Un sonoro saluto al 2012

Desidero chiudere il secondo anno di Silenziosa(mente) segnalandovi una serie di dischi jazz e dintorni, che, per vari motivi, meritano attenzione. Anche quando non sono realmente “bei” dischi, segnano comunque un fermento creativo sorprendente che percorre la penisola da nord a sud e viceversa, isole comprese. Magari alcuni di questi nomi vi diranno poco e, ripeto, il loro lavoro discografico, in molti casi autoprodotto come si usa oggi, difficilmente resterà nella storia, ma si tratta in ogni caso di musicisti che vale la pena vedere almeno dal vivo e che si avventurano a cercare una strada alternativa poco battuta. Convinto come sono che la creatività sporca le mani e confortato dalle parole del poeta che cantava “dai diamanti non nasce niente…”, li trovo apprezzabili almeno per questo motivo.
copertina Minianimali - versione def - 001Dalla Sicilia arriva Lino Costa, chitarrista a lungo militante nell’eterogeneo gruppo Tinturia, che col suo Hypnotic Trio formula un jazz venato di folk e rock, tango, rumba e blues. Ha inciso per la neonata etichetta 4MIQE un album, Minimianimali, interessante per le sonorità che mescola tra chitarre acustiche ed elettriche, jew’s harp (in italiano scacciapensieri, in siciliano marranzanu), basso e batteria, con ospiti piano e sax. Vivace.
cover-machine-head-webDel Machine Head 4tet colpisce per cominciare la formazione “pianoless” (i pianisti, fortemente in ribasso ultimamente, troppi e disoccupati, forse per questo, reietti, suonano spesso da soli) costituita da basso, batteria, sax e trombone, integrati da un discreto utilizzo di effetti elettronici, campionamenti, sequenze. L’impronta funk-bop li ha posti all’attenzione dell’etichetta Groove Master Edition, che ha prodotto questo Fuori Dal Chorus: otto brani originali e una rilettura singolare di Donna Lee. Curioso.
disabaruggieriL’unità d’Italia si declina anche attraverso le canzoni, a cominciare dalla marcetta di Novaro, passando per Caruso, Azzurro, Margherita, Morricone e Rota, Carpi e Migliacci, Panzeri e Modugno fino all’inno abruzzese Vola Vola Vola. Il fisarmonicista Renzo Ruggieri compila un elenco di Inni D’Italia che uniscono la penisola sotto il segno della melodia coniugata al jazz assieme al bravo Paolo Di Sabatino, pianista versatile e raffinato, e ai grandi autori che hanno fatto la storia della nostra canzone. Patriottico.
narcetecoverIl connubio tra jazz e poesia si ricompone in Narcéte, un lavoro frutto della collaborazione tra la scrittrice Erika Dagnino, non nuova a simili esperienze, e i musicisti Stefano Pastor, Sam Waterman e George Haslam. La parola (in inglese, ma il libretto riporta la traduzione) si aggancia alle musiche e viene trascinata in un vortice sonoro che ne trasfigura senso, ritmo, prosodia. Suoni puntuti e urticanti accompagnano l’ascolto in un percorso non facile, ma in cui, nel giusto stato d’animo, ci si può abbandonare. Inquieto.
CrashDa qualche tempo i chitarristi stanno superando per numero i pianisti (forse per via della comodità di trasporto e maneggevolezza dello strumento in tempo di crisi) e sono prodighi di registrazioni: Dario Volpi, trevigiano costruisce il suo The Second Crash, assieme a Otello Savoia al basso e Franco Del Monego alla batteria, seguendo linee improvvisative alquanto spontanee e sull’onda del mood momentaneo. Umoroso.
profiloAnche gli Amanita Jazz, calabresi, scelgono la forma del trio chitarra-basso-batteria (Raul Gagliardi, Carlo Cimino, Maurizio Mirabelli) per il loro album d’esordio, Gente A Sud, perseguendo traiettorie più tradizionali e rassicuranti, al di là della velenosità del nome scelto. Swing-folk.

KyraPietro Ballestrero illustra un punto di vista differente con il suo Kyra, più orientato sulla composizione e sulla qualità del suono. D’altra parte si è affidato alle cure di Marco Lincetto e alla sua Velut Luna per ottenere il massimo. Un quintetto d’archi e il clarinetto di Gabriele Mirabassi disegnano, assieme alle chitarre del leader, undici ambienti sonori di pregevole fattura. Cameristico.
Peo alfonsiPeo Alfonsi, che spesso vediamo al fianco di Al Di Meola durante i suoi tour italiani e internazionali, pubblica il suo secondo album per Egea, Il Velo Di Iside, ancora una volta ispirato ad un mito mediterraneo — come il precedente Itaca — che lo connota sotto il profilo sonoro, della composizione e della prospettiva culturale. Il chitarrista firma tutte le composizioni che affida ai legni, agli ottoni, agli archi, alle voci e alle percussioni di Gabriele Mirabassi, Kyle Gregory, Salvatore Maiore, Francesco Sotgiu, Fausto Beccalossi, Maria Vicentini. Emozionante.
CasagrandeTra le nuove generazioni di chitarristi si mettono in luce ultimamente Francesco Diodati, di cui mi occuperò più ampiamente in un altro articolo-intervista, e Federico Casagrande, ormai di stanza a Parigi dove ha registrato il suo ultimo lavoro a proprio nome, The Ancient Battle Of The Invisible. È un disco complesso, sia per l’articolazione delle composizioni, sia per l’attenzione che richiede la sonorità stessa dell’album, molto calda e rotonda, costruita sulle timbriche soffici della Telecaster (talvolta “preparata”) del leader e la fluidità del vibrafono di Jeff Davis, intercalate dalle ritmiche di Simon Tailleu e Gautier Garrigue. Tortuoso.
lmalaguti2012Lanfranco Malaguti, per gli appassionati di jazz, non ha bisogno di presentazioni, è uno dei più importanti e originali chitarristi italiani, ha all’attivo decine di incisioni come leader e partner e il graffio della sua chitarra segna il suono di questo Galaxies, sorta di portfolio musicale ispirato a undici strabilianti immagini scattate nello spazio profondo dal telescopio Hubble. Il quartetto, completato da Nicola Fazzini ai sax, Massimo de Mattia al flauto e Luca Colussi alla batteria, asseconda il leader con leggerezza e senso dell’avventura. Esplorativo.
Cover new.cdrTornando sulla terra, il duo Luigi Tessarollo-Roberto Taufic ci riporta a un clima mediterraneo, tra classica e jazz, tra suono acustico ed elettrico, tra Europa e Latinoamerica. Sono due ottimi musicisti e il loro Painting With Strings è un modello di classe, raffinatezza, pulizia di suono. Standard come Cherokee e Stella By Starlight si alternano a composizioni originali, per ritrovarsi nella passione di Besame Mucho. Poetico
1335966301694Copia_di_bebo_ferra_-_specs_peopleBebo Ferra, che da qualche anno si è votato quasi esclusivamente alla chitarra elettrica, dopo che Paolo Fresu l’ha voluto nel suo Devil Quartet, ha licenziato Specs People, un viaggio ispirato alle sue passioni giovanili pre-jazz, tra rock, progressive, letteratura e storia. L’unica cover, peraltro alquanto stravolta, è la rollingstoniana Satisfaction, ma il trio chitarra-organo-batteria offre suggestioni a pioggia per chi c’era e per chi avrebbe voluto e può solo immaginare. Psichedelico.
cover-discoRoberto Fabbri è considerato la nuova star della chitarra classica, tanto da meritarsi un contratto Sony e la partecipazione ai più prestigiosi festival. In realtà di classico c’è soprattutto lo strumento, mentre la musica ricalca forme abbastanza moderne, se così si può dire,mutuate dalla canzone: composizioni brevi, orecchiabili, arrangiate per sole chitarre e, in qualche caso, con quartetto d’archi. Nei Tuoi Occhi non appassionerà il pubblico degli addetti ai lavori, ma l’ascolto è piacevole e Fabbri è bravo. Facile.
PaternesiPassando ai batteristi, altra categoria spesso snobbata dal punto di vista della composizione e leadership, Alessandro Paternesi è senz’altro uno dei giovani più brillanti tra i tamburi: colto, preparato, si circonda di coetanei creativi come lui, come Diodati, Gabriele Evangelista, Simone La Maida ed Enrico Zanisi (fresco di Top Jazz) per una musica che coglie suggestioni dall’urban jazz americano, solido, frenetico, ma anche da una poetica tutta europea che ne stempera le spigolosità troppo accese. Dedicato è il suo esordio da solista col P.O.V. Quintet. Innovativo.
600x600Anche Fabrizio Sferra, macchina ritmica di lungo corso, ama contornarsi di figure emergenti e per il suo Untitled #28 ha chiamato Giovanni Guidi, Dan Kinzelman, e Joe Rehmer, cui lascia molto spazio per la costruzione delle sue  composizioni, basate su temi spesso dilatati, architetture ritmiche complesse (come poteva essere altrimenti?) e per le improvvisazioni collettive che si aprono qua e là. Meditativo.
fraboni_thisismymusic_1351094671La perentoria dichiarazione This Is My Music lascia poco spazio ai fraintendimenti. Matteo Fraboni è andato a New York per incidere questo suo disco d’esordio e si sente. La musica rievoca quella atmosfera nervosa e turbolenta, tra sax tenore e contralto (gli ottimi George Garzone e Logan Richardson), piano elettrico ed acustico  (Arvan Ortiz, dinamico e fantasioso) e il solido Rashaan Carter al contrabbasso, che si è fatto le ossa con Roy Hargrove, Stefon Harris, Gary Thomas e Wallace Roney. Urbano.
Never+Odd+or+EvenIl batterista Ferdinando Faraò lascia per una volta il posto tra i tamburi per sistemarsi sul podio della imponente Artchipel Orchestra e rendere omaggio ad una stagione di jazz-rock britannico misconosciuta ai più — non ebbe l’esposizione di quello americano — ma ricca di stimoli creativi per niente datati. Never Odd Or Even propone composizioni tratte da un vecchio progetto del pianista Mike Westbrook, dei National Health e di Fred Frith si susseguono in una proiezione in bianco e nero di quegli anni Settanta, che, tra luci ed ombre, sono stati il decennio culturalmente più significativo del secondo dopoguerra. Sontuoso.
scorribanda_copertinaScorribanda è il terzo lavoro di BandOrkestra.55, la compagine condotta dall’ eclettico sassofonista friulano Marco Castelli, che attraversa generi e Paesi, tradizioni e tendenze con una disinvoltura invidiabile. Qui la troviamo alle prese con standard jazz quali Lullaby Of Birdland, Stolen Moments e I Got Rhythm,, musica da film come Baby Elephant Walk, classici del pop come Day Tripper, Suite: Judy Blue Eyes e Billie Jean, coniugandoli nei tempi e modi swing, ska, reggae, latin, boogie, electro-pop, rimescolando tutto e spingendo sempre un po’ più in là il confine della musica da big band. Trascinante.
una-bella-serataIn scala più piccola, è un sestetto, e utilizzando soprattutto materiale originale, anche gli Ottavo Richter cercano di riformulare il repertorio per “banda”, anche se la loro ha le caratteristiche itineranti di una marching band stanziale. Una Bella Serata è il loro ultimo lavoro, che vede tra gli ospiti Gianluigi Carlone della Banda Osiris e il giornalista Antonio Di Bella, dalle note passioni canore. Piacevole. Ed infine a volo d’uccello: 516-alderighiPaolo Alderighi, brillante pianista cristallizzato Naked-Truth-Ouroborossulla tradizione  jazz che padroneggia come nessun altro in Italia e il suo nuovo Piano Solo; i Naked Truth di Lorenzo Feliciati e il nuovo lavoro Ouroboros, un po’ troppo roboante rispetto al precedente ; Giuseppe Del Re, cantante pugliese bravo, intonato, fin troppo preciso, fino ad essere didascalico col suo Giuseppe_Del_Re_Gateway_to_Life-592x592Gateway To Life; Susanna Stivali, per Piani/Diversi si affida a cinque 198717_4632514139717_1744411416_ndifferenti pianisti per accompagnare le sue divagazioni vocali, talvolta borderline; Cristina Zavalloni e la Donna Di Cristallo non lasciano mai indifferenti, ma l’approccio avventuroso della eccellente cantante e compositrice bolognese è spesso inquietante; la rossa Antonella zavalloni-christina-la-donna-di-cristalloCatanese coraggiosamente cerca di redinsidescrivere jazz in italiano e si contorna di ottimi partner come Giovanni Mazzarino, curatore anche degli arrangiamenti, Dino Rubino, Max Ionata, Riccardo Fioravanti, Giuseppe Mirabella, Nicola Angelucci, anche se il risultato di Red Inside è francamente Stop-the-Time-JUST-DUETmonocorde; Just Duet è il nome scelto da Laura Battel e Francesco Tizianel per unirsi artisticamente e accreditarsi con Stop The Time come i Tuck & Patti italiani, facendosi persino co-produrre  dal celebre duo americano. Bravi, senza dubbio, graziosi e amabili come i loro mentori, ma il confronto, anche senza volerlo, è imposto dalle circostanze.

Giulio Cancelliere

Intervista con Davide Di Chio

Esce in questi giorni Aprile, il secondo album di Davide Di Chio, chitarrista pugliese di estrazione eterogenea e di attitudine cameristica, che si inserisce in un filone di musica acustica, in lenta crescita in Italia, spaziando dalla classica al jazz, passando per folk e sperimentazione, spesso rimescolando le componenti e creando nuove formule.
Come hai concepito la tua proposta musicale?
E’ importante fare un distinguo: mentre a livello strumentale, pur non avendo una formazione accademica tradizionale, ho sempre studiato, approfondendo le tecniche chitarristiche ed il linguaggio jazzistico con differenti insegnanti, nella scrittura sono completamente autodidatta. Le mie composizioni sono certamente frutto di ore e ore passate ad ascoltare e a trascrivere dischi di ogni genere musicale, anche se con una maggior predilezione, soprattutto dagli anni dell’adolescenza in poi, per la musica afroamericana.
Chi erano i modelli a cui ti ispiravi maggiormente negli anni formativi, non necessariamente chitarristici?
Ho cominciato a suonare la chitarra intorno ai 16 anni – fino ad allora avevo studiato pianoforte – ascoltando le rock band degli anni ’80, Simple Minds e U2 su tutti; in particolar modo mi piaceva il suono di The Edge, così semplice nella scelta dei voicing e così ricercato nelle sonorità con l’impiego massivo di delay, eco e reverberi. Poi sono venuti gli anni della formazione jazzistica con l’ascolto intensivo di pianisti e sassofonisti – Bill Evans e John Coltrane in particolare  – e di alcuni chitarristi, soprattutto Wes Montgomery e Kenny Burrell.
Perché hai scelto la chitarra acustica come strumento d’elezione?
A parte i jazzisti, chitarristicamente l’influenza maggiore su di me nel corso degli anni è stata probabilmente esercitata dal movimento tropicalista sudamericano in genere e da Baden Powell in particolare e di ciò vi è traccia soprattutto nel primo disco. In seguito mi sono avvicinato alle sonorità acustiche tipiche del folk nordamericano con l’utilizzo di accordature aperte ed alla tecnica classica del contrappunto nell’arrangiamento delle parti scritte. Tutti elementi che unitamente alla ricerca di un suono elettrico, rappresentano, in sintesi, la direzione verso la quale ultimamente mi sto indirizzando.
Sei iscritto alla SIAE dal 98 come compositore, ma il primo disco Fratello Mare Lontano è del 2007. Hai composto musiche anche per altri nel frattempo?
No, al momento non ho scritto per altri, anche se non nego che mi piacerebbe molto.
Molti dei brani del lavoro di esordio erano pronti ben prima del 2007. Il primo disco era un lavoro meno omogeneo anche perché scontava il fatto di essere stato scritto in un intervallo di tempo piuttosto ampio.
Aprile è certamente un lavoro più evoluto, scritto in un intervallo di tempo più breve, cercando di semplificare il linguaggio musicale, mediante l’accurata scelta dei suoni e la razionalizzazione delle parti scritte e improvvisate. In ciò è un tipico disco di modern jazz.
Lo definisci un prodotto glocal: cosa c’è di locale e cosa di internazionale in questo disco?
E’ una bella domanda: locale è la ricerca di un sound acustico e mediterraneo, legato alle mie radici, dalle quali però è imprescindibile evolversi per cercare di proporre qualcosa di personale;  internazionale è la scelta del linguaggio, tipico del jazz moderno, sempre più ricercato negli arrangiamenti e nella sintesi di elementi derivanti da generi musicali differenti, finalizzata ad esaltare la cantabilità delle melodie.
Sei già riuscito a farti sentire all’estero?  Che soddisfazioni hai avuto sinora dal pubblico italiano per la tua proposta musicale?
Beh, il disco di esordio Fratello Mare Lontano edito nel 2007 dall’etichetta salentina Dodicilune è stato ottimamente recensito dalla stampa specializzata italiana; alcuni brani sono stati presentati su Radio France. Non posso negare che i riscontri siano stati finora molto di nicchia; spero che Aprile uscito per la Abeat di Mario Caccia possa essere apprezzato in Italia ed all’estero da un utenza più ampia di ascoltatori perché è ad essa che mi rivolgo. Non mi è mai piaciuto scrivere musica per gli addetti ai lavori. Mi piace scrivere per il pubblico.
Che chitarre usi? Ho visto nel tuo sito che mostri anche una chitarra semiacustica che sembra artigianale e nelle foto di copertina del disco una chitarra acustica molto particolare.
La chitarra fotografata nelle foto del CD è una Babicz, una acustica industriale americana che ha la particolarità di avere le corde “attaccate” a raggiera sulla tavola armonica, caratteristica che contribuisce ad arricchire di molto il suono di armonici e conseguentemente di sustain. È’ una delle poche chitarre industriali che possiedo.
Preferisco utilizzare gli strumenti che per me costruiscono due formidabili liutai italiani: Roberto Fontanot di Liuteria Per Amore di Verona, che mi fornisce le chitarre slim con le corde in nylon e Pino D’Elia di Mirabella Eclano (AV) che è l’autore della chitarra semiacustica la cui foto è riportata nel mio sito e dell’altra chitarra acustica da me impiegata nella realizzazione di Aprile.
Adotti anche accordature aperte?
Le accordature aperte sono una potenzialità enorme e fortemente sottovalutata della chitarra con la quale spesso mi piace cimentarmi. Il semplice accordare la chitarra in Dropped D cambia completamente il timbro dello strumento arricchendolo di armonici.
Il prossimo disco conterrà una composizione con la chitarra accordata in CGCGCD
Attualmente con quale formazione ti presenti dal vivo?
Mi piace sperimentare tutte le situazioni dal guitar solo – anche con l’ausilio di pedal looper – al quartetto con la classica sezione ritmica (contrabbasso e batteria) più l’aggiunta dei fiati che è poi la formazione con cui ho registrato Aprile.
Ho avuto modo di verificare l’alchimia particolare che si crea suonando in drumless trio con il contrabbasso ed il flauto o sax soprano; è una dimensione cameristica che consente di esaltare le dinamiche spesso compresse dall’impiego della batteria.
Mi piace molto anche suonare canzoni con sola chitarra e l’ausilio di una voce femminile.
Esegui solo tue composizioni o proponi anche arrangiamenti di altri compositori?
E’ ovviamente molto importante confrontarsi con composizioni di altri autori anche se cerco sempre di farlo con un apporto personale nello scrivere l’arrangiamento, modificando l’armonia o inserendo delle variazioni ritmiche o di contrappunto al tema. Fondamentalmente però rimango un “suonautore”: mi piace principalmente suonare ciò che scrivo.
Hai in programma concerti di presentazione del disco?
Spero e penso si possa creare questa opportunità,  anche se non va sottaciuto che è sempre più difficile in Italia, cercare di proporre progetti originali dal vivo data la sempre minor presenza di festival o le rassegne con una certa progettualità.

Giulio Cancelliere

Intervista con Andrea Zuppini

La musica è una forma d’arte che può essere semplicemente decorativa e funzionale, ma anche nella decorazione si può avere classe e offrire alta qualità.
Zu Grooves I si inserisce in questa categoria. Opera di Andrea Zuppini, chitarrista, compositore, produttore, una lunga carriera che l’ha portato dal jazz a fianco di Lee Konitz e Massimo Urbani, Luigi Bonafede e Aldo Mella, Massimo Colombo e Stefano Cerri, Toots Thielemans, Ramberto Ciammarughi e Mario Rosini, al pop raffinato di Fabio Concato, Rossana Casale, Antonella Ruggiero,Patti Pravo, Fiorella Mannoia, il primissimo Alex Baroni, quello più fusion e meno wonderiano.
Zuppini è anche un perfetto animale da studio, nel senso che si muove a suo agio tra le macchine del suono, sia analogiche, sia digitali, che conosce a fondo e maneggia con disinvoltura. Ha messo in piedi il suo terzo attrezzatissimo studio nello scantinato di un vecchio palazzo di Porta Romana a Milano, dove scendi una ripidissima scala di pietra, passi attraverso un corridoio con i mattoni pieni a vista e ti ritrovi proiettato in un attimo dall’antichità nel futuro tecnologico. Qui, presso Zu-Music Workshop, ha concepito Zu Grooves I Summer Vibes, una produzione lounge, quel genere musicale che ha fatto furore negli anni ’90 e ’00 con titoli come Buddha Bar e Cafè del Mar, un cocktail fatto di jazz, rhythm ‘n’ blues, funk, soul, ethnic, colonne sonore anni ’70, tutto shakerato con una buona dose di elettronica che amalgama, omogeneizza e rende digeribile per i tempi odierni.
Chi pensava, come il sottoscritto, che fosse una musica ormai tramontata, si sbagliava di grosso.
No, non è tramontata, è una musica che ha ancora un mercato e una sua funzionalità, come dicevi tu. L’importante è che sia fatta bene e non sia confusa con la musica per ascensori o centri commerciali, dove non senti nulla se non una fruscio di percussioni e qualche nota qua e là.
Come hai inventato Zu Grooves? Da cosa sei partito?
Ho chiesto a quattro dj italiani, tra i più quotati, la loro compilation ideale, in modo da capire il mood di questa musica, che cosa la rende affascinante. Ho passato un mese ad ascoltare questi brani, alcuni dei quali armonicamente semplicissimi, composti da un solo accordo o due, che ma che venivano sviluppati su piani sonori differenti e imprevedibili. Una volta compresi i meccanismi nascosti in questa musica che affascina milioni di persone nel mondo ho cominciato a lavorare. Anni di produzione nel pop, nel rock, nel blues, nella bossa, nel jazz, nella classica, mi hanno permesso creare con una certa facilità dei groove su cui costruire delle linee melodiche adeguate fino alla realizzazione finale.
In effetti nei brani ci sono molti riferimenti a cosa già sentite, eppure sviluppate diversamente, dal jazz al country, dal soul all’afro-cuban, dalla bossa al funk, al tango.
È come una pietanza cucinata con diversi ingredienti: bisogna saper dosarli, non esagerare, ma mantenere un equilibrio in modo da farli sentire tutti.
C’è molta elettronica, ma anche molta umanità.
Certo! È un disco con una componente umana fortissima: ho parlato di groove, ma in molti  brani abbiamo suonato senza click, il tempo lo davo io e si procedeva col nostro metronomo interiore. Quando ho cominciato a riflettere su quel che potevo fare per differenziarmi dalle produzioni già esistenti e che avevano avuto tanto successo, ho pensato che la componente umana avrebbe fatto la differenza: diminuire il tasso di elettronica e aumentare quello di musicisti in carne, ossa e strumento. Anche perché, molti lavori che ho sentito sono belli solo parzialmente: hanno tre o quattro pezzi che “tirano”, suonati con tutti i crismi e il resto è raffazzonato alla rinfusa. Il mio lavoro è curatissimo dall’inizio alla fine.
Hai lavorato con ottimi solisti.
Amedeo Bianchi al sax, Marco Brioschi alla tromba e flicorno, Eric Cisbani alla batteria, Carlo Cantini al violino, Vincenzo Zitello all’arpa celtica e al flauto e le cantanti Monica Magnani, LadyB, Dagmar Segbers, Sherrita Duran, Klo, Cristiana Abbate…
…e Stanley Clarke e Richard Galliano.
Quelli arrivano dal mio discografico inglese, che è proprietario di un’etichetta jazz, la Kind Of Blue e mi ha messo a disposizione il suo immenso catalogo che comprende produzioni di Randy Brecker, Bobby Hutcherson, George Cables, Tony Scott, Brian Bromberg, Eddie Henderson, James Carter, Ron Carter e molti altri. Lì sono andato pescare quello che mi serviva.
E Nicola Oliva?
Nicola Oliva è il chitarrista che fa parte di un altro mio progetto, Acoustic Dream, col quale facciamo concerti e abbiamo anche un disco nel cassetto già pronto in attesa di trovare la giusta collocazione.
Tornando a Zu Grooves: è un disco doppio, 27 pezzi, in una confezione lussuosissima, che, in tempi di download di mp3 è una rarità. Solo Pino Daniele ultimamente si è permesso di pubblicare un disco con  copertina rigida cartonata e un libretto di 80 pagine. Tu hai addirittura pensato ad un contenitore con una grafica raffinatissima.
Sì, volevo che Zu Grooves fosse bello anche da possedere, guardare, maneggiare, non solo da ascoltare. Una cosa preziosa.
Devo dire che la forma lussuosa promette e mantiene un contenuto di alta qualità tecnica.
Mi piace lavorare con il meglio della tecnologia: questo studio l’ho progettato io, dalla insonorizzazione alle macchine, ai microfoni, scelti uno per uno da me. La catena del suono è controllatissima.
E adesso?
E adesso Zu Grooves II. Se nel primo volume ho coinvolto una decina di musicisti, nel prossimo voglio coinvolgerne cinquanta, compresi i dj, che non sono dei musicisti nel senso classico del termine, ma hanno un punto di vista musicale davvero interessante.
Nel frattempo?
Continuo a lavorare, registrare, comporre. Nell’ultimo disco di Fiorella Mannoia, Sud, c’è un mio pezzo in napoletano col testo di Titina De Filippo.
Quando uscirà Zu Grooves II?
A Natale.

Giulio Cancelliere

Felice Clemente: Doppia Traccia – Nuvole Di Carta – Aire Libre (Crocevia di suoni)

Solitamente diffido di chi incide molto (e lo fanno in tanti), perché fondamentalmente si registrano troppi dischi, la maggior parte dei quali restano nei cassetti di chi li pubblica e nel mucchio informe permanente sulla scrivania dei giornalisti che li ricevono, li ascoltano distrattamente, forse li recensiscono e non li sentiranno più per il resto dell’eternità. È pure vero che alcuni musicisti hanno un’urgenza espressiva che si estrinseca in forme così diverse, da giustificare il moltiplicarsi delle sedute discografiche. Il sassofonista milanese, grazie anche all’influsso creativo del pianista Massimo Colombo, in quartetto e duo, mette in campo da qualche tempo idee ed energie intense e stimolanti. Tre dischi in tre anni, anche se così diversi, sono prove importanti: il primo, Doppia Traccia del 2010, a nome di entrambi, è un percorso curiosissimo e originale tra jazz e musica classica, che pur mantenendo la freschezza del primo e il rigore della seconda, veste la musica improvvisata della raffinatezza di quella scritta e inietta nella partitura la libertà fantastica dell’invenzione spontanea. È un esperimento che forse sa di già letto e sentito (tra l’altro Colombo l’ha da poco ritentato con Bach, ma ne parleremo un’altra volta), tuttavia i due musicisti riescono a dire qualcosa di nuovo (sono tutte composizioni inedite) e mantengono egregiamente l’equilibrio su un terreno così accidentato.
Nuvole Di Carta del 2011 è inscrivibile nella categoria mainstream, sufficientemente ampia da contenere un vasto ventaglio di forme jazzistiche caratterizzate da temi più o meno interessanti, sviluppi armonici forgiati ed elaborati in svariate forme su cui si distendono improvvisazioni fortemente condizionate, com’è ovvio, dal talento del solista e dalle sollecitazioni della ritmica. Nel caso di Felice Clemente siamo di fronte ad un musicista che sembra prediligere il sax soprano al tenore, da cui diffonde una sonorità smaltata, brillante, per certi versi clarinettistica, al servizio di temi talora lineari (The Courage To Try), simpaticamente complicati (Paradossi), malinconicamente blues (Nuvole Di Carta), semplicemente incalzanti (Inside Changes), affiancati da improvvisazioni misurate – forse troppo – di tutti i membri del quartetto: oltre a Colombo, Giulio Corini al basso e Massimo Manzi alla batteria. L’ultimo pezzo, Bastian Contrario, a firma del pianista, è eseguito al tenore col solo accompagnamento del contrabbasso e riecheggia un’ aria barocca con un singolare interludio puntiforme dal ritmo vagamente latin, per poi riprendere il tema inziale: una porta aperta verso nuovi territori da esplorare in futuro.
Di tutt’altro segno il recentissimo Aire Libre, in cui Clemente si confronta col compositore e chitarrista argentino (ma milanese d’adozione) Javier Pèrez Forte, con cui può sfoderare la sua anima latina già decisamente evidenziatasi nel disco d’esordio Way Out Sud del 2003 (vi suona familiare?) e che rispunta spesso nel repertorio del sassofonista di origine calabrese. Ora, sarà l’aria, sarà l’entusiasmo trascinante di Forte, l’energia che si libera dalla sua chitarra classica (che all’occasione si trasforma in percussione come in Lila), la tradizione ispanica e l’immenso immaginario che evoca il Sudamerica, ma pare davvero che Clemente sia meno costretto dal contesto e si lasci più andare al sentimento, sia che imbracci i sax tenore e soprano, sia che imbocchi il clarinetto, come in Merenguito del venezuelano Alfonso Montes. Aire Libre si muove prevalentemente nelle grandi tradizioni musicali del’America Latina dall’Argentina, non solo tanghera, di Pérez Forte (Perro Verde, Lila), Juan Falù (De La Raiz A La Copa), Horacio Salgan (A Don Agustìn Bardi, unica vera concessione al tango) ed Eduardo Falù (Misa Chico, suonata dal solo chitarrista) al Brasile di Jorge Ben (Mas Que Nada). Clemente si cala perfettamente nel clima con le sue Pera Y Chocolate (strana commistione tra valzer, rumba e swing), Chuku (solo al sax tenore) e Alma Negra, a riprova di una bella sintonia con questo mondo su cui declinare l’eloquio jazz.

Giulio Cancelliere

Intervista con Giua e Armando Corsi

Lei, Maria Pierantoni Giua, ha trent’anni, è di Rapallo, cantautrice e chitarrista, sin da giovanissima rivela un precoce talento che la porta ad ottenere numerosi riconoscimenti (Lunezia, Castrocaro, Recanati, Mantova Music Festival), compresa una partecipazione lampo al Sanremo nel 2008, ma anche al più prestigioso premio Tenco che si svolge nella stessa località. Un disco eponimo, nello stesso anno, prodotto da Beppe Quirici e Adele di Palma e numerose collaborazioni con Riccardo Tesi, Avion Travel, Pippo Pollina, Oscar Prudente, Carlo Fava, Gnu Quartet.
Lui, Armando Corsi, di anni ne ha sessantacinque ed è sulla scena da almeno quaranta: partito dalle osterie della natìa Genova è approdato in latinoamerica dove ha acquisito quel vocabolario musicale meticcio che si parla in tutto il mondo e che gli ha permesso di dialogare con Paco De Lucia, Eric Marienthal, Ivano Fossati, Bruno Lauzi, Anna Oxa, Elio Rivagli, Samuele Bersani. Pubblica nel 1995 Itinerari, a cui fanno seguito un’altra decina di album, in studio e dal vivo, tra cui Duende, Buena Suerte e La Via Dell’Amore, con il grande amico Beppe Quirici, scomparso tre anni fa. Nel 2010 esce Alma, una rivisitazione molto personale del fado.
Insieme, Giua e Corsi, sembrano due personaggi letterari appena sbucati da un romanzo di Garcia Márquez e la magia che riescono ad evocare con il loro disco TRE, un quasi doppio, visto che il primo CD consta di ben quindici pezzi originali, mentre il secondo di sole sei cover, completa l’immaginario dello scrittore colombiano che ho in mente.
AC: In effetti siamo una strana accoppiata, eppure la differenza d’età non la sentiamo.
G: O comunque non è un obiezione.
AC: soprattutto dal vivo in concerto è tutto molto fresco e naturale.
Ma cosa vi ha fatto trovare, a parte il fatto che tu Giua sei sua allieva di chitarra? Cosa vi ha fatto pensare di creare questo sodalizio artistico?
G: Per quanto mi riguarda, a parte i gusti musicali in comune, ciò che mi ha attratto in Armando è la libertà che mi trasmette e in cui mi porta, nel senso che è la persona con cui mi sento più libera di tirare fuori quello che sono davvero e modificarlo.
Ti sei mai sentita in soggezione di fronte al maestro e timorosa di fare qualcosa fuoriposto?
G: No, e per due motivi: sono piuttosto presuntuosa e volonterosa di imparare e scoprire quello che so fare; inoltre, Armando non ha mai imposto la sua esperienza e la sua autorevolezza in modo tale da creare questo severo rapporto maestro-allieva.
AC: è così, in effetti, io non ho quel carattere che si impone e lei è libera di esprimersi come vuole. E il disco stesso è la testimonianza di quanta libertà ci sia nella nostra musica.
Non c’è dubbio che sia un disco liberissimo, anche perché avete fatto una scelta che più anti-commerciale non potrebbe essere: un disco quasi doppio, acustico, quasi tutto di inediti. Col materiale che avete messo in TRE potevate fare due dischi, non uno.
AC: Ma certo, significa che abbiamo avuto la fortuna di osare ad essere noi stessi.
Avete anche messo canzoni brevi, scarne, con pochi strumenti. Ci sono delle gemme straordinarie che brillano per pochi istanti e lasciano lunghe scie luminose, sia tra gli inediti, come le struggenti Gru Di Palude e Penelope, le divertenti Totem E Tabù e Wonderwoman, la pseudo-rap Pop Corn, e i pezzi strumentali di Armando come Belem e La Culla Di Giunco, sia tra le cover come Volver di Gardel e La Casa Nel Parco, una straordinaria intuizione poetica di Bruno Lauzi.
AC: Perché il segreto è togliere, non aggiungere ed è la cosa più difficile da fare.
Quanto avete impiegato a concepire e realizzare il disco?
G: Era da anni, da quando abbiamo cominciato a suonare assieme, che avevamo in mente di mettere su disco questa nostra esperienza. Siamo arrivati in studio con alcuni pezzi già pronti, miei e suoi, altre cose sono nate sul momento e in dieci giorni abbiamo registrato trenta pezzi.
Significa che avete pronto un altro album, sostanzialmente.
G: In teoria sì.
C’è un’altra cosa che mi viene in mente quando vi vedo e vi sento suonare. Sarò anche suggestionato dal fatto che siete entrambi liguri, ma io sento il mare nella vostra musica. È possibile?
AC: È un onore per me che tu lo dica.
G: Anche a me fa molto piacere, perché il mare è nel nostro immaginario, il mare è viaggio, è porto, è arrivo, è partenza. È una frequenza costante.
AC: Il mare te lo porti dentro e gira sempre in quello che fai, che pensi, che scrivi e suoni.
Anche a Sanremo c’è il mare.
AC: Eccome, è una bella cittadina, ma se intendi il festival, non ci sono mai stato.
G: Io sì, come sai, l’ho fatto una volta e poi più.
Come il morbillo e la scarlattina.
G: Qualcosa del genere. Me l’avevano presentato come qualcosa che devi fare assolutamente, pena la non esistenza nel panorama musicale. Col senno di poi, posso dire di essere stata contenta di avere fatto Sanremo, perché mi ha fatto capire quali sono le cose che non mi piacciono, il volto che non voglio vedere del music business, mi ha mostrato la direzione da prendere: se Sanremo serve a mostrarti ad un pubblico molto vasto per quello che sei veramente, allora mi sta bene, ma considerarlo una meta, un punto di arrivo, al costo di omologarsi e tradire se stessi e la propria musica, non è quello che cerco per la mia carriera artistica.
Tuttavia avete fatto una scelta di indipendenza che costa in termini di fatica e risorse.
AC: Certo, ma per quella poca esperienza che posso vantare, non c’è quasi più nessuno che goda di una struttura veramente organizzata come accadeva un tempo, che consenta all’artista di occuparsi solo di arte e di progettare la sua carriera con una certa sicurezza. Oggi i cantanti, i musicisti, sono carne da macello: passano uno dopo l‘altro sotto la scure del mercato e se non colgono al volo l’occasione non ne avranno un’altra.
G: Un disco così non l’avremmo mai fatto se avessimo ragionato in termini di mercato o di ricerca di fiducia in un direttore artistico discografico. Alla fine ci siamo arrangiati con i nostri mezzi.
In realtà, se un tempo il successo era la giusta combinazione tra talento e fortuna, oggi mi pare che il talento abbia un valore relativo e si conti molto di più sull’altro elemento. Venendo qui da voi sono passato davanti ad alcuni locali che conosco da anni e li ho visti zeppi di slot machine con file di persone in attesa. È il fatalismo che impera, non la messa a frutto di capacità e competenze.
AC: Il valore del lavoro, dell’impegno si è perso, mentre bisogna scrivere canzoni, provarci, scrivere e riscrivere e tenere quello che vale e buttare quello che non serve.
Tornando al carattere delle canzoni che eseguite, vostre e altrui: oltre al mare e al mondo latino, si avverte l’assenza di quello anglosassone. Ne siete così lontani?
G: Probabilmente sì.
AC: In effetti il suono della nostra musica ha poco di anglosassone, anche se c’è una canzone come Alberi, in cui si avverte un atmosfera newyorkese anni Cinquanta, un po’ da Central Park autunnale, poi contraddetta dall’organetto diatonico di Riccardo Tesi che ci fa volare a Parigi a tempo di valzer. A New York ho vissuto a lungo, ma la mia formazione è latinoamericana, Giua ha un padre venezuelano e ha respirato sin da piccola quel clima, quella musica.
Giua è un cognome venezuelano?
G: No, sono i miei nonni che sono emigrati in Venezuela. Giua, in realtà, è un cognome sardo. Mia nonna, siculo-sarda, è emigrata in Venezuela con mio nonno marchigiano e mio padre ha acquisito i due cognomi Pierantoni Giua ed è tornato in Italia.
C’è un altro personaggio che vi accomuna: Beppe Quirici, bassista, compositore, produttore, più conosciuto dagli addetti ai lavori che non dal pubblico. Mi dite qualcosa di lui?
G: Per me è stata una figura di riferimento importante, quasi come un secondo padre. Ho lavorato con lui dal 2003 fino a quando è mancato. Era autorevole e anche autoritario nel suo essere sobrio e riservato. Mi ha insegnato tante cose e tuttavia negli anni ho dovuto rivedere alcuni concetti che mi aveva trasmesso, romperli, riesaminarli e farli miei. Come abbiamo scritto nel disco, Beppe è sempre presente per noi, con la sua musica, il suo pensiero, i suoi pregi e difetti.
AC: Beppe veniva ad ascoltarmi suonare che aveva diciotto anni, circa quarant’anni fa. Siamo diventati amici veri. Mi manca, ho la sua foto ancora nel portafoglio.
Ma che tipo di musicista era?
AC: Gli piaceva la bella musica, non le vie di mezzo: o il bianco o il nero. E io condivido questa visione, che non significa non mettersi in discussione. Quando ho suonato con Paco De Lucia in televisione, la prima persona che ho chiamato quando sono tornato a Genova è stato Beppe, per sentire cosa ne pensava. Era una persona spessa, per lui l’usa-e-getta non esisteva. Mi manca il suo numero di telefono che compariva di frequente sul cellulare.
Parlando  di strumenti, usate quasi esclusivamente chitarre acustiche, ma Armando usa anche una bella elettrica semiacustica. Cos’è?
AC: È una vecchia Epiphone di quelle che non fanno più, con la leva.
Ma adesso le hanno riprese. Le ho viste in giro.
AC: Guarda, non lo so, so solo che l’ho comparta da un amico che vende chitarre vintage a Sestri Levante e l’ho pagata 250€. Sai, poi il suono lo fai tu, è quello che hai nelle mani. Nel disco ho anche usato una Gibson 175. Sono chitarre che hanno il loro suono specifico, non si può pretendere di più, ma quello te lo danno.

Potete andare a vedere Giua e Armando Corsi qui:

9 marzo: Torino, Teatro Vittoria
10 marzo: Diano Castello (IM), Teatro Concordia
17 marzo: Cuneo, Casa Delfino
21 marzo: Bari, Feltrinelli
21 marzo: Bari, Bohemien JazzClub
22 marzo: Manduria (TA), Fattoria Il Noce
27 marzo: Feltrinelli Express
31 marzo: Parabiago (MI), Biblioteca Comunale

Giulio Cancelliere