniano e altrove Straight No Chaser e I Mean You di Monk).
Nel bis, una Over The Rainbow fuori sacco, per poi rientrare subito nella parte con Dear Prudence, Streets Of Love, Yesterday e Obladì Obladà, giusto per ribadire il rapporto di predilezione per i ragazzi di Liverpool.
Rea liveA grande richiesta, infine, un minuto del Prestissimo con cui Danilo Rea ha riletto Bocca di Rosa nel suo omaggio a De André del 2010.
Rea è musicista da palcoscenico, lo studio di registrazione gli sta stretto, e dal vivo trova l’energia e l’entusiasmo per catturare  l’attenzione della platea con gusto melodico, intraprendenza ritmica, concessioni misurate al virtuosismo ed esplosioni sonore degne di un concerto rock. Gli applausi sono meritati, ma il pianista sembra subire a volte un’ansia da prestazione sonora che non concede respiro all’ascoltatore. Con qualche silenzio in più, con qualche calo di tensione qua e là, ne guadagnerebbero la musica e il musicista. Più sussurri e meno grida.

IL DISCO
Rea CoverErano circa sei anni che Danilo Rea non tornava in sala di registrazione per un album di piano solo. Non è un musicista da studio, almeno per quanto riguarda le sue cose personali, mentre ha lavorato molto per altri musicisti in ambito jazz, pop, rock. La sua dimensione ideale, come si diceva qualche paragrafo sopra, è decisamente il palcoscenico. In Something In Our Way ha così dovuto contenersi e resistere alla tentazione di entrare ed uscire da un pezzo all’altro come fa dal vivo, sia in piano solo, sia col suo trio Doctor 3, e focalizzare l’attenzione su ogni singolo tema, sviscerandolo, sviluppandolo, trasportandolo da una tonalità all’altra, variandolo armonicamente, ma restandovi, per quanto gli consente la sua estroversa vena improvvisativa, ancorato.
In realtà, come ha raccontato il musicista in conferenza stampa, in tre pomeriggi avrebbe registrato musica per almeno tre album, ma poi ha dovuto operare una severa selezione fino a distillare i sedici brani contenuti nel disco basandosi prevalentemente sullo spunto melodico.
Degli Stones sono state scelte le ballad più interessanti sotto questo profilo: You Can’t Always Get What You Want (con tanto di coro di voci bianche evocato e sublimato con pochi accordi sospesi), e Lady Jane, oltre a quelle già citate, con le uniche eccezioni di Jumpin’ Jack Flash e Paint It Black, gli unici pezzi che richiamano il rock ’n’ roll, anche se rallentati e reinventati. Dal punto di vista compositivo, manca quasi totalmente la fondamentale vena blues di Jagger e Richards che, pure, appartiene profondamente a Rea e che emerge spesso, ma l’analisi musicologica non era l’obiettivo del disco. Rea 1I Beatles, invece, hanno fornito materiale in abbondanza in senso lirico: da ricordare, oltre a quelle eseguite in concerto, anche The Long And Winding Road, And I Love Her e While My Guitar Gently Weeps. In realtà, racconta ancora il musicista, sono stati scartati brani che non rendevano sotto l’aspetto sonoro come Strawberry Fields Forever, il cui trattamento pianistico tradiva in parte quella sonorità così caratteristica del pezzo di Lennon. A dirla tutta, Rea l’ha poi eseguito per il pubblico di addetti ai lavori e vi posso assicurare che nel disco ci stava. Ma sarà per un eventuale Volume II, magari l’anno prossimo.
Something In Our Way è un disco godibile, forse “facile” considerato il rapporto affettivo che tanti hanno con questo repertorio, ma conferma la statura artistica del pianista, la sua preparazione e il suo gusto per la bellezza.

Giulio Cancelliere

The Wall: il muro di Roger Waters al cinema

WatersTheWall_POSTER_100x140_PREVErano passati trent’anni dall’uscita dell’album The Wall (1979), quando Roger Waters, che nel frattempo aveva lasciato i Pink Floyd e aveva intrapreso una carriera solista col repertorio del gruppo (Dark Side, Animals, The Wall) e suo personale, cominciò a pensare a uno spettacolo basato unicamente su quel fortunato concept-album e sul film di Alan Parker uscito nel 1980 interpretato da Bob Geldof. Il risultato fu un tour mondiale di 219 date tra 2010 e 2013 per un totale di 41 milioni e centomila spettatori e circa 460 milioni di dollari d’incasso: un vero record per il tour di un artista solista. Ma non bastava. Bisognava lasciare una testimonianza visiva di uno spettacolo simile, ma dandogli anche una chiave di lettura diversa. Il disco e il film mettevano a fuoco l’isolamento della rockstar (Geldof nella pellicola, ma Waters stesso nella concezione primigenia) e lasciavano sullo sfondo il sistema educativo autoritario britannico — fino a pochi anni fa prevedeva ancora le punizioni corporali — e l’assurdità della guerra come risoluzione delle controversie internazionali.
Il nuovo spettacolo del bassista e cantante inglese, ora anche regista assieme a Sean Evans, filmaker, animatore, già autore degli effetti visuali di The Dark Side Of The Moon Live, ha voluto privilegiare quest’ultimo aspetto attraverso inserti “on the road”, che rappresentano un film nel film.
È noto a molti che Eric Fletcher Waters era tra i soldati alleati sbarcati e caduti ad Anzio nel 1944 quando suo figlio Roger aveva solo cinque mesi. Non tutti sanno, invece, che il nonno di Roger, George Henry, fu ucciso vicino a Calais durante la Prima Guerra Mondiale, quando Eric aveva solo due anni.
È per questa curiosa e tragica coincidenza, due generazioni cresciute orfane per eventi bellici, che Roger Waters ha intrapreso e filmato il suo pellegrinaggio sui luoghi che furono teatro di queste tragedie, in particolare presso il cimitero inglese di Maroeuil nel nord della Francia, dov’è sepolto il nonno e quello di Cassino dove è scolpito il nome di suo padre (il corpo non fu mai trovato), facendosi accompagnare da due amici: Willa Rawlinson, suo compagno di scuola, e il regista di origine ungherese Peter Medak, che racconta come la sua famiglia, dopo essere sfuggita alla furia nazista, dovette scappare anche da quella sovietica. In una breve sequenza compaiono anche i figli di Waters, Jack, India ed Harry (quest’ultimo tastierista nella band del padre), che rendono omaggio all’avo caduto in Italia.
“La paura costruisce muri e causa conflitti” è la tesi fondamentale dello spettacolo, che riprende alcune delle impressionanti animazioni create da Gerald Scarfe per il film di Parker, integrate da altre in 3D — aerei che bombardano il pubblico di simboli politici, religiosi e commerciali, un velivolo in fiamme che precipita dietro il palco — e gli enormi gonfiabili che incombono sulla platea (il maestro sadico di Another Brick, la mamma grottesca di Mother, il maiale nero di Animals che alla fine viene dato in pasto al pubblico).
Un capitolo importante spetta al terrorismo e ai suoi effetti indiretti: una canzone è dedicata a Jean Charles da Silva de Menezes, il giovane brasiliano scambiato per un terrorista (solo perché non aveva la pelle bianca e portava sulle spalle uno zaino) e ucciso da un poliziotto inglese due settimane dopo gli attacchi alla metropolitana di Londra il 22 luglio del 2005. Una morte inutile, assurda e dimenticata.
Non manca, ovviamente, il gigantesco muro, lungo 126 metri e alto 10 che viene montato pezzo per pezzo a vista dagli addetti durante il concerto (lo spettatore cinematografico vive l’operazione anche da dietro le quinte), utilizzato anche come schermo per le proiezioni, che si chiude con l’ultimo mattone dopo l’esecuzione di Goodbye Cruel World, per poi saltare in aria nell’ultima parte dello show.
Le riprese sono state effettuate durante tre serate indoor in un’arena di Atene nel 2011 e lungo tre concerti negli stadi in Argentina e Canada nel 2012. Sono state usate le cosiddette telecamere Red, ad altissima definizione 4k e il suono multicanale è stato mixato in Dolby Atmos.
Il film è decisamente un grande spettacolo multimediale da godersi soprattutto al cinema — o se avete un bell’impianto home-theatre in casa — con momenti toccanti (la commozione di Waters davanti al memoriale di Cassino o quando legge la lettera di un commilitone di suo padre che ne annuncia la morte sembra autentica) ed entusiasmanti per la bravura dei musicisti, tra cui spiccano i chitarristi Snowy White, Dave Kilminster, il veterano G.E. Smith e i coristi Jon Joyce (un solista straordinario) e Pat, Mark, e Kipp Lennon.
Roger Waters si conferma una mente musicale, e non solo, di grande raffinatezza, la cui defezione dai Pink Floyd ne ha decretato la fine inesorabile (i dischi solisti di Gilmour sono dimenticabili e quelli di Mason ancora di più), anche se, pure lui, come gli ex compagni, vive in gran parte di rendita artistica. I Pink Floyd erano fondamentalmente una sua creatura (e di Syd Barrett), ma senza Gilmour, Mason e Wright non sarebbero arrivati così in alto.
Interessante anche il Post Scriptum dopo il concerto: un incontro cordiale (e vagamente alcolico) tra Waters e Nick Mason, che rispondono tra il serio e il faceto alle domande dei fan di tutto il mondo.

 Giulio Cancelliere

Arrivano Gli Alieni. Intervista con Stefano Bollani

AlieniÈ nei negozi il nuovo album di Stefano Bollani, Arrivano Gli Alieni, il terzo piano-solo dopo quello siglato ECM del 2006 e Småt Småt del 2003, pubblicato dalla francese Label Bleu, più remoto nel tempo, ma forse più vicino concettualmente sia in termini di scelta degli autori (anglosassoni e latinoamericani), sia per l’esordio canoro che allora riguardava solo la brasiliana Trem Das Onze (la Figlio Unico di Riccardo Del Turco), mentre oggi il nostro si è “allargato” scrivendo e cantando ben tre canzoni: la title-track,  divertente e metaforica presa in giro delle nostre paure rispetto all’altro da sé, che sia terrestre o meno poco importa; il Micro-Chip, omaggio al Carosone degli anni ’50, quando scherzava sulle manie (e ancora le paure) dell’uomo medio del dopoguerra (‘a Casciaforte, ‘o Russo e ‘a Rossa, Caravan Petrol) con le indimenticabili introduzioni di Gegé di Giacomo; Un Viaggio, breve dissertazione giocosa e vagamente lisergica, sulla falsa riga di EeLST e I Gufi.
“Visto da fuori si può intuire una vicinanza tra Småt Småt e Arrivano Gli Alieni, ma non è intenzionale, cerco sempre di prendere le distanze dai lavori precedenti quando ne realizzo uno nuovo, proprio per evitare di ripetermi.”
Tra le musiche rilette da Bollani vale la pena ricordare The Preacher di Horace Silver, Mount Harissa dalla Far East Suite di Duke Ellington e il bellissimo standard You Don’t Know What Love Is; l’America Latina è rappresentata da Aquarela Do Brasil di Ary Barroso, Sei Là di Toquiño e Vinicius e El Gato dell’argentino Julian Aguirre, ma aggiungerei anche Quando Quando Quando, che, a ritmo di samba, rievoca l’enorme successo mondiale di Tony Renis. A rappresentare il mondo latino anche Jurame di Maria Grever, meglio nota in Italia con il titolo Pensami, una straordinaria hit di Julio Iglesias, nonché il calipso Matilda di Harry Belafonte.
C’è una predominanza del piano elettrico Fender Rhodes in questo album, uno strumento che non avevi mai usato così diffusamente.
“L’ho riscoperto durante il tour con Irene Grandi del 2012. Ha un suono bellissimo e molto caratteristico. Quelli più belli non sono facili da trovare e bisogna attendere lo smantellamento di qualche studio, come ho fatto io, per acquistarne uno.”
Quello che suoni nel disco è il tuo?
“No, il mio, un Mark II, lo tengo a casa, è troppo pesante e scomodo da trasportare. Per registrare e suonare in concerto ne noleggio sempre uno, anche se è difficile trovarli in buone condizioni, hanno sempre qualche magagna.”
Arrivano Gli Alieni è un disco jazz?
“———————“
Ok, passo alla domanda successiva. Ti senti ancora parte della categoria dei jazzisti, ammesso che tu ne abbia mai fatto parte?
Bollani“La domanda contiene già la risposta. Sinceramente non credo di essermi mai sentito veramente un jazzista tout-court e non credo nemmeno nell’associazionismo dei jazzisti, che hanno generalmente esigenze diverse e differenziate. Posso pensare a una forma di associazione volta a una causa precisa, a un obiettivo comune, ma non tutto l’anno. Non lo comprendo.”
Eppure una volta suonavi con tanti jazzisti, hai suonato un po’ con tutti. Ora hai ristretto le collaborazioni, o, per meglio dire, le hai selezionate e differenziate tra pop, orchestre classiche, big band e solisti.
“Una volta ero sul mercato e, come dici tu, ho suonato con tutti. Poi ho scoperto che la giornata è di 24 ore e cerco di mirare meglio le collaborazioni, che non sono comunque poche. Certo, il mio trio danese con Jesper Bodilsen e Morten Lunden dura da dodici anni e ancora mi piace suonare con loro, perché tanto trovo stimolante incontrare un musicista nuovo come il pianista argentino Diego Schissi, col quale ho suonato in duo, quanto apprezzo la serata di relax con i miei amici dove basta un occhiata, un ammiccamento per capire dove andare a parare per sorprendere e sorprenderci.”
Per il disco Sheik Yer Zappa hai avuto l’imprinting della famiglia, sempre molto attenta a tutto ciò che gira attorno a Frank?
“Certo! Abbiamo contattato la vedova, Gail, che, assieme al responsabile della fondazione, ha ascoltato il disco e l’ha approvato. Devo dire che ero alquanto preoccupato data la nota severità di giudizio, anche perché era un album che improvvisava sulla musica di Zappa, ma pare che sia piaciuto.”
Riguardo al tuo rapporto con la musica classica, a parte il ‘900 di Gershwin e Ravel e il tentativo, per ora non realizzato, di un omaggio a Prokov’ev, quali altri autori ti stimolerebbero?
“Premetto che ci penso spesso, ma non ho in programma nulla del genere per ora. Comunque un musicista che mi piacerebbe interpretare è Mozart, perché ha una leggerezza e un allegria che lo avvicina al jazz. Tutto quello che c’è in mezzo tra Mozart e Prokov’ev, invece, non è nelle mie corde, non lo sento dentro, anche se da ragazzo le mie passioni erano Chopin e Liszt. Ma tutto il mondo tedesco romantico, Beethoven, Schumann, Schubert, lo sento lontano.”
Ma sarebbe un rilettura classica o una reinterpretazione alla Uri Caine?
“Non so, non ho il problema dell’intoccabilità di certa musica, a volte mi capita di suonare un valzer di Chopin alla mia maniera, ma forse non lo trovo così bello. Nel caso del concerto di Ravel non ho nemmeno pensato di cambiarlo, tanto è scritto bene. Mozart, però, era un musicista che amava improvvisare e non escludo che potrei reinventarlo.”
E il cinema? Colonne sonore?
“Dopo il tentativo per il film Caos Calmo, che a Moretti non piaceva e quindi non se ne è fatto niente, nessuno mi ha più chiesto niente. Forse giustamente, però mi piacerebbe. Mi piace il cinema.”
Che cinema?
manifesto-70x100-la-regina-dada-bassa“Ho una passione per un regista danese, Anders Thomas Jensen, noto anche come sceneggiatore in odore di Oscar dopo il lavoro con Susanne Bier per Dopo Il Matrimonio. Per ora ha girato quattro film, uno solo dei quali, Le mele Di Adamo, distribuito in Italia, e ha uno stile veramente sorprendente, obliquo, ironico, inaspettato. Un po’ come mi piace che sia la mia musica.
A primavera torna La Regina Dada, il tuo lavoro teatrale scritto con Valentina Cenni.
“Sì, lo stiamo riscrivendo tutto. Il teatro è una fregatura: il disco una volta fatto è quello e non lo cambi più, ma il teatro lo rifai ogni sera, vuoi cambiarlo, migliorarlo, abbellirlo. Non si finisce mai.”
Come con la musica, in fondo, che cambia sempre.

Giulio Cancelliere