ROCKETMAN

Ho passato molti anni (relativamente alla mia età musicale che coincide quasi con quella anagrafica) ignorando Elton John. Sostanzialmente mi era indifferente. Da ragazzino lo incrociai con Crocodile Rock, era il 1973, e i miei ascolti erano già una zuppa densa e ribollente di Led Zeppelin e Deep Purple, Black Sabbath e Pink Floyd, Genesis, Jethro Tull e Uriah Heep, Emerson, Lake & Palmer e Yes, figurarsi se quel rock ’n’ roll anni ’50 martellato sul piano e quel falsettino sul ritornello potevano impressionarmi. I compagni di scuola insistevano a sottopormi album come Don’t Shoot Me I’m Only the Piano Player, Goodbye Yellow Brick Road, Captain Fantastic and the Brown Dirt Cowboy, dalle copertine fantasiose e divertenti, ma era il contenuto che non mi stimolava: erano solo “canzonette”. Non avevo ancora imparato e capito il talento che ci vuole a scriverle. Perché scrivere una bella canzone è una magia che non tutti i compositori riescono a realizzare: potrai anche saper architettare un poema sinfonico di quaranta minuti, una suite progressive lunga una facciata di lp, una rilettura lunare di Mussorgsky o Ginastera, ma i quattro minuti scarsi di Your Song non è detto che siano alla tua portata. La capacità di condensare in una manciata di secondi la forte emozione che una canzone riesce a suscitare è di pochi eletti e non ha a che fare, o meglio, non è direttamente proporzionale al grado di istruzione musicale che il compositore è riuscito a raggiungere. Non basta la tecnica – che pure esiste per scrivere canzoni – altrimenti tutti gli studenti di architettura laureati a pieni voti sarebbero Le Corbusier o tutti i diplomati all’Accademia sarebbero De Chirico, tutti i diplomati al Conservatorio sarebbero Stravinsky e così via. È questione di talento: che va certamente coltivato, ma che nasce non si sa bene dove e quando, eppure da qualche parte germoglia e cresce e, se non viene estirpato per i casi della vita, prima o poi fruttifica. Senza contare i moltissimi casi in cui i talenti si sono accoppiati e i germogli intrecciati, regalandoci i frutti migliori: Lennon-McCartney, Jagger-Richards, David-Bacharach, Gershwin-Gershwin, Rodgers-Hammerstein, Mogol-Battisti, Buscaglione-Chiosso, Gaber-Luporini, Elton John-Bernie Taupin). Per fortuna nel tempo ho incontrato persone, una in particolare, che me l’ha fatto capire e oggi posso godere di molta più musica di prima.
Detto questo, ieri sono andato a vedere Rocketman, il film biografico su Elton John diretto da Dexter Fletcher e interpretato da un ottimo Taron Egerton, che, guarda caso, aveva già prestato la voce nel film d’animazione Sing – era il gorilla Johnny – cantando un pezzo di Elton John.
Personalmente non amo il genere biografico, preferisco giudicare le opere di un artista, piuttosto che informarmi sulle sue preferenze sessuali, se tradisce il partner e con chi, se fa uso di sostanze illegali o legali, se scrive canzoni appeso al lampadario o sul fondo di una piscina. Tuttavia la storia raccontata in Rocketman, nonostante segua un percorso cronologico, dall’infanzia all’adolescenza, dai primi successi all’esplosione del mito in tutto il mondo, si prende parecchie libertà e sul filo delle canzoni, percorre soprattutto il sentiero psicologico dell’artista inglese, a cavallo di una macchina da presa che si muove spericolata attorno al personaggio indagandone ogni azione, espressione, sfuriata, esaltazione poetica.
Rocketman è quasi un musical, ma che tocca temi seri e delicati: il rapporto con i genitori, l’incomunicabilità, l’identità sessuale, il pregiudizio, la musica come valvola di sfogo, il successo che ti porta tanto in alto da non sapere più come scendere. Lo stesso Elton John, assieme al marito David Furnish, è intervenuto nella produzione, a garanzia di un prodotto altamente spettacolare, che forse non dice tutta la verità (sulla locandina originale si avverte: based on a true fantasy), ma che cattura l’attenzione, nonostante le due ore piene di durata. E poi: sono solo “canzonette”.

Giulio Cancelliere

Mia Martini: Io Sono Mia

I biopic sembrano un’invenzione moderna, ma esistono da quando c’è il cinema (Napoleon di Abel Gance è del 1927, il primo lungometraggio su Giovanna d’Arco è del 1913). Ken Russell ne creò un genere personalissimo con Liszt, Mahler, Tchaikovsky, Rodolfo Valentino, travalicando la realtà, trasformandola in visione.
Eppure i biopic, nonostante le esigenze di sceneggiatura costringano ad omettere, sintetizzare, selezionare fatti, eventi e sentimenti, scontentando spesso i fan e non informando esaustivamente i semplici spettatori, hanno un pubblico piuttosto fedele, basti pensare a quante “fiction” siano state prodotte per la televisione negli ultimi decenni. Se poi si tratta di musicisti è il cinema a farla da padrone e il successo di Bohemian Rhapsody è solo l’esempio più recente.
Ora cinema e televisione si sono associati e già l’anno scorso hanno partorito quel Principe Libero che raccontava un tratto di vita artistica e privata di Fabrizio De André. Dato che la squadra vincente non si cambia, Rai e Nexo Digital ci riprovano con lo sfruttamento multi-piattaforma (il passaggio al cinema per tre giorni e poi la trasmissione in tv dopo qualche settimana) con un altro personaggio tra i più controversi e, per certi aspetti, di ancora più difficile lettura.
Il corpo di Mia Martini fu trovato il 14 maggio del 1995 nella sua casa di Cardano al Campo, in provincia di Varese, ma la morte risaliva a due giorni prima. In realtà Mimì, come era affettuosamente chiamata dagli amici e dai fan, era morta già almeno un paio di volte, artisticamente parlando, a causa di un ambiente musicale che non accettava il suo desiderio di indipendenza e autonomia artistica e che la espulse come un corpo estraneo col sistema della maldicenza per oltre un decennio, fino al 1989, quando tornò trionfalmente a Sanremo con Almeno Tu Nell’Universo, una canzone scritta ventisette anni prima, all’epoca di Piccolo Uomo, da Bruno Lauzi e Maurizio Fabrizio. Ma non bastò, evidentemente.
Mia Martini rivive ora nel film Io Sono Mia grazie a un’ottima Serena Rossi che le restituisce voce e fisicità con un’efficacia straordinaria.
Il film è diretto da Riccardo Donna e sceneggiato da Monica Rametta, che si è avvalsa della consulenza di Loredana e Olivia Bertè (sorelle di Mia), oltre che, presumibilmente, della testimonianza di amici e persone che l’hanno conosciuta e frequentata.
L’espediente narrativo escogitato per il lungo flashback che anima il film è un’intervista non cercata, ma poi pretesa, da parte di una svogliata giornalista (Lucia Mascino) inviata al festival dell’89 per incontrare Ray Charles (poi il pezzo lo farà un collega), che si trova di fronte a una Mia Martini altrettanto annoiata e disillusa, ma che comincia a raccontarsi: dalle prime passioni musicali adolescenziali, osteggiata da un padre autoritario e manesco, al trasferimento a Roma con madre e sorelle per provare ad avviare una carriera. Fino a quando non viene notata in un jazz club dall’impresario Alberigo Crocetta che le apre le porte dell’industria discografica e le consente di farsi conoscere, apprezzare, premiare (vince due Festivalbar di seguito e innumerevoli altri riconoscimenti internazionali). Ma col successo – forse a causa della vendetta di un impresario sdegnosamente rifiutato da Mimì (lei stessa, in una intervista ad Epoca del 1989 ne fece nome e cognome, ma nel film indicato come Tino Notte) – nasce anche la famigerata nomea di iettatrice, che, da sussurro quasi scherzoso, diventa letteralmente “un rombo di cannone”, fino a oscurarne la splendida voce e la luminosa stella. Non bastasse, una vita sentimentale turbolenta (Ivano Fossati ha preteso di non essere nemmeno citato nel film, così come Renato Zero) rappresentata simbolicamente dalla storia d’amore fittizia col fotografo Andrea, un carattere che accetta a fatica i compromessi, artistici e no, il rischio di perdere la voce a causa di noduli alle corde vocali, che la costringono dopo un’operazione a rieducare il proprio strumento, non fanno che minarne l’equilibrio psicofisico fino a temere di non rimettere assieme i cocci della propria vita, artistica e umana.
Il regista Riccardo Donna, con un passato da musicista, ha operato una ricostruzione meticolosa dell’ambiente musicale degli anni ’70 e ’80, con strumenti e suoni d’epoca (tutti i pezzi che si sentono nel film sono stati registrati ex-novo con apparecchiature analogiche) e persino le copertine dei dischi e le locandine dei concerti mostrate, ristampate per l’occasione, ritraggono il volto dell’attrice.
Ma dicevamo di Serena Rossi, che si è trasformata in Mimì apparentemente senza sforzo, in virtù di una voce potente ed espressiva (ovviamente, ricantando alcuni dei suoi successi non ha potuto riprodurre il “graffio” post-operatorio degli anni ’80 e ’90, tuttavia non se ne avverte la mancanza), ma anche di una capacità di entrare nel personaggio vivendolo, senza tentare di imitarlo, con una naturalezza sorprendente: certi sguardi di traverso, il modo di muovere le mani, di sorridere, di tenere in braccio il mitico cagnolino Movie, i suoi cento volti incorniciati dai lunghi capelli biondi di Piccolo Uomo e Minuetto fino ai ricci neri di Almeno Tu Nell’Universo, sono quelli di Mimì.
Personaggi di fantasia ed emblematici si mescolano a quelli veri: Bruno Lauzi, Franco Califano, Crocetta, il discografico Roberto Galanti, l’amica fedelissima Alba, Charles Aznavour, Giuseppe Berté, il padre-padrone col quale parve fare pace dopo anni di lontananza e conflitto di sentimenti e, naturamente, Loredana, interpretata da un’estrosa Dajana Roncione.
Le omissioni sono tante, come già sottolineato – i salti temporali, le cadute e i tentativi di rialzarsi, gli incontri con autori e produttori che tentano di rilanciarla nel suo decennio più nero (Shel Shapiro, ad esempio) sono voragini aperte nella storia di questa grande artista – ma la produzione, firmata dalla Eliseo Fiction di Luca Barbareschi con Rai Fiction, ha cercato di restituire l’essenza di un personaggio complesso, contraddittorio, coraggioso, ma estremamente fragile, frantumatosi contro il muro del pregiudizio.
Il film sarà al cinema il 14-15-16 gennaio. In televisione sarà trasmesso a febbraio.
Qui l’elenco delle sale selezionate e il trailer.

Giulio Cancelliere

(ph Bepi Caroli)

 

A Befana Is Born

Non vado spesso al cinema come “pubblico pagante”, ma ogni volta mi sorprendo del volume con cui vengono proiettati film, trailer e pubblicità, come se fossimo tutti sordi o volessero conculcarci il messaggio fin nelle più profonde e oscure propaggini dell’intelletto. Comunque, con sprezzo del pericolo di avere compagni di visione puzzolenti di popcorn o divoratori di caramelle avvolte in lenzuoli di carta rumorosa, sono andato a vedere “La befana vien di notte…” confidando nella bravura di Paola Cortellesi, che quasi mai delude, nonostante il precedente “Come un gatto in autostrada”, un film fatto male, raffazzonato, frettoloso e poco significativo. Forse non avevo capito bene, anche per via di trailer piuttosto ambigui, che mostrano soprattutto la protagonista e il suo antagonista (il bravo e voluminoso Stefano Fresi) e solo marginalmente la banda di bambini che invece scorrazza per tutto il film. Tra l’altro, in sala, di bambini non ce n’erano affatto, tutti a rimpolpare il botteghino di Bumblebee, Spiderman e il Ritorno di Mary Poppins, che mi fa pensare di non essere il solo ad avere preso un granchio. Insomma, è un film per ragazzini, pieno di ragazzini, con un finale per ragazzini e battute per adulti. Michele Soavi è un regista esperto, che ha cominciato con l’horror (Argento e Lamberto Bava) e si è dedicato poi ad ogni genere cine-televisivo e, tutto sommato, se avessi avuto dodici anni e un’educazione mediamente civile, avrei anche apprezzato il messaggio di solidarietà che la storia veicola. Ma i dodici anni li ho traguardati da un pezzo e quel ch’è fatto è fatto e non sarà certamente la storia della befana che si dimentica di portare un regalo al bambino ciccio e complessato, il quale, una volta cresciuto, si dedica con successo all’imprenditoria nel settore giocattoli e alla tremenda vendetta contro la vecchiarda cinquecentenaria, a farmi cambiare forma mentis — peraltro sono nato nel giorno in cui la nasona con la scopa si introduce nelle case della brava gente, per cui ho una specifica competenza. Dalla sua il film ha ritmo, effetti speciali semplici, ma efficaci, le nevi e i boschi dell’Alto Adige e lo strepitoso make-up della Cortellesi, la quale, per befanarsi, si sottopone a ben cinque ore di trucco.
Per rifarmi, ho visto l’ennesimo remake di A Star Is Born, diretto da quel Bradley Cooper, già protagonista di American Sniper di Clint Eastwood, che stavolta si mette davanti e dietro la macchina da presa, co-produce, canta e suona la chitarra. La storia è nota: lui, artista di successo, in un night incontra la sconosciuta che tenta, senza troppa convinzione, la strada dello spettacolo, se ne innamora, la aiuta, la porta con sé sul palco, la sposa e mentre si accende la nuova stella, la sua si spegne rapidamente, complici gli eccessi di alcol e droghe, conditi da una discreta gelosia per il successo della consorte da cui, probabilmente, avrebbe preteso più gratitudine. Nel ruolo della protagonista, dopo Janet Gaynor nel ’37, Judy Garland nel ’54 e Barbra Streisand nel ’76, ecco approdare Stefani Joanne Angelina Germanotta, in arte Lady Gaga, al suo debutto cinematografico in un ruolo così di rilievo. La sfida, considerati i precedenti, non era delle più semplici, ma la musicista di New York non è certo di primo pelo e in quanto a doti canore e musicali se la gioca piuttosto bene con le colleghe. Smessi i panni eccessivi delle sue apparizioni sui palchi di tutto il mondo, la troviamo una slavata ragazzetta di provincia, cameriera in un ristorante e, di notte, cantante in un night di drag queen (lei unica donna ad esibirsi) dove capita la rockstar Jack Maine (un Cooper ciondolante e instabile per tre quarti di film), reduce da un concerto, in cerca di un bar dove fare il pieno. La vede, la sente, se ne innamora, diventa il suo pigmalione, oltre che marito, ma il lieto fine è in un altro film. Lady Gaga recita dignitosamente e il ruolo che interpreta si adatta perfettamente alle sue corde, visto anche il mestiere che fa. Aspettiamo di vederla in altre parti. Il film è lunghetto, due ore e un quarto che non passano agilmente, qualche lentezza si sarebbe potuta snellire, ma dopo i bambini saputelli e bulletti a caccia della befana mi sarebbe andato bene anche Tarkovsky.

Giulio Cancelliere

Antonella Ruggiero: Quando Facevo La Cantante

La prima parola che viene in mente riflettendo su questo album è “monumentale”. E non solo perché consta di 6 CD contenenti 115 canzoni, in una confezione-libro di oltre 180 pagine ricche di testi, descrizioni e fotografie. L’enormità dell’opera è costituita soprattutto dalla vastità del repertorio, che Antonella Ruggiero è in grado di gestire con disinvoltura straordinaria; e dalla forma in cui viene esposto, grazie all’abilità di Roberto Colombo, tastierista, compositore, arrangiatore, produttore, alchimista di suoni, deus-ex-machina di questo lavoro, che inventa formule sempre nuove, classiche e bizzarre, fra tradizione e modernità, dal duo alla grande orchestra, per sorprendere l’ascoltatore. Colombo tiene tutto, conserva gelosamente registrazioni di concerti, sessioni in studio, frammenti di arrangiamenti non utilizzati o solo in parte finiti su disco e rimescola, riutilizza, sovrappone, trasforma, in quel laboratorio delle meraviglie che è il suo studio Registrazioni Moderne, per dare alla luce nuove opere o versioni geneticamente modificate di lavori già editi. Per certi versi ricorda le magie che scaturivano dall’UMRK di Frank Zappa, abilissimo nelle operazioni di mutazione musicale.
Nulla, o quasi, di ciò che è contenuto nel cofanetto è mai stato pubblicato prima in questa forma. Si tratta soprattutto di registrazioni dal vivo realizzate dal 1996 a oggi, compendiate da sedute in studio di registrazione inedite. In realtà, frammenti di queste incisioni sono stati già utilizzati nei dischi passati, ma qui sono decontestualizzati o, addirittura, resi nella loro forma originale, prima di essere stati innestati su nuove produzioni.
I sei dischi sono suddivisi per genere e natura concettuale: si parte dalla canzone popolare, in dialetto e vernacolo, in cui trovano posto canti di montagna, di lavoro, di lotta, di migrazione, ninne nanne e serenate di tutte le regioni d’Italia; si prosegue con le canzoni di repertorio, soprattutto quelle pubblicate dal 1996, l’anno di Libera e del ritorno di Antonella Ruggiero alla canzone dopo sei anni di silenzio assoluto, fino a oggi, con solo qualche concessione, peraltro sublimata, alla storia dei Matia Bazar; il terzo capitolo è dedicato alla canzone d’autore, dagli anni ’30-’40 di D’Anzi e Bixio fino a Fortis, passando per Guccini, De André, Tenco e Califano; Antonella Ruggiero canta in ogni lingua, compresi yiddish e turco e il quarto disco è un giro musicale del mondo, con una preferenza per quello latino ispanico-portoghese, ma senza trascurare l’afro-americano; il repertorio sacro e quello classico opportunamente rielaborati caratterizzano la quinta sezione del lavoro (il sacro era già stato approfondito in Luna Crescente e nel live CD/DVD Sacrarmonia), arricchita da esecuzioni assolutamente inedite e, in alcuni casi, uniche; infine le Stranezze, una raccolta di brani tratti da opere teatrali a cui Ruggiero ha partecipato, sperimentazioni e incursioni tra jazz e world music o, ancora, divertenti performance giocate sul filo dell’ironia.
È impressionante il numero di musicisti coinvolti, tra solisti di ogni estrazione, jazz, rock, pop e compagini orchestrali e corali d’ogni dimensione, a conferma dell’eclettismo di Colombo e Ruggiero, che nulla escludono e niente si fanno mancare per nutrire quella vorace curiosità che li pervade.
Come si vede, il lavoro è corposissimo e di qualità sonora notevole: se avete intenzione di ascoltarlo in cuffia sotto forma di mp3, sarà come acquistare un vinile da 180gr e sentirlo sulla fonovaligia: lasciate stare. Quando Facevo La Cantante è una produzione discografica indirizzata non solo ai fan di Antonella Ruggiero, ma in particolare a chi ancora si ostina a comprare dischi da ascoltare sullo stereo di casa, seduto in poltrona a leggersi i testi delle canzoni (ci sono tutti!), le note di copertina e ammirare le fotografie elaborate creativamente.
Il titolo non allarmi, Antonella non ha intenzione di lasciare il canto, ma è solo un vezzo ironico per mettere un segno tra un passato ancora presente e un futuro che si preannuncia denso di impegni e nuove sfide.
Infine, si parla sempre della voce di Antonella Ruggiero per quell’estensione straordinaria che sembra bucare il cielo e non c’è niente di più vero, poiché confrontando le vecchie registrazioni con quelle più recenti, la si scopre ancora fresca e in ottima forma. Tuttavia, oltre agli acuti cristallini non sono da trascurare i “centri” solidissimi, le note di passaggio senza una sbavatura, quel timbro così caratteristico che la rende riconoscibile all’istante; quel vibrato unico che si allarga quando chiude le note lunghe; quelle “R” così sonore (nessun’altra cantante le fa risuonare così) e quei “filati” e quelle “mezze voci” che commuovono. Anche se l’arte non è una gara podistica e non vince chi arriva primo, ma chi convince di più, si può dire che Antonella Ruggiero, per qualità vocali, coerenza, carriera, duttilità e vastità del repertorio, sia la più grande cantante italiana in attività. (ph Guido Harari)

Giulio Cancelliere

Filippo Timi: una Favola di attore

Prendete una commedia rosa dai risvolti noir, ambientatela nei ruggenti anni ’50 americani, conditela con un pizzico di musical, spruzzatela di dramma e suspence, Douglas Sirk e Alfred Hitchcock, ma senza prendervi troppo sul serio, anzi, eccedete nei toni e nei colori, affidatevi a un esperto della fotografia come Renato Berta. che ha un curriculum – autentico – che va da Godard a De Oliveira passando per Gitai, Resnais e Martone, sfiorate la denuncia sociale, una spolverata di magia, un finale a sorpresa e bravi attori e otterrete Favola, l’ultimo film di Filippo Timi, tratto dal suo spettacolo teatrale, risceneggiato per il cinema assieme al regista Sebastiano Mauri.
Se l’avete già visto in palcoscenico troverete qualche differenza, ma resta comunque una storia raccontata in interni – soggiorno, cucina, bagno, un’idea di giardino – con finestre che si affacciano su improbabili panorami, ora urbani, ora desertici, con tanto di grattacieli e cactus, riprodotti anche sulle orribili tappezzerie che rivestono le pareti di casa.
Mrs. Fairytale (Timi), casalinga depressa innamorata della sua cagnetta impagliata Lady, con la quale intreccia complesse conversazioni, è vittima di un marito-padrone, ma sogna una storia d’amore con uno dei tre gemelli (Luca Santagostino) che frequentano casa sua. Per uno scherzo della natura si troverà scaraventata in ben altra avventura sentimentale e criminale. La sua amica del cuore Mrs. Emerald (Lucia Mascino), anch’essa vittima di marito fedifrago, condividerà il suo destino fino alle estreme conseguenze.
Si sorride, qualche volta si ride, si pensa, ma soprattutto si resta ammirati dalla bravura di Filippo Timi, estremamente disinvolto en travesti con abiti dalle gonne a ruota, com’era di moda allora, tra arredi fragili e ingombranti e una voce che riesce a essere credibilmente femminile senza trasformarsi in macchietta.
Come si diceva, il finale è a sorpresa e, visto in altri tempi, forse un po’ retorico, ma rasserenante.
Il film ha aperto il 21 giugno la nuova edizione di Festival Mix Milano di Cinema Gaylesbico e Queer Culture (21-24 giugno).
Poi sarà possibile vederlo il 25, 26, 27 giugno.
Qui le sale selezionate.
Qui il trailer.

Giulio Cancelliere

Nick Cave: Distant Sky – Live In Copenhagen

Un anno e mezzo fa usciva il film-documentario One More Time With Feeling, nelle intenzioni iniziali il “making of” dell’album Skeleton Tree, mutatosi in una sorta di discutibile canto funebre in seguito alla morte accidentale di Arthur, figlio quindicenne di Cave.
Ora esce il film che documenta lo splendido concerto tenuto alla Royal Arena di Copenhagen durante il tour mondiale, passato per tre date anche in Italia, con la storica band dei Bad Seeds, riveduta, corretta e co-condotta con il polistrumentista Warren Ellis.
Chi ha potuto vederlo dal vivo, soprattutto dal parterre, avrà vissuto un’esperienza quasi liturgica, che le immagini del film testimoniano fedelmente: luci fredde e lente carrellate per i momenti più riflessivi, montaggio frenetico e apoteosi di rosso e giallo per le fasi più incendiarie.
I primi dieci-quindici minuti di concerto sono utili a creare quella sintonia spirituale e intima tra artista e platea, attraverso i brani lividi dell’ultimo disco, che non si interromperà mai lungo le oltre due ore di spettacolo, con l’artista australiano costantemente in proscenio a toccare e stringere mani e farsi sfiorare, afferrare, accarezzare dal pubblico (can you feel my heart beat? e la mano della spettatrice si infila sotto la camicia di Cave per toccargli il petto sulle note di Higgs Boson Blues), a tuffarsi nella folla, fenderla, per poi riconquistare la scena sollevato a braccia dai fan e invitare almeno un centinaio di loro a salire sul palco per rievocare insieme le gesta del sanguinario Stagger Lee.
Perché Nick Cave è un artista generoso, che ama il contatto fisico, ma che sa come gestire il pubblico come un demiurgo, in virtù di un carisma innato e un’esperienza quarantennale sui palchi di tutto il mondo: l’abbraccio sul finale di Push The Sky Away, che conclude lo spettacolo, è l’emblema del sano equilibrio tra istinto e professionalità che lo contraddistingue.
Il resto è pura tempesta rock ’n’ roll, (The Mercy Seat, The Ship Song, Tupelo, From Her To Eternity, The Weeping Song sono i fulmini forgiati negli anni Ottanta nell’infernale fucina degli originali Bad Seeds con Blixa Bargeld, Mick Harvey e Conway Savage), ma è un rock venato di un romanticismo elettrico e pulsante, anarchico ancora oggi nel rispetto del tempo e dell’intonazione, un uragano che spinge Cave, un momento prima di abbandonarsi al maelstrom del nichilismo, ad aggrapparsi al fradicio relitto del sentimento (Into My Arms), che lo porta in salvo e ce lo consegna trent’anni dopo, forse un po’ ammaccato, ma ancora in grado di indicare la rotta.
Distant Sky sarà al cinema solo il 12 aprile.
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Qui l’elenco delle sale selezionate.

Giulio Cancelliere

Caravaggio: l’Anima e il Sangue

Se il binomio genio e sregolatezza ha una qualche validità storico-scientifica, il personaggio paradigmatico, il primo che incontriamo nel mondo dell’arte, è senz’altro il Caravaggio, che al fulgore abbacinante della sua arte associava un’oscura e paurosa inquietudine interiore che lo portò a odiare, ribellarsi, uccidere.
Alla sua storia è dedicato questo film d’arte Caravaggio – l’Anima e il Sangue, prodotto da Sky e Magnitudo Film, realizzato dai creatori di Raffaello – Principe delle Arti e Firenze e gli Uffizi, per la regia di Jesus Garces Lambert e la fotografia di Massimiliano Gatti, con tecniche di ripresa sofisticatissime in 8K, tali da consentire allo spettatore una sensazione quasi tattile delle opere del pittore milanese.
L’indagine su Michelangelo Merisi passa attraverso documenti preziosissimi visibili per la prima volta al grande pubblico, a cominciare dal certificato di nascita rinvenuto pochi anni fa negli archivi del Museo Diocesano di Milano, che ne attesta la cittadinanza meneghina, fino gli atti processuali che lo coinvolsero per risse, diffamazione e omicidio, accusa per la quale rischiò più volte la pena di morte e fu costretto all’esilio.
L’analisi delle opere del Caravaggio, invece, è affidata al professor Claudio Strinati, alla professoressa Mina Gregori e alla dottoressa Rossella Vodret, che ne narrano la vicenda artistica articolatasi tra Milano, Firenze, Roma, Napoli, Malta e la Sicilia.
A tutto ciò si accompagna un racconto in prima persona evocato da scene “fotografiche”, fortemente simboliche, metafore della condizione esistenziale dell’artista, con la voce fuori-campo di Manuel Agnelli, fondatore e cantante degli Afterhours, che incarna il pittore cinquecentesco.
Caravaggio – l’Anima e il Sangue è una grande produzione che ha convolto una squadra di oltre sessanta persone per circa duecento ore di girato ad altissima risoluzione per un risultato sullo schermo di rara suggestione. La post-produzione, inoltre, ha comportato un trattamento della luce, elemento imprescindibile nell’opera del Merisi, tale da consentire un impatto visivo inedito e straordinario.
Quaranta le opere esaminate: dalla Canestra di Frutta a Giuditta e Oloferne, dal Bacchino Malato alla Decollazione di San Giovanni Battista, dal Davide con la Testa di Golia alla Morte della Vergine allo Scudo con la Testa di Medusa, fino alla Madonna del Parafrenieri, che, grazie a una tecnica computerizzata, viene ricollocata per la prima volta presso l’Altare di San Michele Arcangelo in San Pietro, dove in realtà rimase solo pochi giorni, prima di essere rimossa per il rifiuto dei committenti, che la giudicarono inaccettabile e inopportuna per come era stato trattato il soggetto, ed essere trasferita nella collezione Borghese dove è visibile ancora oggi.
Caravaggio – l’Anima e il Sangue è un’esperienza diversa da quella che potreste avere vissuto visitando la grande mostra di Palazzo Reale a Milano, perché vi porta talmente vicino al quadro e dentro l’animo dell’artista da farvene provare il brivido.
In questo senso, una menzione speciale meritano le musiche di Matteo Curallo, particolarmente suggestive e adeguate a quel buio abissale squarciato da improvvisi lampi di luce, che abitava il cuore del Caravaggio.
Il film resterà al cinema i giorni 19, 20 e 21 febbraio.
Qui i cinema selezionati
Qui il trailer.

Giulio Cancelliere