Mia Martini: Io Sono Mia

I biopic sembrano un’invenzione moderna, ma esistono da quando c’è il cinema (Napoleon di Abel Gance è del 1927, il primo lungometraggio su Giovanna d’Arco è del 1913). Ken Russell ne creò un genere personalissimo con Liszt, Mahler, Tchaikovsky, Rodolfo Valentino, travalicando la realtà, trasformandola in visione.
Eppure i biopic, nonostante le esigenze di sceneggiatura costringano ad omettere, sintetizzare, selezionare fatti, eventi e sentimenti, scontentando spesso i fan e non informando esaustivamente i semplici spettatori, hanno un pubblico piuttosto fedele, basti pensare a quante “fiction” siano state prodotte per la televisione negli ultimi decenni. Se poi si tratta di musicisti è il cinema a farla da padrone e il successo di Bohemian Rhapsody è solo l’esempio più recente.
Ora cinema e televisione si sono associati e già l’anno scorso hanno partorito quel Principe Libero che raccontava un tratto di vita artistica e privata di Fabrizio De André. Dato che la squadra vincente non si cambia, Rai e Nexo Digital ci riprovano con lo sfruttamento multi-piattaforma (il passaggio al cinema per tre giorni e poi la trasmissione in tv dopo qualche settimana) con un altro personaggio tra i più controversi e, per certi aspetti, di ancora più difficile lettura.
Il corpo di Mia Martini fu trovato il 14 maggio del 1995 nella sua casa di Cardano al Campo, in provincia di Varese, ma la morte risaliva a due giorni prima. In realtà Mimì, come era affettuosamente chiamata dagli amici e dai fan, era morta già almeno un paio di volte, artisticamente parlando, a causa di un ambiente musicale che non accettava il suo desiderio di indipendenza e autonomia artistica e che la espulse come un corpo estraneo col sistema della maldicenza per oltre un decennio, fino al 1989, quando tornò trionfalmente a Sanremo con Almeno Tu Nell’Universo, una canzone scritta ventisette anni prima, all’epoca di Piccolo Uomo, da Bruno Lauzi e Maurizio Fabrizio. Ma non bastò, evidentemente.
Mia Martini rivive ora nel film Io Sono Mia grazie a un’ottima Serena Rossi che le restituisce voce e fisicità con un’efficacia straordinaria.
Il film è diretto da Riccardo Donna e sceneggiato da Monica Rametta, che si è avvalsa della consulenza di Loredana e Olivia Bertè (sorelle di Mia), oltre che, presumibilmente, della testimonianza di amici e persone che l’hanno conosciuta e frequentata.
L’espediente narrativo escogitato per il lungo flashback che anima il film è un’intervista non cercata, ma poi pretesa, da parte di una svogliata giornalista (Lucia Mascino) inviata al festival dell’89 per incontrare Ray Charles (poi il pezzo lo farà un collega), che si trova di fronte a una Mia Martini altrettanto annoiata e disillusa, ma che comincia a raccontarsi: dalle prime passioni musicali adolescenziali, osteggiata da un padre autoritario e manesco, al trasferimento a Roma con madre e sorelle per provare ad avviare una carriera. Fino a quando non viene notata in un jazz club dall’impresario Alberigo Crocetta che le apre le porte dell’industria discografica e le consente di farsi conoscere, apprezzare, premiare (vince due Festivalbar di seguito e innumerevoli altri riconoscimenti internazionali). Ma col successo – forse a causa della vendetta di un impresario sdegnosamente rifiutato da Mimì (lei stessa, in una intervista ad Epoca del 1989 ne fece nome e cognome, ma nel film indicato come Tino Notte) – nasce anche la famigerata nomea di iettatrice, che, da sussurro quasi scherzoso, diventa letteralmente “un rombo di cannone”, fino a oscurarne la splendida voce e la luminosa stella. Non bastasse, una vita sentimentale turbolenta (Ivano Fossati ha preteso di non essere nemmeno citato nel film, così come Renato Zero) rappresentata simbolicamente dalla storia d’amore fittizia col fotografo Andrea, un carattere che accetta a fatica i compromessi, artistici e no, il rischio di perdere la voce a causa di noduli alle corde vocali, che la costringono dopo un’operazione a rieducare il proprio strumento, non fanno che minarne l’equilibrio psicofisico fino a temere di non rimettere assieme i cocci della propria vita, artistica e umana.
Il regista Riccardo Donna, con un passato da musicista, ha operato una ricostruzione meticolosa dell’ambiente musicale degli anni ’70 e ’80, con strumenti e suoni d’epoca (tutti i pezzi che si sentono nel film sono stati registrati ex-novo con apparecchiature analogiche) e persino le copertine dei dischi e le locandine dei concerti mostrate, ristampate per l’occasione, ritraggono il volto dell’attrice.
Ma dicevamo di Serena Rossi, che si è trasformata in Mimì apparentemente senza sforzo, in virtù di una voce potente ed espressiva (ovviamente, ricantando alcuni dei suoi successi non ha potuto riprodurre il “graffio” post-operatorio degli anni ’80 e ’90, tuttavia non se ne avverte la mancanza), ma anche di una capacità di entrare nel personaggio vivendolo, senza tentare di imitarlo, con una naturalezza sorprendente: certi sguardi di traverso, il modo di muovere le mani, di sorridere, di tenere in braccio il mitico cagnolino Movie, i suoi cento volti incorniciati dai lunghi capelli biondi di Piccolo Uomo e Minuetto fino ai ricci neri di Almeno Tu Nell’Universo, sono quelli di Mimì.
Personaggi di fantasia ed emblematici si mescolano a quelli veri: Bruno Lauzi, Franco Califano, Crocetta, il discografico Roberto Galanti, l’amica fedelissima Alba, Charles Aznavour, Giuseppe Berté, il padre-padrone col quale parve fare pace dopo anni di lontananza e conflitto di sentimenti e, naturamente, Loredana, interpretata da un’estrosa Dajana Roncione.
Le omissioni sono tante, come già sottolineato – i salti temporali, le cadute e i tentativi di rialzarsi, gli incontri con autori e produttori che tentano di rilanciarla nel suo decennio più nero (Shel Shapiro, ad esempio) sono voragini aperte nella storia di questa grande artista – ma la produzione, firmata dalla Eliseo Fiction di Luca Barbareschi con Rai Fiction, ha cercato di restituire l’essenza di un personaggio complesso, contraddittorio, coraggioso, ma estremamente fragile, frantumatosi contro il muro del pregiudizio.
Il film sarà al cinema il 14-15-16 gennaio. In televisione sarà trasmesso a febbraio.
Qui l’elenco delle sale selezionate e il trailer.

Giulio Cancelliere

(ph Bepi Caroli)

 

Antonella Ruggiero: Quando Facevo La Cantante

La prima parola che viene in mente riflettendo su questo album è “monumentale”. E non solo perché consta di 6 CD contenenti 115 canzoni, in una confezione-libro di oltre 180 pagine ricche di testi, descrizioni e fotografie. L’enormità dell’opera è costituita soprattutto dalla vastità del repertorio, che Antonella Ruggiero è in grado di gestire con disinvoltura straordinaria; e dalla forma in cui viene esposto, grazie all’abilità di Roberto Colombo, tastierista, compositore, arrangiatore, produttore, alchimista di suoni, deus-ex-machina di questo lavoro, che inventa formule sempre nuove, classiche e bizzarre, fra tradizione e modernità, dal duo alla grande orchestra, per sorprendere l’ascoltatore. Colombo tiene tutto, conserva gelosamente registrazioni di concerti, sessioni in studio, frammenti di arrangiamenti non utilizzati o solo in parte finiti su disco e rimescola, riutilizza, sovrappone, trasforma, in quel laboratorio delle meraviglie che è il suo studio Registrazioni Moderne, per dare alla luce nuove opere o versioni geneticamente modificate di lavori già editi. Per certi versi ricorda le magie che scaturivano dall’UMRK di Frank Zappa, abilissimo nelle operazioni di mutazione musicale.
Nulla, o quasi, di ciò che è contenuto nel cofanetto è mai stato pubblicato prima in questa forma. Si tratta soprattutto di registrazioni dal vivo realizzate dal 1996 a oggi, compendiate da sedute in studio di registrazione inedite. In realtà, frammenti di queste incisioni sono stati già utilizzati nei dischi passati, ma qui sono decontestualizzati o, addirittura, resi nella loro forma originale, prima di essere stati innestati su nuove produzioni.
I sei dischi sono suddivisi per genere e natura concettuale: si parte dalla canzone popolare, in dialetto e vernacolo, in cui trovano posto canti di montagna, di lavoro, di lotta, di migrazione, ninne nanne e serenate di tutte le regioni d’Italia; si prosegue con le canzoni di repertorio, soprattutto quelle pubblicate dal 1996, l’anno di Libera e del ritorno di Antonella Ruggiero alla canzone dopo sei anni di silenzio assoluto, fino a oggi, con solo qualche concessione, peraltro sublimata, alla storia dei Matia Bazar; il terzo capitolo è dedicato alla canzone d’autore, dagli anni ’30-’40 di D’Anzi e Bixio fino a Fortis, passando per Guccini, De André, Tenco e Califano; Antonella Ruggiero canta in ogni lingua, compresi yiddish e turco e il quarto disco è un giro musicale del mondo, con una preferenza per quello latino ispanico-portoghese, ma senza trascurare l’afro-americano; il repertorio sacro e quello classico opportunamente rielaborati caratterizzano la quinta sezione del lavoro (il sacro era già stato approfondito in Luna Crescente e nel live CD/DVD Sacrarmonia), arricchita da esecuzioni assolutamente inedite e, in alcuni casi, uniche; infine le Stranezze, una raccolta di brani tratti da opere teatrali a cui Ruggiero ha partecipato, sperimentazioni e incursioni tra jazz e world music o, ancora, divertenti performance giocate sul filo dell’ironia.
È impressionante il numero di musicisti coinvolti, tra solisti di ogni estrazione, jazz, rock, pop e compagini orchestrali e corali d’ogni dimensione, a conferma dell’eclettismo di Colombo e Ruggiero, che nulla escludono e niente si fanno mancare per nutrire quella vorace curiosità che li pervade.
Come si vede, il lavoro è corposissimo e di qualità sonora notevole: se avete intenzione di ascoltarlo in cuffia sotto forma di mp3, sarà come acquistare un vinile da 180gr e sentirlo sulla fonovaligia: lasciate stare. Quando Facevo La Cantante è una produzione discografica indirizzata non solo ai fan di Antonella Ruggiero, ma in particolare a chi ancora si ostina a comprare dischi da ascoltare sullo stereo di casa, seduto in poltrona a leggersi i testi delle canzoni (ci sono tutti!), le note di copertina e ammirare le fotografie elaborate creativamente.
Il titolo non allarmi, Antonella non ha intenzione di lasciare il canto, ma è solo un vezzo ironico per mettere un segno tra un passato ancora presente e un futuro che si preannuncia denso di impegni e nuove sfide.
Infine, si parla sempre della voce di Antonella Ruggiero per quell’estensione straordinaria che sembra bucare il cielo e non c’è niente di più vero, poiché confrontando le vecchie registrazioni con quelle più recenti, la si scopre ancora fresca e in ottima forma. Tuttavia, oltre agli acuti cristallini non sono da trascurare i “centri” solidissimi, le note di passaggio senza una sbavatura, quel timbro così caratteristico che la rende riconoscibile all’istante; quel vibrato unico che si allarga quando chiude le note lunghe; quelle “R” così sonore (nessun’altra cantante le fa risuonare così) e quei “filati” e quelle “mezze voci” che commuovono. Anche se l’arte non è una gara podistica e non vince chi arriva primo, ma chi convince di più, si può dire che Antonella Ruggiero, per qualità vocali, coerenza, carriera, duttilità e vastità del repertorio, sia la più grande cantante italiana in attività. (ph Guido Harari)

Giulio Cancelliere

Filippo Timi: una Favola di attore

Prendete una commedia rosa dai risvolti noir, ambientatela nei ruggenti anni ’50 americani, conditela con un pizzico di musical, spruzzatela di dramma e suspence, Douglas Sirk e Alfred Hitchcock, ma senza prendervi troppo sul serio, anzi, eccedete nei toni e nei colori, affidatevi a un esperto della fotografia come Renato Berta. che ha un curriculum – autentico – che va da Godard a De Oliveira passando per Gitai, Resnais e Martone, sfiorate la denuncia sociale, una spolverata di magia, un finale a sorpresa e bravi attori e otterrete Favola, l’ultimo film di Filippo Timi, tratto dal suo spettacolo teatrale, risceneggiato per il cinema assieme al regista Sebastiano Mauri.
Se l’avete già visto in palcoscenico troverete qualche differenza, ma resta comunque una storia raccontata in interni – soggiorno, cucina, bagno, un’idea di giardino – con finestre che si affacciano su improbabili panorami, ora urbani, ora desertici, con tanto di grattacieli e cactus, riprodotti anche sulle orribili tappezzerie che rivestono le pareti di casa.
Mrs. Fairytale (Timi), casalinga depressa innamorata della sua cagnetta impagliata Lady, con la quale intreccia complesse conversazioni, è vittima di un marito-padrone, ma sogna una storia d’amore con uno dei tre gemelli (Luca Santagostino) che frequentano casa sua. Per uno scherzo della natura si troverà scaraventata in ben altra avventura sentimentale e criminale. La sua amica del cuore Mrs. Emerald (Lucia Mascino), anch’essa vittima di marito fedifrago, condividerà il suo destino fino alle estreme conseguenze.
Si sorride, qualche volta si ride, si pensa, ma soprattutto si resta ammirati dalla bravura di Filippo Timi, estremamente disinvolto en travesti con abiti dalle gonne a ruota, com’era di moda allora, tra arredi fragili e ingombranti e una voce che riesce a essere credibilmente femminile senza trasformarsi in macchietta.
Come si diceva, il finale è a sorpresa e, visto in altri tempi, forse un po’ retorico, ma rasserenante.
Il film ha aperto il 21 giugno la nuova edizione di Festival Mix Milano di Cinema Gaylesbico e Queer Culture (21-24 giugno).
Poi sarà possibile vederlo il 25, 26, 27 giugno.
Qui le sale selezionate.
Qui il trailer.

Giulio Cancelliere

Prince – Sign O’ The Times: il film

Quando uscì l’album doppio Sign O’ The Times trent’anni fa, si capì che Prince non era solo un fenomeno da classifica, una pop star nera che aveva infilato qualche singolo di successo, ma un vero e proprio genio musicale tout court. Qualcuno azzardò, esagerando, persino un paragone con Duke Ellington, ma non è un caso che Prince e Miles Davis si piacessero, tanto che il trombettista gli dedicò un brano, Full Nelson, nel suo disco Tutu e l’artista di Minneapolis lo volle ospite sul palco. Condividevano un senso estetico analogo per meticolosità – vestiti, acconciature, immagine – ma anche una visione musicale enciclopedica, dal blues al funk, passando per jazz, r ’n’ b, hip-hop e rock ’n’ roll, in nome di un ecumenismo comunicativo in grado di unire diversi tipi di pubblico.
Prince era ossessionato dalla sua immagine, ne curava e controllava ogni aspetto e non poteva trascurare il cinema come apoteosi di questo impulso. Dopo il successo, più discografico che di botteghino, di Purple Rain, passato, come identità cromatica, dal viola al periodo pesca, diresse questo film-concerto che lo riprendeva con la sua nuova Lovesexy Band, all’Ahoy di Rotterdam nel luglio ‘87, in una performance sceneggiata che aveva come controparte femminile – ma per certi versi come alter-ego – la cantante, ballerina e coreografa Cat Glover, oltre all’incontenibile Sheila E. (Sheila Escovedo) batterista, percussionista, ballerina e cantante a sua volta.
Dal punto di vista strettamente musicale l’esibizione è eccellente, basata sul repertorio del disco, con qualche eccezione, come la ballad Little Red Corvette, con il pubblico che illumina la sala con gli accendini (trent’anni fa i cellulari non c’erano) o Now’s The Time di Charlie Parker, un rovente momento bebop tutto appannaggio della band. A parte l’inserimento della clip, allora in rotazione nelle tv musicali, di U Got The Look in duetto con Sheena Easton e tre o quattro minuti di fuori scena, il resto del film è puro live, con momenti straordinari come Housequake, sul cui ritmo ultra-funky Prince si esibisce in numeri alla James Brown (all’epoca in diretta concorrenza coreografica con Michael Jackson) o Forever In My Life in versione acustica, in cui tutta la band scende in proscenio e intona un coro gospel su cui spicca la ruggente voce solista della tastierista Boni Boyer, per non dire della conclusiva The Cross.
Cinematograficamente parlando, Prince non è un gran cineasta, scrive scene tra il favolistico e l’ingenuo, storie d’amore al limite della sceneggiata napoletana – isso, issa e o’ malamente – ed è difficile immaginarlo mentre dirige i cameramen, anche perché nello stesso momento è sul palco.
Tuttavia lo spettacolo c’è, sono novanta minuti senza respiro e Prince, davanti alla scenografia che ricostruisce i vicoli e le insegne dei locali malfamati di una una ipotetica metropoli americana, si concede generosamente a un pubblico adorante, allora come oggi. Tra l’altro, dopo il tour europeo, Prince scelse di non proseguire i concerti in USA (l’album non era andato così bene in patria), ma preferì rientrare in studio per preparare il nuovo disco Lovesexy, uscito l’anno successivo.
Il film sarà nelle sale il 21 e 22 novembre.
Qui le sale selezionate.
Qui il trailer.

Giulio Cancelliere

Black Sabbath: The End Of The End

Tutto cominciò con una campana a morto, pioggia scrosciante, tuoni fragorosi e tre accordi di chitarra che ancora oggi suonano tremendamente inquietanti, basati come sono sul tritono, quello che un tempo in musica era considerato l’intervallo capace di evocare il diavolo. A loro dire era un canzone che metteva in guardia dalle pratiche di magia nera, fatto sta che si ingenerò un equivoco planetario e passarono alla storia come il primo gruppo di rock satanico, tanto che ai concerti e negli alberghi dove alloggiavano, loro malgrado, non erano infrequenti manifestazioni di invasati salmodianti armati di ceri accesi, che i musicisti erano costretti a respingere, talvolta con ironia, in seguito ricorrendo alla security. Sarà che disco, canzone e gruppo si chiamavano Black Sabbath (il titolo inglese di un film di Mario Bava: I Tre Volti Della Paura del 1963) e nel 1970 nessuno aveva trattato simili argomenti in un contesto hard rock, ma nell’Inghilterra di allora la cosa fece parecchio scalpore. La censura lavorò parecchio con loro.
C’è chi li considera la prima band metal della storia, forse anche perché Birmingham ospita alcune tra le più grandi fonderie d’Inghilterra. E dove tutto iniziò, dopo quasi cinquant’anni (il gruppo si formò nel 1968) tutto finisce, con l’ultima data del The End Tour alla Genting Arena il 4 febbraio del 2017.
La band non è precisamente quella originale – Bill Ward, il batterista, con qualche problema di salute, non ha voluto aderire all’offerta dei compagni, nemmeno per le ultime due date d’addio, sostituito da Tommy Clufetos – ma i Sabbath nel corso degli anni ci hanno abituato a tali cambi repentini e a sconvolgimenti profondi di formazione, che vedere di nuovo insieme Tony Iommi, Geezer Butler e Ozzie Osbourne (forse) per l’ultima volta è comunque un evento. Alla fine si chiedono: “e domani cosa facciamo?”
Il concerto si apre inevitabilmente con Black Sabbath e si chiude col bis di Paranoid, tuttora il loro maggior successo. In mezzo, una cavalcata tra i classici sostanzialmente dei primi quattro album: Fairies Wear Boots, Under the Sun, War Pigs, Iron Man, N.I.B., Snowblind, tra le altre.
L’esibizione live è intervallata – a volte spezzata – da interviste coi protagonisti, che si raccontano in un’atmosfera serena e pacata, molto distante dal clima sulfureo del concerto: gli inizi nella città natale; l’ostilità della stampa londinese; la fatica di entrare nella Rock ’n’ Roll Hall Of Fame che li respinse per dieci anni fino al 2006; i problemi di alcool e droga di Osbourne; le pagliacciate di Ozzy sul palco per far ridere i compagni; il linfoma diagnosticato a Iommi durante la registrazione di 13, l’ultimo album del gruppo; la volontà di chiudere la carriera al top della capacità tecnica (“non abbiamo mai suonato così bene” confessa il chitarrista di origini italiane) e della popolarità, prima dell’inevitabile declino.
Singolare, ma interessante ed efficace, anche la scelta di mostrare i Sabbath in studio qualche giorno dopo il concerto d’addio, per eseguire alcuni brani come The Wizard e Wicked World, senza effetti speciali, scenografie e pubblico.
Curiosamente, al termine del concerto, quando il gruppo si raduna in proscenio per salutare in un abbraccio collettivo la platea, a loro si aggiunge Adam Wakeman, figlio di Rick, rimasto fino a quel momento dietro le quinte con le sue tastiere, poiché la sua presenza sul palco stonerebbe all’immagine della band, nata e rimasta nell’immaginario collettivo come un quartetto elettrico incontaminato dall’elettronica. Fisime da metallari, anche perché sin da Sabbath Bloody Sabbath, il quinto disco del 1973, prima Rick e poi Adam Wakeman collaborano con Ozzy e soci.

Giulio Cancelliere

 

David Gilmour: Live At Pompeii

Dopo la riedizione di The Wall di Roger Waters due anni fa, arriva nelle sale un’altra rievocazione targata Pink Floyd, questa volta del chitarrista David Gilmour, con i due concerti tenuti con la sua band nell’anfiteatro di Pompei nel 2016.
Era il 1971 quando la formazione britannica, già orfana di Syd Barrett, varcava le soglie degli scavi ai piedi del Vesuvio per un concerto leggendario, che ebbe come pubblico solo i volti straordinari ritratti nei dipinti e nei mosaici riportati alla luce dagli archeologi dopo l’eruzione del 79 d.c. Si era alla vigilia di The Dark Side Of The Moon, cui si faceva cenno in qualche scena girata in studio, l’album che avrebbe cambiato la storia del gruppo portandolo al vertice della popolarità e delle classifiche di vendita nel mondo.
Fa specie che Waters e Gilmour si siano trasformati in una sorta di tribute band dei Pink Floyd, dato che molta parte del repertorio che portano in scena (soprattutto Gilmour) appartiene al periodo in cui militavano nello stesso gruppo, ma tant’è.
In realtà in questo nuovo Live At Pompeii (chissà perché con due i?) la band del chitarrista inglese esegue un solo brano contenuto anche nel film di 46 anni fa, lo strumentale One Of These Days (da Meddle), mentre il resto della playlist appartiene al periodo post Dark Side.. – The Great Gig In The Sky, Wish You Were Here, High Hopes, Shine On You…, What Do You Want From Me, Time, Sorrow, Comfortably Numb – o al suo repertorio personale più recente – Rattle That Lock, Faces Of Stone, A Boat Lies Waiting, In Any Tongue.
Un pubblico necessariamente poco numeroso e accalcato nell’arena dell’anfiteatro (le gradinate non sono agibili) assiste al primo vero concerto dopo quasi duemila anni. È un fatto storico di indubbia rilevanza e sarà stato sicuramente emozionante essere lì mentre accadeva. Al cinema, però, le cose sono un po’ diverse: al di là della eccellente definizione del suono e delle immagini (Audio Dolby Atmos e 4K), la suggestione del luogo va a perdersi nelle riprese standard tipiche di un normale concerto rock, per di più su un palco abbastanza ristretto per una formazione così numerosa e spettacolare, che ci ha abituato a ben altri spazi ed effetti speciali.
Tra i componenti la band di Gilmour si segnalano i due tastieristi Greg Phillinganes, da almeno quarant’anni presente in migliaia di produzioni funk, jazz, fusion, pop e Chuck Leavell, una vera leggenda, ex pianista degli Allman Brothers e in forza da decenni ai Rolling Stones.
Il nuovo Live At Pompeii è uscito in doppio cd, blue-ray, doppio dvd, doppio cd + blu-ray deluxe edition boxset, boxset da 4 lp, con scalette ampliate rispetto alla versione proiettata in sala, che dura meno di due ore.

Giulio Cancelliere

Walter Veltroni: Indizi Di Felicità

La felicità esiste da qualche parte. Il problema è riconoscerla e afferrarla, perché non ha forma, durata, consistenza, è estremamente volatile, evapora in un attimo, ma quell’attimo è un lampo accecante che illumina la vita e vale la pena di essere raccontato e condiviso. È questa la sostanza del nuovo film di Walter Veltroni, Indizi Di Felicità, articolato come il precedente, I Bambini Sanno, attraverso le storie di gente comune che si raccontano nei luoghi in cui hanno vissuto quell ‘istante così unico e irripetibile. Venti storie introdotte da un divertente flashmob in un convoglio della metropolitana sulle note di Over The Rainbow cantata in coro dai passeggeri, seguito da dieci minuti scioccanti, un vero pugno nello stomaco, sulle tragedie globali che hanno scandito questi primi tre lustri del nuovo millennio: dall’11 settembre 2001 alla guerra in Siria, un montaggio serrato della follia che l’umanità sta perseguendo senza soluzione di continuità.
Poi, all’improvviso, ci si ritrova catapultati nei pressi di una pieve nella serenità della campagna veneta ad ascoltare la vicenda d’amore di due macellai vegetariani, in una stazione ferroviaria dove una donna rievoca la prima volta che da bambina  vide il padre di ritorno dalla prigionia in Africa, sulla spiaggia della riviera adriatica dove un giovanotto ha istituito una scuola di surf accessibile ai disabili, e ancora tra gli orti della Giudecca, a Cinecittà, tra le rovine di una fabbrica di bibite a Scandicci, presso l’eremo di Monte Giove, al ponte vegetale di San Vigilio, al Cern di Ginevra, al Green Park di Caivano. Luoghi e persone, panoramiche e primi piani si intrecciano in una trama che regge la struttura narrativa del film, fondata sull’assioma secondo cui la felicità spesso nasce da un dramma profondo, da un dolore quasi insopportabile, da un disagio dal quale sembra non esserci via d’uscita. Le musiche di Danilo Rea accompagnano queste venti storie autentiche, toccanti, a tratti commoventi, apparentemente slegate, ma accomunate da quell’unico sentimento di appagamento, completezza, sollievo, leggerezza che almeno una volta tutti abbiamo provato, quella carezza sul cuore che ci spinge a percorrere la vita per sentirne nuovamente il calore o continuare e godere del suo ricordo.

Giulio Cancelliere