Antonella Ruggiero: Quando Facevo La Cantante

La prima parola che viene in mente riflettendo su questo album è “monumentale”. E non solo perché consta di 6 CD contenenti 115 canzoni, in una confezione-libro di oltre 180 pagine ricche di testi, descrizioni e fotografie. L’enormità dell’opera è costituita soprattutto dalla vastità del repertorio, che Antonella Ruggiero è in grado di gestire con disinvoltura straordinaria; e dalla forma in cui viene esposto, grazie all’abilità di Roberto Colombo, tastierista, compositore, arrangiatore, produttore, alchimista di suoni, deus-ex-machina di questo lavoro, che inventa formule sempre nuove, classiche e bizzarre, fra tradizione e modernità, dal duo alla grande orchestra, per sorprendere l’ascoltatore. Colombo tiene tutto, conserva gelosamente registrazioni di concerti, sessioni in studio, frammenti di arrangiamenti non utilizzati o solo in parte finiti su disco e rimescola, riutilizza, sovrappone, trasforma, in quel laboratorio delle meraviglie che è il suo studio Registrazioni Moderne, per dare alla luce nuove opere o versioni geneticamente modificate di lavori già editi. Per certi versi ricorda le magie che scaturivano dall’UMRK di Frank Zappa, abilissimo nelle operazioni di mutazione musicale.
Nulla, o quasi, di ciò che è contenuto nel cofanetto è mai stato pubblicato prima in questa forma. Si tratta soprattutto di registrazioni dal vivo realizzate dal 1996 a oggi, compendiate da sedute in studio di registrazione inedite. In realtà, frammenti di queste incisioni sono stati già utilizzati nei dischi passati, ma qui sono decontestualizzati o, addirittura, resi nella loro forma originale, prima di essere stati innestati su nuove produzioni.
I sei dischi sono suddivisi per genere e natura concettuale: si parte dalla canzone popolare, in dialetto e vernacolo, in cui trovano posto canti di montagna, di lavoro, di lotta, di migrazione, ninne nanne e serenate di tutte le regioni d’Italia; si prosegue con le canzoni di repertorio, soprattutto quelle pubblicate dal 1996, l’anno di Libera e del ritorno di Antonella Ruggiero alla canzone dopo sei anni di silenzio assoluto, fino a oggi, con solo qualche concessione, peraltro sublimata, alla storia dei Matia Bazar; il terzo capitolo è dedicato alla canzone d’autore, dagli anni ’30-’40 di D’Anzi e Bixio fino a Fortis, passando per Guccini, De André, Tenco e Califano; Antonella Ruggiero canta in ogni lingua, compresi yiddish e turco e il quarto disco è un giro musicale del mondo, con una preferenza per quello latino ispanico-portoghese, ma senza trascurare l’afro-americano; il repertorio sacro e quello classico opportunamente rielaborati caratterizzano la quinta sezione del lavoro (il sacro era già stato approfondito in Luna Crescente e nel live CD/DVD Sacrarmonia), arricchita da esecuzioni assolutamente inedite e, in alcuni casi, uniche; infine le Stranezze, una raccolta di brani tratti da opere teatrali a cui Ruggiero ha partecipato, sperimentazioni e incursioni tra jazz e world music o, ancora, divertenti performance giocate sul filo dell’ironia.
È impressionante il numero di musicisti coinvolti, tra solisti di ogni estrazione, jazz, rock, pop e compagini orchestrali e corali d’ogni dimensione, a conferma dell’eclettismo di Colombo e Ruggiero, che nulla escludono e niente si fanno mancare per nutrire quella vorace curiosità che li pervade.
Come si vede, il lavoro è corposissimo e di qualità sonora notevole: se avete intenzione di ascoltarlo in cuffia sotto forma di mp3, sarà come acquistare un vinile da 180gr e sentirlo sulla fonovaligia: lasciate stare. Quando Facevo La Cantante è una produzione discografica indirizzata non solo ai fan di Antonella Ruggiero, ma in particolare a chi ancora si ostina a comprare dischi da ascoltare sullo stereo di casa, seduto in poltrona a leggersi i testi delle canzoni (ci sono tutti!), le note di copertina e ammirare le fotografie elaborate creativamente.
Il titolo non allarmi, Antonella non ha intenzione di lasciare il canto, ma è solo un vezzo ironico per mettere un segno tra un passato ancora presente e un futuro che si preannuncia denso di impegni e nuove sfide.
Infine, si parla sempre della voce di Antonella Ruggiero per quell’estensione straordinaria che sembra bucare il cielo e non c’è niente di più vero, poiché confrontando le vecchie registrazioni con quelle più recenti, la si scopre ancora fresca e in ottima forma. Tuttavia, oltre agli acuti cristallini non sono da trascurare i “centri” solidissimi, le note di passaggio senza una sbavatura, quel timbro così caratteristico che la rende riconoscibile all’istante; quel vibrato unico che si allarga quando chiude le note lunghe; quelle “R” così sonore (nessun’altra cantante le fa risuonare così) e quei “filati” e quelle “mezze voci” che commuovono. Anche se l’arte non è una gara podistica e non vince chi arriva primo, ma chi convince di più, si può dire che Antonella Ruggiero, per qualità vocali, coerenza, carriera, duttilità e vastità del repertorio, sia la più grande cantante italiana in attività. (ph Guido Harari)

Giulio Cancelliere

Odio Baglioni

Fare il musicista è un mestiere come un altro: si studia, si fa pratica, si frequentano scuole, corsi, seminari, concerti, si acquisisce una certa conoscenza teorica, pratica, manuale e intellettuale e alla fine (ma la fine di cosa?) si può dire di essere musicisti. Ma la musica non è matematica, non è una scienza, non è nemmeno solida, non la puoi toccare, è qualcosa di estremamente aleatorio, è fatta di vibrazioni che viaggiano nell’aria. Ha le sue regole, più che altro convenzioni, ma nemmeno quelle sono così solide, tanto che nel tempo cambiano e sono tuttora in continua trasformazione. Eppure è meglio conoscerle.
Soprattutto, la musica, che spesso confina con l’arte, ma non sempre sconfina nell’arte è multidisciplinare e nessuno è in grado di fare tutto: puoi essere un ottimo pianista, ma un mediocre compositore; scriverai dei bellissimi lied, ma una sinfonia è fuori dalla tua portata; sarai pure nato col violino in mano e Paganini lo mangi coi cornetti nel caffelatte, ma una canzone come My Funny Valentine o Chega de Saudade non sarai mai in grado di scriverla, perché è una questione di talento, inclinazione, atteggiamento, formazione, sensibilità e chissà che altro. Nessuno è stato ancora in grado di spiegarlo credibilmente. È lo stesso motivo per cui ragazzi della stessa età che suonano lo stesso strumento applicandosi le stesse ore, raggiungono livelli diversi di bravura: è come se qualcuno di loro fosse “nato” con lo strumento tra le mani e a qualcun altro sia capitato per caso.
Scrivere canzoni è una di quelle pratiche che anni di studio e milioni di ore di applicazione non ti possono insegnare, ma semplicemente consolidare e migliorare. È un talento “naturale”, anche se l’aggettivo forse è improprio, ma rende l’idea. Certo, conta l’ambiente in cui cresci e ti formi, ma se assorbi o meno quello che senti, se le melodie che ascolti rimarranno impigliate nei tuoi pensieri, se sedimenteranno, fermenteranno, si trasformeranno in futuro in un’espressione musicale nessuno lo potrà prevedere. Se ti piace Celentano, ma i tuoi genitori ti spediscono al Conservatorio dove ti imbottiscono di Bach, Mozart, Beethoven, Brahms, Mahler e Schönberg, difficilmente arriverai a scrivere Il Ragazzo della Via Gluck, a meno che tu non sia Stefano Bollani, che comunque scrive altro, ma voleva essere Celentano.
Forse è per questo che scrivere canzoni da molti non è considerata una pratica apprezzabile, tanto meno un’arte. Pur esistendo corsi di scrittura musicale creativa volti a insegnare come comporre un pezzo di tre-quattro minuti che diventi un successo planetario, non sono presi molto sul serio – e forse giustamente – proprio per i motivi già precisati.
Scrivere una bella canzone significa indovinare il giusto equilibrio tra arte musicale e comunicazione, perché la canzone deve avere una struttura che regga, essere costruita con materiale di pregio e arrivare al pubblico. Tutto sommato scrivere un successo pop stagionale non è così complicato e molti ci riescono ogni anno rimpolpando il proprio conto corrente, per poi ritornare nell’ombra e magari dedicarsi a un altro mestiere. Ma durare nel tempo con le proprie canzoni è qualcosa che pochi possono vantare e Baglioni è uno di questi.
Perché lo odio? Perché quando avevo 14-15 anni era l’idolo di tutte ragazze e quando con i miei amici consumavamo i dischi di Led Zeppelin, Deep Purple, Ten Years After, Colosseum, Pink Floyd, Grand Funk Railroad, Black Sabbath, Yes, Genesis, Gentle Giant, Frank Zappa, attorno a noi il genere femminile era praticamente assente, nell’altra stanza a sbavare per questo spilungone dall’acconciatura ridicola. E se da una parte gli ormoni erano una tempesta incontenibile, dall’altra la mente non accettava di affogare nel Piccolo Grande Amore o cinguettare col Passerotto. Ma non è nostalgia dell’adolescenza, l’età peggiore che l’essere umano sia costretto ad attraversare. Odio Baglioni, perché aveva ragione lui: le sue canzoni sono rimaste, hanno attraversato le generazioni e, tutto sommato, erano anche belle, per niente banali, ascoltabili ancora oggi. Inoltre, Baglioni si è rivelato un musicista curioso che non ha smesso di ricercare soluzioni nuove, non sempre trovando quell’equilibrio di cui sopra, ma conservando una qualità media invidiabile. Ammettere di avere avuto torto non significa smettere di odiare, anzi. Lo odio il doppio.

Giulio Cancelliere

Il jazz ha i capelli bianchi

Pulcinella-SeveriniTu suoni, io non capisco, mi annoio e me ne vado. Lui suona, capisco quello che fa, mi piace, mi entusiasma, torno a vederlo. La tua conclusione è che tu sei un genio incompreso, lui è un furbetto e io sono un cretino.
Non credo che funzioni veramente così. Non sempre, almeno. È una semplificazione che contribuisce solo a edificare ulteriori barriere, tracciare nuovi confini, aumentare la distanza tra arte e pubblico. Nutre frustrazioni e ignoranza.
Rendiamoci conto che le platee dei concerti jazz e classici hanno un’età media sempre più alta. Le teste grigie, semi-calve o calve sono la stragrande maggioranza e non è un problema di alopecia, ma di anagrafe. L’ incremento dell’aspettativa di vita rischia di peggiorare il panorama.
A differenza del pubblico, la musica non ha età anagrafica, ma quella che effettivamente dimostra. Un interprete di Bach non suona come si faceva nel ‘700, Mozart viene eseguito da compagini orchestrali che all’epoca di Wolfango erano impensabili; l’opera lirica si è modernizzata e solo i vecchi barbogi se ne lamentano. Le esecuzioni “filologiche” sono eccezioni e, come tali, visibilmente indicate. Per non parlare delle rappresentazioni attualizzate, criticabili finché si vuole, talvolta di cattivo gusto, ma se la parte musicale regge, anche una Mimì che muore di overdose ci può stare.
Anche il jazz si è evoluto nei decenni passati, a volte fin troppo velocemente e con risultati che non hanno retto al tempo, ma ora sembra essersi fermato a guardarsi l’ombelico. Le resistenze dei conservatori ci sono sempre state, sia nella critica, sia tra i musicisti stessi, ma ora che anche il pubblico diserta i concerti qualche domanda bisognerà pur porsela, invece di lagnarsi soltanto della poca attenzione riservata alla musica, per così dire, improvvisata.
Rendere più popolare un genere musicale non significa necessariamente snaturarlo. Pensare di proporlo in forme diverse è quanto hanno fatto musicisti illuminati come Miles Davis alla fine degli anni ’60. Certo, forse c’era anche un ragionamento economico dietro l’evoluzione sonora che lo ha portato fino all’isola di Wight nel 1970 sullo stesso palco di Jimi Hendrix, Doors, Ten Years After e Who, ma credo che anche il più idealista dei musicisti odierni non disdegni un ingaggio che gli permetta di pagare affitto, bollette, sostentamento, manutenzione dello strumento e qualche extra. Miles aveva conciliato questo ragionamento con un’urgenza artistica che lo ha fatto diventare il jazzista più famoso al mondo. Facciamogli pure una colpa del successo ottenuto e dei musicisti che ha lanciato in quel frangente, ma tant’è.
Bill Connors, il primo chitarrista dei Return To Forever, mi raccontava qualche anno fa che lasciò la band di Chick Corea quando si rese conto che suonavano a un volume pazzesco e la gente ballava ai loro concerti. “Non facevamo più jazz, ma qualcosa d’altro che non capivo.”
Aveva ragione probabilmente, ma la verità è che Chick, Stanley Clarke, Lenny White sono ancora in giro a suonare e riempiono i club e i teatri, mentre Connors ha vissuto periodi molto bui, anche per ragioni personali e il suo ultimo disco risale a 10 anni fa.
Miroslav Vitous, che insisteva nel dirmi di essere il vero co-fondatore dei Weather Report assieme a Wayne Shorter, lasciò il gruppo quando si accorse che l’influenza di Joe Zawinul stava prendendo il sopravvento e  tradendo i principi sui cui era nata la formazione. Ora, non si può certo affermare che i WR non licenziarono ancora capolavori, nonostante le accuse di “commercializzazione” che piovevano loro addosso da più parti. Naturalmente Vitous è un grande musicista, ma il pubblico su cui può contare è probabilmente un decimo di quello che raccoglievano i WR e, successivamente, Zawinul Syndicate. È vero, la qualità spesso non va d’accordo con la quantità e le ultime band di Zawinul erano composte da musicisti, tutto sommato, quasi intercambiabili, ma il risultato non era certamente scadente. E la musica è comunicazione. La musica ha bisogno del pubblico per avere senso. Se il pubblico non c’è, qualcosa non ha funzionato nella comunicazione.
Frank Zappa è stato colui che per primo ha piazzato davanti al pubblico del rock un’orchestra sinfonica che eseguiva le sue partiture tutt’altro che facili per una platea non avvezza (ma anche per quella avvezza) e pure lui divideva il pubblico quando passava da Lumpy Gravy a Apostrophe, da The Grand Wazoo a Sheik Yerbouti, da Just Another Band From L.A. a Shut Up ’n’ Play Yer Guitar, ma sapeva interpretare i tempi restando se stesso e mutando semplicemente la forma.
Mattia Cigalini, qualche anno fa, ha pensato bene di rileggere i suoi tempi in chiave jazzistica e ne è nato un lavoro, Beyond, e un tour che avvicinava, almeno nelle intenzioni, il pubblico del pop di Beyoncé, Katy Perry, Jennifer Lopez, con quello del jazz, molto meglio e meno dispendiosamente di quanto non abbia fatto chi ha messo assieme Lady Gaga e Tony Bennett. Il primo era un esperimento musicale da parte di un musicista che provava a rinnovare la musica; la seconda una triste rappresentazione di incompetenza e ipocrisia. Mi chiedo, perciò, a cosa serva arroccarsi su posizioni intransigenti quando il mondo va in un’altra direzione. Forse si potrebbe trovare una posizione artistica di mediazione, come molti jazzisti già fanno, guarda caso quelli che si lamentano meno, poiché si rendono conto che gli anni ’40 sono finiti da 70 anni e vivono il cambiamento da protagonisti cercando di condizionarlo, invece di subirlo solamente. E, tristemente, lamentandosene.

Giulio Cancelliere

Arrivano Gli Alieni. Intervista con Stefano Bollani

AlieniÈ nei negozi il nuovo album di Stefano Bollani, Arrivano Gli Alieni, il terzo piano-solo dopo quello siglato ECM del 2006 e Småt Småt del 2003, pubblicato dalla francese Label Bleu, più remoto nel tempo, ma forse più vicino concettualmente sia in termini di scelta degli autori (anglosassoni e latinoamericani), sia per l’esordio canoro che allora riguardava solo la brasiliana Trem Das Onze (la Figlio Unico di Riccardo Del Turco), mentre oggi il nostro si è “allargato” scrivendo e cantando ben tre canzoni: la title-track,  divertente e metaforica presa in giro delle nostre paure rispetto all’altro da sé, che sia terrestre o meno poco importa; il Micro-Chip, omaggio al Carosone degli anni ’50, quando scherzava sulle manie (e ancora le paure) dell’uomo medio del dopoguerra (‘a Casciaforte, ‘o Russo e ‘a Rossa, Caravan Petrol) con le indimenticabili introduzioni di Gegé di Giacomo; Un Viaggio, breve dissertazione giocosa e vagamente lisergica, sulla falsa riga di EeLST e I Gufi.
“Visto da fuori si può intuire una vicinanza tra Småt Småt e Arrivano Gli Alieni, ma non è intenzionale, cerco sempre di prendere le distanze dai lavori precedenti quando ne realizzo uno nuovo, proprio per evitare di ripetermi.”
Tra le musiche rilette da Bollani vale la pena ricordare The Preacher di Horace Silver, Mount Harissa dalla Far East Suite di Duke Ellington e il bellissimo standard You Don’t Know What Love Is; l’America Latina è rappresentata da Aquarela Do Brasil di Ary Barroso, Sei Là di Toquiño e Vinicius e El Gato dell’argentino Julian Aguirre, ma aggiungerei anche Quando Quando Quando, che, a ritmo di samba, rievoca l’enorme successo mondiale di Tony Renis. A rappresentare il mondo latino anche Jurame di Maria Grever, meglio nota in Italia con il titolo Pensami, una straordinaria hit di Julio Iglesias, nonché il calipso Matilda di Harry Belafonte.
C’è una predominanza del piano elettrico Fender Rhodes in questo album, uno strumento che non avevi mai usato così diffusamente.
“L’ho riscoperto durante il tour con Irene Grandi del 2012. Ha un suono bellissimo e molto caratteristico. Quelli più belli non sono facili da trovare e bisogna attendere lo smantellamento di qualche studio, come ho fatto io, per acquistarne uno.”
Quello che suoni nel disco è il tuo?
“No, il mio, un Mark II, lo tengo a casa, è troppo pesante e scomodo da trasportare. Per registrare e suonare in concerto ne noleggio sempre uno, anche se è difficile trovarli in buone condizioni, hanno sempre qualche magagna.”
Arrivano Gli Alieni è un disco jazz?
“———————“
Ok, passo alla domanda successiva. Ti senti ancora parte della categoria dei jazzisti, ammesso che tu ne abbia mai fatto parte?
Bollani“La domanda contiene già la risposta. Sinceramente non credo di essermi mai sentito veramente un jazzista tout-court e non credo nemmeno nell’associazionismo dei jazzisti, che hanno generalmente esigenze diverse e differenziate. Posso pensare a una forma di associazione volta a una causa precisa, a un obiettivo comune, ma non tutto l’anno. Non lo comprendo.”
Eppure una volta suonavi con tanti jazzisti, hai suonato un po’ con tutti. Ora hai ristretto le collaborazioni, o, per meglio dire, le hai selezionate e differenziate tra pop, orchestre classiche, big band e solisti.
“Una volta ero sul mercato e, come dici tu, ho suonato con tutti. Poi ho scoperto che la giornata è di 24 ore e cerco di mirare meglio le collaborazioni, che non sono comunque poche. Certo, il mio trio danese con Jesper Bodilsen e Morten Lunden dura da dodici anni e ancora mi piace suonare con loro, perché tanto trovo stimolante incontrare un musicista nuovo come il pianista argentino Diego Schissi, col quale ho suonato in duo, quanto apprezzo la serata di relax con i miei amici dove basta un occhiata, un ammiccamento per capire dove andare a parare per sorprendere e sorprenderci.”
Per il disco Sheik Yer Zappa hai avuto l’imprinting della famiglia, sempre molto attenta a tutto ciò che gira attorno a Frank?
“Certo! Abbiamo contattato la vedova, Gail, che, assieme al responsabile della fondazione, ha ascoltato il disco e l’ha approvato. Devo dire che ero alquanto preoccupato data la nota severità di giudizio, anche perché era un album che improvvisava sulla musica di Zappa, ma pare che sia piaciuto.”
Riguardo al tuo rapporto con la musica classica, a parte il ‘900 di Gershwin e Ravel e il tentativo, per ora non realizzato, di un omaggio a Prokov’ev, quali altri autori ti stimolerebbero?
“Premetto che ci penso spesso, ma non ho in programma nulla del genere per ora. Comunque un musicista che mi piacerebbe interpretare è Mozart, perché ha una leggerezza e un allegria che lo avvicina al jazz. Tutto quello che c’è in mezzo tra Mozart e Prokov’ev, invece, non è nelle mie corde, non lo sento dentro, anche se da ragazzo le mie passioni erano Chopin e Liszt. Ma tutto il mondo tedesco romantico, Beethoven, Schumann, Schubert, lo sento lontano.”
Ma sarebbe un rilettura classica o una reinterpretazione alla Uri Caine?
“Non so, non ho il problema dell’intoccabilità di certa musica, a volte mi capita di suonare un valzer di Chopin alla mia maniera, ma forse non lo trovo così bello. Nel caso del concerto di Ravel non ho nemmeno pensato di cambiarlo, tanto è scritto bene. Mozart, però, era un musicista che amava improvvisare e non escludo che potrei reinventarlo.”
E il cinema? Colonne sonore?
“Dopo il tentativo per il film Caos Calmo, che a Moretti non piaceva e quindi non se ne è fatto niente, nessuno mi ha più chiesto niente. Forse giustamente, però mi piacerebbe. Mi piace il cinema.”
Che cinema?
manifesto-70x100-la-regina-dada-bassa“Ho una passione per un regista danese, Anders Thomas Jensen, noto anche come sceneggiatore in odore di Oscar dopo il lavoro con Susanne Bier per Dopo Il Matrimonio. Per ora ha girato quattro film, uno solo dei quali, Le mele Di Adamo, distribuito in Italia, e ha uno stile veramente sorprendente, obliquo, ironico, inaspettato. Un po’ come mi piace che sia la mia musica.
A primavera torna La Regina Dada, il tuo lavoro teatrale scritto con Valentina Cenni.
“Sì, lo stiamo riscrivendo tutto. Il teatro è una fregatura: il disco una volta fatto è quello e non lo cambi più, ma il teatro lo rifai ogni sera, vuoi cambiarlo, migliorarlo, abbellirlo. Non si finisce mai.”
Come con la musica, in fondo, che cambia sempre.

Giulio Cancelliere

Intervista con Morgan (2008)

morganMorgan è un artista, non ho dubbi e, in quanto tale, va trattato con un certo riguardo. Perché? Perché è diverso dagli altri, dai non artisti intendo, è audace, coraggioso, forte, ma altrettanto fragile, leggero, tagliente. Questo non significa che sia esente da critiche, ma queste dovrebbero tenere conto della sua condizione di fragilità e trasparenza, che lo mettono in condizione di diventare bersaglio, grosso, facile, immobile. L’artista è nudo di fronte al pubblico, è vero, sincero, genuino. Anche quando finge e interpreta un altro personaggio. Anche quando è se stesso al di fuori della messa in scena che allestisce in veste di artista, con le sue miserie, i suoi drammi, le sue tragedie. A volte l’artista è accusato di non padroneggiare adeguatamente la tecnica, scambiando la tecnica per arte. La tecnica non è arte, la tecnica tout-court è per i tecnici, gli esecutori, gli orchestrali. La tecnica, eventualmente, è lo strumento con cui esprimere l’arte, ma l’arte viene prima, è dentro l’uomo, è preponderante e talvolta, talmente dilagante da travolgere e spezzare quel sostegno tecnico che la regge. Ieri sera Morgan era alla Milanesiana al Teatro Dal Verme, giunto con una mezz’ora di ritardo almeno, mandando all’aria la scaletta della serata, per una performance attorno al tema dell’Ossessione. Non tutto è andato per il verso giusto, lo spettacolo ha avuto alti e bassi, momenti eccellenti e cadute di gusto, queste ultime dovute alla fretta, alla scarsa capacità di organizzarsi, al suo farsi prendere dall’impulso estemporaneo (si porta cento cose, ne usa trenta, a volte quelle giuste al momento sbagliato) e un finale frettoloso. Niente di memorabile, quindi, ma una conferma del carattere artistico e multidisciplinare del personaggio (Elisabetta Sgarbi l’ha definito leonardesco, un’iperbole, ma che ne definisce l’indole), capace di spaziare dalla canzone d’autore a Bach, dal rock alla letteratura, dal romanticismo all’elettronica, sempre con cognizione di causa, consapevolezza e una buona dose di follia. Qui sotto vi lascio una mia intervista che gli feci a casa sua a Monza nel 2008, in un seminterrato zeppo di strumenti musicali, computer, vestiti, oggetti di ogni genere, uno dei posti più strani e interessanti in cui abbia intervistato un musicista.

Per chi è cresciuto e si è formato con l’ondata rock degli anni sessanta-settanta, come chi scrive, è quasi inconcepibile avere una madre fan sfegatata di David Bowie e un padre che, nel tempo libero, per rilassarsi, si culla nella psichedelia dei Pink Floyd, talmente infatuato di Waters e c. da comprarsi l’impianto quadrifonico per ascoltare Ummagumma come era stato originariamente concepito. Eppure, è in questo clima che si è sviluppata la coscienza musicale di Marco Castoldi, in arte Morgan, fisionomia tra il corsaro e il moschettiere del re, nato nello stesso anno – il 1972 – in cui il Duca Bianco incarnava la sua precedente identità extra-terrestre di Ziggy Stardust e proclamava la caduta dell’impero del rock ‘n’ roll, fino a poco tempo fa associato alla locuzione “dei Bluvertigo” o “ex Bluvertigo”, oggi artista autonomo a tutti gli effetti, ma con la mezza promessa che il suo gruppo di maggior successo sta per ricompattarsi.

“Ne abbiamo parlato e ci sono le premesse giuste per rimettere in moto la macchina.”

Una macchina musicale che si è messa in moto prestissimo, se è vero che fin da neonato hai mostrato una certa evidente reazione al ritmo e all’armonia.

“Quando avevo tre anni i miei genitori avevano scoperto che mettermi davanti ad un mangiadischi colorato a volume adeguato e con una pila cospicua di 45 giri, significava tenermi occupato e farmi stare buono, un po’ come si fa oggi con la televisione o i videogiochi.”

Dischi di che tipo?

“Elvis Presley, Bowie, Rolling Stones, Donovan, Pink Floyd, Simon & Garfunkel, Alice Cooper, niente di melenso, rock e psichedelia. Fino a che, nel 78, non vidi Grease, il film con Travolta e Olivia Newton-John.”

Il punto di svolta.

“Sì, perché compresi il concetto di performance e di caché.”

Cioè?

“Fui talmente colpito dalle sequenze, che ne imparai alcune a memoria e cominciai ad esibirmi per gli amici dei miei genitori. Un giorno, sfuggito al loro controllo, lo feci sul sagrato di una chiesa a Varenna, sul lago di Como. Si formò anche un capannello di persone che mi diede delle monetine per dimostrarmi l’apprezzamento. Quando i miei genitori se ne accorsero si arrabbiarono molto e mi costrinsero a restituire il denaro.” 800px-Morgan_Asti_2011

Umiliante, ma anche una sorta di imprinting. Immagino che da allora non l’hai restituito più.

“Infatti.”

Destinato alla musica e allo spettacolo, perciò.

“Sì, ma non credo all’innatismo, penso che tutti gli uomini in salute nascano uguali e sia l’ambiente e l’esperienza che li indirizza. È la mia famiglia che mi ha indirizzato verso la musica e l’arte della performance. A mia figlia Anna Lou (avuta con Asia Argento ndr), ancora nella pancia di sua mamma, facevo sentire il Clavicembalo Ben Temperato attraverso una cassa acustica. Anche quello è imprinting, tanto che, per farla addormentare, oggi devi cantarle una ninna nanna con ritmo e intonazione corretti. In una casa dove si strilla sguaiatamente non ci sarà amore per la musica. Ritmo e intonazione sono le basi fondamentali.”

Hai cominciato tentando di suonare la chitarra da mancino e a dodici anni hai ricevuto in regalo il primo sintetizzatore polifonico Korg. Come è stato questo percorso?

“Ero completamente refrattario all’insegnamento della chitarra,  nonostante avessi già dimostrato una spiccata inclinazione musicale, perché  il maestro mi faceva imparare da destro. Dopo sei mesi di tentativi appesi la chitarra al chiodo. La ripresi successivamente, da autodidatta e da mancino assoluto, imparando le posizioni specularmente, che è molto più facile se ci pensi, perché quando guardi qualcuno suonare, non hai bisogno di girarle, ma solo di ribaltarle, perché le corde sono al contrario. Sono pochissimi quelli che lo fanno: Seal, ad esempio, anche se moltissimi non lo sanno e Jimmy Haslip, il bassista degli YellowJackets. Nel frattempo avevo imparato il pianoforte, che mi ha aperto un universo parallelo: imparavo la musica classica come formazione, la consideravo una palestra per apprendere nozioni e tecnica, da applicare su quella che era la mia vera passione, il rock. Tuttavia, ancora oggi ascolto molta musica classica, soprattutto Bach e novecentisti come Nono, Stockhausen, Stravinsky, Scriabin, tardo-romantici come Scumann e Schubert, ma anche Mahler e impressionisti come Debussy.”

Quanto hai studiato pianoforte?

“Tanto. Quindici anni, almeno. Mi mancherebbero gli esami dell’ottavo e del decimo di Conservatorio.”

Ma cosa facevi a dodici anni con il synth Korg?

“Musica. Avevo un gruppo. A quattordici anni smanettavo già con l’Atari. Obbligavo i miei amici a non giocare a pallone in cortile e a suonare in camera. E se non suonavano spontaneamente gli mettevo in mano uno strumento e lo costringevo a suonare. Ho sempre fatto questo: suonare e organizzare situazioni di gruppo.”

E cosa suonavate o tentavate di suonare?

“Rigorosamente new wave e tutto ciò che la British Invasion di allora rovesciava sul mercato internazionale.”

La seconda British Invasion, dopo quella beatlesiana.

“Sì, ma la prima non l’avevamo vista per motivi anagrafici. E poi a casa mia erano praticamente spariti i Beatles,: tutti i vinili erano bruciati al sole nella macchina di mia zia. C’erano solo i Rolling Stones, Aftermath in particolare, che ho consumato per gli ascolti ripetuti. Comunque, la British Invasion ci aveva travolto e non selezionavamo troppo, andava bene quasi tutto, dagli Ultravox prodotti da Eno ai Duran Duran, dai Thompson Twins ai Joy Division, tutta quella musica che aveva la tipica matrice inglese anni ottanta, fatta di elettronica, tastiere, effettistica, trattamento intenso del suono e della voce e molto chorus sul basso.”

Eppure, nonostante il tono entusiastico che usi parlando di quel decennio, gli anni ottanta sono considerati abbastanza inconsistenti dal punto di vista musicale, rispetto ai settanta, ma anche rispetto al periodo a cavallo, caratterizzato dal punk. Quella new wave, ma più propriamente new romantic, fu un po’ il riflusso del punk. 800px-Marco_Castoldi_Morgan“Il punk non l’ho vissuto troppo, era una musica disturbante per natura e scopo. Mia madre la chiamava musica ossessiva. Lei, appassionata del Bowie più cupo e malato di Low e Heroes, che elogiava la follia colorita del Duca Bianco, per usare una metafora cromatica, considerava il punk “grigio”, tutto uguale, monocorde, bisillabica, monocromatica.”

Vero, tuttavia, l’immagine del punk influenzò fortissimamente tutto ciò che venne dopo, in un momento in cui la musica si cominciava a vedere oltre che a sentire, attraverso i videoclip.

“Infatti, fu anche grazie a quel fenomeno – invece di guardare i cartoni animati seguivo Videomusic – cominciai a pensare di fare il musicista professionista. Per me Nick Rhodes e Midge Ure erano gli eroi Aktarus e Mazinga, il sintetizzatore era l’astronave che i miei coetanei desideravano, il violino midi che vedevo nei video degli Ultravox era la mia alabarda spaziale. Un giorno sono entrato da Ricordi a chiedere se avevano un synclavier. Erano quelli miei oggetti del desiderio.”

Anche se comprendo il tuo entusiasmo per gli anni formativi, non tutto era da salvare e il tempo ha selezionato molto. C’è qualcuno che butteresti dalla finestra? Ad esempio tra Ultravox gestione John Foxx e Midge Ure?

“Sicuramente i secondi. Così come non c’era paragone tra Sex Pistols e Clash. È chiaro che Joe Strummer era un genio rispetto a Rotten e c. I Clash erano in grado di suonare punk, reggae, ska e funky, mentre i Pistols erano ragazzotti qualunque senza arte né parte.”

Be’, erano un’invenzione di Malcom McLaren, raccontata anche nel film, La Grande Truffa Del Rock ‘n’ Roll, che rappresentò la parte mondana del punk, ma anche quella che la maggior parte della gente ricorda, con la navigazione del Tamigi sulle note di God Save The Queen.

“È tipico di certo giornalismo fermarsi in superficie e valutare certi eventi come fenomeni sociali e non come correnti artistiche con una prospettiva di sviluppo. Specialmente i quotidiani con i loro titoli a sensazione. Un cantante che sputa sul pubblico è molto più interessante di uno che canta bene, perché non fa notizia.”

Torniamo a chi salveresti di quegli anni.

“Bowie sempre. In quegli anni usciva Let’s Dance, un album che abbiamo divorato, perché costruito sul giusto equilibrio tra elettronica, new wave, rock, funky. Poi i Culture Club non erano male.”

Gary Numan?

“Grandissimo. L’ho anche conosciuto personalmente.”

Howard Jones?

“Un mito. Il tour di Human’s Lib era favoloso.”

Sì, me lo ricordo, da solo circondato da sintetizzatori, sequencer, arpeggiatori.

“Esatto. E il mio tour invernale è ispirato proprio a quella dimensione. Siamo in due, entrambi al controllo di un set elettronico collegato integralmente in midi, quindi completamente interattivo.”

Uno che esce un po’ dallo schema come Michael Jackson?

“Be’, Thriller era imprescindibile anche per noi che seguivamo la British Invasion.”

Joe Jackson?

“No, troppo “adult”, intellettuale, retrò.”

Nemmeno Look Sharp e I’m The Man?

“No, lo ricordo bene in quella fase, ma non era nel gruppone che seguivamo famelici. Piuttosto penso a Nick Kershaw, grande chitarrista.”

Adam Ant?

“Sì, di una generazione precedente, un padre ispiratore di quella musica. Diciamo che Adam Ant sta ai Duran Duran come Marc Bolan sta a Bowie. Quella “incollatura” che lo fa arrivare prima e fa la differenza. Sai cosa? C’è un disco straordinario che si può considerare il capostipite di quella musica: Avalon dei Roxy Music.”

Il canto del cigno del gruppo di Brian Ferry.

“Sì, ma non di Ferry, che ha proseguito la carriera, soprattutto con Bète Noir. Avalon aveva un sound che ai fan dei Roxy non piaceva, ma ha determinato l’inizio di una nuova fase musicale molto più ampia. A me piacciono i periodi decadenti delle band, quando pare che stiano morendo, ma alla fine vibrano l’ultimo colpo di coda.” Morganwince1

Hai citato Bète Noir e non a caso.

“Infatti, è un disco nel quale la new wave fa un passo avanti tecnicamente. Rappresenta una fase in cui i musicisti professionisti delle sale di registrazione si immergono in questa nuova musica e la progettazione sonora diventa necessità. La new wave diventa musica d’ascolto. Da quella nuova concezione nasce il disco degli Arcadia, in pratica i Duran Duran con ospiti (gente come Herbie Hancock, David Gilmour, Sting, Grace Jones), che era tecnicamente favoloso, il classico disco per musicisti su cui gli addetti ai lavori “godevano” letteralmente.”

Ormai è vent’anni che fai dischi. Con lo pseudonimo di Markooper hai inciso Prototype” e “Dandy bird & Mr contraddiction nel 1987. Tuttavia la tua popolarità nasce coi Bluvertigo, con i quali suonavi il basso e non le tastiere. Come mai?

“Sì, vent’anni, pensa che mi hanno già dato il permio alla carriera nel 2003, il premio Pigro, intitolato a Ivan Graziani. Comunque, è una storia molto lunga. Ti basti sapere che nell’89, dopo l’insuccesso relativo – 12000 copie (!!!) – del progetto Golden Age, recentemente ripubblicato dalla Universal, dovetti reinventarmi. All’epoca suonavo già un mucchio di strumenti.”

Te li ricordi?

“Come no! Ce li ho ancora tutti e li porto in tour: Juno 106 della Roland, il Poly 800, il Casio CZ101, il Crumar Bit 99, l’Elka EK44, quando i sintetizzatori erano anche italiani ed eravamo competitivi, come direbbe Montezemolo. Poi varie batterie elettroniche come la Roland MC505 e la Tr 606, la Korg DD5 e la Roland CR1000. Successivamente la D4 della Alesis. Con quest’ultima, che simulava la batteria vera e con l’Atari, nel 91-92 cominciai a scrivere canzoni in italiano.”

Come mai questa conversione alla lingua nazionale?

“Era il momento. L’impero britannico stava sgretolandosi, in Italia cominciavano a venire fuori gruppi rock come i CCCP, i Litfiba e altri ancora, che cantavano cose interessanti, senza ricorrere al trucco dell’inglese, che ti consente di dire fesserie come se fossero letteratura. Anzi, grazie alla letteratura, quella vera, ho cominciato veramente a mettere cura nei miei testi.”

La folgorazione letteraria?

“Il mestiere di vivere, di Cesare Pavese. L’uso del linguaggio comune della vita quotidiana per comunicare l’essenza vera delle cose. Il primo album dei Bluvertigo, Acidi e Basi, lo scrissi proprio sotto questa influenza della quotidianità raccontata. Lo scrissi nel ‘92 e uscì solo nel ‘95. Ma in quel periodo le tastiere perdevano terreno, c’era in giro il grunge, persino Bowie aveva costituito i Tin Machine, che faceva un rock piuttosto ruvido e i synth volavano dalla finestra. Anche i Black Sabbath e i Led Zeppelin approfittarono di quel periodo per rifarsi vivi. Lì iniziò la demonizzazione degli anni ottanta e il riscatto dei seventies, riveduti e corretti. Io, per far finta di nascondere il mio passato di tastierista, mi misi a suonare il basso.”

Eppure avevate un’immagine che richiamava gli anni 80.

“Ma solo verso la fine. Inizialmente eravamo un gruppo grunge, anche se i miei provini, in cui le chitarre suonavano come i Nirvana, in realtà erano fatti con tastiere e campionatori. Ora me ne vanto, ma allora facevo di tutto per nasconderlo. Avevamo un sound “cattivissimo” che nasceva dalla “odiata” tecnologia. Sembravamo una band da cantina, quando, in realtà, era la reinvenzione di me stesso e la band era stata costruita dopo. Suonavamo nei centri sociali, negli Arci, nei circoli alternativi come un vero gruppo di base.”

Per quanti anni?

“Dieci anni e tre album. Dischi lunghi, elaboratissimi, faticosi. Anche da promuovere. La popolarità arrivò col secondo album – Metallo Non Metallo – mentre la credibilità la acquisimmo col primo, diecimila copie vendute, che costituì il nostro zoccolo duro.”

Metallo Non Metallo non vendette subito.

“No, al quarto singolo – Altre Forme Di Vita – esplose. Costringemmo la casa discografica a far uscire il singolo con un piccolo ricatto e si scoprì così, che l’arco promozionale di un disco può essere molto più lungo delle poche settimane che di solito le etichette impegnano per la propaganda di un prodotto.”

Cosa hanno rappresentato i Bluvertigo nel panorama italiano?

“Hanno aperto una strada nuova per quei gruppi come Tiromancino e Subsonica, che sono riusciti ad uscire dal ghetto del centro sociale senza diventare fighetti da Festivalbar. Hanno conservato una dignità sonora e testuale, ma sono diventati popolari.” morgan-daada-2007

Mentre nel tuo ultimo album, Da A Ad A, tra l’altro bellissimo, si riscontra uno stridente contrasto tra un minimalismo testuale – parli anche qui di cose, oggetti, animali, sensazioni quotidiane, piccoli gesti – e una monumentalità musicale che copre una varietà straordinaria di generi e influenze. Che tipo di parto è stato?

“Oggi nei testi mi interessa parlare delle relazioni tra individui e degli effetti che queste relazioni producono. Non emetto sentenze e non lancio invettive. Nella musica, invece, vivendo un riflusso classicheggiante che mi ha portato a suonare nuovamente Bach, ho ritrovato il gusto dell’analisi e ho scoperto che da poche battute di un compositore barocco posso trarre ispirazione per una canzone moderna. È per questo che sono canzoni poco “chitarristiche”, da strimpellare sulla sei corde. Sono musiche un po’ “parruccone”, se vogliamo, ma mi piace come contrastano con la “semplicità” delle parole.”

Musica e canzoni da “ascoltare”.

“È proprio questo il punto nodale del giorno d’oggi: si è smesso di “ascoltare” musica, siamo circondati da musica funzionale. È vero che un genio come Brian Eno ci ha costruito un impero – la Ambient Music – ma ora si sta esagerando. Mi sto accorgendo che nelle case della gente, anche di quella con una discreta collezione di dischi, non c’è più l’angolo dell’ascolto, quello dove ti rilassi e ti concentri su ciò che stai sentendo e finalmente “ascolti”. La mia musica di oggi è talmente ricca di informazioni che, se non la ascolti, può anche disturbarti. Non la puoi sentire mentre lavi i piatti, studi o dipingi la stanza. Purtroppo tanta gente è abituata a comportarsi così nei confronti della musica e la qualità ne risente. È una questione culturale.”

E quindi?

“E quindi bisogna fare qualcosa. Intanto bisogna smetterla di dire che i dischi costano troppo. I dischi costano, ma per chi li fa e io ne so qualcosa, perché investo, e tanto, sulle mie cose. Se un ragazzo passa una serata in un locale a scolarsi birra e a mangiare pizzette o va in discoteca vestito alla moda, quante decine di euro spenderà in poche ore? E quanti dischi molto più durevoli si potrebbe comprare con gli stessi soldi? Perciò è una questione di scelte culturali: la discoteca il sabato sera o il disco per il resto della settimana? E i genitori del ragazzo saranno più contenti di una scelta o dell’altra? Conosco genitori che si inquietano se i loro figli comprano dischi, perché ritengono siano soldi buttati via. Allora diciamo che se la musica è cultura, e lo è, in Italia  non c’è la cultura per la cultura. In Inghilterra o in Germania si studia molto di più la musica, quasi tutti suonano uno strumento, in tantissime case c’è un pianoforte, la musica gode di una considerazione come da noi il calcio. Ora, è giusto che i ragazzini facciano sport perché fa bene, ma bisognerebbe che passasse il pensiero secondo cui la musica è il calcio della mente, la tiene in allenamento ed è il cibo dell’anima.”

Giulio Cancelliere

20 aprile: Record Store Day

Logo

Il 20 di Aprile 2013 si celebra il Record Store Day, quest’anno giunto alla settima edizione e con Jack White (White Stripes) come testimonial.
Il Record Store Day è la giornata mondiale dedicata ai negozi di dischi, nata negli Stati Uniti con lo scopo di preservare il loro valore culturale e sociale, festeggiata con centinaia di pubblicazioni di cd e vinili in edizione limitata, performance di artisti, incontri con i fan, mostre d’arte e proiezioni di film.
RecordsPer la prima volta in Italia arriva un’iniziativa ‘ufficiale’ che unisce idealmente Milano, Firenze,
Bologna, Torino e Roma, città storicamente molto ‘attive’ in campo musicale. All’interno di alcune
location anche culturalmente diverse fra loro, come un teatro, un auditorium, una cineteca, un club
ed un centro sociale, il focus ‘comune’ è rappresentato dalla proiezione di ‘Last Shop Standing’, il
‘film ufficiale’ del Record Store Day di quest’anno.
‘Last Shop Standing – The Rise, Fall and Rebirth of the Independent Record Shop’ di Pip Piper, ispirato dal libro omonimo di Graham Jones, traccia la rapida ascesa dei negozi di dischi negli anni ’60, ’70 e ’80, dalla nascita del rock’n’roll sino al punk, l’influenza delle charts musicali sulle vendite dei dischi, la nascita del CD e quella delle nuove tecnologie digitali. Testimoni eccellenti sono musicisti come Paul Weller, Billy Bragg, Johnny Marr degli Smiths, Norman Cook, Nerina Pallot, Richard Hawley e Clint Boon, anche un leader dell’industria discografica come Tony Wadsworth, storico boss della Emi inglese e adesso portavoce della Bpi, ma soprattutto loro, gli eroici proprietari dei negozi di dischi inglesi (una straordinaria varietà di caratteristi, tra l’altro). Tutti concordi a testimoniare l’importanza di quel luogo come parte insostituibile della propria adolescenza ed educazione musicale, un avamposto sociale unico
imprescindibile, un crocevia fondamentale per scoprire nuove band, un centro di aggregazione giovanile. E molto altro ancora.
Più che una celebrazione ‘vintage’ e nostalgica però, ‘Last Shop Standing’ getta uno sguardo allettante verso il futuro, sui nuovi negozi di dischi che ancora nascono, è una testimonianza sulla tenacia di coloro che ancora resistono e che intendono rimanere ‘vivi ed orgogliosi’, anche molto tempo dopo la chiusura degli ultimi chain stores musicali.

logo 2
Milano – Teatro Dal Verme
http://www.dalverme.org
Firenze – Auditorium Flog
http://www.flog-online.com
Bologna – Cineteca
http://www.cinetecadibologna.it
Roma – Brancaleone
http://www.brancaleone.it
Torino – Astoria
http://www.astoria-studios.com
Per gli eventi collaterali delle singole location potete fare riferimento ai loro siti.
http://www.recordstoreday.com http://www.lastshopstanding.com

Intervista con Claudio Filippini

FIlippini_Foto A. BoccaliniTra i nuovi talenti pianistici emersi negli anni zero, Claudio Filippini è da annoverarsi in quella sempre più folta schiera di studenti del conservatorio che, parallelamente, coltivano anche un interesse extra-accademico, condizione ormai tollerata da molti insegnanti. Ciò gli ha consentito di mettere a frutto tecnica e preparazione classiche su un repertorio che richiede certamente doti creative, ma anche una buona dose di abilità sulla tastiera. La frequentazione del Columbia College of Music di Chicago, i seminari senesi e i workshop sotto la guida di Kenny Barron, George Cables, Jimmy Owens, Joey Calderazzo, Enrico Pieranunzi, Franco D’andrea, Otmaro Ruiz, Stefano Bollani, Stefano Battaglia, hanno forgiato lo stile di questo pianista pescarese, consentendogli di confrontarsi senza difficoltà con senatori del jazz quali Roberto Gatto, Stefano Di Battista, Giovanni Tommaso, Maria Pia De Vito, Rosario Giuliani, Battista Lena e molti altri.
Il nuovo disco lo vede affiancato da una straordinaria sezione ritmica dalle caratteristiche davvero peculiari, tanto da ispirargli il titolo Facing North, trattandosi del contrabbassista svedese Palle Danielsson e del batterista finlandese Olavi Louhivuori: storico partner di Keith Jarrett nel Belonging Quartet il primo, brillante talento coetaneo di Filippini, già ammirato al fianco di Lee Konitz, Anthony Braxton, Marilyn Crispell, Tomasz Stanko e Susanne Abbuehl, il secondo.
Come è avvenuto l’incontro?
“Ero in un periodo abbastanza complicato musicalmente parlando, tutto ciò che suonavo o componevo mi sembrava scontato e noioso, gli stimoli esterni non aiutavano, poiché non mi piaceva niente. Sono cose che capitano, soprattutto se lavori a lungo con gli stessi musicisti, il suono si cristallizza e cerchi un modo per venirne fuori.”
Facing_North_CoverNemmeno un disco di piano-solo ti avrebbe aiutato?
“No, sicuramente, ero in panne, come si suol dire. Quando mi fu proposto di registrare un disco con Palle e Olavi ho capito che sarebbe stata la svolta che aspettavo. Avevo finalmente un obiettivo e lo volevo raggiungere al meglio della forma, così mi sono fatto coraggio e  ho cominciato a scrivere con un  nuovo spirito.”
Li conoscevi già?
“Avevo incontrato Olavi a Roma ad un festival, ma per niente più che un saluto, mentre Palle l’ho conosciuto personalmente solo il giorno in cui siamo entrati in studio.”
Una bella sfida e un bel rischio. Poteva anche non funzionare.
“Certo, è stato un rischio grandissimo per me e per la CamJazz che se lo è accollato, anche se da subito si è capito che le cose sarebbero andate bene. A parte la comunicazione orale con l’inglese, non sempre scorrevole – spesso facevo prima a suonare le cose che volevo piuttosto che spiegarle – si tratta di persone squisite che ti mettono a tuo agio. In due giorni abbiamo registrato tutto, effettuando pochissime take e scegliendo quasi sempre le prime, più fresche e spontanee.”
Sei arrivato in studio con i pezzi già scritti e arrangiati?
“Sì, in un certo senso, ma suonando con loro hanno assunto forme molto diverse da come li avevo immaginati originariamente, sia i miei, sia quelli di altri autori, che avevo selezionato, come Adele, i Beach Boys, Gershwin.”
Ma cosa ti è piaciuto di questi musicisti?
“Di Palle avevo sempre ammirato il suo stile cantabile sul contrabbasso. La mia formazione è basata molto sull’aspetto ritmico del jazz, molto afroamericano, e il suo stile si discostava da questa matrice. Non sono mai stato un seguace accanito del Nordeuropa musicalmente parlando.”
E di Olavi cosa mi puoi dire?
“Ha delle sonorità spiazzanti, che estrae da un set di batteria assolutamente standard: rullante, tom, timpano, tre piatti e un’infinità di oggetti, aggeggi vari che appoggia su un tavolino accanto alla batteria. Suonavamo nella stessa stanza, ma io ero girato in modo che non gli vedessi bene le mani, per cui mi sorprendeva con dei suoni pazzeschi, che sono un grande stimolo creativo.”
Filippini_PH_ANDREA_BOCCALINICome ti è venuta in mente Adele?
“Chasing Pavements è un pezzo che impazzava alla radio qualche anno fa e me l’ero appuntato, come faccio spesso quando sento una canzone che mi stimola. E poi mi piacciono i contrasti ed ero curioso di sentire come un musicista quale Palle Danielsson avrebbe suonato un pezzo di Adele, che probabilmente non aveva mai sentito.”
Però Adele è della tua generazione, mentre i Beach Boys di God Only Knows sono della mia. Come ci sei arrivato?
“Ho qualche disco, come Pet Sounds, li trovo molto speciali e particolari.”
Lo sai che Charles Lloyd ha suonato molto con loro?
“Ecco il nesso anche con Palle Danielsson!”
Ora fate qualche data con questa formazione: il 5 marzo al Jazz in Eden di Brescia, il 6 al Panic di Marostica e il 7 al Festival Visioni In Musica di Terni. E poi?
“E poi è in programma un altro disco a metà aprile.”
Ancora ai leggendari Bauer Studios di Ludwigsburg?
“Sì, è un posto fantastico, pieno di fascino, un paesino con poche case e questi studi storici dove sono stati registrati molti dischi ECM, compresi quelli del quartetto europeo di Jarrett. L’assenza di distrazioni ti aiuta a concentrarti solo sulla musica.”
Stai diventando un pianista nordico.
“Be’, suonando con loro il mio stile sta assumendo qualche elemento di quel tipo, spazi, silenzi.”
Stai lavorando anche con altri in questo periodo?
“Sto suonando molto col quartetto di Fabrizio Bosso: il 10 marzo saremo all’Auditorium di Roma e a maggio torneremo in Giappone. E poi faccio qualche concerto con Fulvio Sigurtà in duo, piano e tromba. A primavera inoltrata dovrei fare qualche concerto anche con Mario Biondi.”
E da solo?
“Suono poco da solo, ho fatto qualche concerto e anche un album nel 2009, ma non ho grandi spinte in quella direzione.”
Non è obbligatorio, anzi, meglio astenersi se non lo si sente.
“Completamente d’accordo!”

Giulio Cancelliere