Il giardino nell’arte al cinema

Unknown-3Se l’allestimento di un giardino è stato nella Storia – da Babilonia a Versailles – simbolo di potenza, eleganza, purezza, non è un caso che innumerevoli pittori, soprattutto negli ultimi due secoli, si siano dedicati a quest’arte.
Probabilmente il più famoso è stato Monet, che realizzò nella sua residenza di Giverny un vero capolavoro di colori, accostando essenze originali, evocando atmosfere orientali, trattando la Natura come una tavolozza che ha ispirato centinaia di quadri negli ultimi tre decenni della sua lunga vita. Ma anche altri artisti condividevano la stessa passione, ognuno a suo modo: Libermann in senso geometrico, Bonnard seguendo un istinto più selvaggio, Sorolla improvvisando, Nolde innestandovi un carattere letterario e ancora Matisse, Renoir, Kandinskij, Pissarro, Murnau, Vernonnet.
Una passione testimoniata nella grande mostra presentata alla Royal Academy of Arts di Londra dentro la quale ci accompagna questo film, Da Monet a Matisse. L’arte di dipingere il giardino moderno, che racconta in sostanza una storia d’amore tra Arte e Natura, coinvolgendo pittori di indole molto diversa, dall’Impressionismo alle Avanguardie, dai poeti agli sperimentatori più audaci.
È un accesso privilegiato alle opere che questi magnifici giardini hanno ispirato e che sono state raccolte nella mostra londinese, per narrare il ritorno alla natura che caratterizzò il periodo a cavallo tra Otto e Novecento: la ricerca di un’oasi di pace, in fuga dal rumore e dal caos della vita moderna. La visita dietro le quinte di questi paesaggi, accompagnata dalle nuove intuizioni di esperti internazionali di giardinaggio e critici d’arte, le interviste con famosi artisti moderni, come Lachlan Goudie e Tania Kovats, rivelano come il rapporto tra l’artista e il mondo naturale sia tema di enorme modernità anche nel 21° secolo.

Giulio Cancelliere

Michael Moore invade l’Europa

UnknownEsci dalla visione di questo film e ti dici: ma quanto sono fortunato a vivere qui? E perché non me ne sono mai accorto? E il paragone non è con l’Iraq o la Nigeria, la Corea del Nord o il Sudan, ma con gli Stati Uniti d’America.
Verso la fine del film una manager islandese afferma di fronte alla cinepresa che non vivrebbe negli USA nemmeno se la pagassero, eppure abita in un piccolo posto sperduto nel nord dell’Atlantico in mezzo a ghiaccio e vulcani.
Michael Moore ha girato finalmente un film ottimista, che fornisce qualche speranza alla più grande democrazia del mondo (dopo l’India per numero di abitanti), nonostante la candidatura di Trump e le porcherie che mangiano dall’altra parte dell’oceano.
L’idea è questa: viaggiare per l’Europa, invadere Paesi come Italia, Francia, Germania, Slovenia, Finlandia, Norvegia, Islanda, Portogallo, ma anche Tunisia e raccogliere i fiori di questi Paesi, le idee migliori in termini di sistema scolastico, lavoro, benessere, politiche sociali, diritti civili, uguaglianza, quindi appropriarsene – come fanno gli USA quando invadono un paese straniero e lo depredano delle sue ricchezze – e portarle in America per far stare meglio gli americani. Tutto questo senza usare le forze armate, che costano troppo e da Hiroshima in poi non hanno vinto più una guerra, ma un uomo solo: Michael Moore, che da solo fa per tre.
È chiaro che i fiori vanno raccolti in mezzo alle erbacce, che pure da noi infestano il territorio politico e sociale, ma come fai a spiegare a un americano che in molti Paesi le ferie sono pagate, che il sistema sanitario pubblico è quasi gratuito e per lo più funziona, che il cibo locale è sano e genuino e previene l’obesità, che le donne siedono per ampie quote nei consigli d’amministrazione delle grandi aziende per legge, senza che questi non balzi sulla sedia per l’incredulità? Poi, certo, da noi il tasso di disoccupazione è preoccupante, il problema dell’immigrazione spaventa i governi, abbiamo un passato recente e remoto di genocidi orribili, ma non è molto diverso da ciò che accade nel Nuovo Continente, dove trovare un lavoro è sempre più complicato, hanno costruito muri al confine con il Messico e in quanto a genocidi e schiavismo non hanno da imparare nulla. E allora?
Where To Invade Next, visto in Europa è un film per certi versi consolatorio, ma in America dev’essere devastante. Moore gira con piglio documentaristico, (auto)ironico, mantenendo sempre quello spirito cronachistico e spontaneo che rende frizzante il racconto.
Un appunto gli andrebbe mosso quando parla degli Stati Uniti come il Paese che ha inventato le lotte sindacali o il principio rieducativo della pena carceraria. Ecco, se nel caso del movimento operaio c’è stata probabilmente una contemporaneità di intenti, nel secondo una scorsa al testo più famoso di Cesare Beccaria (1764) gli farebbe bene. Ma anche lui è americano, dopo tutto, è figlio del sistema scolastico a stelle e strisce, che non reputa fondamentali materie come geografia, poesia, storia e quindi tante cose ancora non le sa. Ma viaggia e lavora per impararle.

Giulio Cancelliere

Leonardo a Milano, il genio al cinema

83EC26CF-E557-4501-A330-C9484EEABCC2Se spesso si abusa della parola genio nei contesti più disparati, dall’arte alla letteratura, dalla scienza allo sport, dallo spettacolo alla politica, parlando di Leonardo da Vinci, il termine non è sprecato.
Leonardo Da Vinci, Il Genio A Milano è il titolo di un docu-film prodotto da RaiCom, Codice Atlantico e Skira Editore, che racconta i diciotto anni del suo primo soggiorno alla corte di Ludovico il Moro tra 1482 e 1500 (in realtà ci fu un successivo periodo milanese più breve al servizio dei francesi, nuovi padroni della città), dopo essersi presentato con una lettera-curriculum al nobile Sforza in cui elencava una serie di progetti artistici, scientifici e ingegneristici da mettere in cantiere nel territorio della signoria.
L’ispirazione per il film prende le mosse dalla favolosa mostra leonardesca che nel 2015 fu ospitata a Palazzo Reale in occasione di Expo e che diventa cornice di parte della narrazione per bocca del curatore Pietro Marani, che ne illustra le opere più significative. A lui si affiancano altri esperti e storici d’arte come Maria Teresa Fiorio, Claudio Giorgione, Richard Schofield, Daniela Pizzagalli, Jacopo Ghilardotti, Vittorio Sgarbi, ognuno col proprio punto di vista e focalizzando l’attenzione su aspetti differenti del genio multiforme dell’artista e scienziato toscano.
Ma per rendere più accattivante il racconto e alleggerirne la dimensione meramente didattica – così come era accaduto per il docu-film dedicato alla Scala – i registi Luca Lucini e Nico Malaspina affidano ad alcuni personaggi dell’epoca rinascimentale, lo stesso Ludovico Il Moro, Bramante, Raffaello, Isabella d’Este, Vincenzo Bandello, Cecilia Gallerani, Francesco Melzi e il Salaì, il compito di raccontare il loro rapporto con Leonardo, aprendo il libro dei ricordi, talvolta agro-dolci e mettendoli in rapporto con le opere che hanno avuto la loro genesi e spesso anche il compimento durante quei quattro favolosi lustri, come i ritratti di Lucrezia Crivelli, Cecilia Gallerani e Isabella d’Este (per quest’ultima fu realizzato solo il disegno preparatorio), il Cenacolo, il Ritratto di Musico e La Vergine delle Rocce, il sistema di chiuse dei navigli e le avveniristiche macchine belliche e no, progettate e quasi mai realizzate, i lavori al Castello Sforzesco e gli allestimenti per le feste del ducato. Agli attori Vincenzo Amato, Paolo Briguglia, Cristiana Capotondi, Alessandro Haber, Giampiero Judica, Edoardo Natoli, Nicola Nocella e Gabriella Pession, si aggiunge la voce fuori campo di Sandro Lombardi, che interpreta Leonardo, il quale non compare mai (una scelta registica alternativa alle consuete rievocazioni che ricorrevano all’ormai antico sceneggiato RAI di Renato Castellani interpretato da Philippe Leroy), ma che si racconta in prima persona.
Leonardo Da Vinci, Il Genio A Milano  è il nuovo capitolo della serie dedicata alla grande arte al cinema che sta riscuotendo un enorme successo in tutta Italia, nonostante la programmazione si riduca ufficialmente a soli tre giorni, ma in contemporanea in 250 sale. Anche le scuole stanno mostrando grande interesse per l’iniziativa, molto più accattivante della vecchia e noiosa videocassetta vista in tv che molti ricordano tristemente.

Giulio Cancelliere

L’Europa allo specchio ottant’anni dopo

Lui_è_tornato_POSTER_100x140Se dovessi scegliere una sola parola per definire questo film opterei per “disturbante”. È così che sono uscito dalla sala di proiezione per la stampa il 20 aprile (peraltro giorno del compleanno di Hitler, ma mi giurano che si sia trattato di una sfortunata coincidenza): disturbato. Lui è Tornato è quasi un docu-film, poiché innesta alcune sequenze riprese in strada con passanti, turisti ed esibizionisti, all’interno di una narrazione di fiction con attori professionisti. La storia è presto detta: in un giorno imprecisato dell’estate 2014, a Berlino, ricompare Adolf Hitler in divisa da nazista e all’età che aveva più o meno nel 1945, probabilmente un po’ più giovane. Nemmeno lui sa come sia finito nel 21° secolo, ma, dopo un momento di sconcerto in cui cerca i vecchi compagni Bormann, Goebbels, Himmler, si adatta presto alla nuova condizione e non ci vuole molto perché diventi la star televisiva di un’emittente d’assalto in cerca di audience. I suoi discorsi populisti trovano terreno fertile in una società sfilacciata e in un sistema consunto, pieno di buchi e difetti in cui sparare nel mucchio si fa sempre centro (l’analisi della qualità dei programmi televisivi è spietata), come fanno certi tribuni furbetti e urticanti che allignano anche qui da noi.
Il problema è che nessuno di costoro lo riconosce come il vero Hitler – e come potrebbero? – pensano che sia un attore che lo impersona, ma le idee che propala sono quelle autentiche del “Mein Kampf” aggiornate alla società odierna in una condizione di decadenza per certi versi non troppo dissimile da quella tra le due guerre mondiali del 20° secolo.
Non è un caso che le uniche due persone che lo riconoscono come l’autentico führer sono prese per pazze e trattate di conseguenza.
Persino le battute violentemente razziste non provocano sconcerto tra il pubblico, (nemmeno tra quello in sala, se devo essere sincero) ma, emblematicamente, l’unico momento in cui la popolarità di Hitler redivivo vacilla è quando viene rivelato un filmato in cui uccide un cucciolo di cane. Tuttavia nemmeno questo scalfisce più di tanto il personaggio che dalla tv passa al cinema e si avvia definitivamente verso la fama, con tanto di sfilata in cabriolet lungo i viali della capitale salutato dalla folla col braccio teso.01_CABRIOTmasucci_riemann_2022
Il regista David Wnendt (Combat Girls, Wetlands) ha scelto di calare l’attore Oliver Masucci nei panni di Hitler anche in situazioni di vita reale – ad esempio alla vigilia della finale dei mondiali di calcio in Germania del 2014 – per vedere l’effetto che avrebbe fatto e il risultato è stato “esaltante”, con la gente che lo acclamava e scattava selfie con lui, lo invitava a bere e a chiacchierare; oppure mandandolo in giro per le campagne e le fabbriche a parlare con i lavoratori e ascoltare i loro problemi o alle manifestazioni dell’ NPD, il partito neonazista tedesco, dove i militanti mostrano sconcerto e incredulità.
Lui è Tornato, tratto dal best seller di Timur Vermes, ci mette davanti allo specchio e ci mostra chi siamo e come viviamo, con chi parliamo e dove stiamo andando. E non è un bello spettacolo.
È un film interessante, oltre che “disturbante”, perché da commedia si trasforma in grottesco – divertente la citazione di La Caduta. Gli Ultimi Giorni Di Hitler ambientata nella redazione dell’emittente invece che nel bunker di Berlino – gli attori sono bravi, a cominciare da Masucci, un Hitler credibile, simpatico e affascinante – come doveva essere il vero Adolf per suscitare tanto consenso ottant’anni fa – girato e montato con perizia, raggiungendo il giusto equilibrio tra fiction e cine-verità, come si diceva una volta: di trecento ottanta ore di girato “dal vero”, solo pochi minuti, ma significativi, sono stati usati nel film. L’unico appunto è quel “fiurer” che ricorre nel doppiaggio, pronunciato all’inglese, che non si può davvero sentire.

Giulio Cancelliere

Hitchcock/Truffaut: storia di un incontro epocale che fece scandalo

HitchcockTruffaut_POSTER_100x140_456aprile[1]“Per la prima volta andare al cinema diventava pericoloso”. Così Peter Bogdanovich ricorda la reazione della platea alla visione della scena più truculenta di Psycho: non un urlo, ma una sirena di terrore che continuò a lungo. Eppure di mostri più o meno spaventosi al cinema se ne erano visti già parecchi. Se poi pensiamo che mai si mostra il coltello che entra nella carne, come d’abitudine oggi, e quasi neppure il sangue sulla pelle, ma solo quello che cola diluito nello scarico nell’acqua, abbiamo l’idea di quale maestro della suggestione abbia concepito una simile sequenza di due minuti e mezzo, girata in una settimana con oltre cinquanta inquadrature e ore di posa della povera Janet Leigh sotto il getto della doccia.
Questa e altre storie sono raccolte nel documentario diretto da Kent Jones Hitchcock/Truffaut, storia di un incontro avvenuto nel 1962 durato una settimana tra il regista inglese, ormai adottato da Hollywood e il cineasta francese, poco più che esordiente, ma già più che promettente, (all’epoca Truffaut aveva girato tre lungometraggi, Hitchcock oltre cinquanta), che divenne un libro destinato a trasformarsi in testo fondamentale per chiunque volesse avvicinarsi alla direzione cinematografica. Ne danno testimonianza, oltre al già citato Bogdanovich, Martin Scorsese, David Fincher, Arnaud Desplechin, Kiyoshi Kurosawa, Wes Anderson, James Gray, Olivier Assayas, Richard Linklater e Paul Shrader.
Lo scopo del lungo incontro/intervista era di smentire la nomea che accompagnava da decenni Hitchcock come regista di genere, esperto di mero intrattenimento. In realtà l’autore di La Donna Che Visse Due Volte, Intrigo Internazionale, Marnie, Gli Uccelli, era un maestro di scrittura cinematografica tout-court, tecnica, narrazione, direzione degli attori, anche se li trattava malissimo – “sono come bestiame” soleva affermare – e la sua concezione di cinema, finalmente rivelata esplicitamente, creò un caso internazionale che fece scandalo.
Cinquantaquattro anni dopo, rileggere (il libro è pubblicato da Il Saggiatore) e riascoltare quei dialoghi tra i due registi emoziona ancora ogni vero appassionato di cinema.

Giulio Cancelliere

Renoir: oltre l’impressionismo

C’è il Renoir più controverso, discutibile e, forse, frainteso, al centro del film di Phil Grabsky RENOIR. OLTRAGGIO E SEDUZIONE: quello post-impressionista, per certi versi più classico se non “manierista” dell’ultima parte della sua carriera, quando la ricerca si sposta sul colore, la sua trattazione, diluizione, sovrapposizione e i soggetti sono soprattutto i nudi femminili, monumentali, allusivi e innocenti,  che gli valsero critiche feroci di sessismo, anti-femminismo e misoginia. Tuttavia, la collezione della fondazione Barnes di Philadelphia è spettacolare, sia per numero di opere (solo i Renoir sono oltre 180, la più grande raccolta al mondo di questo pittore), sia per qualità ed è visitata da amanti dell’arte provenienti da tutto il mondo.
Il collezionista, Albert Barnes, era un industriale farmaceutico americano che, grazie ad alcuni brevetti, divenne milionario e investì in arte: comprò un gran numero di dipinti impressionisti, soprattutto Renoir (il pittore francese lasciò qualcosa come 7000 quadri), molti dei quali da Paul Durand-Ruel, il mercante d’arte che fece la fortuna dei pittori impressionisti con i suoi acquisti.
Nell’inverno del 1881-1882 Renoir visitò l’Italia: Venezia, forse Firenze, Roma, Napoli, la Calabria, Capri e Palermo. Questo viaggio lasciò una traccia profonda sulla sua arte: da allora Renoir rivolse la propria attenzione a soggetti più atemporali, un’anticipazione delle ricerche che avrebbe portato avanti sino alla morte. Renoir visse sempre all’insegna della semplicità. Fu un artista alla perenne ricerca di rinnovamento, un impressionista capace di sconvolgere le regole della rappresentazione, pur rimanendo un estimatore del classico e della tradizione.
Renoir viene raccontato attraverso le stupende immagini di Phil Grabsky, le testimonianze di critici, galleristi e storici dell’arte, di Matisse e Picasso, ma anche con le parole di Jean Renoir, uno dei figli di Pierre-Auguste, che divenne un grandissimo regista cinematografico e scrisse una preziosa, affettuosa e rivelatrice biografia del padre

                                                                                               Giulio Cancelliere

Partenze

trenovaporecastagnemarradiQuando da bambino ti accorgi che attorno a te, oltre ai giocattoli, sono spuntati un pianoforte, un basso Meazzi, una chitarra elettrica Eko, qualche volta appare una batteria Hollywood, poi un Hammond L100, un piano elettronico Crumar seguito da un organo GEM e un piano elettrico Rhodes, una cassa per basso da 100w Marshall rossa, arrivata da Londra sul portapacchi di una Simca 1000 targata MI A16873; sulla fonovaligia stereo di Selezione e sul magnetofono Castelli le Fiabe Sonore dei Fratelli Fabbri sono state soppiantate da In-A-Gadda-Da-Vida e Atom Heart Mother, Very Heavy Very Humble e Demons And Wizards, Led Zep I e II, Pictures At An Exibhition e Tarkus, This Was e Thick As A Brick, Genesis Live e Paranoid, The Crazy World Of Arthur Brown, Live Cream, Lady Soul, White Album, Close To The Edge, Machine Head e Made In Japan; quando il massimo del sentirsi “grandi” è scendere in cantina per sentire come suonano forte i ragazzi del “complesso” ed essere mal sopportato perché giù ci sono anche le ragazze e tu hai solo 10 anni e sei troppo piccolo per vedere certe cose, “che poi magari le racconti a casa”; quando caparbiamente tenti di imitare quello che hai sentito sui dischi e passi ore a riascoltare sempre gli stessi dieci secondi in cui quel demonio suona qualcosa che non riesci a capire e ogni volta ti alzi dal piano, sollevi il braccio del giradischi, lo posi con impazienza su quel punto maledetto, che dopo ore di insistenza si sta inesorabilmente deteriorando fino a diventare inascoltabile e lì la puntina d’ora in poi salterà sempre; ecco, a quel punto cominci a pensare che la musica rappresenterà molto probabilmente qualcosa di importante nella tua vita, tra ossessione ed estasi, incubo e sogno, molestia e libidine, depressione ed euforia,  conflitto e complicità, solitudine e condivisione.
È per questo che la strage di musicisti a cui stiamo assistendo da cinque o sei anni a questa parte, musicisti che hanno rappresentato un bel pezzo di storia della musica del dopoguerra, soprattutto dagli anni Sessanta in poi, quando il rock, in tutte le sue forme e correnti, ha invaso le nostre case dalla radio, ma, soprattutto, dagli impianti stereo più o meno costosi e sofisticati, ci lascia basiti, stupefatti e anche un po’ irritati. Non a caso molti di loro sono settantenni, nati in quegli anni Quaranta che rappresentano una sorta di generazione aurea per la musica che verrà di lì a poco.
Restiamo increduli perché non pensavamo possibile che i nostri eroi idealizzati come invincibili ribelli, geni creativi irrefrenabili, potessero morire a un’età banale come settant’anni, in un letto d’ospedale, con la flebo al braccio come un qualsiasi malato terminale: gli eroi se ne vanno giovani, ventenni, bruciando in fretta, un attimo di incandescenza, un lampo e via, spenti. Oppure vecchissimi, come il Dustin Hoffman del Piccolo Grande Uomo, incartapecorito, ma con mille storie, mille avventure da raccontare e tramandare.
Partirsene a settant’anni, senza preavviso, senza biglietto, al buio, come clandestini, è uno sfregio a noi che li abbiamo ammirati, seguiti, venerati, appesi alle pareti delle nostre stanze, difesi dai detrattori e, talvolta, messi da parte per poi recuperarli anni dopo durante nostalgiche fasi di revival.
E poi, come si permettono? Con sé si portano via anche un pezzo della nostra vita, il pezzo più bello, fresco, rorido, denso di aspettative, speranze, sogni.
Lasciandoci più soli e disperati.

Giulio Cancelliere

Partiti nel 2010
James Moody, sassofonista e flautista statunitense (n. 1925)
Roberto Pregadio, compositore, pianista e direttore d’orchestra italiano (n. 1928)
Lelio Luttazzi, attore, cantante e direttore d’orchestra italiano (n. 1923)
Hank Jones, pianista e compositore statunitense (n. 1918)
Peter Van Wood, chitarrista, cantante e astrologo olandese (n. 1927)
Herb Ellis, chitarrista statunitense (n. 1921)
Nicola Arigliano, cantante e attore italiano (n. 1923)
Ronnie James Dio, cantautore statunitense (n. 1942)
Abbey Lincoln, cantante, compositrice e attrice statunitense (n. 1930)
Oscar Avogadro, paroliere, cantante e compositore italiano (n. 1951)
Solomon Burke, cantante statunitense (n. 1940)
Remo Germani, cantante italiano (n. 1938)
Gregory Isaacs, cantante giamaicano (n. 1951)
Captain Beefheart, cantante, musicista e pittore statunitense (n. 1941)
Teddy Pendergrass, cantante, paroliere e compositore statunitense (n. 1950)
Malcolm McLaren, produttore discografico e cantante britannico (n. 1946)
Lena Horne, cantante, attrice e danzatrice statunitense (n. 1917)
Gepy & Gepy, cantante, compositore e produttore discografico italiano (n. 1943)
Ben Keith, musicista e produttore discografico statunitense (n. 1937)
Bruno De Filippi, musicista e compositore italiano (n. 1930)
Bill Dixon, musicista, compositore e educatore statunitense (n. 1925)

Partiti nel 2011
Mick Karn, musicista cipriota (n. 1958)
Gerry Rafferty, cantautore scozzese (n. 1947)
Poly Styrene, cantante e musicista britannica (n. 1957)
Gil Scott-Heron, poeta e musicista statunitense (n. 1949)
Paul Motian, batterista, compositore e musicista statunitense (n. 1931)
Gary Moore, chitarrista e cantante britannico (n. 1952)
Hubert Sumlin, chitarrista e cantante statunitense (n. 1931)
Dobie Gray, cantante e cantautore statunitense (n. 1940)
Cesária Évora, cantante capoverdiana (n. 1941)
George Shearing, pianista e compositore britannico (n. 1919)
Pinetop Perkins, pianista statunitense (n. 1913)
Bob Brookmeyer, trombonista, compositore e pianista statunitense (n. 1929)
Joe Morello, batterista statunitense (n. 1928)
Sam Rivers, sassofonista, polistrumentista e compositore statunitense (n. 1923)
Clarence Clemons, sassofonista statunitense (n. 1942)
Alan Rubin, trombettista statunitense (n. 1943)

Partiti nel 2012
Ravi Shankar, musicista e compositore indiano (n. 1920)
Lucio Dalla, musicista, cantautore e attore italiano (n. 1943)
Scott McKenzie, cantante statunitense (n. 1939)
Dave Brubeck, pianista e compositore statunitense (n. 1920)
Robin Gibb, cantante, compositore e arrangiatore mannese (n. 1949)
Etta James, cantante statunitense (n. 1938)
Joe Byrd, musicista statunitense (n. 1933)
Bob Welch, musicista statunitense (n. 1945)
Franco Ceccarelli, musicista e produttore discografico italiano (n. 1942)
Lucia Mannucci, cantante italiana (n. 1920)
Nico Tirone, cantante italiano (n. 1944)
Levon Helm, batterista, cantante e attore statunitense (n. 1940)
Giorgio Consolini, cantante italiano (n. 1920)
Éric Charden, cantante, cantautore e scrittore francese (n. 1942)
Jon Lord, compositore, pianista e organista britannico (n. 1941)
Alida Chelli, attrice e cantante italiana (n. 1943)
Earl Scruggs, suonatore di banjo, chitarrista e compositore statunitense (n. 1924)
Doc Watson, cantautore e chitarrista statunitense (n. 1923)
Pete Cosey, chitarrista statunitense (n. 1943)
Terry Callier, chitarrista e cantautore statunitense (n. 1945)
Huw Lloyd-Langton, chitarrista inglese (n. 1951)
Arvid Andersen, bassista inglese (n. 1945)
Donald Dunn, bassista, produttore discografico e cantautore statunitense (n. 1941)
Bob Birch, bassista statunitense (n. 1956)
Lee Dorman, bassista statunitense (n. 1942)
Ronnie Montrose, chitarrista statunitense (n. 1947)
Lucio Quarantotto, cantautore e compositore italiano (n. 1957)

Partiti nel 2013
Alvin Lee, chitarrista, cantante e compositore britannico (n. 1944)
Richie Havens, cantante e chitarrista statunitense (n. 1941)
Bob Brozman, chitarrista e musicista statunitense (n. 1954)
Georges Moustaki, paroliere e cantante greco (n. 1934)
Little Tony, cantante e attore sammarinese (n. 1941)
Bobby Bland, cantante e musicista statunitense (n. 1930)
Valerio Negrini, musicista e paroliere italiano (n. 1946)
George Jones, cantautore e musicista statunitense (n. 1931)
Massimo Catalano, musicista, trombettista e personaggio televisivo italiano (n. 1936)
Armando Trovajoli, pianista, compositore e direttore d’orchestra italiano (n. 1917)
Bebo Valdés, pianista e compositore cubano (n. 1918)
Ray Manzarek, pianista statunitense (n. 1939)
George Duke, pianista, tastierista e produttore discografico statunitense (n. 1946)
Cedar Walton, pianista e compositore statunitense (n. 1934)
Roger LaVern, musicista britannico (n. 1938)
Pino Massara, musicista, compositore e produttore discografico italiano (n. 1931)
J.J. Cale, cantautore e musicista statunitense (n. 1938)
Pete Haycock, musicista e compositore britannico (n. 1951)
Yusef Lateef, musicista e compositore statunitense (n. 1920)
Enzo Jannacci, cantautore, cabarettista e attore italiano (n. 1935)
Franco Califano, cantautore, paroliere e produttore discografico italiano (n. 1938)
Piero Finà, cantautore e scrittore italiano (n. 1942)
Corrado Castellari, cantautore e compositore italiano (n. 1945)
Gipo Farassino, cantautore, attore e politico italiano (n. 1934)
Tony Sheridan, cantautore e chitarrista britannico (n. 1940)
Kevin Ayers, cantautore, chitarrista e bassista inglese (n. 1944)
Peter Banks, chitarrista britannico (n. 1947)
Jackie Lomax, cantante e chitarrista britannico (n. 1944)
Oscar Castro-Neves, chitarrista, arrangiatore e compositore brasiliano (n. 1940)
Philip Chevron, chitarrista e cantante irlandese (n. 1957)
Lou Reed, cantautore, chitarrista e poeta statunitense (n. 1942)
Jim Hall, chitarrista statunitense (n. 1930)
Roberto Ciotti, chitarrista italiano (n. 1953)
Claudio Rocchi, cantautore, bassista e conduttore radiofonico italiano (n. 1951)
Jimmy Fontana, cantautore, contrabbassista e attore italiano (n. 1934)
Nic Potter, bassista britannico (n. 1951)
Trevor Bolder, bassista britannico (n. 1950)
George Gruntz, tastierista e compositore svizzero (n. 1932)
Donald Byrd, trombettista statunitense (n. 1932)

Partiti nel 2014
Dennis Frederiksen, cantante statunitense (n. 1951)
Shirley Temple, attrice, cantante e ballerina statunitense (n. 1928)
Freak Antoni, cantautore, scrittore e poeta italiano (n. 1954)
Francesco Di Giacomo, cantante italiano (n. 1947)
Massimo Castellina, fisarmonicista e cantante italiano (n. 1970)
Bambi Fossati, cantante, compositore e chitarrista italiano (n. 1949)
Gerry Goffin, paroliere e cantante statunitense (n. 1939)
Horace Silver, pianista e compositore statunitense (n. 1928)
Johnny Winter, chitarrista e cantante statunitense (n. 1944)
Dick Wagner, chitarrista e cantante statunitense (n. 1942)
Peret, cantante spagnolo (n. 1935)
John Gustafson, bassista e cantante britannico (n. 1942)
Tim Hauser, cantante, produttore discografico e arrangiatore statunitense (n. 1941)
Jack Bruce, musicista, compositore e cantante scozzese (n. 1943)
Jimmy Ruffin, cantante statunitense (n. 1936)
Alfredo Cohen, cantante e attore italiano (n. 1942)
Bobby Keys, sassofonista statunitense (n. 1943)
Udo Jürgens, cantante austriaco (n. 1934)
Joe Cocker, cantante britannico (n. 1944)
Carlo Bergonzi, tenore italiano (n. 1924)
Alessandro Centofanti, musicista, tastierista e pianista italiano (n. 1952)
Mango, cantautore, musicista e scrittore italiano (n. 1954)
Joe Lala, attore, doppiatore e musicista statunitense (n. 1947)
Giorgio Gaslini, compositore, direttore d’orchestra e pianista italiano (n. 1929)
Joe Sample, pianista e compositore statunitense (n. 1939)
Renato Sellani, pianista italiano (n. 1926)
Davide Santorsola, pianista e compositore italiano (n. 1961)
Jesse Winchester, cantautore e musicista statunitense (n. 1944)
Gennaro Petrone, musicista e compositore italiano (n. 1958)
Bruno Aragosti, musicista e arrangiatore italiano (n. 1924)
Mario Costalonga, musicista italiano (n. 1932)
Bobby Womack, cantautore e chitarrista statunitense (n. 1944)
Manitas de Plata, chitarrista francese (n. 1921)
Ronny Jordan, chitarrista britannico (n. 1962)
Paco de Lucía, chitarrista e compositore spagnolo (n. 1947)
Pete Seeger, cantautore e compositore statunitense (n. 1919)
Aldo Donati, cantautore, attore e conduttore televisivo italiano (n. 1947)
Bob Crewe, cantautore e produttore discografico statunitense (n. 1931)
Ian McLagan, tastierista, polistrumentista e cantautore britannico (n. 1945)
Charlie Haden, contrabbassista statunitense (n. 1937)
Glenn Cornick, bassista britannico (n. 1947)
Kenny Wheeler, trombettista e compositore canadese (n. 1930)
Paul Horn, flautista e sassofonista statunitense (n. 1930)

Partiti nel 2015
Kim Fowley, cantante, musicista e produttore discografico
Edgar Froese, musicista tedesco (n. 1944)
Percy Sledge, musicista e cantante statunitense (n. 1940)
James Last, musicista, compositore e direttore d’orchestra tedesco (n. 1929)
Dieter Moebius, musicista svizzero (n. 1944)
Giancarlo Golzi, batterista, musicista e paroliere italiano (n. 1952)
Allen Toussaint, musicista, compositore e produttore discografico statunitense (n. 1938)
Lemmy Kilmister, cantante, musicista e compositore britannico (n. 1945)
 B.B. King, chitarrista e cantante statunitense (n. 1925)
Marco Tamburini, trombettista e compositore italiano (n. 1959)
Anna Marchetti, cantante italiana (n. 1945)
Jim Diamond, cantante britannico (n. 1951)
Franzl Lang, cantante tedesco (n. 1930)
Natalie Cole, cantante statunitense (n. 1950)
Demis Roussos, cantante e bassista greco (n. 1946)
Maurizio Arcieri, cantante, attore e compositore italiano (n. 1942)
Marisa Del Frate, cantante, attrice e showgirl italiana (n. 1931)
Steve Strange, cantante britannico (n. 1959)
Inezita Barroso, cantante, attrice e compositrice brasiliana (n. 1925)
Daevid Allen, chitarrista, cantante e compositore australiano (n. 1938)
Rodolfo Maltese, chitarrista, trombettista e compositore italiano (n. 1947)
Pino Daniele, cantautore e chitarrista italiano (n. 1955)
John Renbourn, chitarrista e compositore britannico (n. 1944)
Chris Squire, bassista britannico (n. 1948)
Mike Porcaro, bassista statunitense (n. 1955)
Andy Fraser, bassista inglese (n. 1952)
Louis Johnson, bassista e produttore discografico statunitense (n. 1955)
Ben E. King, cantautore statunitense (n. 1938)
John Trudell, attivista, cantautore e attore statunitense (n. 1946)
Andraé Crouch, compositore, cantautore e produttore discografico statunitense (n. 1942)
John Taylor, pianista e compositore britannico (n. 1942)
Aldo Ciccolini, pianista italiano (n. 1925)
Ornette Coleman, sassofonista e compositore statunitense (n. 1930)
Phil Woods, sassofonista statunitense (n. 1931)
Steve Mackay, sassofonista statunitense (n. 1949)
Clark Terry, trombettista e compositore statunitense (n. 1920)

Partiti nel 2016
Vanity, cantante, attrice e modella canadese (n. 1959)
Michel Delpech, cantante francese (n. 1946)
Black, cantante britannico (n. 1962)
Paul Kantner, cantante statunitense (n. 1941)
David Bowie, cantautore, polistrumentista e attore inglese (n. 1947)
Giorgio Gomelsky, imprenditore, produttore discografico e compositore georgiano (n. 1934)
Glenn Frey, cantautore, musicista e attore statunitense (n. 1948)
Maurice White, cantautore, musicista e produttore discografico statunitense (n. 1941)
Naná Vasconcelos, musicista brasiliano (n. 1944)
Keith Emerson, tastierista, pianista e compositore britannico (n. 1944)
Paul Bley, pianista canadese (n. 1932) (continua)