Michael Moore invade l’Europa

UnknownEsci dalla visione di questo film e ti dici: ma quanto sono fortunato a vivere qui? E perché non me ne sono mai accorto? E il paragone non è con l’Iraq o la Nigeria, la Corea del Nord o il Sudan, ma con gli Stati Uniti d’America.
Verso la fine del film una manager islandese afferma di fronte alla cinepresa che non vivrebbe negli USA nemmeno se la pagassero, eppure abita in un piccolo posto sperduto nel nord dell’Atlantico in mezzo a ghiaccio e vulcani.
Michael Moore ha girato finalmente un film ottimista, che fornisce qualche speranza alla più grande democrazia del mondo (dopo l’India per numero di abitanti), nonostante la candidatura di Trump e le porcherie che mangiano dall’altra parte dell’oceano.
L’idea è questa: viaggiare per l’Europa, invadere Paesi come Italia, Francia, Germania, Slovenia, Finlandia, Norvegia, Islanda, Portogallo, ma anche Tunisia e raccogliere i fiori di questi Paesi, le idee migliori in termini di sistema scolastico, lavoro, benessere, politiche sociali, diritti civili, uguaglianza, quindi appropriarsene – come fanno gli USA quando invadono un paese straniero e lo depredano delle sue ricchezze – e portarle in America per far stare meglio gli americani. Tutto questo senza usare le forze armate, che costano troppo e da Hiroshima in poi non hanno vinto più una guerra, ma un uomo solo: Michael Moore, che da solo fa per tre.
È chiaro che i fiori vanno raccolti in mezzo alle erbacce, che pure da noi infestano il territorio politico e sociale, ma come fai a spiegare a un americano che in molti Paesi le ferie sono pagate, che il sistema sanitario pubblico è quasi gratuito e per lo più funziona, che il cibo locale è sano e genuino e previene l’obesità, che le donne siedono per ampie quote nei consigli d’amministrazione delle grandi aziende per legge, senza che questi non balzi sulla sedia per l’incredulità? Poi, certo, da noi il tasso di disoccupazione è preoccupante, il problema dell’immigrazione spaventa i governi, abbiamo un passato recente e remoto di genocidi orribili, ma non è molto diverso da ciò che accade nel Nuovo Continente, dove trovare un lavoro è sempre più complicato, hanno costruito muri al confine con il Messico e in quanto a genocidi e schiavismo non hanno da imparare nulla. E allora?
Where To Invade Next, visto in Europa è un film per certi versi consolatorio, ma in America dev’essere devastante. Moore gira con piglio documentaristico, (auto)ironico, mantenendo sempre quello spirito cronachistico e spontaneo che rende frizzante il racconto.
Un appunto gli andrebbe mosso quando parla degli Stati Uniti come il Paese che ha inventato le lotte sindacali o il principio rieducativo della pena carceraria. Ecco, se nel caso del movimento operaio c’è stata probabilmente una contemporaneità di intenti, nel secondo una scorsa al testo più famoso di Cesare Beccaria (1764) gli farebbe bene. Ma anche lui è americano, dopo tutto, è figlio del sistema scolastico a stelle e strisce, che non reputa fondamentali materie come geografia, poesia, storia e quindi tante cose ancora non le sa. Ma viaggia e lavora per impararle.

Giulio Cancelliere

Intervista con Dino Rubino

Non capita così spesso di innamorarsi di un disco, soprattutto se si ha a che fare con quantità abnormi di musica ogni giorno. Eppure Zenzi mi ha colpito subito per la sua cantabilità, leggerezza e intensità, le caratteristiche peculiari della grande artista sudafricana che l’ha ispirato e che Dino Rubino, pianista e trombettista siciliano, ha infuso nella sua registrazione. Miriam Makeba era tutto questo e il legame col nostro Paese paradossalmente si è consolidato e spezzato nello stesso istante in cui è mancata, subito dopo un concerto a Castelvolturno nel 2008, invitata da Roberto Saviano per un’iniziativa culturale contro la camorra.
Lo stesso “colpo di fulmine” è quello che ha folgorato  Dino Rubino dopo avere letto la biografia di Mama Afrika.
“Non conoscevo la sua musica, ma dopo avere letto la sua storia, la sua vita, il suo impegno, sono andato a sentirla e ho avvertito l’esigenza di fare questo album. Tra l’altro Paolo Fresu mi aveva proposto la produzione di un disco per la sua etichetta Tuk e quando gli ho sottoposto questo progetto ha subito accettato.”
È un disco che assomiglia molto a Miriam Makeba e forse è per questo che mi è piaciuto così tanto, ma anche perché, a differenza di ciò che fanno solitamente i pianisti, non ti sei voluto complicare troppo la vita armonicamente parlando. Mi sembra che fluisca tutto piuttosto spontaneamente.
“È così, in effetti. In realtà non mi piace la musica troppo cervellotica e in questa situazione ancor più mi sono voluto attenere a uno spirito che non stridesse con la musicalità di Miriam Makeba. L’aggettivo cantabile è stato un termine chiave e di riferimento.”
Con Stefano Bagnoli e Paolino Dalla Porta, i musicisti che ti affiancano, hai una consuetudine che ti ha permesso questa spontaneità?
“Suono con loro da diversi anni, da quando, con Francesco Cafiso, avevamo il gruppo 4Out. Poi il quartetto è stato sciolto da Francesco, ma noi abbiamo continuato a suonare insieme.”
Questa cantabilità che ti appartiene viene prevalentemente dall’attività di pianista o trombettista?
“Direi da quella di trombettista, soprattutto per un fatto tecnico: prima di emettere una nota alla tromba te la devi cantare dentro te. Questo ha risvegliato probabilmente un senso melodico latente, che si è riversato anche sul pianoforte.”
Quando hai cominciato a suonare la tromba?
“A quattordici anni. Allora studiavo pianoforte al conservatorio, vidi un concerto di Tom Harrell in un piccolissimo club a Umbria Jazz e al termine dissi a mio padre che volevo suonare la tromba. Così feci. Lasciai gli studi di pianoforte classico, che ripresi e completai solo a ventuno anni. Successivamente ebbi dei problemi ai denti che mi impedirono di proseguire con la tromba per almeno tre anni. Superati anche questi, ora gestisco entrambe le cose abbastanza senza stress.”
Mentre registravi la musica di Miriam Makeba ti è mai venuto in mente Abdullah Ibrahim, il grande pianista jazz sudafricano?
“Altroché, è uno di miei principali riferimenti e avevamo in mente di fargli scrivere le note di copertina, c’era anche un mezzo accordo, ma poi le cose sono andate diversamente.”
Ora che cosa hai in programma?
“Sto suonando molto dal vivo. Ho fatto un tour con Francesco Cafiso e l’Island Blue Quartet in Sudamerica, ho fatto quattro concerti con Enrico Rava in Sicilia in una formazione che prevedeva solo musicisti siciliani.”
Suonavi solo il piano o anche la tromba?                                                                 “Anche la tromba, con Enrico non posso farne a meno, visto che è lui che mi incoraggia sempre. Suonerò con Rava ancora a dicembre. Inoltre ho fatto dei concerti con Steve Grossman e per tutto il prossimo mese ho molti concerti con questo trio di Zenzi. Tra l’altro il 18 dicembre a Milano saremo al Teatro Dal Verme con una formazione che prevede anche due giovanissimi musicisti siciliani, Giovanni e Matteo Cutello, suonano sax e tromba, hanno 11 e 12 anni e sono bravissimi.

Giulio Cancelliere

Donne come fiori (il video)

Il pezzo da combattimento di Giada de Gioia ora è anche un video. Nato in versione acustica in sostegno alla lotta delle operaie dell’Omsa di Faenza delocalizzata in Serbia è diventato una gioiosa macchina da guerra rock per tutte le donne.

Aperitivo in Concerto/1

Si apre il 28 ottobre la ventottesima edizione di Aperitivo in Concerto, la stagione musicale ideata e sviluppata da Gianni Gualberto al Teatro Manzoni di Milano, che vuole offrire un panorama quanto mai esaustivo e originale delle nuove tendenze della musica improvvisata internazionale. Anche quest’anno una proposta ricca di stimoli interessanti con un filo conduttore, l’Africa, quale luogo d’origine e catalizzatore del jazz, ma anche trampolino per le future proiezioni della musica improvvisata, fra strumenti tradizionali e nuove tecnologie, antiche esperienze e ipotesi avveniristiche, figure storiche e nuove teste pensanti.
Se il jazz ha portato a un’attenzione, inedita fino a quel momento, soprattutto negli anni Sessanta, verso il continente degli antenati, il linguaggio dell’improvvisazione ha contribuito ad accendere un riflettore anche sugli altri Paesi del mondo ben prima della moda “world”, con i suoi meriti e i suoi difetti, basti pensare a quanti festival jazz sono nati negli anni Settanta in ogni parte del pianeta, ovunque con caratteristiche peculiari locali.
L’afrocentrismo è senza dubbio il tema dei primi concerti domenicali mattutini: il grande sassofonista Archie Shepp (28 ottobre), artista che già nel 1969 partecipava al Primo Festival Panafricano di Algeri, assieme al gruppo Dar Gnawa, storica e affascinante formazione di Tangeri discendente dagli schiavi che gli arabi deportarono in Nord Africa; Idris Ackamoor (11 novembre), storico interprete californiano a capo di un complesso di grande valore, The Pyramids, che ha saputo tracciare una via particolarmente spettacolare e coinvolgente nella riscoperta dell’Africa da parte del jazz e della tradizione afroamericana.
Il 18 novembre è la volta di Michael Henderson il bassista che accompagnò Miles Davis nella cavalcata elettrica della prima metà degli anni Settanta, alla vigilia del ritiro dalle scene, presente in album storici e talvolta controversi come Agharta, Get Up With It, On The Corner, Tribute to Jack Johnson, Dark Magus, Pangæa, in cui su una base ritmica dai timbri tribali e dall’incedere furioso si innestavano le improvvisazioni di Miles, Chick Corea, Herbie Hancock, il giovanissimo Keith Jarrett all’organo, Sonny Fortune, Reggie Lucas, John McLaughlin, Dave Holland e tutti quei collaboratori che avrebbero fatto fortuna, chi più chi meno, subito dopo quell’esposizione.
La riscoperta dell’ Africa non può prescindere dal discorso sul razzismo e l’apartheid, che aveva nella Repubblica Sudafricana il suo infernale fulcro: tra le personalità che più si sono battute contro quest’aberrazione, il trombettista Hugh Masekela, di scena il 25 novembre, brilla dal punto di vista musicale per aver saputo sapientemente mescolare il linguaggio jazzistico con la tradizione zulu.
Scintille sono previste il 2 dicembre, quando salirà sul palco il trombettista Steven Bernstein con la sua eccezionale Millennial Territory Orchestra, di cui fanno parte solisti quali  il violinista Charles Burnham, il contrabbassista Ben Allison, il batterista Ben Perowsky, il sassofonista Peter Apfelbaum, il trombonista Curtis Fowlkes e il cantante Dean Bowman, per rileggere il repertorio di Sly & the Family Stone, con la collaborazione del tastierista Bernie Worrell  (Parliament, Funkadelic), che rivedremo in primavera di nuovo assieme a Bill Laswell.
Il 16 dicembre la flautista Nicole Mitchell chiude la prima parte della rassegna portando a Milano, in prima mondiale, un’altra rilettura delle radici africane in un’opera capace di coinvolgere il pubblico in un incantatorio rituale collettivo di musica, danza, magia, con Hamid Drake alla batteria e Ballaké Sissoko alla kora.

Giulio Cancelliere

Meshell Ndegeocello: Pour Une Âme Souveraine: A Dedication To Nina Simone (Naïve)

Un omaggio a Nina Simone (1933-2003), mentre si approssima il decennale dalla sua scomparsa e l’ottantesimo dalla sua nascita era quantomai necessario e opportuno.
Ci sono caratteristiche stilistiche e umane che accomunano la bassista e cantante nata a Berlino e cresciuta a Washington con la grande artista afroamericana, che, con la sua musica e la sua personalità, rappresentò lo slancio artistico di un popolo assieme alla rivendicazione di diritti negati. Sia Meshell (oggi si scrive così, dopo variazioni continue di spelling), sia Nina sono personaggi inclassificabili, difficilmente inseribili in quelle caselle di genere che piacciono tanto alla discografia e alla stampa: pop e jazz, funk e hip hop sono il terreno su cui si muove la prima; jazz, blues, con venature classiche e canzone d’autore erano i luoghi frequentati dalla seconda. Ed è così che Ndegeocello rappresenta Nina, attraverso il prisma delle sue differenti anime, rileggendo il blues di Don’t Let Me Be Misunderstood (quante versioni, persino disco-flamenco, di questo pezzo!), l’afflato spirituale di Nobody’s Fault But Mine e Real Real, il femminismo tribale di Be My Husband e la dolorosa rassegnazione di Four Women e Either Way I Lose, la circospetta serenità di Feelin’ Good e Turn Me On, la tradizione di The House Of The Rising Sun trasformata in parossistico inno battista  in due quarti, Suzanne di Leonard Cohen, così lontana dall’originale, ma anche dalla sensualità sofferente di Jeff Buckley, la cornice teneramente folk di Black Is The Color Of My True Loves Hair, il bluegrass di Don’t Take All Night e l’ipnotica See Line Woman. Anche le ospiti chiamate a rendere omaggio alla leggendaria songstress non rientrano in categorie nettamente definite: Lizz Wright, Valerie June, Toshi Reagon, Sinead O’Connor, Tracy Wannomae e, l’unico uomo, Cody Chesnutt (interprete della emblematica To Be Young, Gifted and Black), orbitano attorno ai generi musicali rimbalzando da un’esperienza all’altra come elettroni impazziti. Una bella squadra di artisti adeguata alla statura di Nina Simone, figura scomoda, inquieta, fin troppo trascurata dalla critica, che meriterebbe una rivalutazione e riscoperta. In uscita il 9 ottobre.

Giulio Cancelliere

Intervista con Saba Anglana

Life Changanyisha, il terzo disco di Saba Anglana, è uscito da qualche mese, ormai, e la cantante italo-somalo-etiope è impegnata in un lungo tour promozionale. Life Changanyisha è la storia di un viaggio che Saba ha condotto in Kenia sotto il patrocinio di Amref, l’organizzazione di cooperazione internazionale impegnata da molti anni in Africa con una serie di progetti. È anche grazie alla fama e affidabilità di Amref e alla sua organizzazione logistica, che l’artista, accompagnata da Fabio Barovero, musicista e produttore del disco, ha potuto raggiungere luoghi non facilmente accessibili agli stranieri ed è stata accolta con cordialità e interesse verso la sua proposta musicale e culturale.
È stato un disco faticoso da fare in termini di dispendio di energie, immagino.
Sì, molto. Un mese e mezzo di viaggio con la preoccupazione costante di ottenere un risultato e con la responsabilità di cui ci ha investito Tommy Simmons, il direttore di Amref Italia, affidandoci una missione da compiere, traducendola in musica, in modo tale che fosse anche gradevole, perché alla fine la musica è intrattenimento, anche quando contiene un messaggio alto di tipo sociale e umanitario. Io venivo dalla precedente esperienza col disco Biyo, nel quale il tema era l’acqua ed era legato ai progetti idrici di Amref in Etiopia e avevamo notato che la musica è un veicolo molto potente ad ogni latitudine per portare messaggi e comunicare situazioni di emergenza chiedendo solidarietà e aiuto.
In sostanza la missione era raccontare ciò che avresti visto durante il viaggio in musica, quindi incontrando persone, musicisti, facendoti raccontare storie, cantando e suonando con loro, componendo anche all’istante, sul posto?
In realtà, alla partenza non avevamo ben chiaro cosa avremmo fatto e come, ma ci eravamo portati dell’attrezzatura per registrare sul campo, un piccolo studio mobile, e una tastiera con dei suoni midi, dei ritmi, che ci avrebbe aiutato ad avere un minimo supporto. Poi, l’avventura ce la siamo inventata giorno per giorno. Per quanto riguarda la composizione, oltre ai nostri appunti quotidiani che potevano servire da spunto, c’erano gli incontri con i musicisti locali, soprattutto cantanti, con cui, su basi ritmiche essenziali, montavamo pezzi a cui collaboravo imparando le parole in swahili, ma anche facendomi raccontare dalla mamme, ad esempio, il loro faticoso quotidiano con le loro stesse parole e cosi via. Un metodo molto empirico.
Come avvenivano gli incontri con le comunità locali?
Grazie ad Amref, venivamo in contatto con i capi-progetto, i quali avvertivano le comunità locali del nostro arrivo, in modo che potessero prepararsi ad accoglierci per raccontare la loro situazione, la loro vita di comunità, le difficoltà, i problemi da affrontare, anche attraverso canti e danze.
Non avete mai incontrato diffidenza da parte delle comunità locali?
Direi di no e questo grazie ad Amref, che adotta un metodo di lavoro atto a coinvolgere le comunità nei progetti: quando realizzano un progetto idrico, addestrano del personale tecnico locale che cura le varie fasi della costruzione del pozzo e poi gestisce la manutenzione in modo da responsabilizzare la comunità e non calare dall’alto la donazione, l’aiuto. Tra l’altro, noi siamo arrivati quando stava iniziando la crisi dovuta alla siccità , che poi è esplosa per tutto il 2011, per cui questi interventi sono anche volti a prevenire le situazioni di emergenza, oltre che affrontarle in tempo.
Tornando alla musica e all’approccio con le comunità locali, come si mantiene il giusto equilibrio fra tradizione e modernità, senza tradire la prima, ma nemmeno negare la seconda e, soprattutto, evitando un atteggiamento, anche involontario, colonialista? Nei tuoi appunti racconti di questi talentuosi ragazzini degli slum di Nairobi che sniffano colla e nelle orecchie non hanno i canti della tradizione, ma la scansione dei rapper americani. Mi vengono in mente i giovani sudamericani qui a Milano, che si vestono come i loro coetanei negli Stati Uniti, si ingozzano di birra, negando la propria cultura d’origine e abbracciando il modello che li ha colonizzati e li domina.
Ovviamente sono temi che mi appartengono e sui quali ho molto riflettuto, perché io stessa sono un ibrido. È praticamente impossibile in pochi giorni di incontro spiegare a queste persone che la modernità passa su di loro come un caterpillar appiattendo ogni cosa. Con questo non voglio dire che si deve restare legati per forza alla propria tradizione, chiudersi e non cogliere i segnali che arrivano dal mondo, anzi, tutto il contrario. Tuttavia, nell’ultimo brano del disco, James In Dagoretti, questo ragazzo, James Ndichu, su un impianto musicale tradizionale, che avevamo registrato a due-trecento chilometri da Nairobi, dove sopravvivono modi di vita differenti, “rappa” a suo modo raccontando la vita nel sobborgo della capitale, Dagoretti appunto, creando la sintesi perfetta di quello che dicevamo, la tradizione che si declina nella modernità. Quando glielo abbiamo fatto sentire è rimasto estremamente sorpreso del risultato. Più di mille parole, quel pezzo gli ha fatto capire che è possibile un incontro tra due linguaggi musicali apparentemente inconciliabili. Crediamo di avere prodotto in lui una nuova sensibilità e curiosità, che, magari, si svilupperà e verrà comunicata ad altri. D’altra parte è un problema che vivono anche le nuove generazioni italiane in cui il mainstream imperante sta cancellando ogni senso critico.
Non c’è dubbio.
Sai, quando hai usato la parola “tradire”, mi hai fatto venire in mente che io stessa sono spesso accusata di tradire una parte di me, quando sono troppo italiana o troppo somala o troppo etiope. C’è sempre qualcuno che vorrebbe tirarmi da una parte o dall’altra. Questo perché una parte del pubblico si è creata un’immagine di me che non corrisponde esattamente a quella che sono, cioè, un ibrido tra Africa e Italia e altro ancora, perché viviamo in un’epoca che ci mette a contatto con mille stimoli differenti. Io cerco di essere onesta con me stessa, prima di tutto e guardo al mio passato e al mio presente e cerco di sintetizzare quello che sono in una forma musicale ritenendola la più vicina alla mia essenza. Se poi una parte del pubblico si aspetta qualcosa di diverso non posso farci nulla, non si può chiedere ad un’artista di essere filologicamente coerente con un filone culturale, ma con la propria storia. Io sono tranquilla con la mia coscienza, perché conosco le regole dei linguaggi, di molti linguaggi, anche quelli accademici e so cosa sto facendo.
Sei mai tornata in Somalia?
Non è possibile tornarci. Avevo cinque anni quando abbiamo lasciato il Paese in quarantotto ore, ai tempi di Siad Barre, poco prima che scoppiasse la guerra civile. Per noi, famiglia mista, era più che pericoloso restare, anche volendo. Con Bobby ce lo siamo anche detti ultimamente, che la grande sfida sarebbe tornare a Mogadiscio, ma ora è veramente impossibile. Persino in Kenia, nel periodo in cui abbiamo lavorato a questo disco, ci furono attentati rivendicati dai fondamentalisti. Io stessa temevo di essere un obiettivo come artista “ibrida” che canta la pace tra i popoli, la fratellanza, la mescolanza. Il fondamentalismo è religioso, politico, ma anche culturale e la mia battaglia pacifica, nel mio piccolo, è portare avanti un modello culturale che si affranchi da questo modo di pensare e far capire che i fondamentalismi sono solo un danno.
Life Changanyisha, la vita ci mescola, non possiamo fermarla.

Giulio Cancelliere