Sulla personalità delle note: quei dodici travestiti che fanno musica/2

DE NOTARUM NATURA/2

bonsaisuicidi

notesMa passiamo al simpatico Fa: è la nota più attiva, lo dice la parola stessa, fa di tutto, qualsiasi genere musicale la ama, dal barocco al jazz, da Bach a Ellington, ma si adatta particolarmente al blues dove sta comodissima al pianoforte, sulla chitarra (magari con qualche accorgimento tecnico), i fiati la tollerano facilmente, l’armonica a bocca  si strofina su di lei che è un piacere. Sarà per questa sua disinvoltura  dovuta alla posizione centrale nell’ottava, che le altre note sparlano di lei, che va con tutti, coi Si bemolle, con i Re diminuiti quando non si sbronza di diesis, domina il luminoso Sol, ma si sottomette a quel perdigiorno del Mi bemolle, ama il Do, condivide il tritono col Si e, quando è stremata dalla frenetica attività, fa la s(i)esta con il La.
La luce che illumina la musica vien dal Sol, che si può suonare anche al buio…

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The Wall: il muro di Roger Waters al cinema

WatersTheWall_POSTER_100x140_PREVErano passati trent’anni dall’uscita dell’album The Wall (1979), quando Roger Waters, che nel frattempo aveva lasciato i Pink Floyd e aveva intrapreso una carriera solista col repertorio del gruppo (Dark Side, Animals, The Wall) e suo personale, cominciò a pensare a uno spettacolo basato unicamente su quel fortunato concept-album e sul film di Alan Parker uscito nel 1980 interpretato da Bob Geldof. Il risultato fu un tour mondiale di 219 date tra 2010 e 2013 per un totale di 41 milioni e centomila spettatori e circa 460 milioni di dollari d’incasso: un vero record per il tour di un artista solista. Ma non bastava. Bisognava lasciare una testimonianza visiva di uno spettacolo simile, ma dandogli anche una chiave di lettura diversa. Il disco e il film mettevano a fuoco l’isolamento della rockstar (Geldof nella pellicola, ma Waters stesso nella concezione primigenia) e lasciavano sullo sfondo il sistema educativo autoritario britannico — fino a pochi anni fa prevedeva ancora le punizioni corporali — e l’assurdità della guerra come risoluzione delle controversie internazionali.
Il nuovo spettacolo del bassista e cantante inglese, ora anche regista assieme a Sean Evans, filmaker, animatore, già autore degli effetti visuali di The Dark Side Of The Moon Live, ha voluto privilegiare quest’ultimo aspetto attraverso inserti “on the road”, che rappresentano un film nel film.
È noto a molti che Eric Fletcher Waters era tra i soldati alleati sbarcati e caduti ad Anzio nel 1944 quando suo figlio Roger aveva solo cinque mesi. Non tutti sanno, invece, che il nonno di Roger, George Henry, fu ucciso vicino a Calais durante la Prima Guerra Mondiale, quando Eric aveva solo due anni.
È per questa curiosa e tragica coincidenza, due generazioni cresciute orfane per eventi bellici, che Roger Waters ha intrapreso e filmato il suo pellegrinaggio sui luoghi che furono teatro di queste tragedie, in particolare presso il cimitero inglese di Maroeuil nel nord della Francia, dov’è sepolto il nonno e quello di Cassino dove è scolpito il nome di suo padre (il corpo non fu mai trovato), facendosi accompagnare da due amici: Willa Rawlinson, suo compagno di scuola, e il regista di origine ungherese Peter Medak, che racconta come la sua famiglia, dopo essere sfuggita alla furia nazista, dovette scappare anche da quella sovietica. In una breve sequenza compaiono anche i figli di Waters, Jack, India ed Harry (quest’ultimo tastierista nella band del padre), che rendono omaggio all’avo caduto in Italia.
“La paura costruisce muri e causa conflitti” è la tesi fondamentale dello spettacolo, che riprende alcune delle impressionanti animazioni create da Gerald Scarfe per il film di Parker, integrate da altre in 3D — aerei che bombardano il pubblico di simboli politici, religiosi e commerciali, un velivolo in fiamme che precipita dietro il palco — e gli enormi gonfiabili che incombono sulla platea (il maestro sadico di Another Brick, la mamma grottesca di Mother, il maiale nero di Animals che alla fine viene dato in pasto al pubblico).
Un capitolo importante spetta al terrorismo e ai suoi effetti indiretti: una canzone è dedicata a Jean Charles da Silva de Menezes, il giovane brasiliano scambiato per un terrorista (solo perché non aveva la pelle bianca e portava sulle spalle uno zaino) e ucciso da un poliziotto inglese due settimane dopo gli attacchi alla metropolitana di Londra il 22 luglio del 2005. Una morte inutile, assurda e dimenticata.
Non manca, ovviamente, il gigantesco muro, lungo 126 metri e alto 10 che viene montato pezzo per pezzo a vista dagli addetti durante il concerto (lo spettatore cinematografico vive l’operazione anche da dietro le quinte), utilizzato anche come schermo per le proiezioni, che si chiude con l’ultimo mattone dopo l’esecuzione di Goodbye Cruel World, per poi saltare in aria nell’ultima parte dello show.
Le riprese sono state effettuate durante tre serate indoor in un’arena di Atene nel 2011 e lungo tre concerti negli stadi in Argentina e Canada nel 2012. Sono state usate le cosiddette telecamere Red, ad altissima definizione 4k e il suono multicanale è stato mixato in Dolby Atmos.
Il film è decisamente un grande spettacolo multimediale da godersi soprattutto al cinema — o se avete un bell’impianto home-theatre in casa — con momenti toccanti (la commozione di Waters davanti al memoriale di Cassino o quando legge la lettera di un commilitone di suo padre che ne annuncia la morte sembra autentica) ed entusiasmanti per la bravura dei musicisti, tra cui spiccano i chitarristi Snowy White, Dave Kilminster, il veterano G.E. Smith e i coristi Jon Joyce (un solista straordinario) e Pat, Mark, e Kipp Lennon.
Roger Waters si conferma una mente musicale, e non solo, di grande raffinatezza, la cui defezione dai Pink Floyd ne ha decretato la fine inesorabile (i dischi solisti di Gilmour sono dimenticabili e quelli di Mason ancora di più), anche se, pure lui, come gli ex compagni, vive in gran parte di rendita artistica. I Pink Floyd erano fondamentalmente una sua creatura (e di Syd Barrett), ma senza Gilmour, Mason e Wright non sarebbero arrivati così in alto.
Interessante anche il Post Scriptum dopo il concerto: un incontro cordiale (e vagamente alcolico) tra Waters e Nick Mason, che rispondono tra il serio e il faceto alle domande dei fan di tutto il mondo.

 Giulio Cancelliere

Intervista con Roberto Gatto

IMG_1420rIncontro Roberto Gatto al termine di un concerto al Blue Note di Milano col suo Special Quartet (Francesco Bearzatti, sax tenore e clarinetto; Avishai Cohen, tromba; Rosario Bonaccorso, contrabbasso, in sostituzione di Doug Weiss) per presentare il materiale contenuto nel recente album Sixth Sense, pubblicato da Parco Della Musica. Si comincia con un omaggio al recentemente scomparso Ornette Coleman (Happy House) per concludere con Horace Silver (Peace), passando per autori quali Charles Mingus (Remember Rockefeller At Attica), Dave Brubeck (la title-track), Shorter (Lady Day, un pezzo del ’65), Ellington (il blues straziante di Black and Tan Fantasy) e composizioni originali del batterista romano come Unknown Shape e Bonanza.
“È da circa un anno che giro con questa band mentre il disco è uscito solo un paio di mesi fa e, nonostante l’assenza del pianoforte, vedo che il pubblico mostra di apprezzare.”
Ma l’idea del gruppo da dove origina?
“Dalla voglia di suonare con Avishai Cohen, che è un trombettista stellare. Ci siamo conosciuti a New York, dove ho casa da qualche tempo. Lui stava suonando nel gruppo di Mark Turner, mi ha avvicinato – probabilmente mi aveva già visto con Enrico Rava di cui è appassionato – e ci siamo intesi subito sul piano umano e musicale. Ci siamo ripromessi di fare qualcosa assieme e, finalmente, siamo riusciti a far coincidere i nostri tempi, registrare il disco a Roma, all’Auditorium e a fare un primo tour lo scorso anno.”
cover gattoIn effetti pensavo che aveste sparato al pianista per motivi di libertà armonica, considerata anche l’apertura con Ornette, ma poi mi sono reso conto che è più una questione sonora. In fondo siete abbastanza ancorati all’armonia.
“Tutte e due le cose. A volte suoniamo anche piuttosto free, fuori da strutture prestabilite, ma sì, è soprattutto per un fattore di sonorità. Strumenti come il pianoforte e la chitarra coprono una gamma timbrica, dinamica e armonica molto ampia e condizionano fortemente l’economia del pezzo. Solo con strumenti monofonici come i nostri ritroviamo quella libertà per inventare, riempire o svuotare gli spazi. È un po’ come ritornare alle origini della musica, quando con le sole voci, intrecciando le linee melodiche si formavano griglie armoniche. L’importante è ascoltarsi e collaborare al miglior risultato possibile. Certo, se tutti vanno nella stessa direzione alla ricerca del consenso personale e dell’applauso, la musica perde consistenza.”
Mi pare che abbiate raggiunto l’obiettivo. Non si sente la mancanza dello strumento armonico.
“È vero, c’è molta collaborazione tra noi e, nonostante il suono sia piuttosto ostico per gli standard sonori medi, il pubblico apprezza. Non siamo ruffiani. Sai, oggi tutti parlano di Ornette Coleman, ma all’epoca dei suoi primi concerti in Italia, rimanevano tutti molto perplessi rispetto a quel tipo di approccio sonoro, così scarno e spigoloso.
Oggi il jazz è ruffiano?
“Diciamo che non c’è molta voglia di rischiare. Si cerca la strada facile, il già detto, il già sentito, il consenso del pubblico. Io sono convinto che ci sia un pubblico anche per chi prova a proporre un modo diverso di concepire il jazz. Certo, bisogna crederci ed essere onesti, altrimenti non si va da nessuna parte.”
Che aria tira a New York?
“Mi piace molto quella scena. La frequento a livello di club e mi sta dando delle belle soddisfazioni. Suono con musicisti locali, respiro la loro aria, condivido la loro voglia di suonare, un aspetto che qui in Italia abbiamo messo un po’ da parte.”
Cioè?
“Sarà che noi veniamo dalle cantine, dove ci consumavamo le mani per interi pomeriggi a suonare tra amici, ma a me è rimasta quella mentalità. L’amicizia conta molto, la voglia di condividere la creatività, il piacere di suonare solo per la musica. È un clima che qui si è smarrito, è evaporato col tempo, ma l’ho ritrovato a New York.”
Non è un problema di spazi carenti?
Gatto by andreapacioni“In parte, ma i musicisti sono restii a lavorare su un’idea di ricerca e condivisione quotidiana. Questo porta a uno sfilacciarsi dei rapporti, sia umani, sia musicali, a scapito della creatività, mentre la continuità arricchisce moltissimo. Questo succede anche a grandi livelli, non è solo una cosa da ragazzi. A febbraio ho scritto a Pat Metheny, col quale ho suonato diverse volte anni fa in Italia, per comunicargli che sarei stato a New York una ventina di giorni e lui mi ha invitato a casa sua a suonare. Abbiamo passato un pomeriggio bellissimo nel suo studio a suonare, a parlare, a registrare. Solo noi due. Qui in Italia si è persa la voglia di fare queste cose. Si pensa solo al business, che è importante, non voglio nascondermelo, ma lavorare sulla musica lo è di più e richiede tempo ed energie, ma è l’essenza del nostro mestiere. Si campa troppo di rendita.”
All’estero, invece?
“Negli Stati Uniti, ma anche in Nord Europa c’è più coraggio anche di improvvisare eventi musicali partendo da idee estemporanee. Non sto parlando solo di free jazz, ma anche di musica tonale, come ci ricorda Lee Konitz nel libro Conversazioni Sull’Arte Dell’Improvvisatore, in cui parla del recupero dell’improvvisazione totale. Ma questo succede se le menti dei musicisti sono allenate alla creatività.”

 Giulio Cancelliere

RadioBlog

Schermata 2014-02-07 alle 07.41.34  L’audio racconto andato in onda l’anno scorso su RadioTre ispirato al personaggio di Silenziosa(mente) https://soundcloud.com/gcanc/cappa-blues

Debora Petrina: Roses Of The Day (Tŭk Voice)

cover-DEFNei dischi di Petrina colpisce la quantità eterogenea di materiale musicale presente e la disinvoltura con cui viene trattato, utilizzando tecniche più o meno ortodosse, mescolando generi, suoni elettrici ed acustici, tradizioni e  avanguardie. Al suo terzo album, registrato per la prestigiosa etichetta di Paolo Fresu, che con lei inaugura una collana “vocale”, la cantante e pianista veneta si concentra solo su voce e pianoforte e utilizza composizioni altrui in una sorta di playlist del cuore, che, naturalmente, personalizza e rende assolutamente originale. Se c’è un denominatore comune che unisce molti dei brani è la poesia, nel senso letterario e letterale del termine, a cominciare da Only, brano a cappella di Morton Feldman, su testo di Rainer Maria Rilke, che apre l’album, e dalla title-track, una composizione originariamente di John Cage, che musicò versi del poeta e.e. cummings, riletti da Petrina in una sorta di abbacinante estasi onirica. Seguono le rime amare di Piero Ciampi in una delle sue canzoni più rappresentative, Ha Tutte le Carte In Regola, la cui strofa marcia al ritmo di un irregolare e zoppicante pizzicato sulle corde del piano e il rovente Jim Morrison di Light My Fire, probabilmente il brano più consunto dalle centinaia di versioni e difficile da rendere, che la nostra risolve pianisticamente, lasciando sullo sfondo melodia e canto. È innegabile, inoltre, che Nick Drake sia uno dei più delicati poeti musicali del ventesimo secolo — la sua River Man ne è una toccante testimonianza — e poi, consentitemi la forzatura, persino Sweet Dreams degli Eurhythmics ha una sua dignità letteraria shakespeariana, incorniciata per l’occasione da un inquietante carillon che non depone a favore di sogni sereni.
David Byrne, uno dei mentori di Debora Petrina, collaboratore nel precedente album, è qui ricordato con Burning Down The House, celebre brano dei Talking Heads, arrangiato per solo pianoforte, ma che conserva la sua potenza, grazie all’uso sapiente di bassi corposi ed efficaci ostinati.
Con Ghosts di David Sylvian entriamo in una dimensione più nebbiosa e inquietante, come in una di quelle storie da leggersi all’imbrunire di Dickens, dove è il pianoforte a creare l’ambiente in cui si muovono i personaggi. Un clima che corrisponde anche a Angel Eyes, forse la più bella melodia scritta per una ballad jazz. Ma è al recentemente scomparso Jack Bruce che viene affidato l’epilogo con la brevissima Can You Follow?, che suona come una provocazione per l’ascoltatore: Now that the songs are moving into night Try sleeping with the dancers in your room, canta in chiusura, come a dire che la musica ci sorveglia, anche quando tentiamo di dormire, come una magnifica ossessione.

Giulio Cancelliere

L’uomo in blues ci ha lasciato

Pino-Daniele-croppedQualcuno se la prese quando Pino Daniele se ne andò da Napoli e non ci suonò più per tanti anni. Solo recentemente il rapporto con la sua città si era ricucito. Mi ricordava le polemiche che coinvolsero Bob Marley quando lasciò la Giamaica. Ci aveva scritto Running Away. Pino Daniele continuò ad essere un cantante napoletano anche se scriveva e cantava in italiano, perché è a Napoli che la canzone dialettale si è rinnovata davvero, prima che nel resto d’Italia (quando è successo) e Daniele ne è stato l’interprete più alto e raffinato. L’italiano gli servì ad ampliare i suoi orizzonti perché non puoi contenere un’ispirazione artistica dilagante come quella che lo animava, soprattutto nel primo decennio di carriera, almeno fino alla fine degli anni Ottanta. Aveva una predilezione per i musicisti americani che volentieri collaboravano con lui: Wayne Shorter, Al Johnson, Willie Weeks, Steve Gadd. Mi disse un paio d’anni fa che se volevi una ritmica con un certo “tiro” non c’era niente di meglio. Forse aveva ragione, forse no, fatto sta che la sua musica era innervata di blues, veniva dal blues e al blues spesso tornava. Persino un inno cittadino come “Napule è” conteneva quegli elementi testuali e musicali tipici del blues: malinconia, rassegnazione, rabbia, nostalgia, armonie semplici e struggenti e melodia orecchiabile. Certo, la cosiddetta scuola napoletana non era solo Daniele, c’erano molti altri musicisti che in quegli anni Settanta sperimentavano nuove formule in un ambiente di grandissimo fermento, ma, come sempre succede nell’arte, sono pochissimi quelli che trovano la sintesi giusta e lui ci riuscì. L’ultima volta che lo vidi dal vivo, prima delle fortunate tournée rievocative di Nero A Metà con la band storica, lo trovai freddo e senz’anima, persino noioso, nonostante il calore del pubblico che lo acclamava. Forse anche per via dei musicisti che lo accompagnavano — ricordo tra gli altri Omar Hakim, Rachel Z, Solomon Dorsey, più tecnici che artisti e, forse, anche piuttosto svogliati — Pino Daniele non riusciva ad aprire quel grande cuore che lo aveva fatto amare dal pubblico e che, alla fine, lo ha tradito. Capolavori come Nero A metà,  Vai mo’, Bella’mbriana, Musicante, ci ricordano la straordinaria creatività di un grande artista in cui l’industria discografica non credeva più e l’aveva costretto a crearsi un’etichetta indipendente.  Intanto la macchina del marketing si è già messa in moto: proprio stamattina “in occasione della prematura dipartita di Pino Daniele”, la Feltrinelli mette in vetrina la sua selezione di titoli. Un tempismo perfetto.

Giulio Cancelliere

Intervista con Piers Faccini

01Quasi sotto voce e in punta di piedi Piers Faccini, inglese in Francia, nel giro di una decina d’anni e una manciata di album ha fatto dell’Italia la sua terza patria (peraltro parla piuttosto bene la  nostra lingua), dove conta una folta schiera di fan fedeli e affezionati al suo stile cantautorale che tanto attinge dal rock più raffinato, dal blues e dalle radici africane di quest’ultimo. In attesa del suo nuovo disco Between Dogs And Wolves, già disponibile in digitale, ma in vendita nel formato fisico, cd e/o vinile, solo dal gennaio 2014, eccolo “regalare” al suo pubblico una chicca davvero preziosa: un libro con le riproduzioni di diciassette sue opere grafiche realizzate con la tecnica del cut out (una raffinatissima forma di collage cartaceo) e dedicate ad altrettanti personaggi della musica particolarmente significativi per lui (Dylan, Skip James, Nico, Cohen, Springsteen, Pino Daniele, Morissey tra gli altri), accompagnate da un CD con le canzoni abbinate agli artisti. Songs I Love, il titolo chiaro e semplice scelto per questa raccolta nata sul suo sito, dove da tempo si potevano ascoltare cover dei suoi musicisti preferiti, ora riuniti in questa pregiata raccolta.
Non è la tua tecnica pittorica consueta.PiersFaccini-SongsIlove-mrcup-02
“È da un po’ che lavoro con la carta per le mie opere grafiche e la copertina del mio ultimo album Between Dogs And Wolves è il risultato di questa mia vena. Trovo che lavorare con la carta si adatti molto bene al piccolo formato, come quello di un disco e di questo libro.”
È una tecnica molto raffinata, perché l’opera si compone di pochissime parti, anzi, la sezione principale, quella che rappresenta la figura vera e propria, è un pezzo unico, in cui inserisci ritagli colorati per dare profondità, tridimensionalità e ombreggiature quando occorre.
“Sì, ritaglio il cartoncino con un taglierino e realizzo la figura in pezzo unico. Poi aggiungo qualche dettaglio, talvolta vado per tentativi, improvvisando, per vedere che effetto fa.”
Quali sono i tuoi artisti di riferimento, quelli che ti hanno ispirato maggiormente in pittura?
03“Francis Bacon, Lucian Freud, Balthus, Gerhard Richter, Morandi.”
Sono tutti artisti con un tratto molto forte, persino provocatorio a volte.
“Sono artisti che hanno lavorato molto sulla figura umana che è quello che mi interessa:  mi piace rappresentare la percezione del mondo attraverso i volti.”
E come si collegano le canzoni con questi ritratti?
“Suonare la canzone di un altro musicista è come ritrarlo in un dipinto.”
Tuttavia in molti casi hai scelto delle canzoni non particolarmente rappresentative di ciascun artista.
02“Ma lo sono per me. I miei gusti sono piuttosto particolari, come la mia musica.”
Hai realizzato anche dei video seguendo questa tua passione per la carta.
“Sono tre video realizzati con la tecnica stop-motion. Ho scattato ogni singolo fotogramma montato uno di seguito all’altro per dare la sensazione del movimento. È un lavoro molto lungo, ma l’effetto è suggestivo.”
Oltre alle canzoni scrivi dell’altro?
“Poesie. Spero di pubblicare qualcosa nel 2014.
Nel 2014 tornerai anche in Italia per un tour?
“Sì, a marzo: le date saranno a Mantova, Livorno, Bologna, Milano, San Benedetto del Tronto, Roma, Napoli, Bari.”

Le date italiane 2014

venerdì 14 marzo 2014
MANTOVA – Arci Tom
Piazza Tom Benetollo, 1

sabato 15 marzo 2014
LIVORNO – The Cage Theatre
Via del Vecchio Lazzeretto, 20

domenica 16 marzo 2014
BOLOGNA – Locomotiv Club
Via Sebastiano Serlio, 25/2

lunedì 17 marzo 2014
MILANO – Salumeria della Musica
Via Antonio Pasinetti, 4

mercoledì 19 marzo 2014
SAN BENEDETTO DEL TRONTO (AP) – Mathilda Club
Via Ischia Prima, 96 (Grottammare)

giovedì 20 marzo 2014
ROMA – Rising Love
Via delle Conce, 15

venerdì 21 marzo 2014
NAPOLI – Casa della Musica
Via Barbagallo, 115

sabato 22 marzo 2014
BARI – TBA
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Giulio Cancelliere