ROCKETMAN

Ho passato molti anni (relativamente alla mia età musicale che coincide quasi con quella anagrafica) ignorando Elton John. Sostanzialmente mi era indifferente. Da ragazzino lo incrociai con Crocodile Rock, era il 1973, e i miei ascolti erano già una zuppa densa e ribollente di Led Zeppelin e Deep Purple, Black Sabbath e Pink Floyd, Genesis, Jethro Tull e Uriah Heep, Emerson, Lake & Palmer e Yes, figurarsi se quel rock ’n’ roll anni ’50 martellato sul piano e quel falsettino sul ritornello potevano impressionarmi. I compagni di scuola insistevano a sottopormi album come Don’t Shoot Me I’m Only the Piano Player, Goodbye Yellow Brick Road, Captain Fantastic and the Brown Dirt Cowboy, dalle copertine fantasiose e divertenti, ma era il contenuto che non mi stimolava: erano solo “canzonette”. Non avevo ancora imparato e capito il talento che ci vuole a scriverle. Perché scrivere una bella canzone è una magia che non tutti i compositori riescono a realizzare: potrai anche saper architettare un poema sinfonico di quaranta minuti, una suite progressive lunga una facciata di lp, una rilettura lunare di Mussorgsky o Ginastera, ma i quattro minuti scarsi di Your Song non è detto che siano alla tua portata. La capacità di condensare in una manciata di secondi la forte emozione che una canzone riesce a suscitare è di pochi eletti e non ha a che fare, o meglio, non è direttamente proporzionale al grado di istruzione musicale che il compositore è riuscito a raggiungere. Non basta la tecnica – che pure esiste per scrivere canzoni – altrimenti tutti gli studenti di architettura laureati a pieni voti sarebbero Le Corbusier o tutti i diplomati all’Accademia sarebbero De Chirico, tutti i diplomati al Conservatorio sarebbero Stravinsky e così via. È questione di talento: che va certamente coltivato, ma che nasce non si sa bene dove e quando, eppure da qualche parte germoglia e cresce e, se non viene estirpato per i casi della vita, prima o poi fruttifica. Senza contare i moltissimi casi in cui i talenti si sono accoppiati e i germogli intrecciati, regalandoci i frutti migliori: Lennon-McCartney, Jagger-Richards, David-Bacharach, Gershwin-Gershwin, Rodgers-Hammerstein, Mogol-Battisti, Buscaglione-Chiosso, Gaber-Luporini, Elton John-Bernie Taupin). Per fortuna nel tempo ho incontrato persone, una in particolare, che me l’ha fatto capire e oggi posso godere di molta più musica di prima.
Detto questo, ieri sono andato a vedere Rocketman, il film biografico su Elton John diretto da Dexter Fletcher e interpretato da un ottimo Taron Egerton, che, guarda caso, aveva già prestato la voce nel film d’animazione Sing – era il gorilla Johnny – cantando un pezzo di Elton John.
Personalmente non amo il genere biografico, preferisco giudicare le opere di un artista, piuttosto che informarmi sulle sue preferenze sessuali, se tradisce il partner e con chi, se fa uso di sostanze illegali o legali, se scrive canzoni appeso al lampadario o sul fondo di una piscina. Tuttavia la storia raccontata in Rocketman, nonostante segua un percorso cronologico, dall’infanzia all’adolescenza, dai primi successi all’esplosione del mito in tutto il mondo, si prende parecchie libertà e sul filo delle canzoni, percorre soprattutto il sentiero psicologico dell’artista inglese, a cavallo di una macchina da presa che si muove spericolata attorno al personaggio indagandone ogni azione, espressione, sfuriata, esaltazione poetica.
Rocketman è quasi un musical, ma che tocca temi seri e delicati: il rapporto con i genitori, l’incomunicabilità, l’identità sessuale, il pregiudizio, la musica come valvola di sfogo, il successo che ti porta tanto in alto da non sapere più come scendere. Lo stesso Elton John, assieme al marito David Furnish, è intervenuto nella produzione, a garanzia di un prodotto altamente spettacolare, che forse non dice tutta la verità (sulla locandina originale si avverte: based on a true fantasy), ma che cattura l’attenzione, nonostante le due ore piene di durata. E poi: sono solo “canzonette”.

Giulio Cancelliere

Sangue Blues/4

“Il vecchio nero smette di suonare, continua a cantare quella melodia e mi punta il dito accusatorio. Alle sue spalle si apre la porta della casa e dietro alla zanzariera intravedo una donna, giovane, bianca, bella. Mi chiama, ma il vecchio si alza in piedi, ha un grosso coltello infuocato in pugno, fa un passo avanti e me lo pianta nel petto. Io urlo, il dolore è terribile, ma non esce alcun suono dalla mia bocca e nemmeno sangue dalla ferita, ma attraverso la carne vedo il mio cuore. Allora allargo i labbri della ferita, afferro l’organo ancora pulsante e lo consegno al vecchio, che lo addenta, mentre il sangue gli cola sulla camicia e impregna il legno della chitarra.” (da Sangue Blues)

Sangue Blues/3

La chiave è un simbolo forte: può significare apertura, ingresso, accoglienza, ma anche chiusura, prigionia, segreto, mistero. È un codice con molteplici livelli di lettura. Mi piacciono le chiavi, ne porto sempre con me un grosso mazzo. Sono le chiavi dei miei luoghi, quelli in cui ho trascorso momenti importanti della vita o in cui sono custoditi ricordi significativi, case di persone con le quali ho condiviso un tratto di strada prima di separarci e che non ho mai restituito. È un modo per non andare alla deriva. (da Sangue Blues)

Sangue Blues/2

John Coltrane: non c’è sassofonista jazz, dagli anni Sessanta in poi, che non abbia subito il suo influsso. Ma con il suo stile e il suo pensiero musicale ha influenzato tutti i musicisti, contemporanei e posteri, tanto che, parafrasando Croce, in qualche misura non possiamo non dirci coltraniani. (dal glossario di Sangue Blues)

Sangue blues Trailer

Il blues è musica, è Storia, è tradizione, è l’anima di un popolo, in cui ognuno si può riconoscere…

Prince – Sign O’ The Times: il film

Quando uscì l’album doppio Sign O’ The Times trent’anni fa, si capì che Prince non era solo un fenomeno da classifica, una pop star nera che aveva infilato qualche singolo di successo, ma un vero e proprio genio musicale tout court. Qualcuno azzardò, esagerando, persino un paragone con Duke Ellington, ma non è un caso che Prince e Miles Davis si piacessero, tanto che il trombettista gli dedicò un brano, Full Nelson, nel suo disco Tutu e l’artista di Minneapolis lo volle ospite sul palco. Condividevano un senso estetico analogo per meticolosità – vestiti, acconciature, immagine – ma anche una visione musicale enciclopedica, dal blues al funk, passando per jazz, r ’n’ b, hip-hop e rock ’n’ roll, in nome di un ecumenismo comunicativo in grado di unire diversi tipi di pubblico.
Prince era ossessionato dalla sua immagine, ne curava e controllava ogni aspetto e non poteva trascurare il cinema come apoteosi di questo impulso. Dopo il successo, più discografico che di botteghino, di Purple Rain, passato, come identità cromatica, dal viola al periodo pesca, diresse questo film-concerto che lo riprendeva con la sua nuova Lovesexy Band, all’Ahoy di Rotterdam nel luglio ‘87, in una performance sceneggiata che aveva come controparte femminile – ma per certi versi come alter-ego – la cantante, ballerina e coreografa Cat Glover, oltre all’incontenibile Sheila E. (Sheila Escovedo) batterista, percussionista, ballerina e cantante a sua volta.
Dal punto di vista strettamente musicale l’esibizione è eccellente, basata sul repertorio del disco, con qualche eccezione, come la ballad Little Red Corvette, con il pubblico che illumina la sala con gli accendini (trent’anni fa i cellulari non c’erano) o Now’s The Time di Charlie Parker, un rovente momento bebop tutto appannaggio della band. A parte l’inserimento della clip, allora in rotazione nelle tv musicali, di U Got The Look in duetto con Sheena Easton e tre o quattro minuti di fuori scena, il resto del film è puro live, con momenti straordinari come Housequake, sul cui ritmo ultra-funky Prince si esibisce in numeri alla James Brown (all’epoca in diretta concorrenza coreografica con Michael Jackson) o Forever In My Life in versione acustica, in cui tutta la band scende in proscenio e intona un coro gospel su cui spicca la ruggente voce solista della tastierista Boni Boyer, per non dire della conclusiva The Cross.
Cinematograficamente parlando, Prince non è un gran cineasta, scrive scene tra il favolistico e l’ingenuo, storie d’amore al limite della sceneggiata napoletana – isso, issa e o’ malamente – ed è difficile immaginarlo mentre dirige i cameramen, anche perché nello stesso momento è sul palco.
Tuttavia lo spettacolo c’è, sono novanta minuti senza respiro e Prince, davanti alla scenografia che ricostruisce i vicoli e le insegne dei locali malfamati di una una ipotetica metropoli americana, si concede generosamente a un pubblico adorante, allora come oggi. Tra l’altro, dopo il tour europeo, Prince scelse di non proseguire i concerti in USA (l’album non era andato così bene in patria), ma preferì rientrare in studio per preparare il nuovo disco Lovesexy, uscito l’anno successivo.
Il film sarà nelle sale il 21 e 22 novembre.
Qui le sale selezionate.
Qui il trailer.

Giulio Cancelliere