Aperitivo In Concerto: 31ª stagione/1

logo_014_015_internalNato come appuntamento di musica classica sul modello mitteleuropeo del concerto mattutino prima di pranzo, Aperitivo in Concerto nel giro di pochi anni si è trasformato in una delle rassegne più originali e interessanti della stagione jazz presentando ogni volta musicisti, band, orchestre che solitamente non hanno una grande visibilità in Europa e in Italia e che rappresentano uno sguardo altrove rispetto alla scena musicale che abbiamo sotto gli occhi abitualmente in concerti e festival.
Alla trentunesima stagione Aperitivo in Concerto non smentisce questa peculiarità e propone undici eventi da autunno a primavera di cui due prime Europee e nove prime o uniche date italiane.
Il filo rosso che unisce i concerti è ancora una volta la diaspora o, per meglio dire, le diaspore, segnatamente quella ebraica e quella africana, che, hanno gettato semi in ogni parte del mondo e rappresentano le più feconde fonti di ispirazione culturale e sociale rispetto a ogni espressione musicale di cui abbiamo conoscenza oggi a fronte dei drammi Yemen bluese delle tragedie che le hanno causate.
Si comincia domenica 8 novembre con Yemen Blues, la formazione del cantante israeliano di origini yemenite Ravid Kahalani, per la prima volta in Italia, che fonde nella sua musica elementi arabi, ebraici, ritmi africani, caraibici, jazz, funky, in un sincretismo che bene rappresenta la volontà e il messaggio di dialogo e fratellanza di cui si fa latore col suo straordinario gruppo.

KlezmersonIl 15 novembre si potrà ascoltare l’effetto della diaspora ebraica in Messico, dove i marrani (gli ebrei sefarditi convertiti a forza dalla cattolicissima corona spagnola, ma rimasti fedeli in privato alla propria tradizione religiosa) emigrarono nel corso dei secoli e trasmisero musiche e tradizioni. I Klezmerson hanno eredito quel retaggio e l’hanno aggiornato mescolandolo a jazz, rock e funk, utilizzando strumenti moderni e della tradizione nord e latinoamericana, come il dobro e la chitarra huapango. Eseguiranno musiche che John Zorn ha scritto appositamente per loro nella serie Book Of Angels. Prima europea e unica data italiana.

Marc Ribot 22 novIl 22 novembre arriva Marc Ribot, lo straordinario chitarrista di Newark collaboratore di Tom Waits, Lounge Lizards, John Zorn, Mike Patton e autore di interessantissime riletture della tradizione blues, cubana e rock, nonché strumentista originale e innovativo. Questa volta si presenta in quartetto con una sezione d’archi per proporre una rivisitazione del cosiddetto Philly Sound, quel filone derivato dal soul e dal funky che negli anni Settanta ebbe le sue punte di diamante nei MFSB e in autori come Kenny Gamble e Leon Huff. Marc Ribot and The Young Philadelphians sarà l’unica data italiana per il momento.

Roger Kellaway 29 novPiù inserito nella tradizione e nello star-system americano è Roger Kellaway, pianista e compositore, che si esibisce il 29 novembre. Ha lavorato molto nel cinema, ha ottenuto la nomination all’Oscar per la colonna sonora di È Nata Una Stella, già collaboratore di musicisti molto diversi tra loro come Sonny Rollins, Van Morrison, Liza Minneli, Oliver Nelson, Barbra Streisand, Carmen McRae, Sonny Stitt, Quincy Jones, Yo-Yo Ma, rivelerà al pianoforte la sua conoscenza enciclopedica del grande song-book americano con doti di intrattenitore raffinato e grande strumentista. Anche per Kellaway sarà il primo e unico appuntamento italiano

CatherineRussell4 13 dicConcluderà la prima parte della stagione il tradizionale concerto prenatalizio il 13 dicembre con la cantante Catherine Russell. Figlia d’arte — sua madre era Carline Ray, contrabbassista di Mary Lou Williams, il padre Luis Russell, a lungo direttore dell’orchestra di Louis Armstrong — partner vocale in concerti e produzioni discografiche di David Bowie, la Russell è specializzata nel repertorio afro-americano degli anni Venti e Trenta e ci offrirà una panoramica della cosiddetta swing-era dal punto di vista di Harlem. Uno sguardo altrove, quindi, ma anche “da” altrove. Prima e unica data italiana. (continua)

Giulio Cancelliere

Tinariwen: nuovo disco e tour

image002È stato pubblicato Emmaar il nuovo album dei Tinariwen: collettivo di musicisti tuareg del Mali.
Dopo il grande successo di Tassili”, vincitore di un Grammy e registrato nel deserto algerino con l’aiuto di Nels Cline, Tunde  Adebimpe e Kyp Malone (TV On The Radio), anche Emmaar è stato registrato nel deserto, ma questa volta in quello californiano di Joshua Tree con l’aiuto di artisti di varia origine e formazione come Josh Klinghoffer, (Red Hot Chili Peppers), Matt Sweeney  (Chavez), Fats Kaplin senza dimenticare il visionario Saul Williams.
Tinariwen hanno creato un nuovo piccolo capolavoro di blues afro-psichedelico. Il gruppo, ha girato il mondo come headliner in vari importanti festival tra cui il Eurockéennes de Belfort in Francia, Glastonbury nel Regno Unito e Coachella negli Stati Uniti.
I loro album Aman Iman (2007) e Imidiwan (2009) Tassili (2012) sono stati elogiati dai media e hanno attirato le attenzioni di Robert Plant, Elvis Costello, Thom Yorke, Brian Eno e Carlos Santana. Tuttavia questo riconoscimento universale non ha alterato l’essenza o lo spirito del loro stile musicale, che mescola il suono amaro di chitarre appuntite con l’approccio spesso panteistico della poesia lirica e che celebra l’unione sacra tra un popolo e il loro ambiente, riflesso in dolorose circostanze collettive.

Tinariwen saranno in Italia per questi concerti:
1 marzo     Milano – Magnolia
2 marzo    Como    – Teatro Sociale

Purtroppo ai due evemti italiani Ibrahim Ag Alhabib non presenzierà.
Questa la dichiarazione rilasciata in merito:

“we have the news that Ibrahim Ag Alhabib has chosen to stay with his people in the desert and not come on tour with Tinariwen to Europe, at least not before summer 2014. For both personal reasons and the complicated situation that continues in his country.
Tinariwen are into another phase of their career.  A new version is moving forward, with Eyadou Ag Leche the bass player as the musical director, and a dynamic new show. A new guitarist and singer (Yad Abderrahmane) is joining the band, who will sing Ibrahim’s songs from the forthcoming record as well as some of the old ones. He is very charismatic, young and good-looking. The show will feature more of the band members as lead singers, alternating every 2/3 songs, so giving great variety.
Tinariwen have always operated a squad system, and never toured with exactly the same line-up, not in the 1990s, nor since. Should Ibrahim come on later tours he will be an addition, not a replacement”

Giulio Cancelliere

Intervista con Piers Faccini

01Quasi sotto voce e in punta di piedi Piers Faccini, inglese in Francia, nel giro di una decina d’anni e una manciata di album ha fatto dell’Italia la sua terza patria (peraltro parla piuttosto bene la  nostra lingua), dove conta una folta schiera di fan fedeli e affezionati al suo stile cantautorale che tanto attinge dal rock più raffinato, dal blues e dalle radici africane di quest’ultimo. In attesa del suo nuovo disco Between Dogs And Wolves, già disponibile in digitale, ma in vendita nel formato fisico, cd e/o vinile, solo dal gennaio 2014, eccolo “regalare” al suo pubblico una chicca davvero preziosa: un libro con le riproduzioni di diciassette sue opere grafiche realizzate con la tecnica del cut out (una raffinatissima forma di collage cartaceo) e dedicate ad altrettanti personaggi della musica particolarmente significativi per lui (Dylan, Skip James, Nico, Cohen, Springsteen, Pino Daniele, Morissey tra gli altri), accompagnate da un CD con le canzoni abbinate agli artisti. Songs I Love, il titolo chiaro e semplice scelto per questa raccolta nata sul suo sito, dove da tempo si potevano ascoltare cover dei suoi musicisti preferiti, ora riuniti in questa pregiata raccolta.
Non è la tua tecnica pittorica consueta.PiersFaccini-SongsIlove-mrcup-02
“È da un po’ che lavoro con la carta per le mie opere grafiche e la copertina del mio ultimo album Between Dogs And Wolves è il risultato di questa mia vena. Trovo che lavorare con la carta si adatti molto bene al piccolo formato, come quello di un disco e di questo libro.”
È una tecnica molto raffinata, perché l’opera si compone di pochissime parti, anzi, la sezione principale, quella che rappresenta la figura vera e propria, è un pezzo unico, in cui inserisci ritagli colorati per dare profondità, tridimensionalità e ombreggiature quando occorre.
“Sì, ritaglio il cartoncino con un taglierino e realizzo la figura in pezzo unico. Poi aggiungo qualche dettaglio, talvolta vado per tentativi, improvvisando, per vedere che effetto fa.”
Quali sono i tuoi artisti di riferimento, quelli che ti hanno ispirato maggiormente in pittura?
03“Francis Bacon, Lucian Freud, Balthus, Gerhard Richter, Morandi.”
Sono tutti artisti con un tratto molto forte, persino provocatorio a volte.
“Sono artisti che hanno lavorato molto sulla figura umana che è quello che mi interessa:  mi piace rappresentare la percezione del mondo attraverso i volti.”
E come si collegano le canzoni con questi ritratti?
“Suonare la canzone di un altro musicista è come ritrarlo in un dipinto.”
Tuttavia in molti casi hai scelto delle canzoni non particolarmente rappresentative di ciascun artista.
02“Ma lo sono per me. I miei gusti sono piuttosto particolari, come la mia musica.”
Hai realizzato anche dei video seguendo questa tua passione per la carta.
“Sono tre video realizzati con la tecnica stop-motion. Ho scattato ogni singolo fotogramma montato uno di seguito all’altro per dare la sensazione del movimento. È un lavoro molto lungo, ma l’effetto è suggestivo.”
Oltre alle canzoni scrivi dell’altro?
“Poesie. Spero di pubblicare qualcosa nel 2014.
Nel 2014 tornerai anche in Italia per un tour?
“Sì, a marzo: le date saranno a Mantova, Livorno, Bologna, Milano, San Benedetto del Tronto, Roma, Napoli, Bari.”

Le date italiane 2014

venerdì 14 marzo 2014
MANTOVA – Arci Tom
Piazza Tom Benetollo, 1

sabato 15 marzo 2014
LIVORNO – The Cage Theatre
Via del Vecchio Lazzeretto, 20

domenica 16 marzo 2014
BOLOGNA – Locomotiv Club
Via Sebastiano Serlio, 25/2

lunedì 17 marzo 2014
MILANO – Salumeria della Musica
Via Antonio Pasinetti, 4

mercoledì 19 marzo 2014
SAN BENEDETTO DEL TRONTO (AP) – Mathilda Club
Via Ischia Prima, 96 (Grottammare)

giovedì 20 marzo 2014
ROMA – Rising Love
Via delle Conce, 15

venerdì 21 marzo 2014
NAPOLI – Casa della Musica
Via Barbagallo, 115

sabato 22 marzo 2014
BARI – TBA
more news soon

Tutti gli aggiornamenti su http://www.piersfaccini.com

Giulio Cancelliere

Stray Cat Reviews/4

Massimo Barbiero
Giovanni Giorgi
Marco Valeri

Intervista con Roberto Ciotti

foto Roberto Ciotti 2Figura storica del blues in Italia sin dagli anni Settanta, quando incideva i primi dischi per la Cramps di Gianni Sassi, Roberto Ciotti è giunto al quindicesimo album, Equilibrio Precario, un titolo che si attaglia perfettamente ai tempi che stiamo vivendo.
“Sì, è una situazione di provvisorietà abbastanza diffusa che ho voluto rappresentare alla mia maniera.”
Ci sono diversi pezzi in italiano. Leggo persino una vena cantautorale. È un po’ una novità per te, che di solito canti in inglese.
“Infatti, a ogni disco cerco di dare una caratterizzazione e a questo, oltre ai numerosi pezzi in italiano, ho dato un suono piuttosto ricco, con tastiere e arrangiamenti più elaborati che non appartengono ad altri lavori che ho fatto in passato, molto più vintage. Il brano Equilibrio Precario nasce da uno sfogo  espresso circa un anno fa, quando ho cominciato a registrare il disco ed è diventato la bandiera dell’album stesso. Per quanto riguarda l’uso dell’italiano, è una prova che ho fatto e mi pare che sia andata bene, anche se a qualcuno suona strano sentirmi cantare così. Tra l’altro, noto che all’estero piace molto sentir cantare in italiano, forse perché ti conferisce una collocazione geografica precisa. ”
Non c’è solo pessimismo, anche se il blues è una musica che nasce pessimista.
“No, certo, ci sono pezzi più solari, ironici, divertenti, anche se, in effetti, il blues nell’accezione storica è blue, appunto, ma contiene tutti i sentimenti.”
Mi pare che ai musicisti italiani il blues sia venuto sempre piuttosto bene. È una musica adatta a noi, che riscuote sempre un buon successo.
cover EQUILIBRIO PRECARIO“Può darsi, io l’ho sempre fatto a modo mio, con uno spirito più latino, melodie personali, anche se ho sempre suonato i classici anni Settanta, perché da ragazzetto mi piaceva partire con questi assoli di venti minuti…anche oggi li faccio troppo lunghi, ma, insomma, cerco di limitarmi e dare più sfogo alla vena di cantante, autore, arrangiatore.”
Tuttavia non sei mai stato un virtuoso della chitarra, non sei uno di quelli che suonano a trecento all’ora, ma privilegi il suono, l’espressione rispetto allo sfoggio di tecnica.
“Nel blues il virtuosismo stona proprio, non serve. Anche Hendrix, che era una specie di virtuoso, in realtà improvvisava su frasi che erano canzoni loro stesse. Nel blues la melodia è fondamentale. Il mio stile è stato definito Blues Mediterraneo. Forse hanno ragione.”
Un tuo collega anni fa mi fece notare, forse generalizzando un po’, che il virtuosismo nel blues appartiene soprattutto ai bianchi, mentre i neri badano ad altro.
“Sì, è spesso così. I bianchi suonano più di testa, mentre i neri si esprimono con l’anima. Ne ho avuto l’ennesima riprova durante le mie tournée in Africa. Sto per tornarci per la terza volta e incidere un disco con musicisti senegalesi a Dakar, dove ho già partecipato al St. Louis Jazz Festival, come rappresentante dell’Italia. Una cosa fantastica!”
A proposito di Hendrix, nel disco c’è una tua versione di Hey Joe, ma anche Moondance di Van Morrison.
“Van Morrison è il bianco più nero d’Europa, ha scritto grandi pezzi e Moondance è uno dei più belli, anche se è stato interpretato in modi un po‘ troppo leccati per i miei gusti. Io l’ho riportato a una dimensione più blues. MI piace sempre suonarlo dal vivo e credo di averlo arrangiato in uno stile originale.”
Hai lavorato anche per il cinema in passato con Salvatores per le colonne sonore di Marrakech Express e Turné. Lo farai ancora?
“Spero di sì. Se diventi di moda ti chiamano, altrimenti…”
Quanto ha ancora senso fare un disco, un CD, progettare una raccolta di canzoni, quando i ragazzi scaricano i pezzi singoli da internet?
foto Roberto Ciotti“Non so, a me piace ancora fare dischi. Sarò antico, ma mi piace dare una cornice alle canzoni, tenere in mano una copertina, leggere i testi, sapere chi ci suona. Sai, io non vendo maglioni o mortadella, mi evolvo e ho bisogno di dare un senso alla mia espressione musicale. È un’esigenza più artistica che commerciale.”
L’artista però vive anche di pubblico fresco e giovane. Come la metti con l’antichità?
“Io vedo che ai miei concerti vengono tanti giovani. Saranno i figli di chi ha ancora le mie abitudini antiche e sono cresciuti con i vinili in casa. Sarò impopolare per quello che sto per dire, ma, secondo me, chi ama la musica è spesso perché ha genitori che hanno fatto più della quinta elementare. Poi ci sono le eccezioni, non lo nego. Sono stato a suonare a Bratislava, ho riempito il teatro di giovani e i figli dell’ambasciatore sono venuti a trovarmi per conoscermi. Erano ragazzi di diciotto-vent’anni che suonano. Ora, non voglio dire che bisogna essere figli dell’ambasciatore per amare la musica, ma un po’ di cultura generale non guasta, tuttavia io abito al Testaccio a Roma, un quartiere popolare e ai ragazzi, che sono figli di operai e impiegati, faccio ascoltare il blues e vedo che si entusiasmano.”
Il blues dovrebbe essere musica popolare per definizione.
“Sì, ma i criteri si sono ribaltati e il blues è musica colta rispetto a quella che passa la televisione, ammesso che passi qualcosa di musicale. E non parlo di Sanremo che è un ghetto a parte.”
Un ghetto?
“Sì, dicono che io sono nel ghetto, ma non si accorgono di quanto sono ghettizzati loro. Se vai in Senegal o in Brasile, la televisione trasmette musica meravigliosa, mentre qui è solo spazzatura commerciale.”

Giulio Cancelliere

 

Intervista con Davide Borra (Kachupa)

01_FOTO Kachupa_bIn tempi di globalizzazione consolidata non sorprende più una band che mette assieme melodie del bacino mediterraneo con ritmi balcanici, rumba africana, afrori caraibici e canti occitani, ma Kachupa ha una storia del tutto particolare, a partire dalla sua origine gastronomica: Kachupa, infatti, è una zuppa tipica di Capo Verde fatta di verdura, frutta, legumi, cereali e pesce, ingredienti poveri, ma nutrienti, che forniscono l’energia vitale che anima questa band. Ho chiesto a Davide Borra, fisarmonicista e fondatore della band, di raccontarmi la storia di Kachupa, formazione che ha già un disco alle spalle, Gabrovo Express, del 2006, pluripremiato, e ora sta pubblicando Terzo Binario, un cofanetto che comprende un CD e un libro col patrocinio di Slow Food.
“Nasce tutto da un mio viaggio in Africa. All’epoca lavoravo con gli altri musicisti in un gruppo teatrale e la sensazione di libertà, armonia, gioia di vivere che provai suonando la fisarmonica su queste immense spiagge dell’arcipelago di Capo Verde mangiando Kachupa, mi spinse, al mio ritorno, a chiedere agli altri ragazzi di metter assieme un’orchestra per suonare una musica che sintetizzasse queste sensazioni, ma soprattutto, che fosse una musica semplice come la Kachupa, povera, di strada, che tutti potessero recepire.”
E siete diventati una band di strada vera e propria.
“Infatti: la strada è diventata la nostra sala prove, dove capivamo cosa piaceva alla gente, cosa gradiva di più, cosa la entusiasmava.”
Giravate con un carro come le antiche compagnie di teatranti.
“Abbiamo adattato un vecchio carro di un mio prozio a palcoscenico, aggiungendovi una mantovana, colorandolo in rosso, giallo e blu, come un circo, su cui montavamo la batteria, o meglio, la grancassa, perché gli altri tamburi erano in realtà pentolame, forme di budini e tutta quanto si può percuotere, anche questi coloratissimi, un apparato che attirava subito l’attenzione della gente che si fermava ad ascoltarci.”
E dove giravate?
“Abbiamo girato molto in Francia, tutta la Costa Azzurra, sino a Marsiglia. E poi in Italia, soprattutto al sud, tra Puglia e Calabria.”
Dove tra l’altro ci sono antiche comunità occitane, come nelle valli della tua terra in provincia di Cuneo.
02_FOTO Kachupa_b“Certo, l’estate scorsa vicino a Barletta abbiamo incontrato una scuola di danze occitane, con dei ballerini bravissimi.”
Voi siete nati sette-otto ani fa e nel frattempo sono nate anche altre formazioni che sfruttano questa formula che si riassume sbrigativamente con il termine patchanka, ognuna con la sua caratteristica peculiare. Qual è il vostro punto di forza che vi differenzia dalle altre?
“Credo la nostra cantante Lidiya Koycheva, è bulgara e ha una gran voce. Inoltre utilizziamo anche strumenti elettronici, inseriamo nella nostra musica elementi rock, non ci poniamo alcun limite.”
Questo fenomeno di riscoperta della musica folk ha delle analogie con ciò che accadde negli anni Settanta con formazioni quali Nuova Compagnia Di Canto Popolare, Carnascialia, Canzoniere del Lazio, anche Premiata Forneria Marconi per certi versi, anche se su un fronte più prog. Come la spieghi?
“Io credo che sia una reazione all’omologazione imperante: esiste un modello, quello radiofonico imposto dalle major, che pone dei confini alla creatività, anche se molti musicisti vi si adeguano. Altri, invece, decidono di provare altre strade, molto più larghe e spaziose, dove si può provare a rileggere ciò che è stato in passato, con una visione nuova, seguendo quel che pulsa nel cuore.”
COVER_TERZO BINARIO_Kachupa_bOra però anche voi avete fatto dei dischi e qualche condizionamento, qualche compressione l’avrete subita?
“Sì, ma solo fino a un certo punto. Nei dischi abbiamo messo i pezzi che abbiamo scritto e che per anni abbiamo suonato per strada. Li abbiamo arrangiati in modo da dare una veste più rock, se vuoi più moderna e fruibile per un CD, ma stiamo lavorando anche a un progetto più sperimentale basato su suoni e vocalizzi molto free. Comunque nessuno ci ha imposto niente. È tutta roba nostra, genuina e spontanea.”
Il disco esce con un libro che racconta la vostra storia. Come mai?
“L’idea del libro nasce dall’esigenza di raccontare ciò che si muove dietro e attorno alla nostra musica, ma anche una storia che ha qualcosa di straordinario e vuole essere un incoraggiamento per chi non vuole omologarsi a perseguire la propria  idea crativa. La vicenda di Kachupa è emblematica.”
E Slow Food cosa c’entra?
“Carlin Petrini, patron di Slow Food, ci ha spinto a scrivere il libro e ne ha scritto la prefazione. Noi crediamo nella biodiversità, sia nel cibo, sia nella musica, non per niente siamo Kachupa.”
Suonate ancora per strada?
“Qualche volta.”

Giulio Cancelliere

Intervista con Randolph Matthews

8.2 r“Avevo sette anni e ricordo che un giorno, seduto nella mia stanza, avevo un sacco di musica che mi girava per la testa. Così presi due registratori a cassetta e cominciai a sovrapporre registrazioni dei motivi che mi passavano per la mente. In realtà era solo un gioco e per molti anni non pensai al canto e alla musica in senso creativo. A diciassette anni qualcuno mi sentì cantare pezzi di Marvin Gaye, Peabo Bryson, Lionel Ritchie, Bob Marley e mi consigliò di prendere lezioni e indirizzare meglio quello che lui pensava fosse un talento. Così frequentai insegnanti, seminari e compresi che potevo mettere a frutto questa mia inclinazione. A ventuno anni cominciai a cantare in numerose band, a fare molti spettacoli nei club, ad accompagnare artisti americani ed europei che passavano per Londra, mentre, nel frattempo, lasciai la società di telecomunicazioni per la quale lavoravo, perché sapevo che non sarebbe stata quella la mia strada. Nel 2006 iniziai ad esibirmi da solo e il risultato, per ora, sono centinaia di concerti e due album. L’ultimo è Precious, che contiene le mie esplorazioni musicali più recenti. Questo il mio viaggio nella musica fino a qui.”
Così mi risponde Randolph Matthews quando gli chiedo di raccontarmi brevemente la sua storia, in occasione del suo concerto a Milano qualche settimana fa assieme al chitarrista Alessandro Diaferio, pugliese d’origine, milanese d’adozione, ma trasferitosi a Londra, dove ha incontrato Randolph al Ronnie Scott’s, uno dei club più famosi d’Inghilterra.
Da come la racconti sembra sia stato facile.
3733972138-1“No, non è stato facile. Ho dovuto studiare tanto, cantare, provare, ricercare, esplorare le possibilità della voce per trovare il mio stile.”
In un certo senso sei un cantante soul o hai cominciato come tale. Ma cosa significa essere un cantante soul oggi?
“Soul non è necessariamente una categoria musicale. Il mio stile non deriva esclusivamente da una tradizione, ma cerco di trovare dentro di me, nella mia anima, le emozioni che poi esprimo musicalmente nel modo più personale possibile. In questo senso sono un cantante soul.”
Sei anche un chitarrista.
“Sì, anche se Alessandro suona molto meglio di me. Diciamo che la chitarra mi serve talvolta per accompagnarmi o per scrivere canzoni, anche se la composizione spesso parte da altre fonti, come una linea di basso o un ritmo di percussioni che canto nella mia testa e poi registro con la voce sulla mia loop machine e sulla quale immagino la linea melodica.”
Chi erano i tuoi eroi chitarristici?
“Hendrix, sicuramente, ma anche Wes Montgomery e George Benson, soprattutto per la sua abilità di suonare e cantare contemporaneamente i suoi licks.”
Sei autodidatta?
“Come chitarrista direi di sì, mentre come cantante ho studiato con diversi insegnanti, anche negli USA, ma, soprattutto, ho cantato molto dal vivo, confrontandomi con tanti musicisti.”
6.1 crop rRandolph è un cantante del tutto singolare, che unisce allo stile tipicamente soul, lo scat del jazz, la sperimentazione avanzata di Bobby McFerrin, influenze elettroniche ed etniche, una poetica delicata e un certo umorismo inglese, che lo rendono piuttosto unico nel panorama musicale europeo. L’utilizzo delle macchine, che sovrappongono linee melodiche e percussive in tempo reale, gli consentono di creare orchestrazioni vocali molto particolari ed evocative, soprattutto dal vivo, dove esprime al meglio la sua arte. Precious, il suo lavoro più recente, contiene dodici canzoni originali registrate quasi esclusivamente da solo e risultato della sua meravigliosa creatività.

Giulio Cancelliere