Danilo Rea: i miei Beatles, i miei Stones

IL CONCERTO
Rea 2È stato l’esuberante pianismo di Danilo Rea a inaugurare la prima stagione musicale dell’Unicredit Pavilion, la struttura, fino ad ora solo espositiva, sorta nella neo-piazza Gae Aulenti sotto i grattacieli di Porta Nuova a Milano.
Il musicista romano ha portato in concerto il repertorio del suo ultimo lavoro discografico, Something In Our Way, dedicato ai due gruppi inglesi che hanno decretato la svolta della musica negli anni ’60: Beatles e Rolling Stones.
Con una preferenza dichiarata per i primi, equilibrata da una scelta oculata nel song-book dei secondi (nel disco il rapporto è paritario, come vedremo più avanti, ma in concerto la bilancia pende esplicitamente a favore dei Fab Four), Rea, come d’abitudine, ha squadernato in tre blocchi di circa venti minuti ciascuno, la sua vena musicale a 360°, mescolando ai temi struggenti di Wild Horses, As Tears Go By, Ruby Tuesday, Angie, il nonsense blues di Come Together, l’incedere gospel di Let It Be, il boogie giocoso di Lady Madonna, la letizia di Here Come The Sun, il rock ’n’ roll di Jumpin’ Jack Flash e Satisfaction, la visionarietà di Across The Universe, infarcendole di citazioni, a volte al limite del subliminale dal mondo classico e jazz ((su Angie un accenno di Adagio Sostenuto beethoveniano e altrove Straight No Chaser e I Mean You di Monk).
Nel bis, una Over The Rainbow fuori sacco, per poi rientrare subito nella parte con Dear Prudence, Streets Of Love, Yesterday e Obladì Obladà, giusto per ribadire il rapporto di predilezione per i ragazzi di Liverpool.
Rea liveA grande richiesta, infine, un minuto del Prestissimo con cui Danilo Rea ha riletto Bocca di Rosa nel suo omaggio a De André del 2010.
Rea è musicista da palcoscenico, lo studio di registrazione gli sta stretto, e dal vivo trova l’energia e l’entusiasmo per catturare  l’attenzione della platea con gusto melodico, intraprendenza ritmica, concessioni misurate al virtuosismo ed esplosioni sonore degne di un concerto rock. Gli applausi sono meritati, ma il pianista sembra subire a volte un’ansia da prestazione sonora che non concede respiro all’ascoltatore. Con qualche silenzio in più, con qualche calo di tensione qua e là, ne guadagnerebbero la musica e il musicista. Più sussurri e meno grida.

IL DISCO
Rea CoverErano circa sei anni che Danilo Rea non tornava in sala di registrazione per un album di piano solo. Non è un musicista da studio, almeno per quanto riguarda le sue cose personali, mentre ha lavorato molto per altri musicisti in ambito jazz, pop, rock. La sua dimensione ideale, come si diceva qualche paragrafo sopra, è decisamente il palcoscenico. In Something In Our Way ha così dovuto contenersi e resistere alla tentazione di entrare ed uscire da un pezzo all’altro come fa dal vivo, sia in piano solo, sia col suo trio Doctor 3, e focalizzare l’attenzione su ogni singolo tema, sviscerandolo, sviluppandolo, trasportandolo da una tonalità all’altra, variandolo armonicamente, ma restandovi, per quanto gli consente la sua estroversa vena improvvisativa, ancorato.
In realtà, come ha raccontato il musicista in conferenza stampa, in tre pomeriggi avrebbe registrato musica per almeno tre album, ma poi ha dovuto operare una severa selezione fino a distillare i sedici brani contenuti nel disco basandosi prevalentemente sullo spunto melodico.
Degli Stones sono state scelte le ballad più interessanti sotto questo profilo: You Can’t Always Get What You Want (con tanto di coro di voci bianche evocato e sublimato con pochi accordi sospesi), e Lady Jane, oltre a quelle già citate, con le uniche eccezioni di Jumpin’ Jack Flash e Paint It Black, gli unici pezzi che richiamano il rock ’n’ roll, anche se rallentati e reinventati. Dal punto di vista compositivo, manca quasi totalmente la fondamentale vena blues di Jagger e Richards che, pure, appartiene profondamente a Rea e che emerge spesso, ma l’analisi musicologica non era l’obiettivo del disco. Rea 1I Beatles, invece, hanno fornito materiale in abbondanza in senso lirico: da ricordare, oltre a quelle eseguite in concerto, anche The Long And Winding Road, And I Love Her e While My Guitar Gently Weeps. In realtà, racconta ancora il musicista, sono stati scartati brani che non rendevano sotto l’aspetto sonoro come Strawberry Fields Forever, il cui trattamento pianistico tradiva in parte quella sonorità così caratteristica del pezzo di Lennon. A dirla tutta, Rea l’ha poi eseguito per il pubblico di addetti ai lavori e vi posso assicurare che nel disco ci stava. Ma sarà per un eventuale Volume II, magari l’anno prossimo.
Something In Our Way è un disco godibile, forse “facile” considerato il rapporto affettivo che tanti hanno con questo repertorio, ma conferma la statura artistica del pianista, la sua preparazione e il suo gusto per la bellezza.

Giulio Cancelliere

Anche il jazz fa PIL

UJ15_MANIFESTO_1Il luogo è un vecchio capannone abbandonato in via Bramante a Milano, testimonianza di un passato industriale estinto ormai da mezzo secolo a ridosso dell’Isola Garibaldi. Qui l’ombra dei grattacieli di Porta Nuova non si è ancora allungata. Le mura con i mattoni a vista, l’intonaco che si sbriciola, il pavimento di cemento, i lucernari altissimi e persino i rosoni alle pareti, fanno tanto post-post-moderno. È in un luogo così singolare, con una sua spiritualità laica intrinseca, che si è svolta la manifestazione Umbria Experience Opening, per la promozione della Regione Umbria, con tanto di Governatore (-trice?-toressa?) Catiuscia Marini, che illustrava le bellezze della sua terra, introdotta dal padrone di casa Luciano Galimberti, recentemente eletto presidente di ADI, Associazione per il Disegno Industriale, che farà dell’edificio la Casa del Design, una sorta di galleria storica del Compasso D’oro, il premio, da quest’anno internazionale, che l’ADI assegna al miglior lavoro di design a tema (quest’anno Design for Food and Nutrition, com’è ovvio).
Expo è l’occasione per la Regione Umbria, attraverso Umbria Trade Agency, di attrarre investimenti dall’estero, commesse, partnership, in ambito eno-gastronomico, ma anche tessile, meccanico, tecnologico e culturale. Per questo c’era anche la Fondazione Umbria Jazz, col suo presidente Renzo Arbore (“presidente per anzianità di frequentazione del jazz”, ammette lui stesso) e Carlo Pagnotta, direttore artistico di un festival giunto, tra alti e bassi, alla sua trentanovesima edizione. IMG_1333r
Il programma era già stato presentato in altra occasione più specifica e non se ne è parlato in questa sede, se non per citare i grossi nomi di richiamo, soprattutto per i non jazzofili — Tony Bennett assieme a Lady Gaga (biglietti a 165€!), Caetano Veloso e Gilberto Gil, che riformano la vecchia coppia dei “tropicalisti”, i Subsonica e la loro emanazione elettrojazzistica Barber Mouse — ma anche Paolo Conte (a metà strada fra jazz e canzone d’autore), Chick Corea ed Herbie Hancock, Stefano Bollani, Enrico Rava, oltre al trombettista Paolo Fresu e al sassofonista Charles Lloyd, che quest’anno riceveranno una laurea ad honorem dal prestigioso Berklee Fresu rCollege of Music di Boston, che da decenni gestisce le sue clinics a Umbria Jazz. È un programma che da molti anni tiene conto prevalentemente del botteghino e quindi incline all’ecumenismo (il presidente della regione ha detto che “UJ è una risorsa turistica e culturale” e il PIL conta, soprattutto di questi tempi), a dimostrazione che, anche con la cultura si mangia, a differenza di ciò che pensava un ex-ministro piuttosto altezzoso e permaloso. In effetti, l’attuale ministro dei Beni Culturali Franceschini ha chiesto la consulenza di un jazzista come Paolo Fresu (protagonista di una bella esibizione assieme al pianista Danilo Rea) per capire come distribuire un fondo (si parla di 500.000 euro) messo a disposizione dal dicastero, per valorizzare e promuovere il jazz nazionale. Non mancheranno polemiche su come e dove pioveranno questi soldi. A precisa domanda su come si cautelerà da eventuali accuse di “conflitto d’interessi”, Fresu mi ha risposto che se ne infischia delle polemiche.
L’esibizione di Fresu e Rea ha piacevolmente rinfrancato il pubblico dalla calura con una selezione di canzoni — da O Que Sera di Chico Buarque a Autumn Leaves di Cosma, passando per Almeno Tu Nell’Universo, Non Ti Scordar Di Me, E SeIMG_1346r Domani, La Canzone di Marinella, Bye Bye Blackbird — elaborate in chiave jazzistica con la bravura e la freschezza di cui sono capaci i due fuoriclasse, tipici rappresentanti di un’idea di jazz estremamente inclusiva.
Ad un certo punto è apparso in prima fila anche Cesare Romiti, ex amministratore delegato di Fiat, fondatore ed ex presidente di Gemina, la finanziaria che un tempo controllava RCS, fondatore di Impregilo e tante altre cose. Eravamo in piena Chinatown e Romiti, tra le varie, è anche presidente della Fondazione Italia-Cina. Insomma, eravamo quasi a casa sua.

Giulio Cancelliere

12 dischi italiani da sentire

Nel variegato panorama della musica italiana i nomi dei gruppi si fanno sempre più fantasiosi: Le Maschere di Clara, trio veronese (voce-basso, violino, batteria), mescola tanti generi, come molte band di questo nuovo decennio. La formazione classico-accademica fa da sfondo a una dimensione rock dark metallica, che non disdegna digressioni nell’informale, nel recitarcantando, nella sperimentazione elettronica. Anamorfosi è il loro recente lavoro. Vedremo dove porterà.
I fiorentini Il Carico Dei Suoni Sospesi giunti al secondo lavoro, Non Pratico Vandalismo, da quintetto sono diventati quartetto, ma l’impatto sonoro ha guadagnato in compattezza e definizione. Testi in italiano cantati con veemenza dalla brava Sara Matteini su trame rock, funk, drum ‘n’ bass, elettroniche. Il loro disco si può scaricare gratuitamente dal sito del gruppo, ma per apprezzarne appieno la qualità vi consiglio il CD fisico e uno stereo con buoni monitor.
Definire Mama Marjas & Miss Mykela muse del reggae in Italia potrà sembrare banale e oleografico, ma rende l’idea della personalità di queste artiste che sventolano con orgoglio la bandiera della musica d’origine giamaicana in terra italica. Sono brave, autentiche, cantano spesso in italiano testi interessanti e impegnati con piglio soul e si tengono alla larga da triti cliché. We Ladies, registrato tra Italia, Giamaica e Inghilterra è pubblicato assieme a un dvd di oltre un’ora sull’attività live e in studio delle due artiste e del loro entourage, con divertenti interviste anche a familiari e amici.
Tra i progetti più trasversali, è molto interessante quello di Vito Ranucci, Dialects, affollatissimo di suoni e suggestioni, dal folk all’elettronico, passando per rock, jazz, classica, dance, trance e innumerevoli vie di mezzo indefinibili. Il mondo passa da Napoli e Napoli parte per il mondo: Vito Ranucci è il pilota/navigatore.
A proposito di folk, il piacentino Daniele Ronda, dopo quasi dieci anni passati a scrivere canzoni di successo per Nek, Mietta e Massimo Di Cataldo, decide di vestire i panni del cantautore dialettale e fa il botto con Da Parte In Folk, raccolta di brani originali che lo vede duettare anche con Davide Van De Sfroos e Danilo Sacco, con i quali condivide molte affinità elettive. Ora esce La Sirena Del Po, che non mancherà di entusiasmare gli appassionati del genere con le sue ballate, lo scintillìo degli strumenti a corda e le cavalcate in due quarti che trasformano i suoi frequentatissimi concerti in grandi raduni festosi.
Dialettali anche i Rumatera, che, dalla provincia di Venezia, hanno fatto il gran salto in Texas per registrare il loro nuovo “rumoroso” Xente Molesta. Ironia, divertimento, un pizzico di impegno, un pensiero a Pitura Freska e Niu Tennici, un fiume di birra e rock ad alta gradazione.
Il classico trio (chitarra, basso, batteria, serve altro?) con qualche ospite come Pippo Guarnera, Robben Ford, David Garfield e Carl Verheyen, fa da cornice alla proposta blues di Davide Pannozzo & Loud Stuff: Born Electric, costituito da brani originali e qualche cover d’eccellenza (Jimi Hendrix e Jeff Beck) è un disco frizzante, che suona giustamente datato e ha il sapore delle cose buone d’una volta, fatte a mano. Pannozzo è all’esordio discografico (era uscito tempo fa un EP live), ma possiede una maturità professionale e musicale da veterano. E canta anche bene.
Tra i chitarristi rock/fusion/metal/prog Fabrizio Leo è certamente tra i più quotati in Italia e non solo. Incide per la prestigiosa Shrapnel di Mike Varney, quando non è impegnato in tour e in studio con Fiorella Mannoia, Eros Ramazzotti, Ron, Renato Zero e i molti altri artisti, che ne richiedono le notevoli doti tecniche e professionali. Il Bicio è uscito l’anno scorso con questo Mr. Malusardi, album strumentale che ne conferma la fama internazionale giustamente conquistata.
Il quasi esordiente (come cantautore) Filippo Miotto da Biella si segnala per il graffio rock che caratterizza canzoni semplici, ma che restano in mente e “ ti lavorano dentro ” fino a spingerti a rimettere su il suo disco In Arte Jlaceli. Bravi musicisti (Rivagli, Isgrò, Gariazzo) e lui stesso, convincente come cantante e chitarrista.
Due fuoriclasse come Gino Paoli e Danilo Rea non potevano che regalarci un capolavoro. Due Come Noi Che…, un titolo che non brilla, ci introduce al mondo di due grandissimi artisti: Rea al pianoforte innesta il linguaggio jazz e blues nella vena autorale di un Paoli sempre più bravo, intonato, espressivo. Albergo A Ore è da brivido, Non Andare Via entra sotto la pelle, Vedrai Vedrai assume la dignità di uno standard come My Funny Valentine, Se Tu Sapessi è elegiaca; e si aggiungono a tutti i preziosi gioielli firmati dall’ultimo sopravvissuto di una scuola genovese, che ha segnato la musica del ventesimo secolo.                                                                       La vena intimista di Iacampo, dai brillanti trascorsi pop-rock d’avanguardia, si esprime in una scrittura lineare e raffinata, arrangiamenti semplici  e di gusto: percussioni, poche tastiere, chitarra e violoncello. Valetudo evoca canzone d’autore italiana e folk inglese, echeggia Brasile e Africa,  ma con discrezione e naturalezza,  come se certe urgenze emergessero naturalmente da un humus stratificato nel tempo a cui attingere alla necessità.                                                                                                                          Dietro Mimes Of Wines si nasconde, si fa per dire, l’interessante progetto di Laura Loriga, pianista, cantante, compositrice, che vive tra Bologna e Los Angeles, di cui è quasi cittadina stabile. Con Memories For The Unseen, Loriga elabora una formula piuttosto inquietante fatta di ballate riflessive, visionarietà barocca, concessioni world, un pizzico di psichedelia. Le canzoni, suonate prevalentemente al pianoforte, con l’apporto di strumenti percussivi, a corda e arco, portano lontano e scavano in profondità in un animo oscuro dove, qua e là, squarci di luce illuminano scenari desolati e abbacinanti.

                                                                                                Giulio Cancelliere

Sarah Jane Morris: Cello Songs (Cinik Records)

La sua voce è un violoncello, affonda nelle frequenze più basse e oscure, si impenna in quelle più brillanti, a volte si sgrana e vibra come l’archetto sulle corde. Persino la sua chioma fulva ricorda certe sfumature del legno armonico di cui è fatta questa musica. Sarah Jane Morris ha una vocalità unica e sembra normale che sia accompagnata da un’orchestra unica nel suo genere, un ottetto di violoncelli guidati da Enrico Melozzi, ideatore e realizzatore di questa magia. Cello Songs si apre con Fast Cars, il primo e unico grande successo di una cantautrice, Tracy Chapman, che sembra avere dato il meglio di sé al debutto: subito il suono è scarno, solo una chitarra, quella di Dominic Miller e la voce che intona le prime note, ma dopo pochi versi ecco emergere gli archi, come una marea che sale e riempie lo spazio intorno e scandisce il ritmo leggero di questa canzone di inquieto disagio. Pino Daniele è, invece, una sorpresa, non ti  aspetti che Sarah Jane canti in napoletano, col suo accento improbabile. Eppure anche questo ha un senso, o ti sembra che l’abbia, tanto è liquido il piano di Danilo Rea, che si unisce all’orchestra. Love Is Pain è il grosso rischio che si è preso Enrico Melozzi, di confrontarsi con Morricone e il tema da C’era Una Volta In America: forse è il pezzo più prevedibile, per certi versi, già orchestrale di natura, meno sorprendente, ma risolto dalla cantante con la giusta misura di drammaticità. The Blower’s Daughter di Damien Rice è uno degli episodi più alti del disco: gli archi in continuo movimento, contrastano con una linea melodica dilatata, distesa, incantevole, mentre Danilo Rea inanella frasi di pianoforte e ricorda il miglior Zawinul. Illumination, è una malinconica e originale passeggiata sulla spiaggia deserta, accompagnata da rimpianti e nostalgie, contrappuntate ancora dai luminosi arpeggi di Miller. Un inedito e sorprendente Boy George, She Always Hangs Out Her Washing, sembra preso di peso dal repertorio dei trovatori seicenteschi. Un altro brano originale della stessa Morris, Migratory Birds, dal ritmo variabile, ora rilassato, ora incalzante, profondamente venato di blues, precede un altro momento topico del disco: Blue Valentines. Il celebre motivo di Tom Waits, pur senza le caratteristiche asprezze sonore e vocali dell’originale e su un tempo forse troppo veloce, mantiene un certo grado di commovente languore. L’orchestrazione e vocalizzazione del Clair De Lune di Debussy, un tema già frequentato in molte versioni, arriva quasi in chiusura di album come un crepuscolo inatteso, ma seguito paradossalmente da un’esplosione di luce, d’archi e voce: Sarah Jane Morris si trasforma in un coro gospel per intonare la conclusiva Mother Of God, infilzata dai sovracuti scintillanti e precisi di Fabrizio Bosso. Cello Songs – nulla a che vedere con Nick Drake, se non per un certo clima drammatico – è uno dei lavori più belli, originali e intensi usciti quest’anno. Buttate l’ipod e le cuffiette, chiudete il computer, riaccendete lo stereo, se ancora ne avete uno e sedetevi davanti alle casse: ne varrà la pena.

Giulio Cancelliere