Irene Grandi – Stefano Bollani

LA PRESENTAZIONE:
La grafica di copertina rimanda a tempi andati, vagamente felliniana ricorda vecchi film o, meglio ancora, le luminose del teatro di rivista, quando con poche cose si mettevano assieme grandi spettacoli. Ed è spettacolare questo duetto Grandi-Bollani in un lavoro di cui si favoleggia da almeno dieci anni e che finalmente vede la luce.
Spiega il pianista milanese che il disco è stato registrato in gran segreto all’inizio dell’anno con l’idea di mettere assieme una dozzina di canzoni tra le numerose che i due avevano raccolto nel tempo in una cartella sul PC. In realtà, pare che abbiano poi scelto pezzi totalmente diversi, meno d’impatto, ma più intimisti e altrettanto intensi. Non solo: il progetto, proprio perché tenuto segreto, poteva tranquillamente essere abortito se non fosse venuto come ci si aspettava.
La crisi economica e discografica è un’opportunità, secondo Irene Grandi, per mettersi in gioco, sperimentare, aprire nuove strade e vedere cosa succede. Un suo ritorno al mondo del pop-rock sarà inevitabile, ma è impossibile oggi dire in che termini. La musica cambia le persone, anche i musicisti.
Per Bollani, che ci ha abituati da sempre a cambi di rotta e sorprese, è finalmente l’occasione di rivelare aspetti della voce di Irene che il format dinamico della discografia appiattiva e amputava. Del resto lui se la ricordava all’epoca in cui, vent’anni fa, militavano nella stessa band fiorentina, La Forma, specializzata in soul e funky e la rievocazione si trasforma in happening, quando Stefano – e chi lo tiene? – salta sul pianoforte e attacca un riff funk a cui subito si accoda Irene, intonando il vecchio e sconosciuto singolo della band, con tanto di interludio rap. Insieme sembrano incontenibili.
Ora un tour teatrale di sedici date tra novembre e dicembre e poi un po’ di riposo (anche se trattandosi di Bollani non è facile credergli), in attesa di un grosso impegno per giugno, quando il pianista volerà a New York per registrare un nuovo album ECM con le sue composizioni.

IL DISCO:
In Italia non c’è una tradizione di dischi in forma piano e voce e questo lavoro è un evento già di per sé. L’intesa tra Grandi e Bollani ha fatto il resto, anche su canzoni improbabili come  l’inquietante Viva La Pappa Col Pomodoro, dal Gian Burrasca di Wertmüller-Rota, scelta e arrangiata da Irene.
Il repertorio brasiliano di Chico Buarque (Olhos Nos Olhos; Roda Viva), Vinicius (Medo De Amar) e Caetano (La Gente E Me) è un’idea, ovviamente di Stefano: sottoposto alla sua partner, lei  ne è rimasta incantata e ne ha reso un’interpretazione sentita e convincente.
Nonostante il passo fortemente jazz di Bollani, i brani non sono stati destrutturati, ma hanno conservato una forma tradizionale ancorché all’insegna della spontaneità e della freschezza. Alcuni pezzi non hanno visto la luce proprio perché non scattava quella scintilla che illuminava la scena. Luminoso di blues, invece, è For Once In My Life, virato seppia (anche col trucco del sacchetto di plastica a imitare il fruscio del 78 giri) Dream A Little Dream Of Me, nera e sudaticcia A Me Me Piace ‘O Blues di Pino Daniele, cangiante e opalescente No Surprises dei Radiohead.
Tre i brani inediti: il quieto tormento di Costruire di Niccolò Fabi; la romantico-consapevole Come Non Mi Hai Visto Mai di Cristina Donà, e la curiosa L’Arpa Della Tua Anima, collage di epigrammi zen su impressionismi bollaniani.
Essenziale la strumentazione utilizzata: piano acustico, Fender Rhodes, organo, voce e il cuore di due musicisti che amano quel che fanno e vogliono dirlo a tutti.

Giulio Cancelliere

Felice Clemente: Doppia Traccia – Nuvole Di Carta – Aire Libre (Crocevia di suoni)

Solitamente diffido di chi incide molto (e lo fanno in tanti), perché fondamentalmente si registrano troppi dischi, la maggior parte dei quali restano nei cassetti di chi li pubblica e nel mucchio informe permanente sulla scrivania dei giornalisti che li ricevono, li ascoltano distrattamente, forse li recensiscono e non li sentiranno più per il resto dell’eternità. È pure vero che alcuni musicisti hanno un’urgenza espressiva che si estrinseca in forme così diverse, da giustificare il moltiplicarsi delle sedute discografiche. Il sassofonista milanese, grazie anche all’influsso creativo del pianista Massimo Colombo, in quartetto e duo, mette in campo da qualche tempo idee ed energie intense e stimolanti. Tre dischi in tre anni, anche se così diversi, sono prove importanti: il primo, Doppia Traccia del 2010, a nome di entrambi, è un percorso curiosissimo e originale tra jazz e musica classica, che pur mantenendo la freschezza del primo e il rigore della seconda, veste la musica improvvisata della raffinatezza di quella scritta e inietta nella partitura la libertà fantastica dell’invenzione spontanea. È un esperimento che forse sa di già letto e sentito (tra l’altro Colombo l’ha da poco ritentato con Bach, ma ne parleremo un’altra volta), tuttavia i due musicisti riescono a dire qualcosa di nuovo (sono tutte composizioni inedite) e mantengono egregiamente l’equilibrio su un terreno così accidentato.
Nuvole Di Carta del 2011 è inscrivibile nella categoria mainstream, sufficientemente ampia da contenere un vasto ventaglio di forme jazzistiche caratterizzate da temi più o meno interessanti, sviluppi armonici forgiati ed elaborati in svariate forme su cui si distendono improvvisazioni fortemente condizionate, com’è ovvio, dal talento del solista e dalle sollecitazioni della ritmica. Nel caso di Felice Clemente siamo di fronte ad un musicista che sembra prediligere il sax soprano al tenore, da cui diffonde una sonorità smaltata, brillante, per certi versi clarinettistica, al servizio di temi talora lineari (The Courage To Try), simpaticamente complicati (Paradossi), malinconicamente blues (Nuvole Di Carta), semplicemente incalzanti (Inside Changes), affiancati da improvvisazioni misurate – forse troppo – di tutti i membri del quartetto: oltre a Colombo, Giulio Corini al basso e Massimo Manzi alla batteria. L’ultimo pezzo, Bastian Contrario, a firma del pianista, è eseguito al tenore col solo accompagnamento del contrabbasso e riecheggia un’ aria barocca con un singolare interludio puntiforme dal ritmo vagamente latin, per poi riprendere il tema inziale: una porta aperta verso nuovi territori da esplorare in futuro.
Di tutt’altro segno il recentissimo Aire Libre, in cui Clemente si confronta col compositore e chitarrista argentino (ma milanese d’adozione) Javier Pèrez Forte, con cui può sfoderare la sua anima latina già decisamente evidenziatasi nel disco d’esordio Way Out Sud del 2003 (vi suona familiare?) e che rispunta spesso nel repertorio del sassofonista di origine calabrese. Ora, sarà l’aria, sarà l’entusiasmo trascinante di Forte, l’energia che si libera dalla sua chitarra classica (che all’occasione si trasforma in percussione come in Lila), la tradizione ispanica e l’immenso immaginario che evoca il Sudamerica, ma pare davvero che Clemente sia meno costretto dal contesto e si lasci più andare al sentimento, sia che imbracci i sax tenore e soprano, sia che imbocchi il clarinetto, come in Merenguito del venezuelano Alfonso Montes. Aire Libre si muove prevalentemente nelle grandi tradizioni musicali del’America Latina dall’Argentina, non solo tanghera, di Pérez Forte (Perro Verde, Lila), Juan Falù (De La Raiz A La Copa), Horacio Salgan (A Don Agustìn Bardi, unica vera concessione al tango) ed Eduardo Falù (Misa Chico, suonata dal solo chitarrista) al Brasile di Jorge Ben (Mas Que Nada). Clemente si cala perfettamente nel clima con le sue Pera Y Chocolate (strana commistione tra valzer, rumba e swing), Chuku (solo al sax tenore) e Alma Negra, a riprova di una bella sintonia con questo mondo su cui declinare l’eloquio jazz.

Giulio Cancelliere