Aperitivo In Concerto: 31ª stagione/1

logo_014_015_internalNato come appuntamento di musica classica sul modello mitteleuropeo del concerto mattutino prima di pranzo, Aperitivo in Concerto nel giro di pochi anni si è trasformato in una delle rassegne più originali e interessanti della stagione jazz presentando ogni volta musicisti, band, orchestre che solitamente non hanno una grande visibilità in Europa e in Italia e che rappresentano uno sguardo altrove rispetto alla scena musicale che abbiamo sotto gli occhi abitualmente in concerti e festival.
Alla trentunesima stagione Aperitivo in Concerto non smentisce questa peculiarità e propone undici eventi da autunno a primavera di cui due prime Europee e nove prime o uniche date italiane.
Il filo rosso che unisce i concerti è ancora una volta la diaspora o, per meglio dire, le diaspore, segnatamente quella ebraica e quella africana, che, hanno gettato semi in ogni parte del mondo e rappresentano le più feconde fonti di ispirazione culturale e sociale rispetto a ogni espressione musicale di cui abbiamo conoscenza oggi a fronte dei drammi Yemen bluese delle tragedie che le hanno causate.
Si comincia domenica 8 novembre con Yemen Blues, la formazione del cantante israeliano di origini yemenite Ravid Kahalani, per la prima volta in Italia, che fonde nella sua musica elementi arabi, ebraici, ritmi africani, caraibici, jazz, funky, in un sincretismo che bene rappresenta la volontà e il messaggio di dialogo e fratellanza di cui si fa latore col suo straordinario gruppo.

KlezmersonIl 15 novembre si potrà ascoltare l’effetto della diaspora ebraica in Messico, dove i marrani (gli ebrei sefarditi convertiti a forza dalla cattolicissima corona spagnola, ma rimasti fedeli in privato alla propria tradizione religiosa) emigrarono nel corso dei secoli e trasmisero musiche e tradizioni. I Klezmerson hanno eredito quel retaggio e l’hanno aggiornato mescolandolo a jazz, rock e funk, utilizzando strumenti moderni e della tradizione nord e latinoamericana, come il dobro e la chitarra huapango. Eseguiranno musiche che John Zorn ha scritto appositamente per loro nella serie Book Of Angels. Prima europea e unica data italiana.

Marc Ribot 22 novIl 22 novembre arriva Marc Ribot, lo straordinario chitarrista di Newark collaboratore di Tom Waits, Lounge Lizards, John Zorn, Mike Patton e autore di interessantissime riletture della tradizione blues, cubana e rock, nonché strumentista originale e innovativo. Questa volta si presenta in quartetto con una sezione d’archi per proporre una rivisitazione del cosiddetto Philly Sound, quel filone derivato dal soul e dal funky che negli anni Settanta ebbe le sue punte di diamante nei MFSB e in autori come Kenny Gamble e Leon Huff. Marc Ribot and The Young Philadelphians sarà l’unica data italiana per il momento.

Roger Kellaway 29 novPiù inserito nella tradizione e nello star-system americano è Roger Kellaway, pianista e compositore, che si esibisce il 29 novembre. Ha lavorato molto nel cinema, ha ottenuto la nomination all’Oscar per la colonna sonora di È Nata Una Stella, già collaboratore di musicisti molto diversi tra loro come Sonny Rollins, Van Morrison, Liza Minneli, Oliver Nelson, Barbra Streisand, Carmen McRae, Sonny Stitt, Quincy Jones, Yo-Yo Ma, rivelerà al pianoforte la sua conoscenza enciclopedica del grande song-book americano con doti di intrattenitore raffinato e grande strumentista. Anche per Kellaway sarà il primo e unico appuntamento italiano

CatherineRussell4 13 dicConcluderà la prima parte della stagione il tradizionale concerto prenatalizio il 13 dicembre con la cantante Catherine Russell. Figlia d’arte — sua madre era Carline Ray, contrabbassista di Mary Lou Williams, il padre Luis Russell, a lungo direttore dell’orchestra di Louis Armstrong — partner vocale in concerti e produzioni discografiche di David Bowie, la Russell è specializzata nel repertorio afro-americano degli anni Venti e Trenta e ci offrirà una panoramica della cosiddetta swing-era dal punto di vista di Harlem. Uno sguardo altrove, quindi, ma anche “da” altrove. Prima e unica data italiana. (continua)

Giulio Cancelliere

Arrivano Gli Alieni. Intervista con Stefano Bollani

AlieniÈ nei negozi il nuovo album di Stefano Bollani, Arrivano Gli Alieni, il terzo piano-solo dopo quello siglato ECM del 2006 e Småt Småt del 2003, pubblicato dalla francese Label Bleu, più remoto nel tempo, ma forse più vicino concettualmente sia in termini di scelta degli autori (anglosassoni e latinoamericani), sia per l’esordio canoro che allora riguardava solo la brasiliana Trem Das Onze (la Figlio Unico di Riccardo Del Turco), mentre oggi il nostro si è “allargato” scrivendo e cantando ben tre canzoni: la title-track,  divertente e metaforica presa in giro delle nostre paure rispetto all’altro da sé, che sia terrestre o meno poco importa; il Micro-Chip, omaggio al Carosone degli anni ’50, quando scherzava sulle manie (e ancora le paure) dell’uomo medio del dopoguerra (‘a Casciaforte, ‘o Russo e ‘a Rossa, Caravan Petrol) con le indimenticabili introduzioni di Gegé di Giacomo; Un Viaggio, breve dissertazione giocosa e vagamente lisergica, sulla falsa riga di EeLST e I Gufi.
“Visto da fuori si può intuire una vicinanza tra Småt Småt e Arrivano Gli Alieni, ma non è intenzionale, cerco sempre di prendere le distanze dai lavori precedenti quando ne realizzo uno nuovo, proprio per evitare di ripetermi.”
Tra le musiche rilette da Bollani vale la pena ricordare The Preacher di Horace Silver, Mount Harissa dalla Far East Suite di Duke Ellington e il bellissimo standard You Don’t Know What Love Is; l’America Latina è rappresentata da Aquarela Do Brasil di Ary Barroso, Sei Là di Toquiño e Vinicius e El Gato dell’argentino Julian Aguirre, ma aggiungerei anche Quando Quando Quando, che, a ritmo di samba, rievoca l’enorme successo mondiale di Tony Renis. A rappresentare il mondo latino anche Jurame di Maria Grever, meglio nota in Italia con il titolo Pensami, una straordinaria hit di Julio Iglesias, nonché il calipso Matilda di Harry Belafonte.
C’è una predominanza del piano elettrico Fender Rhodes in questo album, uno strumento che non avevi mai usato così diffusamente.
“L’ho riscoperto durante il tour con Irene Grandi del 2012. Ha un suono bellissimo e molto caratteristico. Quelli più belli non sono facili da trovare e bisogna attendere lo smantellamento di qualche studio, come ho fatto io, per acquistarne uno.”
Quello che suoni nel disco è il tuo?
“No, il mio, un Mark II, lo tengo a casa, è troppo pesante e scomodo da trasportare. Per registrare e suonare in concerto ne noleggio sempre uno, anche se è difficile trovarli in buone condizioni, hanno sempre qualche magagna.”
Arrivano Gli Alieni è un disco jazz?
“———————“
Ok, passo alla domanda successiva. Ti senti ancora parte della categoria dei jazzisti, ammesso che tu ne abbia mai fatto parte?
Bollani“La domanda contiene già la risposta. Sinceramente non credo di essermi mai sentito veramente un jazzista tout-court e non credo nemmeno nell’associazionismo dei jazzisti, che hanno generalmente esigenze diverse e differenziate. Posso pensare a una forma di associazione volta a una causa precisa, a un obiettivo comune, ma non tutto l’anno. Non lo comprendo.”
Eppure una volta suonavi con tanti jazzisti, hai suonato un po’ con tutti. Ora hai ristretto le collaborazioni, o, per meglio dire, le hai selezionate e differenziate tra pop, orchestre classiche, big band e solisti.
“Una volta ero sul mercato e, come dici tu, ho suonato con tutti. Poi ho scoperto che la giornata è di 24 ore e cerco di mirare meglio le collaborazioni, che non sono comunque poche. Certo, il mio trio danese con Jesper Bodilsen e Morten Lunden dura da dodici anni e ancora mi piace suonare con loro, perché tanto trovo stimolante incontrare un musicista nuovo come il pianista argentino Diego Schissi, col quale ho suonato in duo, quanto apprezzo la serata di relax con i miei amici dove basta un occhiata, un ammiccamento per capire dove andare a parare per sorprendere e sorprenderci.”
Per il disco Sheik Yer Zappa hai avuto l’imprinting della famiglia, sempre molto attenta a tutto ciò che gira attorno a Frank?
“Certo! Abbiamo contattato la vedova, Gail, che, assieme al responsabile della fondazione, ha ascoltato il disco e l’ha approvato. Devo dire che ero alquanto preoccupato data la nota severità di giudizio, anche perché era un album che improvvisava sulla musica di Zappa, ma pare che sia piaciuto.”
Riguardo al tuo rapporto con la musica classica, a parte il ‘900 di Gershwin e Ravel e il tentativo, per ora non realizzato, di un omaggio a Prokov’ev, quali altri autori ti stimolerebbero?
“Premetto che ci penso spesso, ma non ho in programma nulla del genere per ora. Comunque un musicista che mi piacerebbe interpretare è Mozart, perché ha una leggerezza e un allegria che lo avvicina al jazz. Tutto quello che c’è in mezzo tra Mozart e Prokov’ev, invece, non è nelle mie corde, non lo sento dentro, anche se da ragazzo le mie passioni erano Chopin e Liszt. Ma tutto il mondo tedesco romantico, Beethoven, Schumann, Schubert, lo sento lontano.”
Ma sarebbe un rilettura classica o una reinterpretazione alla Uri Caine?
“Non so, non ho il problema dell’intoccabilità di certa musica, a volte mi capita di suonare un valzer di Chopin alla mia maniera, ma forse non lo trovo così bello. Nel caso del concerto di Ravel non ho nemmeno pensato di cambiarlo, tanto è scritto bene. Mozart, però, era un musicista che amava improvvisare e non escludo che potrei reinventarlo.”
E il cinema? Colonne sonore?
“Dopo il tentativo per il film Caos Calmo, che a Moretti non piaceva e quindi non se ne è fatto niente, nessuno mi ha più chiesto niente. Forse giustamente, però mi piacerebbe. Mi piace il cinema.”
Che cinema?
manifesto-70x100-la-regina-dada-bassa“Ho una passione per un regista danese, Anders Thomas Jensen, noto anche come sceneggiatore in odore di Oscar dopo il lavoro con Susanne Bier per Dopo Il Matrimonio. Per ora ha girato quattro film, uno solo dei quali, Le mele Di Adamo, distribuito in Italia, e ha uno stile veramente sorprendente, obliquo, ironico, inaspettato. Un po’ come mi piace che sia la mia musica.
A primavera torna La Regina Dada, il tuo lavoro teatrale scritto con Valentina Cenni.
“Sì, lo stiamo riscrivendo tutto. Il teatro è una fregatura: il disco una volta fatto è quello e non lo cambi più, ma il teatro lo rifai ogni sera, vuoi cambiarlo, migliorarlo, abbellirlo. Non si finisce mai.”
Come con la musica, in fondo, che cambia sempre.

Giulio Cancelliere

MIDJ MILANO MEETING: l’associazione Musicisti Italiani Di Jazz a raccolta a Milano

Sabato 12 settembre il Midj approda a Milano per il MIDJ MILANO MEETING, il primo incontro nazionale dell’associazione nel capoluogo lombardo. Il congresso, organizzato da Antonio Ribatti e Ferdinando Faraò con l’ospitalità del Teatro Sala Fontana e di Ah-Um Milano Jazz Festival, avrà luogo dalle ore 11.30 presso il Teatro Sala Fontana (via Boltraffio 21, Milano). Lo scopo principale del Midj Milano Meeting è quello di gettare le basi per creare forme di azione, concrete e condivise, finalizzate alla valorizzazione del panorama jazzistico italiano. Dopo un’introduzione a cura di Antonio Ribatti, direttore artistico di Ah-Um Milano Jazz Festival e moderatore del Midj Milano Meeting, interverranno: Ada Montellanico (musicista e Presidente dell’associazione Musicisti Italiani Di Jazz), Boris Savoldelli (musicista e referente Midj per la regione Lombardia), Maurizio Franco (critico musicale e coordinatore dei Corsi Civici di Jazz), Enrico Intra (musicista e coordinatore dei Corsi Civici di Jazz), Franco D’Andrea (musicista e componente del direttivo Midj), Ferdinando Faraò (musicista e Presidente Associazione Culturale Artchipel).

Tra gli argomenti principali che verranno affrontati nel corso del congresso: il Midj, la sua importanza e il suo sviluppo in Lombardia, le esperienze We Insist! e quella del 6 settembre a L’Aquila, la SIAE e l’insegnamento nei conservatori e le scuole italiane. Tutti i protagonisti del mondo del jazz nazionale, musicisti, operatori del settore o semplici appassionati del genere, sono invitati a partecipare attivamente al meeting, anche attraverso il dibattito con i relatori, e possono consultare il programma dettagliato del convegno sul sito http://www.ahumjazzfestival.com.

L’ingresso è libero, previa registrazione. È possibile registrarsi on line tramite il seguente link https://www.eventbrite.it/e/biglietti-midj-milano-meeting-18443329495 , oppure inviando all’indirizzo info@ahumjazzfestival.com il modulo d’iscrizione al convegno scaricabile dal sito http://www.ahumjazzfestival.com, oppure direttamente al Teatro Sala Fontana, il 12 settembre, entro le ore 11.

Intervista con Morgan (2008)

morganMorgan è un artista, non ho dubbi e, in quanto tale, va trattato con un certo riguardo. Perché? Perché è diverso dagli altri, dai non artisti intendo, è audace, coraggioso, forte, ma altrettanto fragile, leggero, tagliente. Questo non significa che sia esente da critiche, ma queste dovrebbero tenere conto della sua condizione di fragilità e trasparenza, che lo mettono in condizione di diventare bersaglio, grosso, facile, immobile. L’artista è nudo di fronte al pubblico, è vero, sincero, genuino. Anche quando finge e interpreta un altro personaggio. Anche quando è se stesso al di fuori della messa in scena che allestisce in veste di artista, con le sue miserie, i suoi drammi, le sue tragedie. A volte l’artista è accusato di non padroneggiare adeguatamente la tecnica, scambiando la tecnica per arte. La tecnica non è arte, la tecnica tout-court è per i tecnici, gli esecutori, gli orchestrali. La tecnica, eventualmente, è lo strumento con cui esprimere l’arte, ma l’arte viene prima, è dentro l’uomo, è preponderante e talvolta, talmente dilagante da travolgere e spezzare quel sostegno tecnico che la regge. Ieri sera Morgan era alla Milanesiana al Teatro Dal Verme, giunto con una mezz’ora di ritardo almeno, mandando all’aria la scaletta della serata, per una performance attorno al tema dell’Ossessione. Non tutto è andato per il verso giusto, lo spettacolo ha avuto alti e bassi, momenti eccellenti e cadute di gusto, queste ultime dovute alla fretta, alla scarsa capacità di organizzarsi, al suo farsi prendere dall’impulso estemporaneo (si porta cento cose, ne usa trenta, a volte quelle giuste al momento sbagliato) e un finale frettoloso. Niente di memorabile, quindi, ma una conferma del carattere artistico e multidisciplinare del personaggio (Elisabetta Sgarbi l’ha definito leonardesco, un’iperbole, ma che ne definisce l’indole), capace di spaziare dalla canzone d’autore a Bach, dal rock alla letteratura, dal romanticismo all’elettronica, sempre con cognizione di causa, consapevolezza e una buona dose di follia. Qui sotto vi lascio una mia intervista che gli feci a casa sua a Monza nel 2008, in un seminterrato zeppo di strumenti musicali, computer, vestiti, oggetti di ogni genere, uno dei posti più strani e interessanti in cui abbia intervistato un musicista.

Per chi è cresciuto e si è formato con l’ondata rock degli anni sessanta-settanta, come chi scrive, è quasi inconcepibile avere una madre fan sfegatata di David Bowie e un padre che, nel tempo libero, per rilassarsi, si culla nella psichedelia dei Pink Floyd, talmente infatuato di Waters e c. da comprarsi l’impianto quadrifonico per ascoltare Ummagumma come era stato originariamente concepito. Eppure, è in questo clima che si è sviluppata la coscienza musicale di Marco Castoldi, in arte Morgan, fisionomia tra il corsaro e il moschettiere del re, nato nello stesso anno – il 1972 – in cui il Duca Bianco incarnava la sua precedente identità extra-terrestre di Ziggy Stardust e proclamava la caduta dell’impero del rock ‘n’ roll, fino a poco tempo fa associato alla locuzione “dei Bluvertigo” o “ex Bluvertigo”, oggi artista autonomo a tutti gli effetti, ma con la mezza promessa che il suo gruppo di maggior successo sta per ricompattarsi.

“Ne abbiamo parlato e ci sono le premesse giuste per rimettere in moto la macchina.”

Una macchina musicale che si è messa in moto prestissimo, se è vero che fin da neonato hai mostrato una certa evidente reazione al ritmo e all’armonia.

“Quando avevo tre anni i miei genitori avevano scoperto che mettermi davanti ad un mangiadischi colorato a volume adeguato e con una pila cospicua di 45 giri, significava tenermi occupato e farmi stare buono, un po’ come si fa oggi con la televisione o i videogiochi.”

Dischi di che tipo?

“Elvis Presley, Bowie, Rolling Stones, Donovan, Pink Floyd, Simon & Garfunkel, Alice Cooper, niente di melenso, rock e psichedelia. Fino a che, nel 78, non vidi Grease, il film con Travolta e Olivia Newton-John.”

Il punto di svolta.

“Sì, perché compresi il concetto di performance e di caché.”

Cioè?

“Fui talmente colpito dalle sequenze, che ne imparai alcune a memoria e cominciai ad esibirmi per gli amici dei miei genitori. Un giorno, sfuggito al loro controllo, lo feci sul sagrato di una chiesa a Varenna, sul lago di Como. Si formò anche un capannello di persone che mi diede delle monetine per dimostrarmi l’apprezzamento. Quando i miei genitori se ne accorsero si arrabbiarono molto e mi costrinsero a restituire il denaro.” 800px-Morgan_Asti_2011

Umiliante, ma anche una sorta di imprinting. Immagino che da allora non l’hai restituito più.

“Infatti.”

Destinato alla musica e allo spettacolo, perciò.

“Sì, ma non credo all’innatismo, penso che tutti gli uomini in salute nascano uguali e sia l’ambiente e l’esperienza che li indirizza. È la mia famiglia che mi ha indirizzato verso la musica e l’arte della performance. A mia figlia Anna Lou (avuta con Asia Argento ndr), ancora nella pancia di sua mamma, facevo sentire il Clavicembalo Ben Temperato attraverso una cassa acustica. Anche quello è imprinting, tanto che, per farla addormentare, oggi devi cantarle una ninna nanna con ritmo e intonazione corretti. In una casa dove si strilla sguaiatamente non ci sarà amore per la musica. Ritmo e intonazione sono le basi fondamentali.”

Hai cominciato tentando di suonare la chitarra da mancino e a dodici anni hai ricevuto in regalo il primo sintetizzatore polifonico Korg. Come è stato questo percorso?

“Ero completamente refrattario all’insegnamento della chitarra,  nonostante avessi già dimostrato una spiccata inclinazione musicale, perché  il maestro mi faceva imparare da destro. Dopo sei mesi di tentativi appesi la chitarra al chiodo. La ripresi successivamente, da autodidatta e da mancino assoluto, imparando le posizioni specularmente, che è molto più facile se ci pensi, perché quando guardi qualcuno suonare, non hai bisogno di girarle, ma solo di ribaltarle, perché le corde sono al contrario. Sono pochissimi quelli che lo fanno: Seal, ad esempio, anche se moltissimi non lo sanno e Jimmy Haslip, il bassista degli YellowJackets. Nel frattempo avevo imparato il pianoforte, che mi ha aperto un universo parallelo: imparavo la musica classica come formazione, la consideravo una palestra per apprendere nozioni e tecnica, da applicare su quella che era la mia vera passione, il rock. Tuttavia, ancora oggi ascolto molta musica classica, soprattutto Bach e novecentisti come Nono, Stockhausen, Stravinsky, Scriabin, tardo-romantici come Scumann e Schubert, ma anche Mahler e impressionisti come Debussy.”

Quanto hai studiato pianoforte?

“Tanto. Quindici anni, almeno. Mi mancherebbero gli esami dell’ottavo e del decimo di Conservatorio.”

Ma cosa facevi a dodici anni con il synth Korg?

“Musica. Avevo un gruppo. A quattordici anni smanettavo già con l’Atari. Obbligavo i miei amici a non giocare a pallone in cortile e a suonare in camera. E se non suonavano spontaneamente gli mettevo in mano uno strumento e lo costringevo a suonare. Ho sempre fatto questo: suonare e organizzare situazioni di gruppo.”

E cosa suonavate o tentavate di suonare?

“Rigorosamente new wave e tutto ciò che la British Invasion di allora rovesciava sul mercato internazionale.”

La seconda British Invasion, dopo quella beatlesiana.

“Sì, ma la prima non l’avevamo vista per motivi anagrafici. E poi a casa mia erano praticamente spariti i Beatles,: tutti i vinili erano bruciati al sole nella macchina di mia zia. C’erano solo i Rolling Stones, Aftermath in particolare, che ho consumato per gli ascolti ripetuti. Comunque, la British Invasion ci aveva travolto e non selezionavamo troppo, andava bene quasi tutto, dagli Ultravox prodotti da Eno ai Duran Duran, dai Thompson Twins ai Joy Division, tutta quella musica che aveva la tipica matrice inglese anni ottanta, fatta di elettronica, tastiere, effettistica, trattamento intenso del suono e della voce e molto chorus sul basso.”

Eppure, nonostante il tono entusiastico che usi parlando di quel decennio, gli anni ottanta sono considerati abbastanza inconsistenti dal punto di vista musicale, rispetto ai settanta, ma anche rispetto al periodo a cavallo, caratterizzato dal punk. Quella new wave, ma più propriamente new romantic, fu un po’ il riflusso del punk. 800px-Marco_Castoldi_Morgan“Il punk non l’ho vissuto troppo, era una musica disturbante per natura e scopo. Mia madre la chiamava musica ossessiva. Lei, appassionata del Bowie più cupo e malato di Low e Heroes, che elogiava la follia colorita del Duca Bianco, per usare una metafora cromatica, considerava il punk “grigio”, tutto uguale, monocorde, bisillabica, monocromatica.”

Vero, tuttavia, l’immagine del punk influenzò fortissimamente tutto ciò che venne dopo, in un momento in cui la musica si cominciava a vedere oltre che a sentire, attraverso i videoclip.

“Infatti, fu anche grazie a quel fenomeno – invece di guardare i cartoni animati seguivo Videomusic – cominciai a pensare di fare il musicista professionista. Per me Nick Rhodes e Midge Ure erano gli eroi Aktarus e Mazinga, il sintetizzatore era l’astronave che i miei coetanei desideravano, il violino midi che vedevo nei video degli Ultravox era la mia alabarda spaziale. Un giorno sono entrato da Ricordi a chiedere se avevano un synclavier. Erano quelli miei oggetti del desiderio.”

Anche se comprendo il tuo entusiasmo per gli anni formativi, non tutto era da salvare e il tempo ha selezionato molto. C’è qualcuno che butteresti dalla finestra? Ad esempio tra Ultravox gestione John Foxx e Midge Ure?

“Sicuramente i secondi. Così come non c’era paragone tra Sex Pistols e Clash. È chiaro che Joe Strummer era un genio rispetto a Rotten e c. I Clash erano in grado di suonare punk, reggae, ska e funky, mentre i Pistols erano ragazzotti qualunque senza arte né parte.”

Be’, erano un’invenzione di Malcom McLaren, raccontata anche nel film, La Grande Truffa Del Rock ‘n’ Roll, che rappresentò la parte mondana del punk, ma anche quella che la maggior parte della gente ricorda, con la navigazione del Tamigi sulle note di God Save The Queen.

“È tipico di certo giornalismo fermarsi in superficie e valutare certi eventi come fenomeni sociali e non come correnti artistiche con una prospettiva di sviluppo. Specialmente i quotidiani con i loro titoli a sensazione. Un cantante che sputa sul pubblico è molto più interessante di uno che canta bene, perché non fa notizia.”

Torniamo a chi salveresti di quegli anni.

“Bowie sempre. In quegli anni usciva Let’s Dance, un album che abbiamo divorato, perché costruito sul giusto equilibrio tra elettronica, new wave, rock, funky. Poi i Culture Club non erano male.”

Gary Numan?

“Grandissimo. L’ho anche conosciuto personalmente.”

Howard Jones?

“Un mito. Il tour di Human’s Lib era favoloso.”

Sì, me lo ricordo, da solo circondato da sintetizzatori, sequencer, arpeggiatori.

“Esatto. E il mio tour invernale è ispirato proprio a quella dimensione. Siamo in due, entrambi al controllo di un set elettronico collegato integralmente in midi, quindi completamente interattivo.”

Uno che esce un po’ dallo schema come Michael Jackson?

“Be’, Thriller era imprescindibile anche per noi che seguivamo la British Invasion.”

Joe Jackson?

“No, troppo “adult”, intellettuale, retrò.”

Nemmeno Look Sharp e I’m The Man?

“No, lo ricordo bene in quella fase, ma non era nel gruppone che seguivamo famelici. Piuttosto penso a Nick Kershaw, grande chitarrista.”

Adam Ant?

“Sì, di una generazione precedente, un padre ispiratore di quella musica. Diciamo che Adam Ant sta ai Duran Duran come Marc Bolan sta a Bowie. Quella “incollatura” che lo fa arrivare prima e fa la differenza. Sai cosa? C’è un disco straordinario che si può considerare il capostipite di quella musica: Avalon dei Roxy Music.”

Il canto del cigno del gruppo di Brian Ferry.

“Sì, ma non di Ferry, che ha proseguito la carriera, soprattutto con Bète Noir. Avalon aveva un sound che ai fan dei Roxy non piaceva, ma ha determinato l’inizio di una nuova fase musicale molto più ampia. A me piacciono i periodi decadenti delle band, quando pare che stiano morendo, ma alla fine vibrano l’ultimo colpo di coda.” Morganwince1

Hai citato Bète Noir e non a caso.

“Infatti, è un disco nel quale la new wave fa un passo avanti tecnicamente. Rappresenta una fase in cui i musicisti professionisti delle sale di registrazione si immergono in questa nuova musica e la progettazione sonora diventa necessità. La new wave diventa musica d’ascolto. Da quella nuova concezione nasce il disco degli Arcadia, in pratica i Duran Duran con ospiti (gente come Herbie Hancock, David Gilmour, Sting, Grace Jones), che era tecnicamente favoloso, il classico disco per musicisti su cui gli addetti ai lavori “godevano” letteralmente.”

Ormai è vent’anni che fai dischi. Con lo pseudonimo di Markooper hai inciso Prototype” e “Dandy bird & Mr contraddiction nel 1987. Tuttavia la tua popolarità nasce coi Bluvertigo, con i quali suonavi il basso e non le tastiere. Come mai?

“Sì, vent’anni, pensa che mi hanno già dato il permio alla carriera nel 2003, il premio Pigro, intitolato a Ivan Graziani. Comunque, è una storia molto lunga. Ti basti sapere che nell’89, dopo l’insuccesso relativo – 12000 copie (!!!) – del progetto Golden Age, recentemente ripubblicato dalla Universal, dovetti reinventarmi. All’epoca suonavo già un mucchio di strumenti.”

Te li ricordi?

“Come no! Ce li ho ancora tutti e li porto in tour: Juno 106 della Roland, il Poly 800, il Casio CZ101, il Crumar Bit 99, l’Elka EK44, quando i sintetizzatori erano anche italiani ed eravamo competitivi, come direbbe Montezemolo. Poi varie batterie elettroniche come la Roland MC505 e la Tr 606, la Korg DD5 e la Roland CR1000. Successivamente la D4 della Alesis. Con quest’ultima, che simulava la batteria vera e con l’Atari, nel 91-92 cominciai a scrivere canzoni in italiano.”

Come mai questa conversione alla lingua nazionale?

“Era il momento. L’impero britannico stava sgretolandosi, in Italia cominciavano a venire fuori gruppi rock come i CCCP, i Litfiba e altri ancora, che cantavano cose interessanti, senza ricorrere al trucco dell’inglese, che ti consente di dire fesserie come se fossero letteratura. Anzi, grazie alla letteratura, quella vera, ho cominciato veramente a mettere cura nei miei testi.”

La folgorazione letteraria?

“Il mestiere di vivere, di Cesare Pavese. L’uso del linguaggio comune della vita quotidiana per comunicare l’essenza vera delle cose. Il primo album dei Bluvertigo, Acidi e Basi, lo scrissi proprio sotto questa influenza della quotidianità raccontata. Lo scrissi nel ‘92 e uscì solo nel ‘95. Ma in quel periodo le tastiere perdevano terreno, c’era in giro il grunge, persino Bowie aveva costituito i Tin Machine, che faceva un rock piuttosto ruvido e i synth volavano dalla finestra. Anche i Black Sabbath e i Led Zeppelin approfittarono di quel periodo per rifarsi vivi. Lì iniziò la demonizzazione degli anni ottanta e il riscatto dei seventies, riveduti e corretti. Io, per far finta di nascondere il mio passato di tastierista, mi misi a suonare il basso.”

Eppure avevate un’immagine che richiamava gli anni 80.

“Ma solo verso la fine. Inizialmente eravamo un gruppo grunge, anche se i miei provini, in cui le chitarre suonavano come i Nirvana, in realtà erano fatti con tastiere e campionatori. Ora me ne vanto, ma allora facevo di tutto per nasconderlo. Avevamo un sound “cattivissimo” che nasceva dalla “odiata” tecnologia. Sembravamo una band da cantina, quando, in realtà, era la reinvenzione di me stesso e la band era stata costruita dopo. Suonavamo nei centri sociali, negli Arci, nei circoli alternativi come un vero gruppo di base.”

Per quanti anni?

“Dieci anni e tre album. Dischi lunghi, elaboratissimi, faticosi. Anche da promuovere. La popolarità arrivò col secondo album – Metallo Non Metallo – mentre la credibilità la acquisimmo col primo, diecimila copie vendute, che costituì il nostro zoccolo duro.”

Metallo Non Metallo non vendette subito.

“No, al quarto singolo – Altre Forme Di Vita – esplose. Costringemmo la casa discografica a far uscire il singolo con un piccolo ricatto e si scoprì così, che l’arco promozionale di un disco può essere molto più lungo delle poche settimane che di solito le etichette impegnano per la propaganda di un prodotto.”

Cosa hanno rappresentato i Bluvertigo nel panorama italiano?

“Hanno aperto una strada nuova per quei gruppi come Tiromancino e Subsonica, che sono riusciti ad uscire dal ghetto del centro sociale senza diventare fighetti da Festivalbar. Hanno conservato una dignità sonora e testuale, ma sono diventati popolari.” morgan-daada-2007

Mentre nel tuo ultimo album, Da A Ad A, tra l’altro bellissimo, si riscontra uno stridente contrasto tra un minimalismo testuale – parli anche qui di cose, oggetti, animali, sensazioni quotidiane, piccoli gesti – e una monumentalità musicale che copre una varietà straordinaria di generi e influenze. Che tipo di parto è stato?

“Oggi nei testi mi interessa parlare delle relazioni tra individui e degli effetti che queste relazioni producono. Non emetto sentenze e non lancio invettive. Nella musica, invece, vivendo un riflusso classicheggiante che mi ha portato a suonare nuovamente Bach, ho ritrovato il gusto dell’analisi e ho scoperto che da poche battute di un compositore barocco posso trarre ispirazione per una canzone moderna. È per questo che sono canzoni poco “chitarristiche”, da strimpellare sulla sei corde. Sono musiche un po’ “parruccone”, se vogliamo, ma mi piace come contrastano con la “semplicità” delle parole.”

Musica e canzoni da “ascoltare”.

“È proprio questo il punto nodale del giorno d’oggi: si è smesso di “ascoltare” musica, siamo circondati da musica funzionale. È vero che un genio come Brian Eno ci ha costruito un impero – la Ambient Music – ma ora si sta esagerando. Mi sto accorgendo che nelle case della gente, anche di quella con una discreta collezione di dischi, non c’è più l’angolo dell’ascolto, quello dove ti rilassi e ti concentri su ciò che stai sentendo e finalmente “ascolti”. La mia musica di oggi è talmente ricca di informazioni che, se non la ascolti, può anche disturbarti. Non la puoi sentire mentre lavi i piatti, studi o dipingi la stanza. Purtroppo tanta gente è abituata a comportarsi così nei confronti della musica e la qualità ne risente. È una questione culturale.”

E quindi?

“E quindi bisogna fare qualcosa. Intanto bisogna smetterla di dire che i dischi costano troppo. I dischi costano, ma per chi li fa e io ne so qualcosa, perché investo, e tanto, sulle mie cose. Se un ragazzo passa una serata in un locale a scolarsi birra e a mangiare pizzette o va in discoteca vestito alla moda, quante decine di euro spenderà in poche ore? E quanti dischi molto più durevoli si potrebbe comprare con gli stessi soldi? Perciò è una questione di scelte culturali: la discoteca il sabato sera o il disco per il resto della settimana? E i genitori del ragazzo saranno più contenti di una scelta o dell’altra? Conosco genitori che si inquietano se i loro figli comprano dischi, perché ritengono siano soldi buttati via. Allora diciamo che se la musica è cultura, e lo è, in Italia  non c’è la cultura per la cultura. In Inghilterra o in Germania si studia molto di più la musica, quasi tutti suonano uno strumento, in tantissime case c’è un pianoforte, la musica gode di una considerazione come da noi il calcio. Ora, è giusto che i ragazzini facciano sport perché fa bene, ma bisognerebbe che passasse il pensiero secondo cui la musica è il calcio della mente, la tiene in allenamento ed è il cibo dell’anima.”

Giulio Cancelliere

Dodi Battaglia & Tommy Emmanuel Live

DODI BATTAGLIA_cover Dov'è andata la musica_MSabato 9 maggio un duo davvero straordinario è quello che si esibirà al Centro Culturale Rosetum di Milano (Via Pisanello 1, MM1 Gambara. Tel. 02 48707203), nell’ambito della serie DLM Dentro La Musica, incontri ideati e condotti da Andrea Pedrinelli, realizzati in collaborazione con Ulive.
DODI BATTAGLIA e TOMMY EMMANUEL si presenteranno al pubblico in un set in gran parte ispirato all’album “Dov’è andata la musica”, un lavoro molto eterogeneo realizzato dal chitarrista dei Pooh insieme con quello che da molti è considerato il più grande chitarrista fingerstyle vivente. Sarà un’occasione non solo per ascoltare due grandi musicisti, ma anche sentirli parlare di musica, di chitarre, di tecniche e di esperienze vissute sui palchi di tutto il mondo. Ospite della serata sarà anche la cantante CLAUDIA CANTISANI, giovane interprete che si ispira alla tradizione swing italiana da Fred Buscaglione a Sergio Caputo, declinata in chiave moderna e originale, come si piuò ascoltare nel suo disco d’esordio Storie d’amore non troppo riuscite. Sarà accompagnata dal pianista FELICE DEL VECCHIO e dal sassofonista FELICE CLEMENTE, che ha prodotto l’album.

Giulio Cancelliere

IL TOUR


10 maggio – CAGNANO VARANO (FG) – Piazza principale – Ingresso gratuito

22 maggio – LANCIANO (CH) – Quartiere Santa Rita – Ingresso gratuito

13 giugno – ORTE (VT) – Piazza principale – Ingresso gratuito

14 giugno – ROMA – Quartiere Osteria del Curato, Parrocchia S. Raimondo – Ingresso gratuito

27 giugno – SAN GIORGIO CANAVESE (TO) – Castello – Via Piave 4
PREVENDITA
Concerto + Aperitivo (Dezzutto) sotto le stelle
PREVENDITA biglietti dal 02.05.2015
Costo del biglietto: € 25,00 + € 1,00 diritto di prevendita.
San Giorgio Canavese – GIOVETTI Cremeria, V. Circonvallazione 40
Torino – DEZZUTTO Caffetteria, V. Principi D’Acaja 23
Torino – GIOGIA TABACCHI c/o AUCHAN, C.so Romania 460
Torino – CASA CRIMEA PIZZERA, C. Moncalieri 35
Leini – VERDE STRUMENTI MUSICALI, V. C. ALBERTO 62
Aosta – SPAZIO MUSICA, V. Trottenchien

12 luglio SAN GIULIANO MILANESE (MI) – Rocca Brivio – prevendite http://www.liveticket.it/evento.aspx?Id=47558

13 agosto – PESCHICI (FG) – Villaggio Manacore – Ingresso gratuito

15 agosto – LA GRANCIA DI MORINO (AQ) – Piazza principale – Ingresso gratuito

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Dodi Battaglia e Tommy Emmanuel: Tour 2015 “DOV’È ANDATA LA MUSICA”

19 luglio – MOLFETTA (BA) – Anfiteatro
PREVENDITA
Prossimamente.

01 agosto – IMPERIA – Piazza principale – Ingresso gratuito

02 agosto – BELLINZONA (SVIZZERA) – Piazza del Sole – Ingresso gratuito

04 agosto – MARINA DI PIETRASANTA (LU) – Festival La Versiliana
PREVENDITA
Prossimamente.

Intervista con Davide Borra (Kachupa)

01_FOTO Kachupa_bIn tempi di globalizzazione consolidata non sorprende più una band che mette assieme melodie del bacino mediterraneo con ritmi balcanici, rumba africana, afrori caraibici e canti occitani, ma Kachupa ha una storia del tutto particolare, a partire dalla sua origine gastronomica: Kachupa, infatti, è una zuppa tipica di Capo Verde fatta di verdura, frutta, legumi, cereali e pesce, ingredienti poveri, ma nutrienti, che forniscono l’energia vitale che anima questa band. Ho chiesto a Davide Borra, fisarmonicista e fondatore della band, di raccontarmi la storia di Kachupa, formazione che ha già un disco alle spalle, Gabrovo Express, del 2006, pluripremiato, e ora sta pubblicando Terzo Binario, un cofanetto che comprende un CD e un libro col patrocinio di Slow Food.
“Nasce tutto da un mio viaggio in Africa. All’epoca lavoravo con gli altri musicisti in un gruppo teatrale e la sensazione di libertà, armonia, gioia di vivere che provai suonando la fisarmonica su queste immense spiagge dell’arcipelago di Capo Verde mangiando Kachupa, mi spinse, al mio ritorno, a chiedere agli altri ragazzi di metter assieme un’orchestra per suonare una musica che sintetizzasse queste sensazioni, ma soprattutto, che fosse una musica semplice come la Kachupa, povera, di strada, che tutti potessero recepire.”
E siete diventati una band di strada vera e propria.
“Infatti: la strada è diventata la nostra sala prove, dove capivamo cosa piaceva alla gente, cosa gradiva di più, cosa la entusiasmava.”
Giravate con un carro come le antiche compagnie di teatranti.
“Abbiamo adattato un vecchio carro di un mio prozio a palcoscenico, aggiungendovi una mantovana, colorandolo in rosso, giallo e blu, come un circo, su cui montavamo la batteria, o meglio, la grancassa, perché gli altri tamburi erano in realtà pentolame, forme di budini e tutta quanto si può percuotere, anche questi coloratissimi, un apparato che attirava subito l’attenzione della gente che si fermava ad ascoltarci.”
E dove giravate?
“Abbiamo girato molto in Francia, tutta la Costa Azzurra, sino a Marsiglia. E poi in Italia, soprattutto al sud, tra Puglia e Calabria.”
Dove tra l’altro ci sono antiche comunità occitane, come nelle valli della tua terra in provincia di Cuneo.
02_FOTO Kachupa_b“Certo, l’estate scorsa vicino a Barletta abbiamo incontrato una scuola di danze occitane, con dei ballerini bravissimi.”
Voi siete nati sette-otto ani fa e nel frattempo sono nate anche altre formazioni che sfruttano questa formula che si riassume sbrigativamente con il termine patchanka, ognuna con la sua caratteristica peculiare. Qual è il vostro punto di forza che vi differenzia dalle altre?
“Credo la nostra cantante Lidiya Koycheva, è bulgara e ha una gran voce. Inoltre utilizziamo anche strumenti elettronici, inseriamo nella nostra musica elementi rock, non ci poniamo alcun limite.”
Questo fenomeno di riscoperta della musica folk ha delle analogie con ciò che accadde negli anni Settanta con formazioni quali Nuova Compagnia Di Canto Popolare, Carnascialia, Canzoniere del Lazio, anche Premiata Forneria Marconi per certi versi, anche se su un fronte più prog. Come la spieghi?
“Io credo che sia una reazione all’omologazione imperante: esiste un modello, quello radiofonico imposto dalle major, che pone dei confini alla creatività, anche se molti musicisti vi si adeguano. Altri, invece, decidono di provare altre strade, molto più larghe e spaziose, dove si può provare a rileggere ciò che è stato in passato, con una visione nuova, seguendo quel che pulsa nel cuore.”
COVER_TERZO BINARIO_Kachupa_bOra però anche voi avete fatto dei dischi e qualche condizionamento, qualche compressione l’avrete subita?
“Sì, ma solo fino a un certo punto. Nei dischi abbiamo messo i pezzi che abbiamo scritto e che per anni abbiamo suonato per strada. Li abbiamo arrangiati in modo da dare una veste più rock, se vuoi più moderna e fruibile per un CD, ma stiamo lavorando anche a un progetto più sperimentale basato su suoni e vocalizzi molto free. Comunque nessuno ci ha imposto niente. È tutta roba nostra, genuina e spontanea.”
Il disco esce con un libro che racconta la vostra storia. Come mai?
“L’idea del libro nasce dall’esigenza di raccontare ciò che si muove dietro e attorno alla nostra musica, ma anche una storia che ha qualcosa di straordinario e vuole essere un incoraggiamento per chi non vuole omologarsi a perseguire la propria  idea crativa. La vicenda di Kachupa è emblematica.”
E Slow Food cosa c’entra?
“Carlin Petrini, patron di Slow Food, ci ha spinto a scrivere il libro e ne ha scritto la prefazione. Noi crediamo nella biodiversità, sia nel cibo, sia nella musica, non per niente siamo Kachupa.”
Suonate ancora per strada?
“Qualche volta.”

Giulio Cancelliere

Irene Grandi – Stefano Bollani

LA PRESENTAZIONE:
La grafica di copertina rimanda a tempi andati, vagamente felliniana ricorda vecchi film o, meglio ancora, le luminose del teatro di rivista, quando con poche cose si mettevano assieme grandi spettacoli. Ed è spettacolare questo duetto Grandi-Bollani in un lavoro di cui si favoleggia da almeno dieci anni e che finalmente vede la luce.
Spiega il pianista milanese che il disco è stato registrato in gran segreto all’inizio dell’anno con l’idea di mettere assieme una dozzina di canzoni tra le numerose che i due avevano raccolto nel tempo in una cartella sul PC. In realtà, pare che abbiano poi scelto pezzi totalmente diversi, meno d’impatto, ma più intimisti e altrettanto intensi. Non solo: il progetto, proprio perché tenuto segreto, poteva tranquillamente essere abortito se non fosse venuto come ci si aspettava.
La crisi economica e discografica è un’opportunità, secondo Irene Grandi, per mettersi in gioco, sperimentare, aprire nuove strade e vedere cosa succede. Un suo ritorno al mondo del pop-rock sarà inevitabile, ma è impossibile oggi dire in che termini. La musica cambia le persone, anche i musicisti.
Per Bollani, che ci ha abituati da sempre a cambi di rotta e sorprese, è finalmente l’occasione di rivelare aspetti della voce di Irene che il format dinamico della discografia appiattiva e amputava. Del resto lui se la ricordava all’epoca in cui, vent’anni fa, militavano nella stessa band fiorentina, La Forma, specializzata in soul e funky e la rievocazione si trasforma in happening, quando Stefano – e chi lo tiene? – salta sul pianoforte e attacca un riff funk a cui subito si accoda Irene, intonando il vecchio e sconosciuto singolo della band, con tanto di interludio rap. Insieme sembrano incontenibili.
Ora un tour teatrale di sedici date tra novembre e dicembre e poi un po’ di riposo (anche se trattandosi di Bollani non è facile credergli), in attesa di un grosso impegno per giugno, quando il pianista volerà a New York per registrare un nuovo album ECM con le sue composizioni.

IL DISCO:
In Italia non c’è una tradizione di dischi in forma piano e voce e questo lavoro è un evento già di per sé. L’intesa tra Grandi e Bollani ha fatto il resto, anche su canzoni improbabili come  l’inquietante Viva La Pappa Col Pomodoro, dal Gian Burrasca di Wertmüller-Rota, scelta e arrangiata da Irene.
Il repertorio brasiliano di Chico Buarque (Olhos Nos Olhos; Roda Viva), Vinicius (Medo De Amar) e Caetano (La Gente E Me) è un’idea, ovviamente di Stefano: sottoposto alla sua partner, lei  ne è rimasta incantata e ne ha reso un’interpretazione sentita e convincente.
Nonostante il passo fortemente jazz di Bollani, i brani non sono stati destrutturati, ma hanno conservato una forma tradizionale ancorché all’insegna della spontaneità e della freschezza. Alcuni pezzi non hanno visto la luce proprio perché non scattava quella scintilla che illuminava la scena. Luminoso di blues, invece, è For Once In My Life, virato seppia (anche col trucco del sacchetto di plastica a imitare il fruscio del 78 giri) Dream A Little Dream Of Me, nera e sudaticcia A Me Me Piace ‘O Blues di Pino Daniele, cangiante e opalescente No Surprises dei Radiohead.
Tre i brani inediti: il quieto tormento di Costruire di Niccolò Fabi; la romantico-consapevole Come Non Mi Hai Visto Mai di Cristina Donà, e la curiosa L’Arpa Della Tua Anima, collage di epigrammi zen su impressionismi bollaniani.
Essenziale la strumentazione utilizzata: piano acustico, Fender Rhodes, organo, voce e il cuore di due musicisti che amano quel che fanno e vogliono dirlo a tutti.

Giulio Cancelliere