Filippo Timi: una Favola di attore

Prendete una commedia rosa dai risvolti noir, ambientatela nei ruggenti anni ’50 americani, conditela con un pizzico di musical, spruzzatela di dramma e suspence, Douglas Sirk e Alfred Hitchcock, ma senza prendervi troppo sul serio, anzi, eccedete nei toni e nei colori, affidatevi a un esperto della fotografia come Renato Berta. che ha un curriculum – autentico – che va da Godard a De Oliveira passando per Gitai, Resnais e Martone, sfiorate la denuncia sociale, una spolverata di magia, un finale a sorpresa e bravi attori e otterrete Favola, l’ultimo film di Filippo Timi, tratto dal suo spettacolo teatrale, risceneggiato per il cinema assieme al regista Sebastiano Mauri.
Se l’avete già visto in palcoscenico troverete qualche differenza, ma resta comunque una storia raccontata in interni – soggiorno, cucina, bagno, un’idea di giardino – con finestre che si affacciano su improbabili panorami, ora urbani, ora desertici, con tanto di grattacieli e cactus, riprodotti anche sulle orribili tappezzerie che rivestono le pareti di casa.
Mrs. Fairytale (Timi), casalinga depressa innamorata della sua cagnetta impagliata Lady, con la quale intreccia complesse conversazioni, è vittima di un marito-padrone, ma sogna una storia d’amore con uno dei tre gemelli (Luca Santagostino) che frequentano casa sua. Per uno scherzo della natura si troverà scaraventata in ben altra avventura sentimentale e criminale. La sua amica del cuore Mrs. Emerald (Lucia Mascino), anch’essa vittima di marito fedifrago, condividerà il suo destino fino alle estreme conseguenze.
Si sorride, qualche volta si ride, si pensa, ma soprattutto si resta ammirati dalla bravura di Filippo Timi, estremamente disinvolto en travesti con abiti dalle gonne a ruota, com’era di moda allora, tra arredi fragili e ingombranti e una voce che riesce a essere credibilmente femminile senza trasformarsi in macchietta.
Come si diceva, il finale è a sorpresa e, visto in altri tempi, forse un po’ retorico, ma rasserenante.
Il film ha aperto il 21 giugno la nuova edizione di Festival Mix Milano di Cinema Gaylesbico e Queer Culture (21-24 giugno).
Poi sarà possibile vederlo il 25, 26, 27 giugno.
Qui le sale selezionate.
Qui il trailer.

Giulio Cancelliere

Nick Cave: Distant Sky – Live In Copenhagen

Un anno e mezzo fa usciva il film-documentario One More Time With Feeling, nelle intenzioni iniziali il “making of” dell’album Skeleton Tree, mutatosi in una sorta di discutibile canto funebre in seguito alla morte accidentale di Arthur, figlio quindicenne di Cave.
Ora esce il film che documenta lo splendido concerto tenuto alla Royal Arena di Copenhagen durante il tour mondiale, passato per tre date anche in Italia, con la storica band dei Bad Seeds, riveduta, corretta e co-condotta con il polistrumentista Warren Ellis.
Chi ha potuto vederlo dal vivo, soprattutto dal parterre, avrà vissuto un’esperienza quasi liturgica, che le immagini del film testimoniano fedelmente: luci fredde e lente carrellate per i momenti più riflessivi, montaggio frenetico e apoteosi di rosso e giallo per le fasi più incendiarie.
I primi dieci-quindici minuti di concerto sono utili a creare quella sintonia spirituale e intima tra artista e platea, attraverso i brani lividi dell’ultimo disco, che non si interromperà mai lungo le oltre due ore di spettacolo, con l’artista australiano costantemente in proscenio a toccare e stringere mani e farsi sfiorare, afferrare, accarezzare dal pubblico (can you feel my heart beat? e la mano della spettatrice si infila sotto la camicia di Cave per toccargli il petto sulle note di Higgs Boson Blues), a tuffarsi nella folla, fenderla, per poi riconquistare la scena sollevato a braccia dai fan e invitare almeno un centinaio di loro a salire sul palco per rievocare insieme le gesta del sanguinario Stagger Lee.
Perché Nick Cave è un artista generoso, che ama il contatto fisico, ma che sa come gestire il pubblico come un demiurgo, in virtù di un carisma innato e un’esperienza quarantennale sui palchi di tutto il mondo: l’abbraccio sul finale di Push The Sky Away, che conclude lo spettacolo, è l’emblema del sano equilibrio tra istinto e professionalità che lo contraddistingue.
Il resto è pura tempesta rock ’n’ roll, (The Mercy Seat, The Ship Song, Tupelo, From Her To Eternity, The Weeping Song sono i fulmini forgiati negli anni Ottanta nell’infernale fucina degli originali Bad Seeds con Blixa Bargeld, Mick Harvey e Conway Savage), ma è un rock venato di un romanticismo elettrico e pulsante, anarchico ancora oggi nel rispetto del tempo e dell’intonazione, un uragano che spinge Cave, un momento prima di abbandonarsi al maelstrom del nichilismo, ad aggrapparsi al fradicio relitto del sentimento (Into My Arms), che lo porta in salvo e ce lo consegna trent’anni dopo, forse un po’ ammaccato, ma ancora in grado di indicare la rotta.
Distant Sky sarà al cinema solo il 12 aprile.
Qui il trailer.
Qui l’elenco delle sale selezionate.

Giulio Cancelliere

Caravaggio: l’Anima e il Sangue

Se il binomio genio e sregolatezza ha una qualche validità storico-scientifica, il personaggio paradigmatico, il primo che incontriamo nel mondo dell’arte, è senz’altro il Caravaggio, che al fulgore abbacinante della sua arte associava un’oscura e paurosa inquietudine interiore che lo portò a odiare, ribellarsi, uccidere.
Alla sua storia è dedicato questo film d’arte Caravaggio – l’Anima e il Sangue, prodotto da Sky e Magnitudo Film, realizzato dai creatori di Raffaello – Principe delle Arti e Firenze e gli Uffizi, per la regia di Jesus Garces Lambert e la fotografia di Massimiliano Gatti, con tecniche di ripresa sofisticatissime in 8K, tali da consentire allo spettatore una sensazione quasi tattile delle opere del pittore milanese.
L’indagine su Michelangelo Merisi passa attraverso documenti preziosissimi visibili per la prima volta al grande pubblico, a cominciare dal certificato di nascita rinvenuto pochi anni fa negli archivi del Museo Diocesano di Milano, che ne attesta la cittadinanza meneghina, fino gli atti processuali che lo coinvolsero per risse, diffamazione e omicidio, accusa per la quale rischiò più volte la pena di morte e fu costretto all’esilio.
L’analisi delle opere del Caravaggio, invece, è affidata al professor Claudio Strinati, alla professoressa Mina Gregori e alla dottoressa Rossella Vodret, che ne narrano la vicenda artistica articolatasi tra Milano, Firenze, Roma, Napoli, Malta e la Sicilia.
A tutto ciò si accompagna un racconto in prima persona evocato da scene “fotografiche”, fortemente simboliche, metafore della condizione esistenziale dell’artista, con la voce fuori-campo di Manuel Agnelli, fondatore e cantante degli Afterhours, che incarna il pittore cinquecentesco.
Caravaggio – l’Anima e il Sangue è una grande produzione che ha convolto una squadra di oltre sessanta persone per circa duecento ore di girato ad altissima risoluzione per un risultato sullo schermo di rara suggestione. La post-produzione, inoltre, ha comportato un trattamento della luce, elemento imprescindibile nell’opera del Merisi, tale da consentire un impatto visivo inedito e straordinario.
Quaranta le opere esaminate: dalla Canestra di Frutta a Giuditta e Oloferne, dal Bacchino Malato alla Decollazione di San Giovanni Battista, dal Davide con la Testa di Golia alla Morte della Vergine allo Scudo con la Testa di Medusa, fino alla Madonna del Parafrenieri, che, grazie a una tecnica computerizzata, viene ricollocata per la prima volta presso l’Altare di San Michele Arcangelo in San Pietro, dove in realtà rimase solo pochi giorni, prima di essere rimossa per il rifiuto dei committenti, che la giudicarono inaccettabile e inopportuna per come era stato trattato il soggetto, ed essere trasferita nella collezione Borghese dove è visibile ancora oggi.
Caravaggio – l’Anima e il Sangue è un’esperienza diversa da quella che potreste avere vissuto visitando la grande mostra di Palazzo Reale a Milano, perché vi porta talmente vicino al quadro e dentro l’animo dell’artista da farvene provare il brivido.
In questo senso, una menzione speciale meritano le musiche di Matteo Curallo, particolarmente suggestive e adeguate a quel buio abissale squarciato da improvvisi lampi di luce, che abitava il cuore del Caravaggio.
Il film resterà al cinema i giorni 19, 20 e 21 febbraio.
Qui i cinema selezionati
Qui il trailer.

Giulio Cancelliere

David Hockney dalla Royal Academy of Arts

Arriva al cinema David Hockney dalla Royal Academy of Arts, il docufilm che racconta le due grandi mostre dedicate all’artista negli ultimi anni alla Royal Academy of Arts di Londra.
Più precisamente si tratta di A Bigger Picture 2012, la prima grande mostra di nuovi dipinti paesaggistici di David Hockney, caratterizzata da imponenti e maestose opere di grandi dimensioni ispirate al paesaggio dello Yorkshire. Un excursus sulla bellezza delle stagioni, ma anche sulle nuove tecnologie esplorate dal pittore negli ultimi anni, come la pittura su ipad, che gli consente di accedere a una vastissima gamma di colori e tecniche.
L’altra mostra, del 2016, è 82 Portraits and One Still Life, incentrata sull’arte del ritratto, rielaborato ed espresso con rinnovato vigore creativo grazie a dipinti che offrono un’istantanea sulla vita privata dell’artista e sul mondo dell’arte attraverso la rappresentazione di amici, colleghi o persone che hanno incrociato il suo percorso tra il 2014 e il 2015.
Membro della Royal Academy dal 1991, David Hockney è uno degli artisti britannici più famosi al mondo, simbolo indiscusso della pop art inglese, anche se da molti anni vive a Los Angeles.
Per certi versi la sua pittura paesaggistica ricorda l’impressionismo, per l’immersione fisica nella natura che comporta, mentre la ritrattistica ha qualcosa di Van Gogh per la scelta di colori decisi e l’essenzialità del tratto, pur ricco di sfumature.
La lunga intervista di Tim Marlow, Direttore Artistico della Royal Academy of Arts e i contributi dei critici d’arte Martin Gayford e Jonathan Jones e di Edith Devaney (Senior Contemporary Curator della Royal Academy of Arts) che posò due volte per l’artista, forniscono allo spettatore una panoramica esaustiva su un artista ottuagenario, che non ha smesso di ricercare, rinnovarsi, incuriosirsi.
David Hockney dalla Royal Academy of Arts sarà al cinema il 30 e 31 gennaio.
Qui le sale selezionate.
Qui il trailer del film.

Giulio Cancelliere

Prince – Sign O’ The Times: il film

Quando uscì l’album doppio Sign O’ The Times trent’anni fa, si capì che Prince non era solo un fenomeno da classifica, una pop star nera che aveva infilato qualche singolo di successo, ma un vero e proprio genio musicale tout court. Qualcuno azzardò, esagerando, persino un paragone con Duke Ellington, ma non è un caso che Prince e Miles Davis si piacessero, tanto che il trombettista gli dedicò un brano, Full Nelson, nel suo disco Tutu e l’artista di Minneapolis lo volle ospite sul palco. Condividevano un senso estetico analogo per meticolosità – vestiti, acconciature, immagine – ma anche una visione musicale enciclopedica, dal blues al funk, passando per jazz, r ’n’ b, hip-hop e rock ’n’ roll, in nome di un ecumenismo comunicativo in grado di unire diversi tipi di pubblico.
Prince era ossessionato dalla sua immagine, ne curava e controllava ogni aspetto e non poteva trascurare il cinema come apoteosi di questo impulso. Dopo il successo, più discografico che di botteghino, di Purple Rain, passato, come identità cromatica, dal viola al periodo pesca, diresse questo film-concerto che lo riprendeva con la sua nuova Lovesexy Band, all’Ahoy di Rotterdam nel luglio ‘87, in una performance sceneggiata che aveva come controparte femminile – ma per certi versi come alter-ego – la cantante, ballerina e coreografa Cat Glover, oltre all’incontenibile Sheila E. (Sheila Escovedo) batterista, percussionista, ballerina e cantante a sua volta.
Dal punto di vista strettamente musicale l’esibizione è eccellente, basata sul repertorio del disco, con qualche eccezione, come la ballad Little Red Corvette, con il pubblico che illumina la sala con gli accendini (trent’anni fa i cellulari non c’erano) o Now’s The Time di Charlie Parker, un rovente momento bebop tutto appannaggio della band. A parte l’inserimento della clip, allora in rotazione nelle tv musicali, di U Got The Look in duetto con Sheena Easton e tre o quattro minuti di fuori scena, il resto del film è puro live, con momenti straordinari come Housequake, sul cui ritmo ultra-funky Prince si esibisce in numeri alla James Brown (all’epoca in diretta concorrenza coreografica con Michael Jackson) o Forever In My Life in versione acustica, in cui tutta la band scende in proscenio e intona un coro gospel su cui spicca la ruggente voce solista della tastierista Boni Boyer, per non dire della conclusiva The Cross.
Cinematograficamente parlando, Prince non è un gran cineasta, scrive scene tra il favolistico e l’ingenuo, storie d’amore al limite della sceneggiata napoletana – isso, issa e o’ malamente – ed è difficile immaginarlo mentre dirige i cameramen, anche perché nello stesso momento è sul palco.
Tuttavia lo spettacolo c’è, sono novanta minuti senza respiro e Prince, davanti alla scenografia che ricostruisce i vicoli e le insegne dei locali malfamati di una una ipotetica metropoli americana, si concede generosamente a un pubblico adorante, allora come oggi. Tra l’altro, dopo il tour europeo, Prince scelse di non proseguire i concerti in USA (l’album non era andato così bene in patria), ma preferì rientrare in studio per preparare il nuovo disco Lovesexy, uscito l’anno successivo.
Il film sarà nelle sale il 21 e 22 novembre.
Qui le sale selezionate.
Qui il trailer.

Giulio Cancelliere

Black Sabbath: The End Of The End

Tutto cominciò con una campana a morto, pioggia scrosciante, tuoni fragorosi e tre accordi di chitarra che ancora oggi suonano tremendamente inquietanti, basati come sono sul tritono, quello che un tempo in musica era considerato l’intervallo capace di evocare il diavolo. A loro dire era un canzone che metteva in guardia dalle pratiche di magia nera, fatto sta che si ingenerò un equivoco planetario e passarono alla storia come il primo gruppo di rock satanico, tanto che ai concerti e negli alberghi dove alloggiavano, loro malgrado, non erano infrequenti manifestazioni di invasati salmodianti armati di ceri accesi, che i musicisti erano costretti a respingere, talvolta con ironia, in seguito ricorrendo alla security. Sarà che disco, canzone e gruppo si chiamavano Black Sabbath (il titolo inglese di un film di Mario Bava: I Tre Volti Della Paura del 1963) e nel 1970 nessuno aveva trattato simili argomenti in un contesto hard rock, ma nell’Inghilterra di allora la cosa fece parecchio scalpore. La censura lavorò parecchio con loro.
C’è chi li considera la prima band metal della storia, forse anche perché Birmingham ospita alcune tra le più grandi fonderie d’Inghilterra. E dove tutto iniziò, dopo quasi cinquant’anni (il gruppo si formò nel 1968) tutto finisce, con l’ultima data del The End Tour alla Genting Arena il 4 febbraio del 2017.
La band non è precisamente quella originale – Bill Ward, il batterista, con qualche problema di salute, non ha voluto aderire all’offerta dei compagni, nemmeno per le ultime due date d’addio, sostituito da Tommy Clufetos – ma i Sabbath nel corso degli anni ci hanno abituato a tali cambi repentini e a sconvolgimenti profondi di formazione, che vedere di nuovo insieme Tony Iommi, Geezer Butler e Ozzie Osbourne (forse) per l’ultima volta è comunque un evento. Alla fine si chiedono: “e domani cosa facciamo?”
Il concerto si apre inevitabilmente con Black Sabbath e si chiude col bis di Paranoid, tuttora il loro maggior successo. In mezzo, una cavalcata tra i classici sostanzialmente dei primi quattro album: Fairies Wear Boots, Under the Sun, War Pigs, Iron Man, N.I.B., Snowblind, tra le altre.
L’esibizione live è intervallata – a volte spezzata – da interviste coi protagonisti, che si raccontano in un’atmosfera serena e pacata, molto distante dal clima sulfureo del concerto: gli inizi nella città natale; l’ostilità della stampa londinese; la fatica di entrare nella Rock ’n’ Roll Hall Of Fame che li respinse per dieci anni fino al 2006; i problemi di alcool e droga di Osbourne; le pagliacciate di Ozzy sul palco per far ridere i compagni; il linfoma diagnosticato a Iommi durante la registrazione di 13, l’ultimo album del gruppo; la volontà di chiudere la carriera al top della capacità tecnica (“non abbiamo mai suonato così bene” confessa il chitarrista di origini italiane) e della popolarità, prima dell’inevitabile declino.
Singolare, ma interessante ed efficace, anche la scelta di mostrare i Sabbath in studio qualche giorno dopo il concerto d’addio, per eseguire alcuni brani come The Wizard e Wicked World, senza effetti speciali, scenografie e pubblico.
Curiosamente, al termine del concerto, quando il gruppo si raduna in proscenio per salutare in un abbraccio collettivo la platea, a loro si aggiunge Adam Wakeman, figlio di Rick, rimasto fino a quel momento dietro le quinte con le sue tastiere, poiché la sua presenza sul palco stonerebbe all’immagine della band, nata e rimasta nell’immaginario collettivo come un quartetto elettrico incontaminato dall’elettronica. Fisime da metallari, anche perché sin da Sabbath Bloody Sabbath, il quinto disco del 1973, prima Rick e poi Adam Wakeman collaborano con Ozzy e soci.

Giulio Cancelliere

 

David Gilmour: Live At Pompeii

Dopo la riedizione di The Wall di Roger Waters due anni fa, arriva nelle sale un’altra rievocazione targata Pink Floyd, questa volta del chitarrista David Gilmour, con i due concerti tenuti con la sua band nell’anfiteatro di Pompei nel 2016.
Era il 1971 quando la formazione britannica, già orfana di Syd Barrett, varcava le soglie degli scavi ai piedi del Vesuvio per un concerto leggendario, che ebbe come pubblico solo i volti straordinari ritratti nei dipinti e nei mosaici riportati alla luce dagli archeologi dopo l’eruzione del 79 d.c. Si era alla vigilia di The Dark Side Of The Moon, cui si faceva cenno in qualche scena girata in studio, l’album che avrebbe cambiato la storia del gruppo portandolo al vertice della popolarità e delle classifiche di vendita nel mondo.
Fa specie che Waters e Gilmour si siano trasformati in una sorta di tribute band dei Pink Floyd, dato che molta parte del repertorio che portano in scena (soprattutto Gilmour) appartiene al periodo in cui militavano nello stesso gruppo, ma tant’è.
In realtà in questo nuovo Live At Pompeii (chissà perché con due i?) la band del chitarrista inglese esegue un solo brano contenuto anche nel film di 46 anni fa, lo strumentale One Of These Days (da Meddle), mentre il resto della playlist appartiene al periodo post Dark Side.. – The Great Gig In The Sky, Wish You Were Here, High Hopes, Shine On You…, What Do You Want From Me, Time, Sorrow, Comfortably Numb – o al suo repertorio personale più recente – Rattle That Lock, Faces Of Stone, A Boat Lies Waiting, In Any Tongue.
Un pubblico necessariamente poco numeroso e accalcato nell’arena dell’anfiteatro (le gradinate non sono agibili) assiste al primo vero concerto dopo quasi duemila anni. È un fatto storico di indubbia rilevanza e sarà stato sicuramente emozionante essere lì mentre accadeva. Al cinema, però, le cose sono un po’ diverse: al di là della eccellente definizione del suono e delle immagini (Audio Dolby Atmos e 4K), la suggestione del luogo va a perdersi nelle riprese standard tipiche di un normale concerto rock, per di più su un palco abbastanza ristretto per una formazione così numerosa e spettacolare, che ci ha abituato a ben altri spazi ed effetti speciali.
Tra i componenti la band di Gilmour si segnalano i due tastieristi Greg Phillinganes, da almeno quarant’anni presente in migliaia di produzioni funk, jazz, fusion, pop e Chuck Leavell, una vera leggenda, ex pianista degli Allman Brothers e in forza da decenni ai Rolling Stones.
Il nuovo Live At Pompeii è uscito in doppio cd, blue-ray, doppio dvd, doppio cd + blu-ray deluxe edition boxset, boxset da 4 lp, con scalette ampliate rispetto alla versione proiettata in sala, che dura meno di due ore.

Giulio Cancelliere