20 aprile: Record Store Day

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Il 20 di Aprile 2013 si celebra il Record Store Day, quest’anno giunto alla settima edizione e con Jack White (White Stripes) come testimonial.
Il Record Store Day è la giornata mondiale dedicata ai negozi di dischi, nata negli Stati Uniti con lo scopo di preservare il loro valore culturale e sociale, festeggiata con centinaia di pubblicazioni di cd e vinili in edizione limitata, performance di artisti, incontri con i fan, mostre d’arte e proiezioni di film.
RecordsPer la prima volta in Italia arriva un’iniziativa ‘ufficiale’ che unisce idealmente Milano, Firenze,
Bologna, Torino e Roma, città storicamente molto ‘attive’ in campo musicale. All’interno di alcune
location anche culturalmente diverse fra loro, come un teatro, un auditorium, una cineteca, un club
ed un centro sociale, il focus ‘comune’ è rappresentato dalla proiezione di ‘Last Shop Standing’, il
‘film ufficiale’ del Record Store Day di quest’anno.
‘Last Shop Standing – The Rise, Fall and Rebirth of the Independent Record Shop’ di Pip Piper, ispirato dal libro omonimo di Graham Jones, traccia la rapida ascesa dei negozi di dischi negli anni ’60, ’70 e ’80, dalla nascita del rock’n’roll sino al punk, l’influenza delle charts musicali sulle vendite dei dischi, la nascita del CD e quella delle nuove tecnologie digitali. Testimoni eccellenti sono musicisti come Paul Weller, Billy Bragg, Johnny Marr degli Smiths, Norman Cook, Nerina Pallot, Richard Hawley e Clint Boon, anche un leader dell’industria discografica come Tony Wadsworth, storico boss della Emi inglese e adesso portavoce della Bpi, ma soprattutto loro, gli eroici proprietari dei negozi di dischi inglesi (una straordinaria varietà di caratteristi, tra l’altro). Tutti concordi a testimoniare l’importanza di quel luogo come parte insostituibile della propria adolescenza ed educazione musicale, un avamposto sociale unico
imprescindibile, un crocevia fondamentale per scoprire nuove band, un centro di aggregazione giovanile. E molto altro ancora.
Più che una celebrazione ‘vintage’ e nostalgica però, ‘Last Shop Standing’ getta uno sguardo allettante verso il futuro, sui nuovi negozi di dischi che ancora nascono, è una testimonianza sulla tenacia di coloro che ancora resistono e che intendono rimanere ‘vivi ed orgogliosi’, anche molto tempo dopo la chiusura degli ultimi chain stores musicali.

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Milano – Teatro Dal Verme
http://www.dalverme.org
Firenze – Auditorium Flog
http://www.flog-online.com
Bologna – Cineteca
http://www.cinetecadibologna.it
Roma – Brancaleone
http://www.brancaleone.it
Torino – Astoria
http://www.astoria-studios.com
Per gli eventi collaterali delle singole location potete fare riferimento ai loro siti.
http://www.recordstoreday.com http://www.lastshopstanding.com

Intervista con Alberto Laurenti

Un titolo, Al Crocevia Della Musica, che la dice lunga sulle intenzioni del musicista, anche se, in realtà, la storia intera della musica è fatta di incontri, incroci, contaminazioni, scontri, distorsioni, rotture e riconciliazioni. Forse oggi il processo è più evidente, più scoperto e sotto gli occhi di tutti.
Alberto Laurenti, apprezzato autore (ha scritto per Tiromancino, Renato Zero, Franco Califano e molti altri), è l’ideatore del progetto musicale Rumba De Mar, gruppo arabo gitano con influenze maghrebine e balcaniche che anima il disco in tutte le sue innumerevoli sfumature.
Da dove nasce la passione per la musica mediterranea e del mondo?
Tutto è nato dalle mie origini musicali legate alle etnie di casa nostra. Andando a fondo e scoprendo le contaminazioni spagnole, ottomane, arabe e balcaniche delle nostre tradizioni musicali nel tempo e aggiungendoci l’acquisizione degli strumenti originali e delle loro rispettive tecniche di esecuzione, è stato come scoprire un universo incredibile e infinito, che mi ha spinto anche verso le varie vicende musicali del SudAmerica.
Come nasce e si sviluppa il progetto Rumba De Mar e con quali scopi?
Il progetto Rumba De Mar nasce per accantonare completamente i confini sociopolitici e considerare ogni nostra composizione, compresi i pezzi di repertorio in generale, al centro di ogni possibilità stilistica e timbrica, per poi divulgare il tutto attraverso i nostri live e adesso finalmente anche attraverso questo primo lavoro discografico.
Che tipo di progetto è, invece, Ensemble Ethnique, un’altra dimensione della tua musicalità?
Ensemble Ethnique è l’estremizzazione dello stesso concetto di globalizzazione musicale: qui senza problemi di lingua e infischiandocene di ogni tipo di etichetta, abbiamo collaborato assieme ai produttori Paul e Peter Micioni, precursori di una chillout di lusso che ha fatto numeri importanti, oltre al fatto di aver messo in commercio un catalogo di oltre 60 brani ed essere finiti su decine di compilation prestigiose ed internazionali come Buddha Bar Vol. 8, Ten Years sempre di Buddha Bar e Nirvana Lounge di Claude Challe.
Mi sembra di cogliere un filo conduttore comune nelle canzoni dei Rumba De Mar legato al viaggio, alla ricerca di un destino migliore, una fuga dal disagio. Anche la musica è una forma di riscatto?
Forse la musica è una delle poche forme di riscatto che abbiamo. Voglio ricordare a chi legge che dopo l’unità d’Italia e la distruzione materiale  e culturale del Regno dei Borboni, Napoli affidò proprio ai grandi autori di fine Ottocento il compito di divulgare attraverso lo spessore culturale delle grandi poesie e delle monumentali canzoni, il rifiuto di quanto stava accadendo.
Senza alcun giudizio morale, ma ho trovato curioso che ti sia esibito con la tua musica che canta la povertà, il disagio, il sud del mondo, nei luoghi della ricchezza più smodata come il Billionaire, Saint Tropez, il matrimonio di Fiona Swarosky. Come ti sentivi a cantare un pezzo come Arriva Il Giorno in contesti del genere?
Benissimo.In certi luoghi sanno apprezzare moltissimo la musica di qualità e multietnica, anzi devo ammettere che il nostro successo, se così si può chiamare, è nato proprio  in certi ambienti e poi  in un secondo tempo è approdato anche nei club meno d’élite.
Dove vi si trova in giro quest’estate?
Nei club estivi alla moda, negli aperitivi sulle spiagge in tutt’Italia e, grazie a persone come te, anche in circuiti nuovi!!!!

Giulio Cancelliere

Intervista con Andrea Zuppini

La musica è una forma d’arte che può essere semplicemente decorativa e funzionale, ma anche nella decorazione si può avere classe e offrire alta qualità.
Zu Grooves I si inserisce in questa categoria. Opera di Andrea Zuppini, chitarrista, compositore, produttore, una lunga carriera che l’ha portato dal jazz a fianco di Lee Konitz e Massimo Urbani, Luigi Bonafede e Aldo Mella, Massimo Colombo e Stefano Cerri, Toots Thielemans, Ramberto Ciammarughi e Mario Rosini, al pop raffinato di Fabio Concato, Rossana Casale, Antonella Ruggiero,Patti Pravo, Fiorella Mannoia, il primissimo Alex Baroni, quello più fusion e meno wonderiano.
Zuppini è anche un perfetto animale da studio, nel senso che si muove a suo agio tra le macchine del suono, sia analogiche, sia digitali, che conosce a fondo e maneggia con disinvoltura. Ha messo in piedi il suo terzo attrezzatissimo studio nello scantinato di un vecchio palazzo di Porta Romana a Milano, dove scendi una ripidissima scala di pietra, passi attraverso un corridoio con i mattoni pieni a vista e ti ritrovi proiettato in un attimo dall’antichità nel futuro tecnologico. Qui, presso Zu-Music Workshop, ha concepito Zu Grooves I Summer Vibes, una produzione lounge, quel genere musicale che ha fatto furore negli anni ’90 e ’00 con titoli come Buddha Bar e Cafè del Mar, un cocktail fatto di jazz, rhythm ‘n’ blues, funk, soul, ethnic, colonne sonore anni ’70, tutto shakerato con una buona dose di elettronica che amalgama, omogeneizza e rende digeribile per i tempi odierni.
Chi pensava, come il sottoscritto, che fosse una musica ormai tramontata, si sbagliava di grosso.
No, non è tramontata, è una musica che ha ancora un mercato e una sua funzionalità, come dicevi tu. L’importante è che sia fatta bene e non sia confusa con la musica per ascensori o centri commerciali, dove non senti nulla se non una fruscio di percussioni e qualche nota qua e là.
Come hai inventato Zu Grooves? Da cosa sei partito?
Ho chiesto a quattro dj italiani, tra i più quotati, la loro compilation ideale, in modo da capire il mood di questa musica, che cosa la rende affascinante. Ho passato un mese ad ascoltare questi brani, alcuni dei quali armonicamente semplicissimi, composti da un solo accordo o due, che ma che venivano sviluppati su piani sonori differenti e imprevedibili. Una volta compresi i meccanismi nascosti in questa musica che affascina milioni di persone nel mondo ho cominciato a lavorare. Anni di produzione nel pop, nel rock, nel blues, nella bossa, nel jazz, nella classica, mi hanno permesso creare con una certa facilità dei groove su cui costruire delle linee melodiche adeguate fino alla realizzazione finale.
In effetti nei brani ci sono molti riferimenti a cosa già sentite, eppure sviluppate diversamente, dal jazz al country, dal soul all’afro-cuban, dalla bossa al funk, al tango.
È come una pietanza cucinata con diversi ingredienti: bisogna saper dosarli, non esagerare, ma mantenere un equilibrio in modo da farli sentire tutti.
C’è molta elettronica, ma anche molta umanità.
Certo! È un disco con una componente umana fortissima: ho parlato di groove, ma in molti  brani abbiamo suonato senza click, il tempo lo davo io e si procedeva col nostro metronomo interiore. Quando ho cominciato a riflettere su quel che potevo fare per differenziarmi dalle produzioni già esistenti e che avevano avuto tanto successo, ho pensato che la componente umana avrebbe fatto la differenza: diminuire il tasso di elettronica e aumentare quello di musicisti in carne, ossa e strumento. Anche perché, molti lavori che ho sentito sono belli solo parzialmente: hanno tre o quattro pezzi che “tirano”, suonati con tutti i crismi e il resto è raffazzonato alla rinfusa. Il mio lavoro è curatissimo dall’inizio alla fine.
Hai lavorato con ottimi solisti.
Amedeo Bianchi al sax, Marco Brioschi alla tromba e flicorno, Eric Cisbani alla batteria, Carlo Cantini al violino, Vincenzo Zitello all’arpa celtica e al flauto e le cantanti Monica Magnani, LadyB, Dagmar Segbers, Sherrita Duran, Klo, Cristiana Abbate…
…e Stanley Clarke e Richard Galliano.
Quelli arrivano dal mio discografico inglese, che è proprietario di un’etichetta jazz, la Kind Of Blue e mi ha messo a disposizione il suo immenso catalogo che comprende produzioni di Randy Brecker, Bobby Hutcherson, George Cables, Tony Scott, Brian Bromberg, Eddie Henderson, James Carter, Ron Carter e molti altri. Lì sono andato pescare quello che mi serviva.
E Nicola Oliva?
Nicola Oliva è il chitarrista che fa parte di un altro mio progetto, Acoustic Dream, col quale facciamo concerti e abbiamo anche un disco nel cassetto già pronto in attesa di trovare la giusta collocazione.
Tornando a Zu Grooves: è un disco doppio, 27 pezzi, in una confezione lussuosissima, che, in tempi di download di mp3 è una rarità. Solo Pino Daniele ultimamente si è permesso di pubblicare un disco con  copertina rigida cartonata e un libretto di 80 pagine. Tu hai addirittura pensato ad un contenitore con una grafica raffinatissima.
Sì, volevo che Zu Grooves fosse bello anche da possedere, guardare, maneggiare, non solo da ascoltare. Una cosa preziosa.
Devo dire che la forma lussuosa promette e mantiene un contenuto di alta qualità tecnica.
Mi piace lavorare con il meglio della tecnologia: questo studio l’ho progettato io, dalla insonorizzazione alle macchine, ai microfoni, scelti uno per uno da me. La catena del suono è controllatissima.
E adesso?
E adesso Zu Grooves II. Se nel primo volume ho coinvolto una decina di musicisti, nel prossimo voglio coinvolgerne cinquanta, compresi i dj, che non sono dei musicisti nel senso classico del termine, ma hanno un punto di vista musicale davvero interessante.
Nel frattempo?
Continuo a lavorare, registrare, comporre. Nell’ultimo disco di Fiorella Mannoia, Sud, c’è un mio pezzo in napoletano col testo di Titina De Filippo.
Quando uscirà Zu Grooves II?
A Natale.

Giulio Cancelliere