Bulli e Pupi

Viviamo tempi strani in cui anche l’arte, la musica in particolare, può diventare oggetto di contesa, disputa, accanimento violento. Certo, pure in passato si poteva fare a pugni per un acuto mal riuscito, una partitura frettolosa, una messa in scena sciatta, una recensione dispettosa o anche per motivi extra-musicali: Rossini fu accusato da alcuni gruppi di facinorosi di non appoggiare con sufficiente veemenza i moti del ’48 e, contemporaneamente, la musica dell’Ernani di Verdi veniva usata per inneggiare al re Borbone delle due Sicilie all’insaputa, forse, dell’autore. I tifosi di questo o quell’artista sapevano difendere i loro beniamini anche passando a vie di fatto contro i detrattori, più o meno in buona fede. Compositori, direttori d’orchestra, tenori e soprani, baritoni e contralti potevano contare su agguerriti fan club, o meglio, claque, dentro e fuori i teatri e chi li intralciava rischiava contestazioni plateali, letteralmente, capaci di distruggere carriere ed equilibri psicologici: i dualismi Callas-Tebaldi, Di Stefano-Del Monaco, De Sabata-Toscanini incendiavano animi e discussioni. Ma tutto restava chiuso in una ristretta cerchia di appassionati, per quanto popolari fossero i nomi in ballo.
Oggi, i cosiddetti “social”, che sembrano così spesso stuzzicare gli istinti asociali che covano in molti di noi, che sia suffragata o meno da concreta base di conoscenza, trasformano in peana o invettiva qualsiasi opinione. E la trasmettono a tutto l’universo mondo, purché collegato in rete.
E chi pensasse che il jazz, musica cool per eccellenza, sia anche ignifugo e i jazzisti al di sopra di certe miserie umane, si ricreda.
A nessuno piace che il proprio lavoro sia criticato, soprattutto se si è profuso impegno, sudore e, soprattutto, trattandosi di arte, anima e intimità. Tuttavia è nella natura del lavoro artistico presentarsi “nudi” in pubblico, sottoporsi allo sguardo del pubblico, al suo giudizio, che potrà essere esaltante o spietato, ma insindacabile, visto che si esprimerà in vendite di dischi e biglietti per i concerti.
Ma quando il pubblico è composto da addetti ai lavori, giornalisti e critici, la questione si complica sempre un po’: i rapporti tra stampa e musicisti di solito sono improntati ad un certo fair-play, un rispetto reciproco, ma sorvegliato, per le ragioni sopraddette: basta una velata critica, un giudizio ancorché moderatamente negativo per far scoccare la scintilla della rivalsa, che può consistere, nel migliore dei casi, in un’alzata di sopracciglio e uno sbuffo di noia per “lo scribacchino che chiaramente non capisce una cippa di musica, non sa suonare nemmeno uno strumento o, peggio ancora, è un musicista fallito e frustrato che si vendica cazziando i mancati colleghi”, fino ad affrontare fisicamente l’autore, nel peggiore.
Naturalmente, la rete ha ampliato a dismisura l’arena al cui centro si confrontano le tifoserie dell’uno o dell’altro e dove si perde ogni senso comune.
Proprio in questi giorni mi è capitato di assistere al “linciaggio digitale” di un collega, reo di avere recensito negativamente il disco di un musicista dalla lunga e brillante carriera a livello internazionale e che certamente avrebbe potuto impipparsene di quel giudizio, ma quel giorno evidentemente gli girava male e l’ha voluto dare in pasto alla folla. E la folla, come pupi mossi dai fili di un inspiegabile livore, ha reagito con vorace appetito. Tra l’altro, il giornalista era indicato con il solo cognome e qualcuno ha pensato bene di equivocare e scambiarlo per un noto commentatore politico, confondendolo col critico musicale, rovesciando quindi insulti sulla persona sbagliata, dandogli persino del venduto al soldo dei partiti, quali non importa “che tanto sono tutti uguali”. Se il fenomeno è abbastanza disturbante – il linciaggio è comunque pratica disdicevole – sotto un certo profilo fa anche tenerezza, poiché alle invettive nei confronti di “quell’incompetente, ignorante, imparentato certamente con gente di malaffare, incapace di distinguere non solo un accordo maggiore da uno minore, ma nemmeno il suono di un campanello da quello di un campanaccio”, si accompagnavano complimenti nei confronti del musicista talmente esagerati, iperbolici, smielati e settari, da risultare persino infantili. Anche in un teppista, perché l’atteggiamento era un po’ questo, spesso si nasconde un bambinone in cerca di attenzione.
Ora, credo che ognuno debba fare il proprio mestiere e, scusate se mi autocito, come dice Cappa, il personaggio del mio romanzo Silenziosa(mente): “il musicista suona, il critico scrive, altrimenti, il musicista, se è in grado di farlo, se la può suonare, cantare, scrivere, raccontare…”.
Al di là delle opinioni di Cappa, personaggio di assoluta fantasia per niente aderente alla realtà o somigliante a chicchessia, una recensione può venire bene o male, talvolta la scelta dei termini non è la più oculata, i tempi possono essere ristretti e non consentire la sufficiente attenzione da parte dell’autore e a farne le spese è il musicista che si vede preso di mira, magari ingiustamente, da un individuo che spesso nemmeno conosce, ma questo non giustifica forme di bullismo e idolatrismo come quelle appena descritte. L’arte è segno inequivocabile di civiltà e gli incivili distruggono le opere d’arte, ma chi strumentalizza l’arte per i suoi scopi incivili è incivile al quadrato.

Giulio Cancelliere

Nick Cave: One More Time With Feeling

image003Nick Cave ha da anni uno stretto rapporto con il cinema come autore di colonne sonore, di frequente in collaborazione con Warren Ellis e come sceneggiatore (uno degli ultimi lavori è Lawless, del 2012, ambientato in Virginia all’epoca del proibizionismo), ma più spesso gli piace stare di fronte alla macchina da presa. La meticolosità con cui cura la propria immagine rasenta il maniacale (“Stanno bene i miei capelli?” è quasi un tormentone) e One More Time With Feeling, il documentario che il regista neozelandese Andrew Dominik (Chopper, L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, Cogan – Killing Them Softly) ha girato durante la lavorazione dell’ultimo album con la band storica dei Bad Seeds, Skeleton Tree, non contraddice questa sua attitudine appena appena narcisistica. Presentato fuori concorso all’ultima mostra del cinema di Venezia, girato prevalentemente in bianco e nero e in 3D, il film in origine doveva essere una sorta di making of… del disco, ma la tragedia che ha colpito la famiglia Cave – la morte del figlio quindicenne Arthur, precipitato da una scogliera probabilmente sotto l’effetto di stupefacenti – ha mutato drasticamente intenzioni e carattere delle immagini e richiesto ulteriori riprese. In realtà la sovrapposizione degli eventi – scrittura delle canzoni, lavorazione del disco, morte del ragazzo, ideazione del film, realizzazione, interviste – rende tutto un po’ confuso e di ardua lettura (qualcuno può pensare che Cave abbia potuto spettacolarizzare il lutto?), ma non è il limite maggiore del film.
Già in  20.000 Days on Earth del 2014, il musicista australiano aveva illustrato il suo metodo di lavoro come scrittore e compositore e, probabilmente, non c’era bisogno di un ripasso, tuttavia Cave, forse ingenuamente, ha voluto ribadire come sempre più di frequente sia solito abbandonarsi a un flusso di coscienza musicale durante le jam session con Ellis, improvvisando accordi (ed evidenziando i suoi limiti, quelli sì rilevanti, come pianista) e melodie alle quali legare i suoi testi. Un sistema che l’ha portato negli ultimi anni a non scrivere più vere canzoni, ma a recitare versi su tappeti sonori elettronici e ritmiche ipnotiche, in una sorta di reading monotono e poco stimolante.
Toccanti sono, invece, le interviste relative al tragico evento, durante le quali i coniugi sono costretti a elaborare il lutto davanti alla cinepresa e tentare di procurarsi una via d’uscita da un dolore lacerante che non cesserà mai (“Il tempo è come un elastico – dice Cave – “puoi proseguire la tua vita facendo mille cose, ma ad un certo momento l’elastico si tenderà a tal punto che ti riporterà sempre lì, su quella scogliera dove è avvenuto il fatto”).
I fan di Nick Cave probabilmente troveranno conferme sul loro beniamino, in termini di profondità e complessità del personaggio e anche qualche sorpresa divertente, quando racconta come sua moglie ami spostare i mobili di casa quando lui non c’è o dorme, ma per il neofita il film non incuriosisce, né offre spunti sorprendenti. Neppure la tecnologia 3D, a parte qualche campo lungo in sala d’incisione, aggiunge molto a un film sostanzialmente pretestuoso. Molto meglio i più tradizionali carrelli circolari durante le session di registrazione e i primi piani silenziosi sul volto del protagonista, mentre cerca le parole per raccontare la fatica di sopravvivere.

Giulio Cancelliere

L’Europa allo specchio ottant’anni dopo

Lui_è_tornato_POSTER_100x140Se dovessi scegliere una sola parola per definire questo film opterei per “disturbante”. È così che sono uscito dalla sala di proiezione per la stampa il 20 aprile (peraltro giorno del compleanno di Hitler, ma mi giurano che si sia trattato di una sfortunata coincidenza): disturbato. Lui è Tornato è quasi un docu-film, poiché innesta alcune sequenze riprese in strada con passanti, turisti ed esibizionisti, all’interno di una narrazione di fiction con attori professionisti. La storia è presto detta: in un giorno imprecisato dell’estate 2014, a Berlino, ricompare Adolf Hitler in divisa da nazista e all’età che aveva più o meno nel 1945, probabilmente un po’ più giovane. Nemmeno lui sa come sia finito nel 21° secolo, ma, dopo un momento di sconcerto in cui cerca i vecchi compagni Bormann, Goebbels, Himmler, si adatta presto alla nuova condizione e non ci vuole molto perché diventi la star televisiva di un’emittente d’assalto in cerca di audience. I suoi discorsi populisti trovano terreno fertile in una società sfilacciata e in un sistema consunto, pieno di buchi e difetti in cui sparare nel mucchio si fa sempre centro (l’analisi della qualità dei programmi televisivi è spietata), come fanno certi tribuni furbetti e urticanti che allignano anche qui da noi.
Il problema è che nessuno di costoro lo riconosce come il vero Hitler – e come potrebbero? – pensano che sia un attore che lo impersona, ma le idee che propala sono quelle autentiche del “Mein Kampf” aggiornate alla società odierna in una condizione di decadenza per certi versi non troppo dissimile da quella tra le due guerre mondiali del 20° secolo.
Non è un caso che le uniche due persone che lo riconoscono come l’autentico führer sono prese per pazze e trattate di conseguenza.
Persino le battute violentemente razziste non provocano sconcerto tra il pubblico, (nemmeno tra quello in sala, se devo essere sincero) ma, emblematicamente, l’unico momento in cui la popolarità di Hitler redivivo vacilla è quando viene rivelato un filmato in cui uccide un cucciolo di cane. Tuttavia nemmeno questo scalfisce più di tanto il personaggio che dalla tv passa al cinema e si avvia definitivamente verso la fama, con tanto di sfilata in cabriolet lungo i viali della capitale salutato dalla folla col braccio teso.01_CABRIOTmasucci_riemann_2022
Il regista David Wnendt (Combat Girls, Wetlands) ha scelto di calare l’attore Oliver Masucci nei panni di Hitler anche in situazioni di vita reale – ad esempio alla vigilia della finale dei mondiali di calcio in Germania del 2014 – per vedere l’effetto che avrebbe fatto e il risultato è stato “esaltante”, con la gente che lo acclamava e scattava selfie con lui, lo invitava a bere e a chiacchierare; oppure mandandolo in giro per le campagne e le fabbriche a parlare con i lavoratori e ascoltare i loro problemi o alle manifestazioni dell’ NPD, il partito neonazista tedesco, dove i militanti mostrano sconcerto e incredulità.
Lui è Tornato, tratto dal best seller di Timur Vermes, ci mette davanti allo specchio e ci mostra chi siamo e come viviamo, con chi parliamo e dove stiamo andando. E non è un bello spettacolo.
È un film interessante, oltre che “disturbante”, perché da commedia si trasforma in grottesco – divertente la citazione di La Caduta. Gli Ultimi Giorni Di Hitler ambientata nella redazione dell’emittente invece che nel bunker di Berlino – gli attori sono bravi, a cominciare da Masucci, un Hitler credibile, simpatico e affascinante – come doveva essere il vero Adolf per suscitare tanto consenso ottant’anni fa – girato e montato con perizia, raggiungendo il giusto equilibrio tra fiction e cine-verità, come si diceva una volta: di trecento ottanta ore di girato “dal vero”, solo pochi minuti, ma significativi, sono stati usati nel film. L’unico appunto è quel “fiurer” che ricorre nel doppiaggio, pronunciato all’inglese, che non si può davvero sentire.

Giulio Cancelliere

Partenze

trenovaporecastagnemarradiQuando da bambino ti accorgi che attorno a te, oltre ai giocattoli, sono spuntati un pianoforte, un basso Meazzi, una chitarra elettrica Eko, qualche volta appare una batteria Hollywood, poi un Hammond L100, un piano elettronico Crumar seguito da un organo GEM e un piano elettrico Rhodes, una cassa per basso da 100w Marshall rossa, arrivata da Londra sul portapacchi di una Simca 1000 targata MI A16873; sulla fonovaligia stereo di Selezione e sul magnetofono Castelli le Fiabe Sonore dei Fratelli Fabbri sono state soppiantate da In-A-Gadda-Da-Vida e Atom Heart Mother, Very Heavy Very Humble e Demons And Wizards, Led Zep I e II, Pictures At An Exibhition e Tarkus, This Was e Thick As A Brick, Genesis Live e Paranoid, The Crazy World Of Arthur Brown, Live Cream, Lady Soul, White Album, Close To The Edge, Machine Head e Made In Japan; quando il massimo del sentirsi “grandi” è scendere in cantina per sentire come suonano forte i ragazzi del “complesso” ed essere mal sopportato perché giù ci sono anche le ragazze e tu hai solo 10 anni e sei troppo piccolo per vedere certe cose, “che poi magari le racconti a casa”; quando caparbiamente tenti di imitare quello che hai sentito sui dischi e passi ore a riascoltare sempre gli stessi dieci secondi in cui quel demonio suona qualcosa che non riesci a capire e ogni volta ti alzi dal piano, sollevi il braccio del giradischi, lo posi con impazienza su quel punto maledetto, che dopo ore di insistenza si sta inesorabilmente deteriorando fino a diventare inascoltabile e lì la puntina d’ora in poi salterà sempre; ecco, a quel punto cominci a pensare che la musica rappresenterà molto probabilmente qualcosa di importante nella tua vita, tra ossessione ed estasi, incubo e sogno, molestia e libidine, depressione ed euforia,  conflitto e complicità, solitudine e condivisione.
È per questo che la strage di musicisti a cui stiamo assistendo da cinque o sei anni a questa parte, musicisti che hanno rappresentato un bel pezzo di storia della musica del dopoguerra, soprattutto dagli anni Sessanta in poi, quando il rock, in tutte le sue forme e correnti, ha invaso le nostre case dalla radio, ma, soprattutto, dagli impianti stereo più o meno costosi e sofisticati, ci lascia basiti, stupefatti e anche un po’ irritati. Non a caso molti di loro sono settantenni, nati in quegli anni Quaranta che rappresentano una sorta di generazione aurea per la musica che verrà di lì a poco.
Restiamo increduli perché non pensavamo possibile che i nostri eroi idealizzati come invincibili ribelli, geni creativi irrefrenabili, potessero morire a un’età banale come settant’anni, in un letto d’ospedale, con la flebo al braccio come un qualsiasi malato terminale: gli eroi se ne vanno giovani, ventenni, bruciando in fretta, un attimo di incandescenza, un lampo e via, spenti. Oppure vecchissimi, come il Dustin Hoffman del Piccolo Grande Uomo, incartapecorito, ma con mille storie, mille avventure da raccontare e tramandare.
Partirsene a settant’anni, senza preavviso, senza biglietto, al buio, come clandestini, è uno sfregio a noi che li abbiamo ammirati, seguiti, venerati, appesi alle pareti delle nostre stanze, difesi dai detrattori e, talvolta, messi da parte per poi recuperarli anni dopo durante nostalgiche fasi di revival.
E poi, come si permettono? Con sé si portano via anche un pezzo della nostra vita, il pezzo più bello, fresco, rorido, denso di aspettative, speranze, sogni.
Lasciandoci più soli e disperati.

Giulio Cancelliere

Partiti nel 2010
James Moody, sassofonista e flautista statunitense (n. 1925)
Roberto Pregadio, compositore, pianista e direttore d’orchestra italiano (n. 1928)
Lelio Luttazzi, attore, cantante e direttore d’orchestra italiano (n. 1923)
Hank Jones, pianista e compositore statunitense (n. 1918)
Peter Van Wood, chitarrista, cantante e astrologo olandese (n. 1927)
Herb Ellis, chitarrista statunitense (n. 1921)
Nicola Arigliano, cantante e attore italiano (n. 1923)
Ronnie James Dio, cantautore statunitense (n. 1942)
Abbey Lincoln, cantante, compositrice e attrice statunitense (n. 1930)
Oscar Avogadro, paroliere, cantante e compositore italiano (n. 1951)
Solomon Burke, cantante statunitense (n. 1940)
Remo Germani, cantante italiano (n. 1938)
Gregory Isaacs, cantante giamaicano (n. 1951)
Captain Beefheart, cantante, musicista e pittore statunitense (n. 1941)
Teddy Pendergrass, cantante, paroliere e compositore statunitense (n. 1950)
Malcolm McLaren, produttore discografico e cantante britannico (n. 1946)
Lena Horne, cantante, attrice e danzatrice statunitense (n. 1917)
Gepy & Gepy, cantante, compositore e produttore discografico italiano (n. 1943)
Ben Keith, musicista e produttore discografico statunitense (n. 1937)
Bruno De Filippi, musicista e compositore italiano (n. 1930)
Bill Dixon, musicista, compositore e educatore statunitense (n. 1925)

Partiti nel 2011
Mick Karn, musicista cipriota (n. 1958)
Gerry Rafferty, cantautore scozzese (n. 1947)
Poly Styrene, cantante e musicista britannica (n. 1957)
Gil Scott-Heron, poeta e musicista statunitense (n. 1949)
Paul Motian, batterista, compositore e musicista statunitense (n. 1931)
Gary Moore, chitarrista e cantante britannico (n. 1952)
Hubert Sumlin, chitarrista e cantante statunitense (n. 1931)
Dobie Gray, cantante e cantautore statunitense (n. 1940)
Cesária Évora, cantante capoverdiana (n. 1941)
George Shearing, pianista e compositore britannico (n. 1919)
Pinetop Perkins, pianista statunitense (n. 1913)
Bob Brookmeyer, trombonista, compositore e pianista statunitense (n. 1929)
Joe Morello, batterista statunitense (n. 1928)
Sam Rivers, sassofonista, polistrumentista e compositore statunitense (n. 1923)
Clarence Clemons, sassofonista statunitense (n. 1942)
Alan Rubin, trombettista statunitense (n. 1943)

Partiti nel 2012
Ravi Shankar, musicista e compositore indiano (n. 1920)
Lucio Dalla, musicista, cantautore e attore italiano (n. 1943)
Scott McKenzie, cantante statunitense (n. 1939)
Dave Brubeck, pianista e compositore statunitense (n. 1920)
Robin Gibb, cantante, compositore e arrangiatore mannese (n. 1949)
Etta James, cantante statunitense (n. 1938)
Joe Byrd, musicista statunitense (n. 1933)
Bob Welch, musicista statunitense (n. 1945)
Franco Ceccarelli, musicista e produttore discografico italiano (n. 1942)
Lucia Mannucci, cantante italiana (n. 1920)
Nico Tirone, cantante italiano (n. 1944)
Levon Helm, batterista, cantante e attore statunitense (n. 1940)
Giorgio Consolini, cantante italiano (n. 1920)
Éric Charden, cantante, cantautore e scrittore francese (n. 1942)
Jon Lord, compositore, pianista e organista britannico (n. 1941)
Alida Chelli, attrice e cantante italiana (n. 1943)
Earl Scruggs, suonatore di banjo, chitarrista e compositore statunitense (n. 1924)
Doc Watson, cantautore e chitarrista statunitense (n. 1923)
Pete Cosey, chitarrista statunitense (n. 1943)
Terry Callier, chitarrista e cantautore statunitense (n. 1945)
Huw Lloyd-Langton, chitarrista inglese (n. 1951)
Arvid Andersen, bassista inglese (n. 1945)
Donald Dunn, bassista, produttore discografico e cantautore statunitense (n. 1941)
Bob Birch, bassista statunitense (n. 1956)
Lee Dorman, bassista statunitense (n. 1942)
Ronnie Montrose, chitarrista statunitense (n. 1947)
Lucio Quarantotto, cantautore e compositore italiano (n. 1957)

Partiti nel 2013
Alvin Lee, chitarrista, cantante e compositore britannico (n. 1944)
Richie Havens, cantante e chitarrista statunitense (n. 1941)
Bob Brozman, chitarrista e musicista statunitense (n. 1954)
Georges Moustaki, paroliere e cantante greco (n. 1934)
Little Tony, cantante e attore sammarinese (n. 1941)
Bobby Bland, cantante e musicista statunitense (n. 1930)
Valerio Negrini, musicista e paroliere italiano (n. 1946)
George Jones, cantautore e musicista statunitense (n. 1931)
Massimo Catalano, musicista, trombettista e personaggio televisivo italiano (n. 1936)
Armando Trovajoli, pianista, compositore e direttore d’orchestra italiano (n. 1917)
Bebo Valdés, pianista e compositore cubano (n. 1918)
Ray Manzarek, pianista statunitense (n. 1939)
George Duke, pianista, tastierista e produttore discografico statunitense (n. 1946)
Cedar Walton, pianista e compositore statunitense (n. 1934)
Roger LaVern, musicista britannico (n. 1938)
Pino Massara, musicista, compositore e produttore discografico italiano (n. 1931)
J.J. Cale, cantautore e musicista statunitense (n. 1938)
Pete Haycock, musicista e compositore britannico (n. 1951)
Yusef Lateef, musicista e compositore statunitense (n. 1920)
Enzo Jannacci, cantautore, cabarettista e attore italiano (n. 1935)
Franco Califano, cantautore, paroliere e produttore discografico italiano (n. 1938)
Piero Finà, cantautore e scrittore italiano (n. 1942)
Corrado Castellari, cantautore e compositore italiano (n. 1945)
Gipo Farassino, cantautore, attore e politico italiano (n. 1934)
Tony Sheridan, cantautore e chitarrista britannico (n. 1940)
Kevin Ayers, cantautore, chitarrista e bassista inglese (n. 1944)
Peter Banks, chitarrista britannico (n. 1947)
Jackie Lomax, cantante e chitarrista britannico (n. 1944)
Oscar Castro-Neves, chitarrista, arrangiatore e compositore brasiliano (n. 1940)
Philip Chevron, chitarrista e cantante irlandese (n. 1957)
Lou Reed, cantautore, chitarrista e poeta statunitense (n. 1942)
Jim Hall, chitarrista statunitense (n. 1930)
Roberto Ciotti, chitarrista italiano (n. 1953)
Claudio Rocchi, cantautore, bassista e conduttore radiofonico italiano (n. 1951)
Jimmy Fontana, cantautore, contrabbassista e attore italiano (n. 1934)
Nic Potter, bassista britannico (n. 1951)
Trevor Bolder, bassista britannico (n. 1950)
George Gruntz, tastierista e compositore svizzero (n. 1932)
Donald Byrd, trombettista statunitense (n. 1932)

Partiti nel 2014
Dennis Frederiksen, cantante statunitense (n. 1951)
Shirley Temple, attrice, cantante e ballerina statunitense (n. 1928)
Freak Antoni, cantautore, scrittore e poeta italiano (n. 1954)
Francesco Di Giacomo, cantante italiano (n. 1947)
Massimo Castellina, fisarmonicista e cantante italiano (n. 1970)
Bambi Fossati, cantante, compositore e chitarrista italiano (n. 1949)
Gerry Goffin, paroliere e cantante statunitense (n. 1939)
Horace Silver, pianista e compositore statunitense (n. 1928)
Johnny Winter, chitarrista e cantante statunitense (n. 1944)
Dick Wagner, chitarrista e cantante statunitense (n. 1942)
Peret, cantante spagnolo (n. 1935)
John Gustafson, bassista e cantante britannico (n. 1942)
Tim Hauser, cantante, produttore discografico e arrangiatore statunitense (n. 1941)
Jack Bruce, musicista, compositore e cantante scozzese (n. 1943)
Jimmy Ruffin, cantante statunitense (n. 1936)
Alfredo Cohen, cantante e attore italiano (n. 1942)
Bobby Keys, sassofonista statunitense (n. 1943)
Udo Jürgens, cantante austriaco (n. 1934)
Joe Cocker, cantante britannico (n. 1944)
Carlo Bergonzi, tenore italiano (n. 1924)
Alessandro Centofanti, musicista, tastierista e pianista italiano (n. 1952)
Mango, cantautore, musicista e scrittore italiano (n. 1954)
Joe Lala, attore, doppiatore e musicista statunitense (n. 1947)
Giorgio Gaslini, compositore, direttore d’orchestra e pianista italiano (n. 1929)
Joe Sample, pianista e compositore statunitense (n. 1939)
Renato Sellani, pianista italiano (n. 1926)
Davide Santorsola, pianista e compositore italiano (n. 1961)
Jesse Winchester, cantautore e musicista statunitense (n. 1944)
Gennaro Petrone, musicista e compositore italiano (n. 1958)
Bruno Aragosti, musicista e arrangiatore italiano (n. 1924)
Mario Costalonga, musicista italiano (n. 1932)
Bobby Womack, cantautore e chitarrista statunitense (n. 1944)
Manitas de Plata, chitarrista francese (n. 1921)
Ronny Jordan, chitarrista britannico (n. 1962)
Paco de Lucía, chitarrista e compositore spagnolo (n. 1947)
Pete Seeger, cantautore e compositore statunitense (n. 1919)
Aldo Donati, cantautore, attore e conduttore televisivo italiano (n. 1947)
Bob Crewe, cantautore e produttore discografico statunitense (n. 1931)
Ian McLagan, tastierista, polistrumentista e cantautore britannico (n. 1945)
Charlie Haden, contrabbassista statunitense (n. 1937)
Glenn Cornick, bassista britannico (n. 1947)
Kenny Wheeler, trombettista e compositore canadese (n. 1930)
Paul Horn, flautista e sassofonista statunitense (n. 1930)

Partiti nel 2015
Kim Fowley, cantante, musicista e produttore discografico
Edgar Froese, musicista tedesco (n. 1944)
Percy Sledge, musicista e cantante statunitense (n. 1940)
James Last, musicista, compositore e direttore d’orchestra tedesco (n. 1929)
Dieter Moebius, musicista svizzero (n. 1944)
Giancarlo Golzi, batterista, musicista e paroliere italiano (n. 1952)
Allen Toussaint, musicista, compositore e produttore discografico statunitense (n. 1938)
Lemmy Kilmister, cantante, musicista e compositore britannico (n. 1945)
 B.B. King, chitarrista e cantante statunitense (n. 1925)
Marco Tamburini, trombettista e compositore italiano (n. 1959)
Anna Marchetti, cantante italiana (n. 1945)
Jim Diamond, cantante britannico (n. 1951)
Franzl Lang, cantante tedesco (n. 1930)
Natalie Cole, cantante statunitense (n. 1950)
Demis Roussos, cantante e bassista greco (n. 1946)
Maurizio Arcieri, cantante, attore e compositore italiano (n. 1942)
Marisa Del Frate, cantante, attrice e showgirl italiana (n. 1931)
Steve Strange, cantante britannico (n. 1959)
Inezita Barroso, cantante, attrice e compositrice brasiliana (n. 1925)
Daevid Allen, chitarrista, cantante e compositore australiano (n. 1938)
Rodolfo Maltese, chitarrista, trombettista e compositore italiano (n. 1947)
Pino Daniele, cantautore e chitarrista italiano (n. 1955)
John Renbourn, chitarrista e compositore britannico (n. 1944)
Chris Squire, bassista britannico (n. 1948)
Mike Porcaro, bassista statunitense (n. 1955)
Andy Fraser, bassista inglese (n. 1952)
Louis Johnson, bassista e produttore discografico statunitense (n. 1955)
Ben E. King, cantautore statunitense (n. 1938)
John Trudell, attivista, cantautore e attore statunitense (n. 1946)
Andraé Crouch, compositore, cantautore e produttore discografico statunitense (n. 1942)
John Taylor, pianista e compositore britannico (n. 1942)
Aldo Ciccolini, pianista italiano (n. 1925)
Ornette Coleman, sassofonista e compositore statunitense (n. 1930)
Phil Woods, sassofonista statunitense (n. 1931)
Steve Mackay, sassofonista statunitense (n. 1949)
Clark Terry, trombettista e compositore statunitense (n. 1920)

Partiti nel 2016
Vanity, cantante, attrice e modella canadese (n. 1959)
Michel Delpech, cantante francese (n. 1946)
Black, cantante britannico (n. 1962)
Paul Kantner, cantante statunitense (n. 1941)
David Bowie, cantautore, polistrumentista e attore inglese (n. 1947)
Giorgio Gomelsky, imprenditore, produttore discografico e compositore georgiano (n. 1934)
Glenn Frey, cantautore, musicista e attore statunitense (n. 1948)
Maurice White, cantautore, musicista e produttore discografico statunitense (n. 1941)
Naná Vasconcelos, musicista brasiliano (n. 1944)
Keith Emerson, tastierista, pianista e compositore britannico (n. 1944)
Paul Bley, pianista canadese (n. 1932) (continua)

Sulla personalità delle note: quei dodici travestiti che fanno musica/1

DE NOTARUM NATURA (i compiti delle vacanze)

bonsaisuicidi

Sonata pelosaLa musica è fatta di note. E questo è noto. Le note hanno suoni specifici che le caratterizzano, da sole e in gruppo. E anche questo è di dominio pubblico. Ma non ci si sofferma mai abbastanza sulla loro personalità.  Delle note, intendo. Per esempio: le note sono di genere femminile, ma quando le chiami per nome sono maschili. Com’è possibile? È come se io girassi per casa in gonna e tailleur, ma quando suonano alla porta o mi chiamano al telefono mi mettessi pantaloni e giacca (giuro che non lo faccio, era solo un paradosso).
Per indicare la prima nota non potrai mai dire “la Do” (la connoterebbe persino di un’intenzione volgare, anche se maschilmente auspicabile), o la quarta nota “la Fa” (e poi cosa fa? L’aspetta?), o la sesta “la La” (come se volesse introdurre un allegro motivetto, la la la la, ma creando una certa confusione) e…

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Il jazz ha i capelli bianchi

Pulcinella-SeveriniTu suoni, io non capisco, mi annoio e me ne vado. Lui suona, capisco quello che fa, mi piace, mi entusiasma, torno a vederlo. La tua conclusione è che tu sei un genio incompreso, lui è un furbetto e io sono un cretino.
Non credo che funzioni veramente così. Non sempre, almeno. È una semplificazione che contribuisce solo a edificare ulteriori barriere, tracciare nuovi confini, aumentare la distanza tra arte e pubblico. Nutre frustrazioni e ignoranza.
Rendiamoci conto che le platee dei concerti jazz e classici hanno un’età media sempre più alta. Le teste grigie, semi-calve o calve sono la stragrande maggioranza e non è un problema di alopecia, ma di anagrafe. L’ incremento dell’aspettativa di vita rischia di peggiorare il panorama.
A differenza del pubblico, la musica non ha età anagrafica, ma quella che effettivamente dimostra. Un interprete di Bach non suona come si faceva nel ‘700, Mozart viene eseguito da compagini orchestrali che all’epoca di Wolfango erano impensabili; l’opera lirica si è modernizzata e solo i vecchi barbogi se ne lamentano. Le esecuzioni “filologiche” sono eccezioni e, come tali, visibilmente indicate. Per non parlare delle rappresentazioni attualizzate, criticabili finché si vuole, talvolta di cattivo gusto, ma se la parte musicale regge, anche una Mimì che muore di overdose ci può stare.
Anche il jazz si è evoluto nei decenni passati, a volte fin troppo velocemente e con risultati che non hanno retto al tempo, ma ora sembra essersi fermato a guardarsi l’ombelico. Le resistenze dei conservatori ci sono sempre state, sia nella critica, sia tra i musicisti stessi, ma ora che anche il pubblico diserta i concerti qualche domanda bisognerà pur porsela, invece di lagnarsi soltanto della poca attenzione riservata alla musica, per così dire, improvvisata.
Rendere più popolare un genere musicale non significa necessariamente snaturarlo. Pensare di proporlo in forme diverse è quanto hanno fatto musicisti illuminati come Miles Davis alla fine degli anni ’60. Certo, forse c’era anche un ragionamento economico dietro l’evoluzione sonora che lo ha portato fino all’isola di Wight nel 1970 sullo stesso palco di Jimi Hendrix, Doors, Ten Years After e Who, ma credo che anche il più idealista dei musicisti odierni non disdegni un ingaggio che gli permetta di pagare affitto, bollette, sostentamento, manutenzione dello strumento e qualche extra. Miles aveva conciliato questo ragionamento con un’urgenza artistica che lo ha fatto diventare il jazzista più famoso al mondo. Facciamogli pure una colpa del successo ottenuto e dei musicisti che ha lanciato in quel frangente, ma tant’è.
Bill Connors, il primo chitarrista dei Return To Forever, mi raccontava qualche anno fa che lasciò la band di Chick Corea quando si rese conto che suonavano a un volume pazzesco e la gente ballava ai loro concerti. “Non facevamo più jazz, ma qualcosa d’altro che non capivo.”
Aveva ragione probabilmente, ma la verità è che Chick, Stanley Clarke, Lenny White sono ancora in giro a suonare e riempiono i club e i teatri, mentre Connors ha vissuto periodi molto bui, anche per ragioni personali e il suo ultimo disco risale a 10 anni fa.
Miroslav Vitous, che insisteva nel dirmi di essere il vero co-fondatore dei Weather Report assieme a Wayne Shorter, lasciò il gruppo quando si accorse che l’influenza di Joe Zawinul stava prendendo il sopravvento e  tradendo i principi sui cui era nata la formazione. Ora, non si può certo affermare che i WR non licenziarono ancora capolavori, nonostante le accuse di “commercializzazione” che piovevano loro addosso da più parti. Naturalmente Vitous è un grande musicista, ma il pubblico su cui può contare è probabilmente un decimo di quello che raccoglievano i WR e, successivamente, Zawinul Syndicate. È vero, la qualità spesso non va d’accordo con la quantità e le ultime band di Zawinul erano composte da musicisti, tutto sommato, quasi intercambiabili, ma il risultato non era certamente scadente. E la musica è comunicazione. La musica ha bisogno del pubblico per avere senso. Se il pubblico non c’è, qualcosa non ha funzionato nella comunicazione.
Frank Zappa è stato colui che per primo ha piazzato davanti al pubblico del rock un’orchestra sinfonica che eseguiva le sue partiture tutt’altro che facili per una platea non avvezza (ma anche per quella avvezza) e pure lui divideva il pubblico quando passava da Lumpy Gravy a Apostrophe, da The Grand Wazoo a Sheik Yerbouti, da Just Another Band From L.A. a Shut Up ’n’ Play Yer Guitar, ma sapeva interpretare i tempi restando se stesso e mutando semplicemente la forma.
Mattia Cigalini, qualche anno fa, ha pensato bene di rileggere i suoi tempi in chiave jazzistica e ne è nato un lavoro, Beyond, e un tour che avvicinava, almeno nelle intenzioni, il pubblico del pop di Beyoncé, Katy Perry, Jennifer Lopez, con quello del jazz, molto meglio e meno dispendiosamente di quanto non abbia fatto chi ha messo assieme Lady Gaga e Tony Bennett. Il primo era un esperimento musicale da parte di un musicista che provava a rinnovare la musica; la seconda una triste rappresentazione di incompetenza e ipocrisia. Mi chiedo, perciò, a cosa serva arroccarsi su posizioni intransigenti quando il mondo va in un’altra direzione. Forse si potrebbe trovare una posizione artistica di mediazione, come molti jazzisti già fanno, guarda caso quelli che si lamentano meno, poiché si rendono conto che gli anni ’40 sono finiti da 70 anni e vivono il cambiamento da protagonisti cercando di condizionarlo, invece di subirlo solamente. E, tristemente, lamentandosene.

Giulio Cancelliere

Intervista con Morgan (2008)

morganMorgan è un artista, non ho dubbi e, in quanto tale, va trattato con un certo riguardo. Perché? Perché è diverso dagli altri, dai non artisti intendo, è audace, coraggioso, forte, ma altrettanto fragile, leggero, tagliente. Questo non significa che sia esente da critiche, ma queste dovrebbero tenere conto della sua condizione di fragilità e trasparenza, che lo mettono in condizione di diventare bersaglio, grosso, facile, immobile. L’artista è nudo di fronte al pubblico, è vero, sincero, genuino. Anche quando finge e interpreta un altro personaggio. Anche quando è se stesso al di fuori della messa in scena che allestisce in veste di artista, con le sue miserie, i suoi drammi, le sue tragedie. A volte l’artista è accusato di non padroneggiare adeguatamente la tecnica, scambiando la tecnica per arte. La tecnica non è arte, la tecnica tout-court è per i tecnici, gli esecutori, gli orchestrali. La tecnica, eventualmente, è lo strumento con cui esprimere l’arte, ma l’arte viene prima, è dentro l’uomo, è preponderante e talvolta, talmente dilagante da travolgere e spezzare quel sostegno tecnico che la regge. Ieri sera Morgan era alla Milanesiana al Teatro Dal Verme, giunto con una mezz’ora di ritardo almeno, mandando all’aria la scaletta della serata, per una performance attorno al tema dell’Ossessione. Non tutto è andato per il verso giusto, lo spettacolo ha avuto alti e bassi, momenti eccellenti e cadute di gusto, queste ultime dovute alla fretta, alla scarsa capacità di organizzarsi, al suo farsi prendere dall’impulso estemporaneo (si porta cento cose, ne usa trenta, a volte quelle giuste al momento sbagliato) e un finale frettoloso. Niente di memorabile, quindi, ma una conferma del carattere artistico e multidisciplinare del personaggio (Elisabetta Sgarbi l’ha definito leonardesco, un’iperbole, ma che ne definisce l’indole), capace di spaziare dalla canzone d’autore a Bach, dal rock alla letteratura, dal romanticismo all’elettronica, sempre con cognizione di causa, consapevolezza e una buona dose di follia. Qui sotto vi lascio una mia intervista che gli feci a casa sua a Monza nel 2008, in un seminterrato zeppo di strumenti musicali, computer, vestiti, oggetti di ogni genere, uno dei posti più strani e interessanti in cui abbia intervistato un musicista.

Per chi è cresciuto e si è formato con l’ondata rock degli anni sessanta-settanta, come chi scrive, è quasi inconcepibile avere una madre fan sfegatata di David Bowie e un padre che, nel tempo libero, per rilassarsi, si culla nella psichedelia dei Pink Floyd, talmente infatuato di Waters e c. da comprarsi l’impianto quadrifonico per ascoltare Ummagumma come era stato originariamente concepito. Eppure, è in questo clima che si è sviluppata la coscienza musicale di Marco Castoldi, in arte Morgan, fisionomia tra il corsaro e il moschettiere del re, nato nello stesso anno – il 1972 – in cui il Duca Bianco incarnava la sua precedente identità extra-terrestre di Ziggy Stardust e proclamava la caduta dell’impero del rock ‘n’ roll, fino a poco tempo fa associato alla locuzione “dei Bluvertigo” o “ex Bluvertigo”, oggi artista autonomo a tutti gli effetti, ma con la mezza promessa che il suo gruppo di maggior successo sta per ricompattarsi.

“Ne abbiamo parlato e ci sono le premesse giuste per rimettere in moto la macchina.”

Una macchina musicale che si è messa in moto prestissimo, se è vero che fin da neonato hai mostrato una certa evidente reazione al ritmo e all’armonia.

“Quando avevo tre anni i miei genitori avevano scoperto che mettermi davanti ad un mangiadischi colorato a volume adeguato e con una pila cospicua di 45 giri, significava tenermi occupato e farmi stare buono, un po’ come si fa oggi con la televisione o i videogiochi.”

Dischi di che tipo?

“Elvis Presley, Bowie, Rolling Stones, Donovan, Pink Floyd, Simon & Garfunkel, Alice Cooper, niente di melenso, rock e psichedelia. Fino a che, nel 78, non vidi Grease, il film con Travolta e Olivia Newton-John.”

Il punto di svolta.

“Sì, perché compresi il concetto di performance e di caché.”

Cioè?

“Fui talmente colpito dalle sequenze, che ne imparai alcune a memoria e cominciai ad esibirmi per gli amici dei miei genitori. Un giorno, sfuggito al loro controllo, lo feci sul sagrato di una chiesa a Varenna, sul lago di Como. Si formò anche un capannello di persone che mi diede delle monetine per dimostrarmi l’apprezzamento. Quando i miei genitori se ne accorsero si arrabbiarono molto e mi costrinsero a restituire il denaro.” 800px-Morgan_Asti_2011

Umiliante, ma anche una sorta di imprinting. Immagino che da allora non l’hai restituito più.

“Infatti.”

Destinato alla musica e allo spettacolo, perciò.

“Sì, ma non credo all’innatismo, penso che tutti gli uomini in salute nascano uguali e sia l’ambiente e l’esperienza che li indirizza. È la mia famiglia che mi ha indirizzato verso la musica e l’arte della performance. A mia figlia Anna Lou (avuta con Asia Argento ndr), ancora nella pancia di sua mamma, facevo sentire il Clavicembalo Ben Temperato attraverso una cassa acustica. Anche quello è imprinting, tanto che, per farla addormentare, oggi devi cantarle una ninna nanna con ritmo e intonazione corretti. In una casa dove si strilla sguaiatamente non ci sarà amore per la musica. Ritmo e intonazione sono le basi fondamentali.”

Hai cominciato tentando di suonare la chitarra da mancino e a dodici anni hai ricevuto in regalo il primo sintetizzatore polifonico Korg. Come è stato questo percorso?

“Ero completamente refrattario all’insegnamento della chitarra,  nonostante avessi già dimostrato una spiccata inclinazione musicale, perché  il maestro mi faceva imparare da destro. Dopo sei mesi di tentativi appesi la chitarra al chiodo. La ripresi successivamente, da autodidatta e da mancino assoluto, imparando le posizioni specularmente, che è molto più facile se ci pensi, perché quando guardi qualcuno suonare, non hai bisogno di girarle, ma solo di ribaltarle, perché le corde sono al contrario. Sono pochissimi quelli che lo fanno: Seal, ad esempio, anche se moltissimi non lo sanno e Jimmy Haslip, il bassista degli YellowJackets. Nel frattempo avevo imparato il pianoforte, che mi ha aperto un universo parallelo: imparavo la musica classica come formazione, la consideravo una palestra per apprendere nozioni e tecnica, da applicare su quella che era la mia vera passione, il rock. Tuttavia, ancora oggi ascolto molta musica classica, soprattutto Bach e novecentisti come Nono, Stockhausen, Stravinsky, Scriabin, tardo-romantici come Scumann e Schubert, ma anche Mahler e impressionisti come Debussy.”

Quanto hai studiato pianoforte?

“Tanto. Quindici anni, almeno. Mi mancherebbero gli esami dell’ottavo e del decimo di Conservatorio.”

Ma cosa facevi a dodici anni con il synth Korg?

“Musica. Avevo un gruppo. A quattordici anni smanettavo già con l’Atari. Obbligavo i miei amici a non giocare a pallone in cortile e a suonare in camera. E se non suonavano spontaneamente gli mettevo in mano uno strumento e lo costringevo a suonare. Ho sempre fatto questo: suonare e organizzare situazioni di gruppo.”

E cosa suonavate o tentavate di suonare?

“Rigorosamente new wave e tutto ciò che la British Invasion di allora rovesciava sul mercato internazionale.”

La seconda British Invasion, dopo quella beatlesiana.

“Sì, ma la prima non l’avevamo vista per motivi anagrafici. E poi a casa mia erano praticamente spariti i Beatles,: tutti i vinili erano bruciati al sole nella macchina di mia zia. C’erano solo i Rolling Stones, Aftermath in particolare, che ho consumato per gli ascolti ripetuti. Comunque, la British Invasion ci aveva travolto e non selezionavamo troppo, andava bene quasi tutto, dagli Ultravox prodotti da Eno ai Duran Duran, dai Thompson Twins ai Joy Division, tutta quella musica che aveva la tipica matrice inglese anni ottanta, fatta di elettronica, tastiere, effettistica, trattamento intenso del suono e della voce e molto chorus sul basso.”

Eppure, nonostante il tono entusiastico che usi parlando di quel decennio, gli anni ottanta sono considerati abbastanza inconsistenti dal punto di vista musicale, rispetto ai settanta, ma anche rispetto al periodo a cavallo, caratterizzato dal punk. Quella new wave, ma più propriamente new romantic, fu un po’ il riflusso del punk. 800px-Marco_Castoldi_Morgan“Il punk non l’ho vissuto troppo, era una musica disturbante per natura e scopo. Mia madre la chiamava musica ossessiva. Lei, appassionata del Bowie più cupo e malato di Low e Heroes, che elogiava la follia colorita del Duca Bianco, per usare una metafora cromatica, considerava il punk “grigio”, tutto uguale, monocorde, bisillabica, monocromatica.”

Vero, tuttavia, l’immagine del punk influenzò fortissimamente tutto ciò che venne dopo, in un momento in cui la musica si cominciava a vedere oltre che a sentire, attraverso i videoclip.

“Infatti, fu anche grazie a quel fenomeno – invece di guardare i cartoni animati seguivo Videomusic – cominciai a pensare di fare il musicista professionista. Per me Nick Rhodes e Midge Ure erano gli eroi Aktarus e Mazinga, il sintetizzatore era l’astronave che i miei coetanei desideravano, il violino midi che vedevo nei video degli Ultravox era la mia alabarda spaziale. Un giorno sono entrato da Ricordi a chiedere se avevano un synclavier. Erano quelli miei oggetti del desiderio.”

Anche se comprendo il tuo entusiasmo per gli anni formativi, non tutto era da salvare e il tempo ha selezionato molto. C’è qualcuno che butteresti dalla finestra? Ad esempio tra Ultravox gestione John Foxx e Midge Ure?

“Sicuramente i secondi. Così come non c’era paragone tra Sex Pistols e Clash. È chiaro che Joe Strummer era un genio rispetto a Rotten e c. I Clash erano in grado di suonare punk, reggae, ska e funky, mentre i Pistols erano ragazzotti qualunque senza arte né parte.”

Be’, erano un’invenzione di Malcom McLaren, raccontata anche nel film, La Grande Truffa Del Rock ‘n’ Roll, che rappresentò la parte mondana del punk, ma anche quella che la maggior parte della gente ricorda, con la navigazione del Tamigi sulle note di God Save The Queen.

“È tipico di certo giornalismo fermarsi in superficie e valutare certi eventi come fenomeni sociali e non come correnti artistiche con una prospettiva di sviluppo. Specialmente i quotidiani con i loro titoli a sensazione. Un cantante che sputa sul pubblico è molto più interessante di uno che canta bene, perché non fa notizia.”

Torniamo a chi salveresti di quegli anni.

“Bowie sempre. In quegli anni usciva Let’s Dance, un album che abbiamo divorato, perché costruito sul giusto equilibrio tra elettronica, new wave, rock, funky. Poi i Culture Club non erano male.”

Gary Numan?

“Grandissimo. L’ho anche conosciuto personalmente.”

Howard Jones?

“Un mito. Il tour di Human’s Lib era favoloso.”

Sì, me lo ricordo, da solo circondato da sintetizzatori, sequencer, arpeggiatori.

“Esatto. E il mio tour invernale è ispirato proprio a quella dimensione. Siamo in due, entrambi al controllo di un set elettronico collegato integralmente in midi, quindi completamente interattivo.”

Uno che esce un po’ dallo schema come Michael Jackson?

“Be’, Thriller era imprescindibile anche per noi che seguivamo la British Invasion.”

Joe Jackson?

“No, troppo “adult”, intellettuale, retrò.”

Nemmeno Look Sharp e I’m The Man?

“No, lo ricordo bene in quella fase, ma non era nel gruppone che seguivamo famelici. Piuttosto penso a Nick Kershaw, grande chitarrista.”

Adam Ant?

“Sì, di una generazione precedente, un padre ispiratore di quella musica. Diciamo che Adam Ant sta ai Duran Duran come Marc Bolan sta a Bowie. Quella “incollatura” che lo fa arrivare prima e fa la differenza. Sai cosa? C’è un disco straordinario che si può considerare il capostipite di quella musica: Avalon dei Roxy Music.”

Il canto del cigno del gruppo di Brian Ferry.

“Sì, ma non di Ferry, che ha proseguito la carriera, soprattutto con Bète Noir. Avalon aveva un sound che ai fan dei Roxy non piaceva, ma ha determinato l’inizio di una nuova fase musicale molto più ampia. A me piacciono i periodi decadenti delle band, quando pare che stiano morendo, ma alla fine vibrano l’ultimo colpo di coda.” Morganwince1

Hai citato Bète Noir e non a caso.

“Infatti, è un disco nel quale la new wave fa un passo avanti tecnicamente. Rappresenta una fase in cui i musicisti professionisti delle sale di registrazione si immergono in questa nuova musica e la progettazione sonora diventa necessità. La new wave diventa musica d’ascolto. Da quella nuova concezione nasce il disco degli Arcadia, in pratica i Duran Duran con ospiti (gente come Herbie Hancock, David Gilmour, Sting, Grace Jones), che era tecnicamente favoloso, il classico disco per musicisti su cui gli addetti ai lavori “godevano” letteralmente.”

Ormai è vent’anni che fai dischi. Con lo pseudonimo di Markooper hai inciso Prototype” e “Dandy bird & Mr contraddiction nel 1987. Tuttavia la tua popolarità nasce coi Bluvertigo, con i quali suonavi il basso e non le tastiere. Come mai?

“Sì, vent’anni, pensa che mi hanno già dato il permio alla carriera nel 2003, il premio Pigro, intitolato a Ivan Graziani. Comunque, è una storia molto lunga. Ti basti sapere che nell’89, dopo l’insuccesso relativo – 12000 copie (!!!) – del progetto Golden Age, recentemente ripubblicato dalla Universal, dovetti reinventarmi. All’epoca suonavo già un mucchio di strumenti.”

Te li ricordi?

“Come no! Ce li ho ancora tutti e li porto in tour: Juno 106 della Roland, il Poly 800, il Casio CZ101, il Crumar Bit 99, l’Elka EK44, quando i sintetizzatori erano anche italiani ed eravamo competitivi, come direbbe Montezemolo. Poi varie batterie elettroniche come la Roland MC505 e la Tr 606, la Korg DD5 e la Roland CR1000. Successivamente la D4 della Alesis. Con quest’ultima, che simulava la batteria vera e con l’Atari, nel 91-92 cominciai a scrivere canzoni in italiano.”

Come mai questa conversione alla lingua nazionale?

“Era il momento. L’impero britannico stava sgretolandosi, in Italia cominciavano a venire fuori gruppi rock come i CCCP, i Litfiba e altri ancora, che cantavano cose interessanti, senza ricorrere al trucco dell’inglese, che ti consente di dire fesserie come se fossero letteratura. Anzi, grazie alla letteratura, quella vera, ho cominciato veramente a mettere cura nei miei testi.”

La folgorazione letteraria?

“Il mestiere di vivere, di Cesare Pavese. L’uso del linguaggio comune della vita quotidiana per comunicare l’essenza vera delle cose. Il primo album dei Bluvertigo, Acidi e Basi, lo scrissi proprio sotto questa influenza della quotidianità raccontata. Lo scrissi nel ‘92 e uscì solo nel ‘95. Ma in quel periodo le tastiere perdevano terreno, c’era in giro il grunge, persino Bowie aveva costituito i Tin Machine, che faceva un rock piuttosto ruvido e i synth volavano dalla finestra. Anche i Black Sabbath e i Led Zeppelin approfittarono di quel periodo per rifarsi vivi. Lì iniziò la demonizzazione degli anni ottanta e il riscatto dei seventies, riveduti e corretti. Io, per far finta di nascondere il mio passato di tastierista, mi misi a suonare il basso.”

Eppure avevate un’immagine che richiamava gli anni 80.

“Ma solo verso la fine. Inizialmente eravamo un gruppo grunge, anche se i miei provini, in cui le chitarre suonavano come i Nirvana, in realtà erano fatti con tastiere e campionatori. Ora me ne vanto, ma allora facevo di tutto per nasconderlo. Avevamo un sound “cattivissimo” che nasceva dalla “odiata” tecnologia. Sembravamo una band da cantina, quando, in realtà, era la reinvenzione di me stesso e la band era stata costruita dopo. Suonavamo nei centri sociali, negli Arci, nei circoli alternativi come un vero gruppo di base.”

Per quanti anni?

“Dieci anni e tre album. Dischi lunghi, elaboratissimi, faticosi. Anche da promuovere. La popolarità arrivò col secondo album – Metallo Non Metallo – mentre la credibilità la acquisimmo col primo, diecimila copie vendute, che costituì il nostro zoccolo duro.”

Metallo Non Metallo non vendette subito.

“No, al quarto singolo – Altre Forme Di Vita – esplose. Costringemmo la casa discografica a far uscire il singolo con un piccolo ricatto e si scoprì così, che l’arco promozionale di un disco può essere molto più lungo delle poche settimane che di solito le etichette impegnano per la propaganda di un prodotto.”

Cosa hanno rappresentato i Bluvertigo nel panorama italiano?

“Hanno aperto una strada nuova per quei gruppi come Tiromancino e Subsonica, che sono riusciti ad uscire dal ghetto del centro sociale senza diventare fighetti da Festivalbar. Hanno conservato una dignità sonora e testuale, ma sono diventati popolari.” morgan-daada-2007

Mentre nel tuo ultimo album, Da A Ad A, tra l’altro bellissimo, si riscontra uno stridente contrasto tra un minimalismo testuale – parli anche qui di cose, oggetti, animali, sensazioni quotidiane, piccoli gesti – e una monumentalità musicale che copre una varietà straordinaria di generi e influenze. Che tipo di parto è stato?

“Oggi nei testi mi interessa parlare delle relazioni tra individui e degli effetti che queste relazioni producono. Non emetto sentenze e non lancio invettive. Nella musica, invece, vivendo un riflusso classicheggiante che mi ha portato a suonare nuovamente Bach, ho ritrovato il gusto dell’analisi e ho scoperto che da poche battute di un compositore barocco posso trarre ispirazione per una canzone moderna. È per questo che sono canzoni poco “chitarristiche”, da strimpellare sulla sei corde. Sono musiche un po’ “parruccone”, se vogliamo, ma mi piace come contrastano con la “semplicità” delle parole.”

Musica e canzoni da “ascoltare”.

“È proprio questo il punto nodale del giorno d’oggi: si è smesso di “ascoltare” musica, siamo circondati da musica funzionale. È vero che un genio come Brian Eno ci ha costruito un impero – la Ambient Music – ma ora si sta esagerando. Mi sto accorgendo che nelle case della gente, anche di quella con una discreta collezione di dischi, non c’è più l’angolo dell’ascolto, quello dove ti rilassi e ti concentri su ciò che stai sentendo e finalmente “ascolti”. La mia musica di oggi è talmente ricca di informazioni che, se non la ascolti, può anche disturbarti. Non la puoi sentire mentre lavi i piatti, studi o dipingi la stanza. Purtroppo tanta gente è abituata a comportarsi così nei confronti della musica e la qualità ne risente. È una questione culturale.”

E quindi?

“E quindi bisogna fare qualcosa. Intanto bisogna smetterla di dire che i dischi costano troppo. I dischi costano, ma per chi li fa e io ne so qualcosa, perché investo, e tanto, sulle mie cose. Se un ragazzo passa una serata in un locale a scolarsi birra e a mangiare pizzette o va in discoteca vestito alla moda, quante decine di euro spenderà in poche ore? E quanti dischi molto più durevoli si potrebbe comprare con gli stessi soldi? Perciò è una questione di scelte culturali: la discoteca il sabato sera o il disco per il resto della settimana? E i genitori del ragazzo saranno più contenti di una scelta o dell’altra? Conosco genitori che si inquietano se i loro figli comprano dischi, perché ritengono siano soldi buttati via. Allora diciamo che se la musica è cultura, e lo è, in Italia  non c’è la cultura per la cultura. In Inghilterra o in Germania si studia molto di più la musica, quasi tutti suonano uno strumento, in tantissime case c’è un pianoforte, la musica gode di una considerazione come da noi il calcio. Ora, è giusto che i ragazzini facciano sport perché fa bene, ma bisognerebbe che passasse il pensiero secondo cui la musica è il calcio della mente, la tiene in allenamento ed è il cibo dell’anima.”

Giulio Cancelliere