A Befana Is Born

Non vado spesso al cinema come “pubblico pagante”, ma ogni volta mi sorprendo del volume con cui vengono proiettati film, trailer e pubblicità, come se fossimo tutti sordi o volessero conculcarci il messaggio fin nelle più profonde e oscure propaggini dell’intelletto. Comunque, con sprezzo del pericolo di avere compagni di visione puzzolenti di popcorn o divoratori di caramelle avvolte in lenzuoli di carta rumorosa, sono andato a vedere “La befana vien di notte…” confidando nella bravura di Paola Cortellesi, che quasi mai delude, nonostante il precedente “Come un gatto in autostrada”, un film fatto male, raffazzonato, frettoloso e poco significativo. Forse non avevo capito bene, anche per via di trailer piuttosto ambigui, che mostrano soprattutto la protagonista e il suo antagonista (il bravo e voluminoso Stefano Fresi) e solo marginalmente la banda di bambini che invece scorrazza per tutto il film. Tra l’altro, in sala, di bambini non ce n’erano affatto, tutti a rimpolpare il botteghino di Bumblebee, Spiderman e il Ritorno di Mary Poppins, che mi fa pensare di non essere il solo ad avere preso un granchio. Insomma, è un film per ragazzini, pieno di ragazzini, con un finale per ragazzini e battute per adulti. Michele Soavi è un regista esperto, che ha cominciato con l’horror (Argento e Lamberto Bava) e si è dedicato poi ad ogni genere cine-televisivo e, tutto sommato, se avessi avuto dodici anni e un’educazione mediamente civile, avrei anche apprezzato il messaggio di solidarietà che la storia veicola. Ma i dodici anni li ho traguardati da un pezzo e quel ch’è fatto è fatto e non sarà certamente la storia della befana che si dimentica di portare un regalo al bambino ciccio e complessato, il quale, una volta cresciuto, si dedica con successo all’imprenditoria nel settore giocattoli e alla tremenda vendetta contro la vecchiarda cinquecentenaria, a farmi cambiare forma mentis — peraltro sono nato nel giorno in cui la nasona con la scopa si introduce nelle case della brava gente, per cui ho una specifica competenza. Dalla sua il film ha ritmo, effetti speciali semplici, ma efficaci, le nevi e i boschi dell’Alto Adige e lo strepitoso make-up della Cortellesi, la quale, per befanarsi, si sottopone a ben cinque ore di trucco.
Per rifarmi, ho visto l’ennesimo remake di A Star Is Born, diretto da quel Bradley Cooper, già protagonista di American Sniper di Clint Eastwood, che stavolta si mette davanti e dietro la macchina da presa, co-produce, canta e suona la chitarra. La storia è nota: lui, artista di successo, in un night incontra la sconosciuta che tenta, senza troppa convinzione, la strada dello spettacolo, se ne innamora, la aiuta, la porta con sé sul palco, la sposa e mentre si accende la nuova stella, la sua si spegne rapidamente, complici gli eccessi di alcol e droghe, conditi da una discreta gelosia per il successo della consorte da cui, probabilmente, avrebbe preteso più gratitudine. Nel ruolo della protagonista, dopo Janet Gaynor nel ’37, Judy Garland nel ’54 e Barbra Streisand nel ’76, ecco approdare Stefani Joanne Angelina Germanotta, in arte Lady Gaga, al suo debutto cinematografico in un ruolo così di rilievo. La sfida, considerati i precedenti, non era delle più semplici, ma la musicista di New York non è certo di primo pelo e in quanto a doti canore e musicali se la gioca piuttosto bene con le colleghe. Smessi i panni eccessivi delle sue apparizioni sui palchi di tutto il mondo, la troviamo una slavata ragazzetta di provincia, cameriera in un ristorante e, di notte, cantante in un night di drag queen (lei unica donna ad esibirsi) dove capita la rockstar Jack Maine (un Cooper ciondolante e instabile per tre quarti di film), reduce da un concerto, in cerca di un bar dove fare il pieno. La vede, la sente, se ne innamora, diventa il suo pigmalione, oltre che marito, ma il lieto fine è in un altro film. Lady Gaga recita dignitosamente e il ruolo che interpreta si adatta perfettamente alle sue corde, visto anche il mestiere che fa. Aspettiamo di vederla in altre parti. Il film è lunghetto, due ore e un quarto che non passano agilmente, qualche lentezza si sarebbe potuta snellire, ma dopo i bambini saputelli e bulletti a caccia della befana mi sarebbe andato bene anche Tarkovsky.

Giulio Cancelliere

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