MIDJ MILANO MEETING: l’associazione Musicisti Italiani Di Jazz a raccolta a Milano

Sabato 12 settembre il Midj approda a Milano per il MIDJ MILANO MEETING, il primo incontro nazionale dell’associazione nel capoluogo lombardo. Il congresso, organizzato da Antonio Ribatti e Ferdinando Faraò con l’ospitalità del Teatro Sala Fontana e di Ah-Um Milano Jazz Festival, avrà luogo dalle ore 11.30 presso il Teatro Sala Fontana (via Boltraffio 21, Milano). Lo scopo principale del Midj Milano Meeting è quello di gettare le basi per creare forme di azione, concrete e condivise, finalizzate alla valorizzazione del panorama jazzistico italiano. Dopo un’introduzione a cura di Antonio Ribatti, direttore artistico di Ah-Um Milano Jazz Festival e moderatore del Midj Milano Meeting, interverranno: Ada Montellanico (musicista e Presidente dell’associazione Musicisti Italiani Di Jazz), Boris Savoldelli (musicista e referente Midj per la regione Lombardia), Maurizio Franco (critico musicale e coordinatore dei Corsi Civici di Jazz), Enrico Intra (musicista e coordinatore dei Corsi Civici di Jazz), Franco D’Andrea (musicista e componente del direttivo Midj), Ferdinando Faraò (musicista e Presidente Associazione Culturale Artchipel).

Tra gli argomenti principali che verranno affrontati nel corso del congresso: il Midj, la sua importanza e il suo sviluppo in Lombardia, le esperienze We Insist! e quella del 6 settembre a L’Aquila, la SIAE e l’insegnamento nei conservatori e le scuole italiane. Tutti i protagonisti del mondo del jazz nazionale, musicisti, operatori del settore o semplici appassionati del genere, sono invitati a partecipare attivamente al meeting, anche attraverso il dibattito con i relatori, e possono consultare il programma dettagliato del convegno sul sito http://www.ahumjazzfestival.com.

L’ingresso è libero, previa registrazione. È possibile registrarsi on line tramite il seguente link https://www.eventbrite.it/e/biglietti-midj-milano-meeting-18443329495 , oppure inviando all’indirizzo info@ahumjazzfestival.com il modulo d’iscrizione al convegno scaricabile dal sito http://www.ahumjazzfestival.com, oppure direttamente al Teatro Sala Fontana, il 12 settembre, entro le ore 11.

Anche il jazz fa PIL

UJ15_MANIFESTO_1Il luogo è un vecchio capannone abbandonato in via Bramante a Milano, testimonianza di un passato industriale estinto ormai da mezzo secolo a ridosso dell’Isola Garibaldi. Qui l’ombra dei grattacieli di Porta Nuova non si è ancora allungata. Le mura con i mattoni a vista, l’intonaco che si sbriciola, il pavimento di cemento, i lucernari altissimi e persino i rosoni alle pareti, fanno tanto post-post-moderno. È in un luogo così singolare, con una sua spiritualità laica intrinseca, che si è svolta la manifestazione Umbria Experience Opening, per la promozione della Regione Umbria, con tanto di Governatore (-trice?-toressa?) Catiuscia Marini, che illustrava le bellezze della sua terra, introdotta dal padrone di casa Luciano Galimberti, recentemente eletto presidente di ADI, Associazione per il Disegno Industriale, che farà dell’edificio la Casa del Design, una sorta di galleria storica del Compasso D’oro, il premio, da quest’anno internazionale, che l’ADI assegna al miglior lavoro di design a tema (quest’anno Design for Food and Nutrition, com’è ovvio).
Expo è l’occasione per la Regione Umbria, attraverso Umbria Trade Agency, di attrarre investimenti dall’estero, commesse, partnership, in ambito eno-gastronomico, ma anche tessile, meccanico, tecnologico e culturale. Per questo c’era anche la Fondazione Umbria Jazz, col suo presidente Renzo Arbore (“presidente per anzianità di frequentazione del jazz”, ammette lui stesso) e Carlo Pagnotta, direttore artistico di un festival giunto, tra alti e bassi, alla sua trentanovesima edizione. IMG_1333r
Il programma era già stato presentato in altra occasione più specifica e non se ne è parlato in questa sede, se non per citare i grossi nomi di richiamo, soprattutto per i non jazzofili — Tony Bennett assieme a Lady Gaga (biglietti a 165€!), Caetano Veloso e Gilberto Gil, che riformano la vecchia coppia dei “tropicalisti”, i Subsonica e la loro emanazione elettrojazzistica Barber Mouse — ma anche Paolo Conte (a metà strada fra jazz e canzone d’autore), Chick Corea ed Herbie Hancock, Stefano Bollani, Enrico Rava, oltre al trombettista Paolo Fresu e al sassofonista Charles Lloyd, che quest’anno riceveranno una laurea ad honorem dal prestigioso Berklee Fresu rCollege of Music di Boston, che da decenni gestisce le sue clinics a Umbria Jazz. È un programma che da molti anni tiene conto prevalentemente del botteghino e quindi incline all’ecumenismo (il presidente della regione ha detto che “UJ è una risorsa turistica e culturale” e il PIL conta, soprattutto di questi tempi), a dimostrazione che, anche con la cultura si mangia, a differenza di ciò che pensava un ex-ministro piuttosto altezzoso e permaloso. In effetti, l’attuale ministro dei Beni Culturali Franceschini ha chiesto la consulenza di un jazzista come Paolo Fresu (protagonista di una bella esibizione assieme al pianista Danilo Rea) per capire come distribuire un fondo (si parla di 500.000 euro) messo a disposizione dal dicastero, per valorizzare e promuovere il jazz nazionale. Non mancheranno polemiche su come e dove pioveranno questi soldi. A precisa domanda su come si cautelerà da eventuali accuse di “conflitto d’interessi”, Fresu mi ha risposto che se ne infischia delle polemiche.
L’esibizione di Fresu e Rea ha piacevolmente rinfrancato il pubblico dalla calura con una selezione di canzoni — da O Que Sera di Chico Buarque a Autumn Leaves di Cosma, passando per Almeno Tu Nell’Universo, Non Ti Scordar Di Me, E SeIMG_1346r Domani, La Canzone di Marinella, Bye Bye Blackbird — elaborate in chiave jazzistica con la bravura e la freschezza di cui sono capaci i due fuoriclasse, tipici rappresentanti di un’idea di jazz estremamente inclusiva.
Ad un certo punto è apparso in prima fila anche Cesare Romiti, ex amministratore delegato di Fiat, fondatore ed ex presidente di Gemina, la finanziaria che un tempo controllava RCS, fondatore di Impregilo e tante altre cose. Eravamo in piena Chinatown e Romiti, tra le varie, è anche presidente della Fondazione Italia-Cina. Insomma, eravamo quasi a casa sua.

Giulio Cancelliere

Silenziosa(mente) l’audiolibro/1

Oggi è il 2 novembre 2012. Uno dice “grazie tante, ho anch’io il calendario” ed è facile dire oggi “io lo sapevo fin dall’estate scorsa che sarebbe arrivato il 2 novembre”, ma io l’avevo previsto già nel 2007 che questo giorno sarebbe giunto e lo scrissi persino in un libro che venne pubblicato nel 2010. La prova è nelle icone qui a fianco di Silenzio(mente), ma ora la potete anche ascoltare qui sotto, attraverso l’audiolibro che ho postato su youtube. Non è un normale audiolibro con la voce, la mia, che legge le parole, le mie, scritte sulla pagina, ma ho messo anche la musica che accompagna la narrazione e persino le fotografie dei personaggi, almeno quelli veri, esistenti ed esistenti. Il protagonista, tanto per cominciare, è inventato, qualcuno dice che sono io o che mi assomiglia molto, ma è solo malignità. Comunque non ha immagine e potete pensarlo come volete. Nemmeno la protagonista esiste davvero, o forse sì, ma non la conosco, purtroppo o per fortuna. Anche lei la potete immaginare come volete, anche se una descrizione sommaria è fornita nel secondo capitolo. Per il momento è il primo capitolo, quello che parte, appunto, dal 2 novembre 2012. Il resto della storia è in preparazione, ma il lavoro è piuttosto lungo e faticoso, dato che me lo faccio da me. Se avete fretta di sapere cosa succede nei giorni successivi al 2 novembre, comunque, c’è sempre il libro già pubblicato e disponibile. Altrimenti dovrete avere pazienza.
Buon ascolto e buona visione.

Conflitto d’interesse editoriale

È uscita una nuova recensione, firmata da Luca Masperone, del mio romanzo Silenziosa(mente), sul mensile per il quale scrivo da diversi anni. Tutto ciò si configura quasi come un confitto di interessi, tanto più in quanto è una recensione positiva. In attesa delle decisioni dell’authority sulla concorrenza la pubblicizzo anche qui, ma invitandovi a comprare pure il mensile (oltre al romanzo), che è ricchissimo di articoli interessanti, comprese due mie interviste a Katia Labèque e Al Di Meola.

L’arte nel portachiavi

Sarà che non c’ero quando Edison inventò il fonografo, ma c’ero quando la Geloso mise in commercio il magnetofono con i tasti colorati; sarà che non c’ero quando la Original Dixieland Jass Band di Nick LaRocca incise il primo disco jazz nel 1917, ma c’ero quando cominciarono a girare i primi mangiadischi azzurri e arancioni. sarà che non c’ero quando i VDisc d’ importazione americana iniziarono a circolare anche in Italia, ma c’ero quando la Fratelli Fabbri Editore pubblicò le Fiabe Sonore ( A mille ce n’è nel mio cuore di fiabe da narrar…) da sentire sulla fonovaligia Lesa; sarà che non c’ero quando Miles Davis incise Birth Of Cool, ma c’ero quando arrivò a casa il primo giradischi stereofonico, comprato attraverso l’abbonamento a Selezione dal Reader’s Digest dai miei genitori, seguito dal primo piatto Lenco col pesino anti-skating e poi il piatto Thorens, l’amplificatore Pioneer, la piastra Technics e c’ero anche quando nel 1983 cominciarono a circolare i primi CD. Insomma, con i dischi ho sempre avuto un rapporto strettissimo, analogici o digitali che fossero. Mi ci sono affezionato, è evidente, li ho ancora quasi tutti e chi è nato dopo, molto dopo, forse non può capire. Tuttavia, le mie orecchie e quelle di un sedicenne dovrebbero essere più o meno le stesse, l’evoluzione non viaggia così velocemente come la tecnologia. Perciò, se da una coppia di casse ascoltiamo un disco, anche un CD (non voglio fare il talebano del vinile a tutti i costi, anche perché il vinile spesso è un campo di battaglia e non garantisce un ascolto degno), purché sia in formato audio PCM e almeno 44,1 kHz a 16 o 24 bit e poi passiamo lo stesso disco nel lettore del computer e lo sentiamo in cuffia, le differenze saranno evidenti. Se, infine, riduciamo tutto ad una compressione da MP3 a 128kbps, è come infilare gli affreschi della Cappella degli Scrovegni di Giotto in un portachiavi ed esibirlo vantandosi di avere con sé un’opera d’arte. Se un musicista perde settimane, se non mesi, in sala d’incisione per cercare il suono giusto per le sue canzoni, lo trova, poi si convince che non è il massimo, butta via tutto e risuona da capo il disco, (mentre il fonico ha conservato una copia delle vecchie registrazioni, l’ha nascosta da qualche parte in attesa che l’artista diventi sufficientemente famoso da giustificare la messa in circolazione di alternate take) fino a che non è completamente soddisfatto (cioè mai), mette il tutto dentro un dischetto di plastica seguendo un ordine logico-esoterico (un ossimoro), paga grafici che gli studino una copertina gradevole ed appetibile, come pensate si sentirà quando il potenziale ascoltatore scaricherà da internet una e una sola sola canzone, quella che la casa discografica avrà indicato come quella giusta  per i suoi gusti di gggiovane, che avrà fatto salire proditoriamente in classifica (tutti saltano sul carro del vincitore, perché se una canzone è prima in classifica un motivo ci sarà, no?), che pubblicizzerà nei giusti modi e tenterà di vendere nel maggior numero di esemplari possibili? Tanto lavoro per un ronzio in cuffia? E la profondità? E la prospettiva? E l’ambiente? E la condivisione? Se Raymond Carver avesse pubblicato Principianti oggi, i lettori gli avrebbero comprato solo Una Piccola Cosa Ma Buona (è vero, solo quel racconto vale tutto il libro), perdendosi Con Tanta Di Quell’Acqua o Dove Sono Finiti Tutti o, peggio ancora, Un’Altra Cosa? Certo, il musicista è responsabile di tutto ciò, perché accetta di essere messo in un portachiavi, ma spesso è costretto dal meccanismo vigente e, comunque, questo non lo giustifica completamente. Io stesso, addetto ai lavori, mi trovo costretto ad adeguarmi, ma non lo accetto e per questo sto scrivendo. Da qualche tempo è invalso l’uso di inviare alla stampa non più il disco omaggio da recensire, ma il link dove scaricare l’album (a volte solo lo streaming) in MP3. Ora, se mi mandi il prodotto della tua fatica affinché io lo valuti, sperando che lo consigli ai tuoi futuri clienti (parlo così brutalmente, perché è il linguaggio che i discografici capiscono più facilmente, dato che molti di loro, soprattutto nelle major, vendono i dischi come fossero pomodori, automobili o sofà), penso che dovresti presentarmelo nel migliore dei modi, cosicché io rimanga favorevolmente impressionato dalla fattura, dalla pregevolezza delle finiture, dall’eleganza della confezione, dalla cura del dettaglio. E invece no: mi mandi il prodotto in un cartoccio, come un merluzzo avvolto nel giornale del giorno prima. Come pensate che sia predisposto d’animo? Posso anche pensare di masterizzarmelo e infilarlo nello stereo per sentirlo un po’ meglio (se è in streaming me lo sogno), ma sarà sempre in formato compresso e lontano miglia dall’intento originario dell’artista di avere un suono accattivante. Cosa dovrei consigliare all’ascoltatore? Di andare a vedere una mostra dopo averne ammirato i quadri in un portachiavi? Qualcuno potrebbe pensare che ce l’ho con i formati compressi perché non ricevo più i dischi dalle case discografiche. Non è così: i dischi li ricevo ugualmente, tanto che gli spazi ambientali sono sempre più ristretti (si stampano troppi dischi, effettivamente), ma dalle piccole etichette indipendenti, di jazz, rock, musica strumentale, quegli ambienti in cui si crede ancora in un progetto organico e non in una singola canzone che possa arricchirti. Il CD sta sopravvivendo ancora grazie a loro e l’ascolto della musica – NON il consumo della musica – è ancora un’attività ricreativa per la mente e il corpo, come la lettura o la visita ai luoghi dove si trova e si fa arte. Le cose consumate, alla fine, si buttano via.

Giulio Cancelliere

Ouverture

Il  blog che inauguro oggi vuole essere un luogo di lettura e ascolto. Il titolo fa riferimento non solo al mio romanzo o al silenzio della mente, che favorisce la concentrazione, ma anche a quell’elemento impalpabile eppure così concreto, immancabile eppure così trascurato, preziosissimo eppure così svalutato, che è il silenzio, senza il quale la musica stessa non potrebbe esistere. Mi sono deciso ad aprire un blog di musica non riuscendo a scrivere sugli organi di stampa tradizionali tutto ciò che vorrei, riguardo alla musica con cui vengo a contatto, sotto forma di dischi, video, concerti, interviste. Non per un fatto di censura, ma perché nei giornali, di solito, ci si occupa di un genere specifico, oppure ci sono collaboratori e redattori dedicati ad un determinato settore e non ci si può pestare i piedi a vicenda. E poi c’è un motivo più triste e malevolo: purtroppo, per chi fa il mio mestiere da free-lance, e per mestiere intendo un’attività che dia di che sostentarsi, ultimamente è facile scontrarsi con quel subdolo ostacolo che si traduce nella frase “ma noi non paghiamo i collaboratori, siamo tutti volontari”, che è tanto vera da un lato, quanto fasulla dall’altro (scegliete voi il lato che più vi garba). Dato per  valido tuttora l’assunto secondo il quale ogni lavoro deve essere adeguatamente compensato e chi svolge un lavoro gratuitamente non fornisce un bel servizio a chi su quel lavoro fa affidamento per campare, ho deciso di pubblicare tutto ciò che non riesco a scrivere sui giornali che mi pagano, sul mio blog, gratuitamente. Chiunque potrà passare, leggere, ascoltare quando ci sarà da ascoltare, vedere quando ci sarà da vedere, commentare, lasciare il proprio giudizio, anche in conflitto col mio, ma senza spendere un centesimo. Io avrò lavorato gratis, ma per me stesso e per chi passerà di qui e solo al servizio della musica, senza flaccide ipocrisie e giustificazioni.

Giulio Cancelliere