Mia Martini: Io Sono Mia

I biopic sembrano un’invenzione moderna, ma esistono da quando c’è il cinema (Napoleon di Abel Gance è del 1927, il primo lungometraggio su Giovanna d’Arco è del 1913). Ken Russell ne creò un genere personalissimo con Liszt, Mahler, Tchaikovsky, Rodolfo Valentino, travalicando la realtà, trasformandola in visione.
Eppure i biopic, nonostante le esigenze di sceneggiatura costringano ad omettere, sintetizzare, selezionare fatti, eventi e sentimenti, scontentando spesso i fan e non informando esaustivamente i semplici spettatori, hanno un pubblico piuttosto fedele, basti pensare a quante “fiction” siano state prodotte per la televisione negli ultimi decenni. Se poi si tratta di musicisti è il cinema a farla da padrone e il successo di Bohemian Rhapsody è solo l’esempio più recente.
Ora cinema e televisione si sono associati e già l’anno scorso hanno partorito quel Principe Libero che raccontava un tratto di vita artistica e privata di Fabrizio De André. Dato che la squadra vincente non si cambia, Rai e Nexo Digital ci riprovano con lo sfruttamento multi-piattaforma (il passaggio al cinema per tre giorni e poi la trasmissione in tv dopo qualche settimana) con un altro personaggio tra i più controversi e, per certi aspetti, di ancora più difficile lettura.
Il corpo di Mia Martini fu trovato il 14 maggio del 1995 nella sua casa di Cardano al Campo, in provincia di Varese, ma la morte risaliva a due giorni prima. In realtà Mimì, come era affettuosamente chiamata dagli amici e dai fan, era morta già almeno un paio di volte, artisticamente parlando, a causa di un ambiente musicale che non accettava il suo desiderio di indipendenza e autonomia artistica e che la espulse come un corpo estraneo col sistema della maldicenza per oltre un decennio, fino al 1989, quando tornò trionfalmente a Sanremo con Almeno Tu Nell’Universo, una canzone scritta ventisette anni prima, all’epoca di Piccolo Uomo, da Bruno Lauzi e Maurizio Fabrizio. Ma non bastò, evidentemente.
Mia Martini rivive ora nel film Io Sono Mia grazie a un’ottima Serena Rossi che le restituisce voce e fisicità con un’efficacia straordinaria.
Il film è diretto da Riccardo Donna e sceneggiato da Monica Rametta, che si è avvalsa della consulenza di Loredana e Olivia Bertè (sorelle di Mia), oltre che, presumibilmente, della testimonianza di amici e persone che l’hanno conosciuta e frequentata.
L’espediente narrativo escogitato per il lungo flashback che anima il film è un’intervista non cercata, ma poi pretesa, da parte di una svogliata giornalista (Lucia Mascino) inviata al festival dell’89 per incontrare Ray Charles (poi il pezzo lo farà un collega), che si trova di fronte a una Mia Martini altrettanto annoiata e disillusa, ma che comincia a raccontarsi: dalle prime passioni musicali adolescenziali, osteggiata da un padre autoritario e manesco, al trasferimento a Roma con madre e sorelle per provare ad avviare una carriera. Fino a quando non viene notata in un jazz club dall’impresario Alberigo Crocetta che le apre le porte dell’industria discografica e le consente di farsi conoscere, apprezzare, premiare (vince due Festivalbar di seguito e innumerevoli altri riconoscimenti internazionali). Ma col successo – forse a causa della vendetta di un impresario sdegnosamente rifiutato da Mimì (lei stessa, in una intervista ad Epoca del 1989 ne fece nome e cognome, ma nel film indicato come Tino Notte) – nasce anche la famigerata nomea di iettatrice, che, da sussurro quasi scherzoso, diventa letteralmente “un rombo di cannone”, fino a oscurarne la splendida voce e la luminosa stella. Non bastasse, una vita sentimentale turbolenta (Ivano Fossati ha preteso di non essere nemmeno citato nel film, così come Renato Zero) rappresentata simbolicamente dalla storia d’amore fittizia col fotografo Andrea, un carattere che accetta a fatica i compromessi, artistici e no, il rischio di perdere la voce a causa di noduli alle corde vocali, che la costringono dopo un’operazione a rieducare il proprio strumento, non fanno che minarne l’equilibrio psicofisico fino a temere di non rimettere assieme i cocci della propria vita, artistica e umana.
Il regista Riccardo Donna, con un passato da musicista, ha operato una ricostruzione meticolosa dell’ambiente musicale degli anni ’70 e ’80, con strumenti e suoni d’epoca (tutti i pezzi che si sentono nel film sono stati registrati ex-novo con apparecchiature analogiche) e persino le copertine dei dischi e le locandine dei concerti mostrate, ristampate per l’occasione, ritraggono il volto dell’attrice.
Ma dicevamo di Serena Rossi, che si è trasformata in Mimì apparentemente senza sforzo, in virtù di una voce potente ed espressiva (ovviamente, ricantando alcuni dei suoi successi non ha potuto riprodurre il “graffio” post-operatorio degli anni ’80 e ’90, tuttavia non se ne avverte la mancanza), ma anche di una capacità di entrare nel personaggio vivendolo, senza tentare di imitarlo, con una naturalezza sorprendente: certi sguardi di traverso, il modo di muovere le mani, di sorridere, di tenere in braccio il mitico cagnolino Movie, i suoi cento volti incorniciati dai lunghi capelli biondi di Piccolo Uomo e Minuetto fino ai ricci neri di Almeno Tu Nell’Universo, sono quelli di Mimì.
Personaggi di fantasia ed emblematici si mescolano a quelli veri: Bruno Lauzi, Franco Califano, Crocetta, il discografico Roberto Galanti, l’amica fedelissima Alba, Charles Aznavour, Giuseppe Berté, il padre-padrone col quale parve fare pace dopo anni di lontananza e conflitto di sentimenti e, naturamente, Loredana, interpretata da un’estrosa Dajana Roncione.
Le omissioni sono tante, come già sottolineato – i salti temporali, le cadute e i tentativi di rialzarsi, gli incontri con autori e produttori che tentano di rilanciarla nel suo decennio più nero (Shel Shapiro, ad esempio) sono voragini aperte nella storia di questa grande artista – ma la produzione, firmata dalla Eliseo Fiction di Luca Barbareschi con Rai Fiction, ha cercato di restituire l’essenza di un personaggio complesso, contraddittorio, coraggioso, ma estremamente fragile, frantumatosi contro il muro del pregiudizio.
Il film sarà al cinema il 14-15-16 gennaio. In televisione sarà trasmesso a febbraio.
Qui l’elenco delle sale selezionate e il trailer.

Giulio Cancelliere

(ph Bepi Caroli)

 

A Befana Is Born

Non vado spesso al cinema come “pubblico pagante”, ma ogni volta mi sorprendo del volume con cui vengono proiettati film, trailer e pubblicità, come se fossimo tutti sordi o volessero conculcarci il messaggio fin nelle più profonde e oscure propaggini dell’intelletto. Comunque, con sprezzo del pericolo di avere compagni di visione puzzolenti di popcorn o divoratori di caramelle avvolte in lenzuoli di carta rumorosa, sono andato a vedere “La befana vien di notte…” confidando nella bravura di Paola Cortellesi, che quasi mai delude, nonostante il precedente “Come un gatto in autostrada”, un film fatto male, raffazzonato, frettoloso e poco significativo. Forse non avevo capito bene, anche per via di trailer piuttosto ambigui, che mostrano soprattutto la protagonista e il suo antagonista (il bravo e voluminoso Stefano Fresi) e solo marginalmente la banda di bambini che invece scorrazza per tutto il film. Tra l’altro, in sala, di bambini non ce n’erano affatto, tutti a rimpolpare il botteghino di Bumblebee, Spiderman e il Ritorno di Mary Poppins, che mi fa pensare di non essere il solo ad avere preso un granchio. Insomma, è un film per ragazzini, pieno di ragazzini, con un finale per ragazzini e battute per adulti. Michele Soavi è un regista esperto, che ha cominciato con l’horror (Argento e Lamberto Bava) e si è dedicato poi ad ogni genere cine-televisivo e, tutto sommato, se avessi avuto dodici anni e un’educazione mediamente civile, avrei anche apprezzato il messaggio di solidarietà che la storia veicola. Ma i dodici anni li ho traguardati da un pezzo e quel ch’è fatto è fatto e non sarà certamente la storia della befana che si dimentica di portare un regalo al bambino ciccio e complessato, il quale, una volta cresciuto, si dedica con successo all’imprenditoria nel settore giocattoli e alla tremenda vendetta contro la vecchiarda cinquecentenaria, a farmi cambiare forma mentis — peraltro sono nato nel giorno in cui la nasona con la scopa si introduce nelle case della brava gente, per cui ho una specifica competenza. Dalla sua il film ha ritmo, effetti speciali semplici, ma efficaci, le nevi e i boschi dell’Alto Adige e lo strepitoso make-up della Cortellesi, la quale, per befanarsi, si sottopone a ben cinque ore di trucco.
Per rifarmi, ho visto l’ennesimo remake di A Star Is Born, diretto da quel Bradley Cooper, già protagonista di American Sniper di Clint Eastwood, che stavolta si mette davanti e dietro la macchina da presa, co-produce, canta e suona la chitarra. La storia è nota: lui, artista di successo, in un night incontra la sconosciuta che tenta, senza troppa convinzione, la strada dello spettacolo, se ne innamora, la aiuta, la porta con sé sul palco, la sposa e mentre si accende la nuova stella, la sua si spegne rapidamente, complici gli eccessi di alcol e droghe, conditi da una discreta gelosia per il successo della consorte da cui, probabilmente, avrebbe preteso più gratitudine. Nel ruolo della protagonista, dopo Janet Gaynor nel ’37, Judy Garland nel ’54 e Barbra Streisand nel ’76, ecco approdare Stefani Joanne Angelina Germanotta, in arte Lady Gaga, al suo debutto cinematografico in un ruolo così di rilievo. La sfida, considerati i precedenti, non era delle più semplici, ma la musicista di New York non è certo di primo pelo e in quanto a doti canore e musicali se la gioca piuttosto bene con le colleghe. Smessi i panni eccessivi delle sue apparizioni sui palchi di tutto il mondo, la troviamo una slavata ragazzetta di provincia, cameriera in un ristorante e, di notte, cantante in un night di drag queen (lei unica donna ad esibirsi) dove capita la rockstar Jack Maine (un Cooper ciondolante e instabile per tre quarti di film), reduce da un concerto, in cerca di un bar dove fare il pieno. La vede, la sente, se ne innamora, diventa il suo pigmalione, oltre che marito, ma il lieto fine è in un altro film. Lady Gaga recita dignitosamente e il ruolo che interpreta si adatta perfettamente alle sue corde, visto anche il mestiere che fa. Aspettiamo di vederla in altre parti. Il film è lunghetto, due ore e un quarto che non passano agilmente, qualche lentezza si sarebbe potuta snellire, ma dopo i bambini saputelli e bulletti a caccia della befana mi sarebbe andato bene anche Tarkovsky.

Giulio Cancelliere

Filippo Timi: una Favola di attore

Prendete una commedia rosa dai risvolti noir, ambientatela nei ruggenti anni ’50 americani, conditela con un pizzico di musical, spruzzatela di dramma e suspence, Douglas Sirk e Alfred Hitchcock, ma senza prendervi troppo sul serio, anzi, eccedete nei toni e nei colori, affidatevi a un esperto della fotografia come Renato Berta. che ha un curriculum – autentico – che va da Godard a De Oliveira passando per Gitai, Resnais e Martone, sfiorate la denuncia sociale, una spolverata di magia, un finale a sorpresa e bravi attori e otterrete Favola, l’ultimo film di Filippo Timi, tratto dal suo spettacolo teatrale, risceneggiato per il cinema assieme al regista Sebastiano Mauri.
Se l’avete già visto in palcoscenico troverete qualche differenza, ma resta comunque una storia raccontata in interni – soggiorno, cucina, bagno, un’idea di giardino – con finestre che si affacciano su improbabili panorami, ora urbani, ora desertici, con tanto di grattacieli e cactus, riprodotti anche sulle orribili tappezzerie che rivestono le pareti di casa.
Mrs. Fairytale (Timi), casalinga depressa innamorata della sua cagnetta impagliata Lady, con la quale intreccia complesse conversazioni, è vittima di un marito-padrone, ma sogna una storia d’amore con uno dei tre gemelli (Luca Santagostino) che frequentano casa sua. Per uno scherzo della natura si troverà scaraventata in ben altra avventura sentimentale e criminale. La sua amica del cuore Mrs. Emerald (Lucia Mascino), anch’essa vittima di marito fedifrago, condividerà il suo destino fino alle estreme conseguenze.
Si sorride, qualche volta si ride, si pensa, ma soprattutto si resta ammirati dalla bravura di Filippo Timi, estremamente disinvolto en travesti con abiti dalle gonne a ruota, com’era di moda allora, tra arredi fragili e ingombranti e una voce che riesce a essere credibilmente femminile senza trasformarsi in macchietta.
Come si diceva, il finale è a sorpresa e, visto in altri tempi, forse un po’ retorico, ma rasserenante.
Il film ha aperto il 21 giugno la nuova edizione di Festival Mix Milano di Cinema Gaylesbico e Queer Culture (21-24 giugno).
Poi sarà possibile vederlo il 25, 26, 27 giugno.
Qui le sale selezionate.
Qui il trailer.

Giulio Cancelliere

Nick Cave: Distant Sky – Live In Copenhagen

Un anno e mezzo fa usciva il film-documentario One More Time With Feeling, nelle intenzioni iniziali il “making of” dell’album Skeleton Tree, mutatosi in una sorta di discutibile canto funebre in seguito alla morte accidentale di Arthur, figlio quindicenne di Cave.
Ora esce il film che documenta lo splendido concerto tenuto alla Royal Arena di Copenhagen durante il tour mondiale, passato per tre date anche in Italia, con la storica band dei Bad Seeds, riveduta, corretta e co-condotta con il polistrumentista Warren Ellis.
Chi ha potuto vederlo dal vivo, soprattutto dal parterre, avrà vissuto un’esperienza quasi liturgica, che le immagini del film testimoniano fedelmente: luci fredde e lente carrellate per i momenti più riflessivi, montaggio frenetico e apoteosi di rosso e giallo per le fasi più incendiarie.
I primi dieci-quindici minuti di concerto sono utili a creare quella sintonia spirituale e intima tra artista e platea, attraverso i brani lividi dell’ultimo disco, che non si interromperà mai lungo le oltre due ore di spettacolo, con l’artista australiano costantemente in proscenio a toccare e stringere mani e farsi sfiorare, afferrare, accarezzare dal pubblico (can you feel my heart beat? e la mano della spettatrice si infila sotto la camicia di Cave per toccargli il petto sulle note di Higgs Boson Blues), a tuffarsi nella folla, fenderla, per poi riconquistare la scena sollevato a braccia dai fan e invitare almeno un centinaio di loro a salire sul palco per rievocare insieme le gesta del sanguinario Stagger Lee.
Perché Nick Cave è un artista generoso, che ama il contatto fisico, ma che sa come gestire il pubblico come un demiurgo, in virtù di un carisma innato e un’esperienza quarantennale sui palchi di tutto il mondo: l’abbraccio sul finale di Push The Sky Away, che conclude lo spettacolo, è l’emblema del sano equilibrio tra istinto e professionalità che lo contraddistingue.
Il resto è pura tempesta rock ’n’ roll, (The Mercy Seat, The Ship Song, Tupelo, From Her To Eternity, The Weeping Song sono i fulmini forgiati negli anni Ottanta nell’infernale fucina degli originali Bad Seeds con Blixa Bargeld, Mick Harvey e Conway Savage), ma è un rock venato di un romanticismo elettrico e pulsante, anarchico ancora oggi nel rispetto del tempo e dell’intonazione, un uragano che spinge Cave, un momento prima di abbandonarsi al maelstrom del nichilismo, ad aggrapparsi al fradicio relitto del sentimento (Into My Arms), che lo porta in salvo e ce lo consegna trent’anni dopo, forse un po’ ammaccato, ma ancora in grado di indicare la rotta.
Distant Sky sarà al cinema solo il 12 aprile.
Qui il trailer.
Qui l’elenco delle sale selezionate.

Giulio Cancelliere

Caravaggio: l’Anima e il Sangue

Se il binomio genio e sregolatezza ha una qualche validità storico-scientifica, il personaggio paradigmatico, il primo che incontriamo nel mondo dell’arte, è senz’altro il Caravaggio, che al fulgore abbacinante della sua arte associava un’oscura e paurosa inquietudine interiore che lo portò a odiare, ribellarsi, uccidere.
Alla sua storia è dedicato questo film d’arte Caravaggio – l’Anima e il Sangue, prodotto da Sky e Magnitudo Film, realizzato dai creatori di Raffaello – Principe delle Arti e Firenze e gli Uffizi, per la regia di Jesus Garces Lambert e la fotografia di Massimiliano Gatti, con tecniche di ripresa sofisticatissime in 8K, tali da consentire allo spettatore una sensazione quasi tattile delle opere del pittore milanese.
L’indagine su Michelangelo Merisi passa attraverso documenti preziosissimi visibili per la prima volta al grande pubblico, a cominciare dal certificato di nascita rinvenuto pochi anni fa negli archivi del Museo Diocesano di Milano, che ne attesta la cittadinanza meneghina, fino gli atti processuali che lo coinvolsero per risse, diffamazione e omicidio, accusa per la quale rischiò più volte la pena di morte e fu costretto all’esilio.
L’analisi delle opere del Caravaggio, invece, è affidata al professor Claudio Strinati, alla professoressa Mina Gregori e alla dottoressa Rossella Vodret, che ne narrano la vicenda artistica articolatasi tra Milano, Firenze, Roma, Napoli, Malta e la Sicilia.
A tutto ciò si accompagna un racconto in prima persona evocato da scene “fotografiche”, fortemente simboliche, metafore della condizione esistenziale dell’artista, con la voce fuori-campo di Manuel Agnelli, fondatore e cantante degli Afterhours, che incarna il pittore cinquecentesco.
Caravaggio – l’Anima e il Sangue è una grande produzione che ha convolto una squadra di oltre sessanta persone per circa duecento ore di girato ad altissima risoluzione per un risultato sullo schermo di rara suggestione. La post-produzione, inoltre, ha comportato un trattamento della luce, elemento imprescindibile nell’opera del Merisi, tale da consentire un impatto visivo inedito e straordinario.
Quaranta le opere esaminate: dalla Canestra di Frutta a Giuditta e Oloferne, dal Bacchino Malato alla Decollazione di San Giovanni Battista, dal Davide con la Testa di Golia alla Morte della Vergine allo Scudo con la Testa di Medusa, fino alla Madonna del Parafrenieri, che, grazie a una tecnica computerizzata, viene ricollocata per la prima volta presso l’Altare di San Michele Arcangelo in San Pietro, dove in realtà rimase solo pochi giorni, prima di essere rimossa per il rifiuto dei committenti, che la giudicarono inaccettabile e inopportuna per come era stato trattato il soggetto, ed essere trasferita nella collezione Borghese dove è visibile ancora oggi.
Caravaggio – l’Anima e il Sangue è un’esperienza diversa da quella che potreste avere vissuto visitando la grande mostra di Palazzo Reale a Milano, perché vi porta talmente vicino al quadro e dentro l’animo dell’artista da farvene provare il brivido.
In questo senso, una menzione speciale meritano le musiche di Matteo Curallo, particolarmente suggestive e adeguate a quel buio abissale squarciato da improvvisi lampi di luce, che abitava il cuore del Caravaggio.
Il film resterà al cinema i giorni 19, 20 e 21 febbraio.
Qui i cinema selezionati
Qui il trailer.

Giulio Cancelliere

David Hockney dalla Royal Academy of Arts

Arriva al cinema David Hockney dalla Royal Academy of Arts, il docufilm che racconta le due grandi mostre dedicate all’artista negli ultimi anni alla Royal Academy of Arts di Londra.
Più precisamente si tratta di A Bigger Picture 2012, la prima grande mostra di nuovi dipinti paesaggistici di David Hockney, caratterizzata da imponenti e maestose opere di grandi dimensioni ispirate al paesaggio dello Yorkshire. Un excursus sulla bellezza delle stagioni, ma anche sulle nuove tecnologie esplorate dal pittore negli ultimi anni, come la pittura su ipad, che gli consente di accedere a una vastissima gamma di colori e tecniche.
L’altra mostra, del 2016, è 82 Portraits and One Still Life, incentrata sull’arte del ritratto, rielaborato ed espresso con rinnovato vigore creativo grazie a dipinti che offrono un’istantanea sulla vita privata dell’artista e sul mondo dell’arte attraverso la rappresentazione di amici, colleghi o persone che hanno incrociato il suo percorso tra il 2014 e il 2015.
Membro della Royal Academy dal 1991, David Hockney è uno degli artisti britannici più famosi al mondo, simbolo indiscusso della pop art inglese, anche se da molti anni vive a Los Angeles.
Per certi versi la sua pittura paesaggistica ricorda l’impressionismo, per l’immersione fisica nella natura che comporta, mentre la ritrattistica ha qualcosa di Van Gogh per la scelta di colori decisi e l’essenzialità del tratto, pur ricco di sfumature.
La lunga intervista di Tim Marlow, Direttore Artistico della Royal Academy of Arts e i contributi dei critici d’arte Martin Gayford e Jonathan Jones e di Edith Devaney (Senior Contemporary Curator della Royal Academy of Arts) che posò due volte per l’artista, forniscono allo spettatore una panoramica esaustiva su un artista ottuagenario, che non ha smesso di ricercare, rinnovarsi, incuriosirsi.
David Hockney dalla Royal Academy of Arts sarà al cinema il 30 e 31 gennaio.
Qui le sale selezionate.
Qui il trailer del film.

Giulio Cancelliere

Prince – Sign O’ The Times: il film

Quando uscì l’album doppio Sign O’ The Times trent’anni fa, si capì che Prince non era solo un fenomeno da classifica, una pop star nera che aveva infilato qualche singolo di successo, ma un vero e proprio genio musicale tout court. Qualcuno azzardò, esagerando, persino un paragone con Duke Ellington, ma non è un caso che Prince e Miles Davis si piacessero, tanto che il trombettista gli dedicò un brano, Full Nelson, nel suo disco Tutu e l’artista di Minneapolis lo volle ospite sul palco. Condividevano un senso estetico analogo per meticolosità – vestiti, acconciature, immagine – ma anche una visione musicale enciclopedica, dal blues al funk, passando per jazz, r ’n’ b, hip-hop e rock ’n’ roll, in nome di un ecumenismo comunicativo in grado di unire diversi tipi di pubblico.
Prince era ossessionato dalla sua immagine, ne curava e controllava ogni aspetto e non poteva trascurare il cinema come apoteosi di questo impulso. Dopo il successo, più discografico che di botteghino, di Purple Rain, passato, come identità cromatica, dal viola al periodo pesca, diresse questo film-concerto che lo riprendeva con la sua nuova Lovesexy Band, all’Ahoy di Rotterdam nel luglio ‘87, in una performance sceneggiata che aveva come controparte femminile – ma per certi versi come alter-ego – la cantante, ballerina e coreografa Cat Glover, oltre all’incontenibile Sheila E. (Sheila Escovedo) batterista, percussionista, ballerina e cantante a sua volta.
Dal punto di vista strettamente musicale l’esibizione è eccellente, basata sul repertorio del disco, con qualche eccezione, come la ballad Little Red Corvette, con il pubblico che illumina la sala con gli accendini (trent’anni fa i cellulari non c’erano) o Now’s The Time di Charlie Parker, un rovente momento bebop tutto appannaggio della band. A parte l’inserimento della clip, allora in rotazione nelle tv musicali, di U Got The Look in duetto con Sheena Easton e tre o quattro minuti di fuori scena, il resto del film è puro live, con momenti straordinari come Housequake, sul cui ritmo ultra-funky Prince si esibisce in numeri alla James Brown (all’epoca in diretta concorrenza coreografica con Michael Jackson) o Forever In My Life in versione acustica, in cui tutta la band scende in proscenio e intona un coro gospel su cui spicca la ruggente voce solista della tastierista Boni Boyer, per non dire della conclusiva The Cross.
Cinematograficamente parlando, Prince non è un gran cineasta, scrive scene tra il favolistico e l’ingenuo, storie d’amore al limite della sceneggiata napoletana – isso, issa e o’ malamente – ed è difficile immaginarlo mentre dirige i cameramen, anche perché nello stesso momento è sul palco.
Tuttavia lo spettacolo c’è, sono novanta minuti senza respiro e Prince, davanti alla scenografia che ricostruisce i vicoli e le insegne dei locali malfamati di una una ipotetica metropoli americana, si concede generosamente a un pubblico adorante, allora come oggi. Tra l’altro, dopo il tour europeo, Prince scelse di non proseguire i concerti in USA (l’album non era andato così bene in patria), ma preferì rientrare in studio per preparare il nuovo disco Lovesexy, uscito l’anno successivo.
Il film sarà nelle sale il 21 e 22 novembre.
Qui le sale selezionate.
Qui il trailer.

Giulio Cancelliere