Intervista con Roberto Ciotti

foto Roberto Ciotti 2Figura storica del blues in Italia sin dagli anni Settanta, quando incideva i primi dischi per la Cramps di Gianni Sassi, Roberto Ciotti è giunto al quindicesimo album, Equilibrio Precario, un titolo che si attaglia perfettamente ai tempi che stiamo vivendo.
“Sì, è una situazione di provvisorietà abbastanza diffusa che ho voluto rappresentare alla mia maniera.”
Ci sono diversi pezzi in italiano. Leggo persino una vena cantautorale. È un po’ una novità per te, che di solito canti in inglese.
“Infatti, a ogni disco cerco di dare una caratterizzazione e a questo, oltre ai numerosi pezzi in italiano, ho dato un suono piuttosto ricco, con tastiere e arrangiamenti più elaborati che non appartengono ad altri lavori che ho fatto in passato, molto più vintage. Il brano Equilibrio Precario nasce da uno sfogo  espresso circa un anno fa, quando ho cominciato a registrare il disco ed è diventato la bandiera dell’album stesso. Per quanto riguarda l’uso dell’italiano, è una prova che ho fatto e mi pare che sia andata bene, anche se a qualcuno suona strano sentirmi cantare così. Tra l’altro, noto che all’estero piace molto sentir cantare in italiano, forse perché ti conferisce una collocazione geografica precisa. ”
Non c’è solo pessimismo, anche se il blues è una musica che nasce pessimista.
“No, certo, ci sono pezzi più solari, ironici, divertenti, anche se, in effetti, il blues nell’accezione storica è blue, appunto, ma contiene tutti i sentimenti.”
Mi pare che ai musicisti italiani il blues sia venuto sempre piuttosto bene. È una musica adatta a noi, che riscuote sempre un buon successo.
cover EQUILIBRIO PRECARIO“Può darsi, io l’ho sempre fatto a modo mio, con uno spirito più latino, melodie personali, anche se ho sempre suonato i classici anni Settanta, perché da ragazzetto mi piaceva partire con questi assoli di venti minuti…anche oggi li faccio troppo lunghi, ma, insomma, cerco di limitarmi e dare più sfogo alla vena di cantante, autore, arrangiatore.”
Tuttavia non sei mai stato un virtuoso della chitarra, non sei uno di quelli che suonano a trecento all’ora, ma privilegi il suono, l’espressione rispetto allo sfoggio di tecnica.
“Nel blues il virtuosismo stona proprio, non serve. Anche Hendrix, che era una specie di virtuoso, in realtà improvvisava su frasi che erano canzoni loro stesse. Nel blues la melodia è fondamentale. Il mio stile è stato definito Blues Mediterraneo. Forse hanno ragione.”
Un tuo collega anni fa mi fece notare, forse generalizzando un po’, che il virtuosismo nel blues appartiene soprattutto ai bianchi, mentre i neri badano ad altro.
“Sì, è spesso così. I bianchi suonano più di testa, mentre i neri si esprimono con l’anima. Ne ho avuto l’ennesima riprova durante le mie tournée in Africa. Sto per tornarci per la terza volta e incidere un disco con musicisti senegalesi a Dakar, dove ho già partecipato al St. Louis Jazz Festival, come rappresentante dell’Italia. Una cosa fantastica!”
A proposito di Hendrix, nel disco c’è una tua versione di Hey Joe, ma anche Moondance di Van Morrison.
“Van Morrison è il bianco più nero d’Europa, ha scritto grandi pezzi e Moondance è uno dei più belli, anche se è stato interpretato in modi un po‘ troppo leccati per i miei gusti. Io l’ho riportato a una dimensione più blues. MI piace sempre suonarlo dal vivo e credo di averlo arrangiato in uno stile originale.”
Hai lavorato anche per il cinema in passato con Salvatores per le colonne sonore di Marrakech Express e Turné. Lo farai ancora?
“Spero di sì. Se diventi di moda ti chiamano, altrimenti…”
Quanto ha ancora senso fare un disco, un CD, progettare una raccolta di canzoni, quando i ragazzi scaricano i pezzi singoli da internet?
foto Roberto Ciotti“Non so, a me piace ancora fare dischi. Sarò antico, ma mi piace dare una cornice alle canzoni, tenere in mano una copertina, leggere i testi, sapere chi ci suona. Sai, io non vendo maglioni o mortadella, mi evolvo e ho bisogno di dare un senso alla mia espressione musicale. È un’esigenza più artistica che commerciale.”
L’artista però vive anche di pubblico fresco e giovane. Come la metti con l’antichità?
“Io vedo che ai miei concerti vengono tanti giovani. Saranno i figli di chi ha ancora le mie abitudini antiche e sono cresciuti con i vinili in casa. Sarò impopolare per quello che sto per dire, ma, secondo me, chi ama la musica è spesso perché ha genitori che hanno fatto più della quinta elementare. Poi ci sono le eccezioni, non lo nego. Sono stato a suonare a Bratislava, ho riempito il teatro di giovani e i figli dell’ambasciatore sono venuti a trovarmi per conoscermi. Erano ragazzi di diciotto-vent’anni che suonano. Ora, non voglio dire che bisogna essere figli dell’ambasciatore per amare la musica, ma un po’ di cultura generale non guasta, tuttavia io abito al Testaccio a Roma, un quartiere popolare e ai ragazzi, che sono figli di operai e impiegati, faccio ascoltare il blues e vedo che si entusiasmano.”
Il blues dovrebbe essere musica popolare per definizione.
“Sì, ma i criteri si sono ribaltati e il blues è musica colta rispetto a quella che passa la televisione, ammesso che passi qualcosa di musicale. E non parlo di Sanremo che è un ghetto a parte.”
Un ghetto?
“Sì, dicono che io sono nel ghetto, ma non si accorgono di quanto sono ghettizzati loro. Se vai in Senegal o in Brasile, la televisione trasmette musica meravigliosa, mentre qui è solo spazzatura commerciale.”

Giulio Cancelliere

 

Intervista con Davide Borra (Kachupa)

01_FOTO Kachupa_bIn tempi di globalizzazione consolidata non sorprende più una band che mette assieme melodie del bacino mediterraneo con ritmi balcanici, rumba africana, afrori caraibici e canti occitani, ma Kachupa ha una storia del tutto particolare, a partire dalla sua origine gastronomica: Kachupa, infatti, è una zuppa tipica di Capo Verde fatta di verdura, frutta, legumi, cereali e pesce, ingredienti poveri, ma nutrienti, che forniscono l’energia vitale che anima questa band. Ho chiesto a Davide Borra, fisarmonicista e fondatore della band, di raccontarmi la storia di Kachupa, formazione che ha già un disco alle spalle, Gabrovo Express, del 2006, pluripremiato, e ora sta pubblicando Terzo Binario, un cofanetto che comprende un CD e un libro col patrocinio di Slow Food.
“Nasce tutto da un mio viaggio in Africa. All’epoca lavoravo con gli altri musicisti in un gruppo teatrale e la sensazione di libertà, armonia, gioia di vivere che provai suonando la fisarmonica su queste immense spiagge dell’arcipelago di Capo Verde mangiando Kachupa, mi spinse, al mio ritorno, a chiedere agli altri ragazzi di metter assieme un’orchestra per suonare una musica che sintetizzasse queste sensazioni, ma soprattutto, che fosse una musica semplice come la Kachupa, povera, di strada, che tutti potessero recepire.”
E siete diventati una band di strada vera e propria.
“Infatti: la strada è diventata la nostra sala prove, dove capivamo cosa piaceva alla gente, cosa gradiva di più, cosa la entusiasmava.”
Giravate con un carro come le antiche compagnie di teatranti.
“Abbiamo adattato un vecchio carro di un mio prozio a palcoscenico, aggiungendovi una mantovana, colorandolo in rosso, giallo e blu, come un circo, su cui montavamo la batteria, o meglio, la grancassa, perché gli altri tamburi erano in realtà pentolame, forme di budini e tutta quanto si può percuotere, anche questi coloratissimi, un apparato che attirava subito l’attenzione della gente che si fermava ad ascoltarci.”
E dove giravate?
“Abbiamo girato molto in Francia, tutta la Costa Azzurra, sino a Marsiglia. E poi in Italia, soprattutto al sud, tra Puglia e Calabria.”
Dove tra l’altro ci sono antiche comunità occitane, come nelle valli della tua terra in provincia di Cuneo.
02_FOTO Kachupa_b“Certo, l’estate scorsa vicino a Barletta abbiamo incontrato una scuola di danze occitane, con dei ballerini bravissimi.”
Voi siete nati sette-otto ani fa e nel frattempo sono nate anche altre formazioni che sfruttano questa formula che si riassume sbrigativamente con il termine patchanka, ognuna con la sua caratteristica peculiare. Qual è il vostro punto di forza che vi differenzia dalle altre?
“Credo la nostra cantante Lidiya Koycheva, è bulgara e ha una gran voce. Inoltre utilizziamo anche strumenti elettronici, inseriamo nella nostra musica elementi rock, non ci poniamo alcun limite.”
Questo fenomeno di riscoperta della musica folk ha delle analogie con ciò che accadde negli anni Settanta con formazioni quali Nuova Compagnia Di Canto Popolare, Carnascialia, Canzoniere del Lazio, anche Premiata Forneria Marconi per certi versi, anche se su un fronte più prog. Come la spieghi?
“Io credo che sia una reazione all’omologazione imperante: esiste un modello, quello radiofonico imposto dalle major, che pone dei confini alla creatività, anche se molti musicisti vi si adeguano. Altri, invece, decidono di provare altre strade, molto più larghe e spaziose, dove si può provare a rileggere ciò che è stato in passato, con una visione nuova, seguendo quel che pulsa nel cuore.”
COVER_TERZO BINARIO_Kachupa_bOra però anche voi avete fatto dei dischi e qualche condizionamento, qualche compressione l’avrete subita?
“Sì, ma solo fino a un certo punto. Nei dischi abbiamo messo i pezzi che abbiamo scritto e che per anni abbiamo suonato per strada. Li abbiamo arrangiati in modo da dare una veste più rock, se vuoi più moderna e fruibile per un CD, ma stiamo lavorando anche a un progetto più sperimentale basato su suoni e vocalizzi molto free. Comunque nessuno ci ha imposto niente. È tutta roba nostra, genuina e spontanea.”
Il disco esce con un libro che racconta la vostra storia. Come mai?
“L’idea del libro nasce dall’esigenza di raccontare ciò che si muove dietro e attorno alla nostra musica, ma anche una storia che ha qualcosa di straordinario e vuole essere un incoraggiamento per chi non vuole omologarsi a perseguire la propria  idea crativa. La vicenda di Kachupa è emblematica.”
E Slow Food cosa c’entra?
“Carlin Petrini, patron di Slow Food, ci ha spinto a scrivere il libro e ne ha scritto la prefazione. Noi crediamo nella biodiversità, sia nel cibo, sia nella musica, non per niente siamo Kachupa.”
Suonate ancora per strada?
“Qualche volta.”

Giulio Cancelliere

Intervista con Saba Anglana

Life Changanyisha, il terzo disco di Saba Anglana, è uscito da qualche mese, ormai, e la cantante italo-somalo-etiope è impegnata in un lungo tour promozionale. Life Changanyisha è la storia di un viaggio che Saba ha condotto in Kenia sotto il patrocinio di Amref, l’organizzazione di cooperazione internazionale impegnata da molti anni in Africa con una serie di progetti. È anche grazie alla fama e affidabilità di Amref e alla sua organizzazione logistica, che l’artista, accompagnata da Fabio Barovero, musicista e produttore del disco, ha potuto raggiungere luoghi non facilmente accessibili agli stranieri ed è stata accolta con cordialità e interesse verso la sua proposta musicale e culturale.
È stato un disco faticoso da fare in termini di dispendio di energie, immagino.
Sì, molto. Un mese e mezzo di viaggio con la preoccupazione costante di ottenere un risultato e con la responsabilità di cui ci ha investito Tommy Simmons, il direttore di Amref Italia, affidandoci una missione da compiere, traducendola in musica, in modo tale che fosse anche gradevole, perché alla fine la musica è intrattenimento, anche quando contiene un messaggio alto di tipo sociale e umanitario. Io venivo dalla precedente esperienza col disco Biyo, nel quale il tema era l’acqua ed era legato ai progetti idrici di Amref in Etiopia e avevamo notato che la musica è un veicolo molto potente ad ogni latitudine per portare messaggi e comunicare situazioni di emergenza chiedendo solidarietà e aiuto.
In sostanza la missione era raccontare ciò che avresti visto durante il viaggio in musica, quindi incontrando persone, musicisti, facendoti raccontare storie, cantando e suonando con loro, componendo anche all’istante, sul posto?
In realtà, alla partenza non avevamo ben chiaro cosa avremmo fatto e come, ma ci eravamo portati dell’attrezzatura per registrare sul campo, un piccolo studio mobile, e una tastiera con dei suoni midi, dei ritmi, che ci avrebbe aiutato ad avere un minimo supporto. Poi, l’avventura ce la siamo inventata giorno per giorno. Per quanto riguarda la composizione, oltre ai nostri appunti quotidiani che potevano servire da spunto, c’erano gli incontri con i musicisti locali, soprattutto cantanti, con cui, su basi ritmiche essenziali, montavamo pezzi a cui collaboravo imparando le parole in swahili, ma anche facendomi raccontare dalla mamme, ad esempio, il loro faticoso quotidiano con le loro stesse parole e cosi via. Un metodo molto empirico.
Come avvenivano gli incontri con le comunità locali?
Grazie ad Amref, venivamo in contatto con i capi-progetto, i quali avvertivano le comunità locali del nostro arrivo, in modo che potessero prepararsi ad accoglierci per raccontare la loro situazione, la loro vita di comunità, le difficoltà, i problemi da affrontare, anche attraverso canti e danze.
Non avete mai incontrato diffidenza da parte delle comunità locali?
Direi di no e questo grazie ad Amref, che adotta un metodo di lavoro atto a coinvolgere le comunità nei progetti: quando realizzano un progetto idrico, addestrano del personale tecnico locale che cura le varie fasi della costruzione del pozzo e poi gestisce la manutenzione in modo da responsabilizzare la comunità e non calare dall’alto la donazione, l’aiuto. Tra l’altro, noi siamo arrivati quando stava iniziando la crisi dovuta alla siccità , che poi è esplosa per tutto il 2011, per cui questi interventi sono anche volti a prevenire le situazioni di emergenza, oltre che affrontarle in tempo.
Tornando alla musica e all’approccio con le comunità locali, come si mantiene il giusto equilibrio fra tradizione e modernità, senza tradire la prima, ma nemmeno negare la seconda e, soprattutto, evitando un atteggiamento, anche involontario, colonialista? Nei tuoi appunti racconti di questi talentuosi ragazzini degli slum di Nairobi che sniffano colla e nelle orecchie non hanno i canti della tradizione, ma la scansione dei rapper americani. Mi vengono in mente i giovani sudamericani qui a Milano, che si vestono come i loro coetanei negli Stati Uniti, si ingozzano di birra, negando la propria cultura d’origine e abbracciando il modello che li ha colonizzati e li domina.
Ovviamente sono temi che mi appartengono e sui quali ho molto riflettuto, perché io stessa sono un ibrido. È praticamente impossibile in pochi giorni di incontro spiegare a queste persone che la modernità passa su di loro come un caterpillar appiattendo ogni cosa. Con questo non voglio dire che si deve restare legati per forza alla propria tradizione, chiudersi e non cogliere i segnali che arrivano dal mondo, anzi, tutto il contrario. Tuttavia, nell’ultimo brano del disco, James In Dagoretti, questo ragazzo, James Ndichu, su un impianto musicale tradizionale, che avevamo registrato a due-trecento chilometri da Nairobi, dove sopravvivono modi di vita differenti, “rappa” a suo modo raccontando la vita nel sobborgo della capitale, Dagoretti appunto, creando la sintesi perfetta di quello che dicevamo, la tradizione che si declina nella modernità. Quando glielo abbiamo fatto sentire è rimasto estremamente sorpreso del risultato. Più di mille parole, quel pezzo gli ha fatto capire che è possibile un incontro tra due linguaggi musicali apparentemente inconciliabili. Crediamo di avere prodotto in lui una nuova sensibilità e curiosità, che, magari, si svilupperà e verrà comunicata ad altri. D’altra parte è un problema che vivono anche le nuove generazioni italiane in cui il mainstream imperante sta cancellando ogni senso critico.
Non c’è dubbio.
Sai, quando hai usato la parola “tradire”, mi hai fatto venire in mente che io stessa sono spesso accusata di tradire una parte di me, quando sono troppo italiana o troppo somala o troppo etiope. C’è sempre qualcuno che vorrebbe tirarmi da una parte o dall’altra. Questo perché una parte del pubblico si è creata un’immagine di me che non corrisponde esattamente a quella che sono, cioè, un ibrido tra Africa e Italia e altro ancora, perché viviamo in un’epoca che ci mette a contatto con mille stimoli differenti. Io cerco di essere onesta con me stessa, prima di tutto e guardo al mio passato e al mio presente e cerco di sintetizzare quello che sono in una forma musicale ritenendola la più vicina alla mia essenza. Se poi una parte del pubblico si aspetta qualcosa di diverso non posso farci nulla, non si può chiedere ad un’artista di essere filologicamente coerente con un filone culturale, ma con la propria storia. Io sono tranquilla con la mia coscienza, perché conosco le regole dei linguaggi, di molti linguaggi, anche quelli accademici e so cosa sto facendo.
Sei mai tornata in Somalia?
Non è possibile tornarci. Avevo cinque anni quando abbiamo lasciato il Paese in quarantotto ore, ai tempi di Siad Barre, poco prima che scoppiasse la guerra civile. Per noi, famiglia mista, era più che pericoloso restare, anche volendo. Con Bobby ce lo siamo anche detti ultimamente, che la grande sfida sarebbe tornare a Mogadiscio, ma ora è veramente impossibile. Persino in Kenia, nel periodo in cui abbiamo lavorato a questo disco, ci furono attentati rivendicati dai fondamentalisti. Io stessa temevo di essere un obiettivo come artista “ibrida” che canta la pace tra i popoli, la fratellanza, la mescolanza. Il fondamentalismo è religioso, politico, ma anche culturale e la mia battaglia pacifica, nel mio piccolo, è portare avanti un modello culturale che si affranchi da questo modo di pensare e far capire che i fondamentalismi sono solo un danno.
Life Changanyisha, la vita ci mescola, non possiamo fermarla.

Giulio Cancelliere