Pino Daniele: Il Tempo Resterà

Il Tempo Resterà non è una biografia, anche se le somiglia molto. Le biografie di solito iniziano con “nacque a…il giorno…da una famiglia…”, e di lì si srotola il percorso umano e professionale del personaggio in questione. In questo documentario di Giorgio Verdelli, invece, è opportunamente evitato qualsiasi riferimento alla vita privata, con l’eccezione di un accenno scolastico da parte di Peppe Lanzetta, focalizzato com’è sulla vicenda artistica di Pino Daniele così importante, intensa, abbagliante, determinante per la storia della musica italiana del ventesimo secolo e oltre.
Figlio del rinascimento musicale partenopeo degli anni Settanta, tra folk e jazz, tradizione popolare e fusion – venne rimbalzato dalla Nuova Compagnia Di Canto Popolare, come ricorda Fausta Vetere, ma fu accolto come bassista dei Napoli Centrale da James Senese – Pino Daniele si racconta attraverso interviste, conversazioni, canzoni, concerti, dal 1978, al suo esordio discografico con Terra Mia, fino al 2014, l’anno del suo ultimo tour Nero A Metà con la band originale di quel disco straordinario.
In quei trentasei anni di carriera l’artista napoletano ha trasformato l’immagine oleografica della canzone napoletana, conservandone persino la retorica, ma trasfigurandola in dato sociale e poetico allo stesso tempo e aggiornandola al disincanto dell’ultimo scorcio di secolo. Pino Daniele era un cantautore tout-court: univa un talento lirico struggente e ironico a una perizia musicale di altissimo livello, che gli ha permesso di confrontarsi con colleghi internazionali come Eric Clapton, Wayne Shorter, Chick Corea, Gato Barbieri, Alphonso Johnson, Peter Erskine, la sezione fiati dei Tower Of Power, Selif Keita, Victor Bailey, Robbie Krieger nei più svariati contesti. Qualcuno arrivò persino a criticarlo per questa sua esposizione globale, soprattutto quando disse a chi scrive che “se vuoi una sezione ritmica che suoni in un certo modo chiami Steve Gadd e Willie Weeks”, innescando una misera polemichetta tra musicisti.
“Noi ce ne andremo e il tempo resterà”, dichiara Zio Pino all’inizio di questa carrellata, in buona parte inedita, di testimonianze, racconti, frammenti di concerti, fotografie, che resterà a lungo nel cuore di chi ha amato l’Uomo in Blues, il Nero a Metà, il Mascalzone Latino, il Masaniello Pazzo, il Musicante, il Boogie Boogie Man, solo per citare alcune delle sue incarnazioni musicali, perché Daniele era un musicista di rara capacità, in grado di attraversare i generi lasciandovi una traccia personale, inconfondibile, indelebile: il tratto di un grande artista.

Giulio Cancelliere

The Rolling Stones In Cuba Havana Moon

rolling-stonesSi potrebbe fare della facile ironia sulla loro età e definirli la versione rock’n’roll del Buena Vista Social Club, considerato il luogo dell’evento. Tuttavia, a differenza di Compay Segundo, Ibrahim Ferrer e soci e con tutto il rispetto per i padri del son cubano, gli Stones hanno avuto un percorso molto più infuocato e, per certi versi, rivoluzionario, durato oltre cinquant’anni e non ancora esauritosi a giudicare dallo spirito che anima questo show.
È il 25 marzo del 2015, venerdì santo (!!), il Vaticano, ormai partner diplomatico del regime castrista, mostra di non gradire il connubio Pasqua-Rock’n’Roll (certe fisime non muoiono mai), ma ci si mette di mezzo Barack Obama, il quale, in visita a Cuba pochi giorni prima, (primo presidente statunitense dopo 88 anni) supporta l’evento, tanto che Keith lo definisce la miglior opening band per la formazione britannica.
Il giorno del concerto il colpo d’occhio dal palco è straordinario: una folla immensa (si parla di un milione di persone) li attende e quando scatta il riff di Jumpin’ Jack Flash è un esplosione di gioia liberatoria, come se il rock avesse riconquistato in un attimo quel potere sovversivo, ribelle e sedizioso che l’ha fatto amare e adottare in tutto il mondo.
Non è un caso che Mick Jagger, presentando i membri della band, annunci il “rivoluzionario” Ron Wood  e alla batteria Charlie “Che” Watts.
La regia di Paul Dugdale (ha lavorato con Adele, Coldplay, Prodigy e ha già ripreso il concerto di Hyde Park di Jagger e soci) indugia spesso tra il pubblico alquanto eterogeneo, che mostra di non essere per niente all’oscuro del repertorio degli Stones nonostante l’embargo che dura più o meno da quando i Glimmer Twins si sono incontrati sul quel treno per pendolari alla stazione di Dartford nell’ottobre del 1961.
Ma intanto la band snocciola le perle del suo repertorio classico: It’s Only Rock’n’Roll, Paint It Black, Honky Tonk Woman, Brown Sugar (il pezzo più recente è Out Of Control da Bridges To Babylon del ’97), Angie. Quando Ron e Keith imbracciano le chitarre acustiche per You Got The SIlver e poco dopo parte la cavalcata elettrica di Midnight Rambler appare chiaro ciò che tiene in vita questa band dopo oltre mezzo secolo: è lo spirito del blues, la passione per questa musica che li spinge a cercare sempre soluzioni nuove e divertenti, sfumature diverse ogni sera, perché il blues non è musica preconfezionata, Charlie Watts non suona col click nell’auricolare (e si sente, ogni tanto parte per la tangente e lo si deve rincorrere), gli assoli spesso non durano un numero multiplo di quattro, ma finiscono quando si esaurisce l’ispirazione momentanea e Jagger rientra col canto o con l’armonica dopo un’occhiata con Keef o Ron o un inchino dei chitarristi verso il pubblico.
Mick non ha più bisogno di truccarsi o travestirsi per stupire (l’unica concessione è l’enorme mantello per Sympathy For The Devil), ma salta come un pogo, corre su e giù per il palco, balla e incita il pubblico, vanta mezzi vocali tuttora integri, segno che il personal trainer sono soldi spesi bene. Anche Ron Wood pare riabilitato e in forma, prodigo di soli roventi, mentre Keith Richards, nonostante le dita deformate dai calli (e forse un po’ di artrite) piega la Telecaster ai suoi voleri declinati in accordature aperte e armonie che han fatto scuola.
In Gimme Shelter la scena è tutta della nuova corista Sasha Allen (anche per via della minigonna inguinale), che ha sostituito per l’occasione la storica Lisa Fischer e il suo numero è da brivido. Il coro di bambini di You Can’t Always Get What You Want è, invece, evocato dalle Entrevoces, compagine vocale femminile cubana, che accompagna la band verso l’epilogo dello show. La chiusura è affidata a quella Satisfaction che segnò praticamente l’inizio di una storia di cui ancora non si intravede la fine.

Giulio Cancelliere

Partenze

trenovaporecastagnemarradiQuando da bambino ti accorgi che attorno a te, oltre ai giocattoli, sono spuntati un pianoforte, un basso Meazzi, una chitarra elettrica Eko, qualche volta appare una batteria Hollywood, poi un Hammond L100, un piano elettronico Crumar seguito da un organo GEM e un piano elettrico Rhodes, una cassa per basso da 100w Marshall rossa, arrivata da Londra sul portapacchi di una Simca 1000 targata MI A16873; sulla fonovaligia stereo di Selezione e sul magnetofono Castelli le Fiabe Sonore dei Fratelli Fabbri sono state soppiantate da In-A-Gadda-Da-Vida e Atom Heart Mother, Very Heavy Very Humble e Demons And Wizards, Led Zep I e II, Pictures At An Exibhition e Tarkus, This Was e Thick As A Brick, Genesis Live e Paranoid, The Crazy World Of Arthur Brown, Live Cream, Lady Soul, White Album, Close To The Edge, Machine Head e Made In Japan; quando il massimo del sentirsi “grandi” è scendere in cantina per sentire come suonano forte i ragazzi del “complesso” ed essere mal sopportato perché giù ci sono anche le ragazze e tu hai solo 10 anni e sei troppo piccolo per vedere certe cose, “che poi magari le racconti a casa”; quando caparbiamente tenti di imitare quello che hai sentito sui dischi e passi ore a riascoltare sempre gli stessi dieci secondi in cui quel demonio suona qualcosa che non riesci a capire e ogni volta ti alzi dal piano, sollevi il braccio del giradischi, lo posi con impazienza su quel punto maledetto, che dopo ore di insistenza si sta inesorabilmente deteriorando fino a diventare inascoltabile e lì la puntina d’ora in poi salterà sempre; ecco, a quel punto cominci a pensare che la musica rappresenterà molto probabilmente qualcosa di importante nella tua vita, tra ossessione ed estasi, incubo e sogno, molestia e libidine, depressione ed euforia,  conflitto e complicità, solitudine e condivisione.
È per questo che la strage di musicisti a cui stiamo assistendo da cinque o sei anni a questa parte, musicisti che hanno rappresentato un bel pezzo di storia della musica del dopoguerra, soprattutto dagli anni Sessanta in poi, quando il rock, in tutte le sue forme e correnti, ha invaso le nostre case dalla radio, ma, soprattutto, dagli impianti stereo più o meno costosi e sofisticati, ci lascia basiti, stupefatti e anche un po’ irritati. Non a caso molti di loro sono settantenni, nati in quegli anni Quaranta che rappresentano una sorta di generazione aurea per la musica che verrà di lì a poco.
Restiamo increduli perché non pensavamo possibile che i nostri eroi idealizzati come invincibili ribelli, geni creativi irrefrenabili, potessero morire a un’età banale come settant’anni, in un letto d’ospedale, con la flebo al braccio come un qualsiasi malato terminale: gli eroi se ne vanno giovani, ventenni, bruciando in fretta, un attimo di incandescenza, un lampo e via, spenti. Oppure vecchissimi, come il Dustin Hoffman del Piccolo Grande Uomo, incartapecorito, ma con mille storie, mille avventure da raccontare e tramandare.
Partirsene a settant’anni, senza preavviso, senza biglietto, al buio, come clandestini, è uno sfregio a noi che li abbiamo ammirati, seguiti, venerati, appesi alle pareti delle nostre stanze, difesi dai detrattori e, talvolta, messi da parte per poi recuperarli anni dopo durante nostalgiche fasi di revival.
E poi, come si permettono? Con sé si portano via anche un pezzo della nostra vita, il pezzo più bello, fresco, rorido, denso di aspettative, speranze, sogni.
Lasciandoci più soli e disperati.

Giulio Cancelliere

Partiti nel 2010
James Moody, sassofonista e flautista statunitense (n. 1925)
Roberto Pregadio, compositore, pianista e direttore d’orchestra italiano (n. 1928)
Lelio Luttazzi, attore, cantante e direttore d’orchestra italiano (n. 1923)
Hank Jones, pianista e compositore statunitense (n. 1918)
Peter Van Wood, chitarrista, cantante e astrologo olandese (n. 1927)
Herb Ellis, chitarrista statunitense (n. 1921)
Nicola Arigliano, cantante e attore italiano (n. 1923)
Ronnie James Dio, cantautore statunitense (n. 1942)
Abbey Lincoln, cantante, compositrice e attrice statunitense (n. 1930)
Oscar Avogadro, paroliere, cantante e compositore italiano (n. 1951)
Solomon Burke, cantante statunitense (n. 1940)
Remo Germani, cantante italiano (n. 1938)
Gregory Isaacs, cantante giamaicano (n. 1951)
Captain Beefheart, cantante, musicista e pittore statunitense (n. 1941)
Teddy Pendergrass, cantante, paroliere e compositore statunitense (n. 1950)
Malcolm McLaren, produttore discografico e cantante britannico (n. 1946)
Lena Horne, cantante, attrice e danzatrice statunitense (n. 1917)
Gepy & Gepy, cantante, compositore e produttore discografico italiano (n. 1943)
Ben Keith, musicista e produttore discografico statunitense (n. 1937)
Bruno De Filippi, musicista e compositore italiano (n. 1930)
Bill Dixon, musicista, compositore e educatore statunitense (n. 1925)

Partiti nel 2011
Mick Karn, musicista cipriota (n. 1958)
Gerry Rafferty, cantautore scozzese (n. 1947)
Poly Styrene, cantante e musicista britannica (n. 1957)
Gil Scott-Heron, poeta e musicista statunitense (n. 1949)
Paul Motian, batterista, compositore e musicista statunitense (n. 1931)
Gary Moore, chitarrista e cantante britannico (n. 1952)
Hubert Sumlin, chitarrista e cantante statunitense (n. 1931)
Dobie Gray, cantante e cantautore statunitense (n. 1940)
Cesária Évora, cantante capoverdiana (n. 1941)
George Shearing, pianista e compositore britannico (n. 1919)
Pinetop Perkins, pianista statunitense (n. 1913)
Bob Brookmeyer, trombonista, compositore e pianista statunitense (n. 1929)
Joe Morello, batterista statunitense (n. 1928)
Sam Rivers, sassofonista, polistrumentista e compositore statunitense (n. 1923)
Clarence Clemons, sassofonista statunitense (n. 1942)
Alan Rubin, trombettista statunitense (n. 1943)

Partiti nel 2012
Ravi Shankar, musicista e compositore indiano (n. 1920)
Lucio Dalla, musicista, cantautore e attore italiano (n. 1943)
Scott McKenzie, cantante statunitense (n. 1939)
Dave Brubeck, pianista e compositore statunitense (n. 1920)
Robin Gibb, cantante, compositore e arrangiatore mannese (n. 1949)
Etta James, cantante statunitense (n. 1938)
Joe Byrd, musicista statunitense (n. 1933)
Bob Welch, musicista statunitense (n. 1945)
Franco Ceccarelli, musicista e produttore discografico italiano (n. 1942)
Lucia Mannucci, cantante italiana (n. 1920)
Nico Tirone, cantante italiano (n. 1944)
Levon Helm, batterista, cantante e attore statunitense (n. 1940)
Giorgio Consolini, cantante italiano (n. 1920)
Éric Charden, cantante, cantautore e scrittore francese (n. 1942)
Jon Lord, compositore, pianista e organista britannico (n. 1941)
Alida Chelli, attrice e cantante italiana (n. 1943)
Earl Scruggs, suonatore di banjo, chitarrista e compositore statunitense (n. 1924)
Doc Watson, cantautore e chitarrista statunitense (n. 1923)
Pete Cosey, chitarrista statunitense (n. 1943)
Terry Callier, chitarrista e cantautore statunitense (n. 1945)
Huw Lloyd-Langton, chitarrista inglese (n. 1951)
Arvid Andersen, bassista inglese (n. 1945)
Donald Dunn, bassista, produttore discografico e cantautore statunitense (n. 1941)
Bob Birch, bassista statunitense (n. 1956)
Lee Dorman, bassista statunitense (n. 1942)
Ronnie Montrose, chitarrista statunitense (n. 1947)
Lucio Quarantotto, cantautore e compositore italiano (n. 1957)

Partiti nel 2013
Alvin Lee, chitarrista, cantante e compositore britannico (n. 1944)
Richie Havens, cantante e chitarrista statunitense (n. 1941)
Bob Brozman, chitarrista e musicista statunitense (n. 1954)
Georges Moustaki, paroliere e cantante greco (n. 1934)
Little Tony, cantante e attore sammarinese (n. 1941)
Bobby Bland, cantante e musicista statunitense (n. 1930)
Valerio Negrini, musicista e paroliere italiano (n. 1946)
George Jones, cantautore e musicista statunitense (n. 1931)
Massimo Catalano, musicista, trombettista e personaggio televisivo italiano (n. 1936)
Armando Trovajoli, pianista, compositore e direttore d’orchestra italiano (n. 1917)
Bebo Valdés, pianista e compositore cubano (n. 1918)
Ray Manzarek, pianista statunitense (n. 1939)
George Duke, pianista, tastierista e produttore discografico statunitense (n. 1946)
Cedar Walton, pianista e compositore statunitense (n. 1934)
Roger LaVern, musicista britannico (n. 1938)
Pino Massara, musicista, compositore e produttore discografico italiano (n. 1931)
J.J. Cale, cantautore e musicista statunitense (n. 1938)
Pete Haycock, musicista e compositore britannico (n. 1951)
Yusef Lateef, musicista e compositore statunitense (n. 1920)
Enzo Jannacci, cantautore, cabarettista e attore italiano (n. 1935)
Franco Califano, cantautore, paroliere e produttore discografico italiano (n. 1938)
Piero Finà, cantautore e scrittore italiano (n. 1942)
Corrado Castellari, cantautore e compositore italiano (n. 1945)
Gipo Farassino, cantautore, attore e politico italiano (n. 1934)
Tony Sheridan, cantautore e chitarrista britannico (n. 1940)
Kevin Ayers, cantautore, chitarrista e bassista inglese (n. 1944)
Peter Banks, chitarrista britannico (n. 1947)
Jackie Lomax, cantante e chitarrista britannico (n. 1944)
Oscar Castro-Neves, chitarrista, arrangiatore e compositore brasiliano (n. 1940)
Philip Chevron, chitarrista e cantante irlandese (n. 1957)
Lou Reed, cantautore, chitarrista e poeta statunitense (n. 1942)
Jim Hall, chitarrista statunitense (n. 1930)
Roberto Ciotti, chitarrista italiano (n. 1953)
Claudio Rocchi, cantautore, bassista e conduttore radiofonico italiano (n. 1951)
Jimmy Fontana, cantautore, contrabbassista e attore italiano (n. 1934)
Nic Potter, bassista britannico (n. 1951)
Trevor Bolder, bassista britannico (n. 1950)
George Gruntz, tastierista e compositore svizzero (n. 1932)
Donald Byrd, trombettista statunitense (n. 1932)

Partiti nel 2014
Dennis Frederiksen, cantante statunitense (n. 1951)
Shirley Temple, attrice, cantante e ballerina statunitense (n. 1928)
Freak Antoni, cantautore, scrittore e poeta italiano (n. 1954)
Francesco Di Giacomo, cantante italiano (n. 1947)
Massimo Castellina, fisarmonicista e cantante italiano (n. 1970)
Bambi Fossati, cantante, compositore e chitarrista italiano (n. 1949)
Gerry Goffin, paroliere e cantante statunitense (n. 1939)
Horace Silver, pianista e compositore statunitense (n. 1928)
Johnny Winter, chitarrista e cantante statunitense (n. 1944)
Dick Wagner, chitarrista e cantante statunitense (n. 1942)
Peret, cantante spagnolo (n. 1935)
John Gustafson, bassista e cantante britannico (n. 1942)
Tim Hauser, cantante, produttore discografico e arrangiatore statunitense (n. 1941)
Jack Bruce, musicista, compositore e cantante scozzese (n. 1943)
Jimmy Ruffin, cantante statunitense (n. 1936)
Alfredo Cohen, cantante e attore italiano (n. 1942)
Bobby Keys, sassofonista statunitense (n. 1943)
Udo Jürgens, cantante austriaco (n. 1934)
Joe Cocker, cantante britannico (n. 1944)
Carlo Bergonzi, tenore italiano (n. 1924)
Alessandro Centofanti, musicista, tastierista e pianista italiano (n. 1952)
Mango, cantautore, musicista e scrittore italiano (n. 1954)
Joe Lala, attore, doppiatore e musicista statunitense (n. 1947)
Giorgio Gaslini, compositore, direttore d’orchestra e pianista italiano (n. 1929)
Joe Sample, pianista e compositore statunitense (n. 1939)
Renato Sellani, pianista italiano (n. 1926)
Davide Santorsola, pianista e compositore italiano (n. 1961)
Jesse Winchester, cantautore e musicista statunitense (n. 1944)
Gennaro Petrone, musicista e compositore italiano (n. 1958)
Bruno Aragosti, musicista e arrangiatore italiano (n. 1924)
Mario Costalonga, musicista italiano (n. 1932)
Bobby Womack, cantautore e chitarrista statunitense (n. 1944)
Manitas de Plata, chitarrista francese (n. 1921)
Ronny Jordan, chitarrista britannico (n. 1962)
Paco de Lucía, chitarrista e compositore spagnolo (n. 1947)
Pete Seeger, cantautore e compositore statunitense (n. 1919)
Aldo Donati, cantautore, attore e conduttore televisivo italiano (n. 1947)
Bob Crewe, cantautore e produttore discografico statunitense (n. 1931)
Ian McLagan, tastierista, polistrumentista e cantautore britannico (n. 1945)
Charlie Haden, contrabbassista statunitense (n. 1937)
Glenn Cornick, bassista britannico (n. 1947)
Kenny Wheeler, trombettista e compositore canadese (n. 1930)
Paul Horn, flautista e sassofonista statunitense (n. 1930)

Partiti nel 2015
Kim Fowley, cantante, musicista e produttore discografico
Edgar Froese, musicista tedesco (n. 1944)
Percy Sledge, musicista e cantante statunitense (n. 1940)
James Last, musicista, compositore e direttore d’orchestra tedesco (n. 1929)
Dieter Moebius, musicista svizzero (n. 1944)
Giancarlo Golzi, batterista, musicista e paroliere italiano (n. 1952)
Allen Toussaint, musicista, compositore e produttore discografico statunitense (n. 1938)
Lemmy Kilmister, cantante, musicista e compositore britannico (n. 1945)
 B.B. King, chitarrista e cantante statunitense (n. 1925)
Marco Tamburini, trombettista e compositore italiano (n. 1959)
Anna Marchetti, cantante italiana (n. 1945)
Jim Diamond, cantante britannico (n. 1951)
Franzl Lang, cantante tedesco (n. 1930)
Natalie Cole, cantante statunitense (n. 1950)
Demis Roussos, cantante e bassista greco (n. 1946)
Maurizio Arcieri, cantante, attore e compositore italiano (n. 1942)
Marisa Del Frate, cantante, attrice e showgirl italiana (n. 1931)
Steve Strange, cantante britannico (n. 1959)
Inezita Barroso, cantante, attrice e compositrice brasiliana (n. 1925)
Daevid Allen, chitarrista, cantante e compositore australiano (n. 1938)
Rodolfo Maltese, chitarrista, trombettista e compositore italiano (n. 1947)
Pino Daniele, cantautore e chitarrista italiano (n. 1955)
John Renbourn, chitarrista e compositore britannico (n. 1944)
Chris Squire, bassista britannico (n. 1948)
Mike Porcaro, bassista statunitense (n. 1955)
Andy Fraser, bassista inglese (n. 1952)
Louis Johnson, bassista e produttore discografico statunitense (n. 1955)
Ben E. King, cantautore statunitense (n. 1938)
John Trudell, attivista, cantautore e attore statunitense (n. 1946)
Andraé Crouch, compositore, cantautore e produttore discografico statunitense (n. 1942)
John Taylor, pianista e compositore britannico (n. 1942)
Aldo Ciccolini, pianista italiano (n. 1925)
Ornette Coleman, sassofonista e compositore statunitense (n. 1930)
Phil Woods, sassofonista statunitense (n. 1931)
Steve Mackay, sassofonista statunitense (n. 1949)
Clark Terry, trombettista e compositore statunitense (n. 1920)

Partiti nel 2016
Vanity, cantante, attrice e modella canadese (n. 1959)
Michel Delpech, cantante francese (n. 1946)
Black, cantante britannico (n. 1962)
Paul Kantner, cantante statunitense (n. 1941)
David Bowie, cantautore, polistrumentista e attore inglese (n. 1947)
Giorgio Gomelsky, imprenditore, produttore discografico e compositore georgiano (n. 1934)
Glenn Frey, cantautore, musicista e attore statunitense (n. 1948)
Maurice White, cantautore, musicista e produttore discografico statunitense (n. 1941)
Naná Vasconcelos, musicista brasiliano (n. 1944)
Keith Emerson, tastierista, pianista e compositore britannico (n. 1944)
Paul Bley, pianista canadese (n. 1932) (continua)

Aperitivo In Concerto: 31ª stagione/1

logo_014_015_internalNato come appuntamento di musica classica sul modello mitteleuropeo del concerto mattutino prima di pranzo, Aperitivo in Concerto nel giro di pochi anni si è trasformato in una delle rassegne più originali e interessanti della stagione jazz presentando ogni volta musicisti, band, orchestre che solitamente non hanno una grande visibilità in Europa e in Italia e che rappresentano uno sguardo altrove rispetto alla scena musicale che abbiamo sotto gli occhi abitualmente in concerti e festival.
Alla trentunesima stagione Aperitivo in Concerto non smentisce questa peculiarità e propone undici eventi da autunno a primavera di cui due prime Europee e nove prime o uniche date italiane.
Il filo rosso che unisce i concerti è ancora una volta la diaspora o, per meglio dire, le diaspore, segnatamente quella ebraica e quella africana, che, hanno gettato semi in ogni parte del mondo e rappresentano le più feconde fonti di ispirazione culturale e sociale rispetto a ogni espressione musicale di cui abbiamo conoscenza oggi a fronte dei drammi Yemen bluese delle tragedie che le hanno causate.
Si comincia domenica 8 novembre con Yemen Blues, la formazione del cantante israeliano di origini yemenite Ravid Kahalani, per la prima volta in Italia, che fonde nella sua musica elementi arabi, ebraici, ritmi africani, caraibici, jazz, funky, in un sincretismo che bene rappresenta la volontà e il messaggio di dialogo e fratellanza di cui si fa latore col suo straordinario gruppo.

KlezmersonIl 15 novembre si potrà ascoltare l’effetto della diaspora ebraica in Messico, dove i marrani (gli ebrei sefarditi convertiti a forza dalla cattolicissima corona spagnola, ma rimasti fedeli in privato alla propria tradizione religiosa) emigrarono nel corso dei secoli e trasmisero musiche e tradizioni. I Klezmerson hanno eredito quel retaggio e l’hanno aggiornato mescolandolo a jazz, rock e funk, utilizzando strumenti moderni e della tradizione nord e latinoamericana, come il dobro e la chitarra huapango. Eseguiranno musiche che John Zorn ha scritto appositamente per loro nella serie Book Of Angels. Prima europea e unica data italiana.

Marc Ribot 22 novIl 22 novembre arriva Marc Ribot, lo straordinario chitarrista di Newark collaboratore di Tom Waits, Lounge Lizards, John Zorn, Mike Patton e autore di interessantissime riletture della tradizione blues, cubana e rock, nonché strumentista originale e innovativo. Questa volta si presenta in quartetto con una sezione d’archi per proporre una rivisitazione del cosiddetto Philly Sound, quel filone derivato dal soul e dal funky che negli anni Settanta ebbe le sue punte di diamante nei MFSB e in autori come Kenny Gamble e Leon Huff. Marc Ribot and The Young Philadelphians sarà l’unica data italiana per il momento.

Roger Kellaway 29 novPiù inserito nella tradizione e nello star-system americano è Roger Kellaway, pianista e compositore, che si esibisce il 29 novembre. Ha lavorato molto nel cinema, ha ottenuto la nomination all’Oscar per la colonna sonora di È Nata Una Stella, già collaboratore di musicisti molto diversi tra loro come Sonny Rollins, Van Morrison, Liza Minneli, Oliver Nelson, Barbra Streisand, Carmen McRae, Sonny Stitt, Quincy Jones, Yo-Yo Ma, rivelerà al pianoforte la sua conoscenza enciclopedica del grande song-book americano con doti di intrattenitore raffinato e grande strumentista. Anche per Kellaway sarà il primo e unico appuntamento italiano

CatherineRussell4 13 dicConcluderà la prima parte della stagione il tradizionale concerto prenatalizio il 13 dicembre con la cantante Catherine Russell. Figlia d’arte — sua madre era Carline Ray, contrabbassista di Mary Lou Williams, il padre Luis Russell, a lungo direttore dell’orchestra di Louis Armstrong — partner vocale in concerti e produzioni discografiche di David Bowie, la Russell è specializzata nel repertorio afro-americano degli anni Venti e Trenta e ci offrirà una panoramica della cosiddetta swing-era dal punto di vista di Harlem. Uno sguardo altrove, quindi, ma anche “da” altrove. Prima e unica data italiana. (continua)

Giulio Cancelliere

Danilo Rea: i miei Beatles, i miei Stones

IL CONCERTO
Rea 2È stato l’esuberante pianismo di Danilo Rea a inaugurare la prima stagione musicale dell’Unicredit Pavilion, la struttura, fino ad ora solo espositiva, sorta nella neo-piazza Gae Aulenti sotto i grattacieli di Porta Nuova a Milano.
Il musicista romano ha portato in concerto il repertorio del suo ultimo lavoro discografico, Something In Our Way, dedicato ai due gruppi inglesi che hanno decretato la svolta della musica negli anni ’60: Beatles e Rolling Stones.
Con una preferenza dichiarata per i primi, equilibrata da una scelta oculata nel song-book dei secondi (nel disco il rapporto è paritario, come vedremo più avanti, ma in concerto la bilancia pende esplicitamente a favore dei Fab Four), Rea, come d’abitudine, ha squadernato in tre blocchi di circa venti minuti ciascuno, la sua vena musicale a 360°, mescolando ai temi struggenti di Wild Horses, As Tears Go By, Ruby Tuesday, Angie, il nonsense blues di Come Together, l’incedere gospel di Let It Be, il boogie giocoso di Lady Madonna, la letizia di Here Come The Sun, il rock ’n’ roll di Jumpin’ Jack Flash e Satisfaction, la visionarietà di Across The Universe, infarcendole di citazioni, a volte al limite del subliminale dal mondo classico e jazz ((su Angie un accenno di Adagio Sostenuto beethoveniano e altrove Straight No Chaser e I Mean You di Monk).
Nel bis, una Over The Rainbow fuori sacco, per poi rientrare subito nella parte con Dear Prudence, Streets Of Love, Yesterday e Obladì Obladà, giusto per ribadire il rapporto di predilezione per i ragazzi di Liverpool.
Rea liveA grande richiesta, infine, un minuto del Prestissimo con cui Danilo Rea ha riletto Bocca di Rosa nel suo omaggio a De André del 2010.
Rea è musicista da palcoscenico, lo studio di registrazione gli sta stretto, e dal vivo trova l’energia e l’entusiasmo per catturare  l’attenzione della platea con gusto melodico, intraprendenza ritmica, concessioni misurate al virtuosismo ed esplosioni sonore degne di un concerto rock. Gli applausi sono meritati, ma il pianista sembra subire a volte un’ansia da prestazione sonora che non concede respiro all’ascoltatore. Con qualche silenzio in più, con qualche calo di tensione qua e là, ne guadagnerebbero la musica e il musicista. Più sussurri e meno grida.

IL DISCO
Rea CoverErano circa sei anni che Danilo Rea non tornava in sala di registrazione per un album di piano solo. Non è un musicista da studio, almeno per quanto riguarda le sue cose personali, mentre ha lavorato molto per altri musicisti in ambito jazz, pop, rock. La sua dimensione ideale, come si diceva qualche paragrafo sopra, è decisamente il palcoscenico. In Something In Our Way ha così dovuto contenersi e resistere alla tentazione di entrare ed uscire da un pezzo all’altro come fa dal vivo, sia in piano solo, sia col suo trio Doctor 3, e focalizzare l’attenzione su ogni singolo tema, sviscerandolo, sviluppandolo, trasportandolo da una tonalità all’altra, variandolo armonicamente, ma restandovi, per quanto gli consente la sua estroversa vena improvvisativa, ancorato.
In realtà, come ha raccontato il musicista in conferenza stampa, in tre pomeriggi avrebbe registrato musica per almeno tre album, ma poi ha dovuto operare una severa selezione fino a distillare i sedici brani contenuti nel disco basandosi prevalentemente sullo spunto melodico.
Degli Stones sono state scelte le ballad più interessanti sotto questo profilo: You Can’t Always Get What You Want (con tanto di coro di voci bianche evocato e sublimato con pochi accordi sospesi), e Lady Jane, oltre a quelle già citate, con le uniche eccezioni di Jumpin’ Jack Flash e Paint It Black, gli unici pezzi che richiamano il rock ’n’ roll, anche se rallentati e reinventati. Dal punto di vista compositivo, manca quasi totalmente la fondamentale vena blues di Jagger e Richards che, pure, appartiene profondamente a Rea e che emerge spesso, ma l’analisi musicologica non era l’obiettivo del disco. Rea 1I Beatles, invece, hanno fornito materiale in abbondanza in senso lirico: da ricordare, oltre a quelle eseguite in concerto, anche The Long And Winding Road, And I Love Her e While My Guitar Gently Weeps. In realtà, racconta ancora il musicista, sono stati scartati brani che non rendevano sotto l’aspetto sonoro come Strawberry Fields Forever, il cui trattamento pianistico tradiva in parte quella sonorità così caratteristica del pezzo di Lennon. A dirla tutta, Rea l’ha poi eseguito per il pubblico di addetti ai lavori e vi posso assicurare che nel disco ci stava. Ma sarà per un eventuale Volume II, magari l’anno prossimo.
Something In Our Way è un disco godibile, forse “facile” considerato il rapporto affettivo che tanti hanno con questo repertorio, ma conferma la statura artistica del pianista, la sua preparazione e il suo gusto per la bellezza.

Giulio Cancelliere

RadioBlog

Schermata 2014-02-07 alle 07.41.34  L’audio racconto andato in onda l’anno scorso su RadioTre ispirato al personaggio di Silenziosa(mente) https://soundcloud.com/gcanc/cappa-blues

Quando Mimì cantava il blues

mimcompagniHo due ricordi personali di Mia Martini: il primo risale al 1983, quando fece quel doppio memorabile concerto al Ciak di Milano il 22 e 23 ottobre di quell’anno, documentato nel disco Miei Compagni di Viaggio. Andai a entrambi gli spettacoli e fu un’esperienza fantastica, sia perché non l’avevo mai vista dal vivo, sia perché affrontava un repertorio straordinario che andava da Hendrix a Chico Buarque, da De Gregori a Lennon, da Juan Manuel Serrat a Randy Newman con una band strepitosa e ospiti eccezionali. In occasione dell’uscita dell’album presenziai a un’intervista, senza partecipare più di tanto, realizzata da Giada de Gioia, ai tempi in cui lavoravamo assieme alla radio. Naturalmente Mimì si lasciò andare a dichiarazioni molto schiette sulla musica, sui musicisti, sulla sua vita privata (Fossati in primis) e così via, alla vigilia di un silenzio durato sei anni, fino al 1989, quando riapparve a Sanremo con Almeno Tu Nell’Universo, canzone che mi ha sempre lasciato un po’ perplesso poiché non rappresentava la sua vera anima musicale, ma dall’importanza innegabile per l’ultima parte della sua carriera.
Il secondo ricordo credo che sia del ’92, non saprei precisare meglio la data. Mimì aveva in programma un concerto allo Smeraldo di Milano. Era tornata popolarissima grazie alle partecipazioni televisive. Mi accordai col suo addetto stampa per un’intervista, che si tramutò in un pranzo al ristorante “Il Grattacielo” in via Vittor Pisani a Milano. Le chiesi se potevo accendere il registratore mentre parlavamo e lei acconsentì. Purtroppo quella cassetta è andata perduta durante il trasloco che feci di lì a poco e l’intervista rimase inedita, perché non interessava alla rivista con cui collaboravo allora. Un’ora e mezzo di racconto scomparso nel nulla. Ricordo che parlammo un po’ di tutto: della sua carriera, della sua famiglia, dell’incidente automobilistico che fornì il pretesto per le malvagie dicerie sul suo conto, ma nel quale lei perse due amici. La sera successiva ci fu il concerto, ma la cosa più interessante fu l’incontro in camerino dopo l’esibizione: c’erano anche i suoi genitori, venuti a vederla in concerto. C’era suo padre, quella specie di orco — quella era la sua immagine proiettata al pubblico attraverso canzoni, interviste, biografie — il professor Berté, che, tra le altre cose, aveva bocciato vent’anni prima mio fratello alla maturità scientifica. Glielo dissi e lui, per tutta risposta, ringhiò: “Se ho bocciato suo fratello si vede che se lo meritava.” Prevedibile.
Quello fu il periodo in cui Mia Martini si riavvicinò alla famiglia, al padre in particolare, trasferendosi a Cardano al Campo, in provincia di Varese, dove trascorse gli ultimi anni e dove morì.
In realtà la rividi per un attimo, ma non riuscii a raggiungerla circondata com’era da amici e fan, una sera in cui al Capolinea di Milano si esibiva Diane Schuur.
Ogni tanto, quando tento di mettere in ordine le mie cose, frugo in qualche scatolone per vedere se ritrovo quel nastro, ma finora senza risultato. Non tanto per poter dire di possedere un’intervista inedita, ma per risentire le cose che mi aveva raccontato spontaneamente come si fa quando si mangia assieme, con quella voce così particolare, che dopo l’operazione alle corde vocali aveva subito una singolare trasformazione, diventando più bronzea, profonda, drammatica, blues. Perché Mimì cantava il blues con uno stile che metteva i brividi e se il blues in Italia portava un nome, quel nome era Mia Martini.

Giulio Cancelliere