Black Sabbath: The End Of The End

Tutto cominciò con una campana a morto, pioggia scrosciante, tuoni fragorosi e tre accordi di chitarra che ancora oggi suonano tremendamente inquietanti, basati come sono sul tritono, quello che un tempo in musica era considerato l’intervallo capace di evocare il diavolo. A loro dire era un canzone che metteva in guardia dalle pratiche di magia nera, fatto sta che si ingenerò un equivoco planetario e passarono alla storia come il primo gruppo di rock satanico, tanto che ai concerti e negli alberghi dove alloggiavano, loro malgrado, non erano infrequenti manifestazioni di invasati salmodianti armati di ceri accesi, che i musicisti erano costretti a respingere, talvolta con ironia, in seguito ricorrendo alla security. Sarà che disco, canzone e gruppo si chiamavano Black Sabbath (il titolo inglese di un film di Mario Bava: I Tre Volti Della Paura del 1963) e nel 1970 nessuno aveva trattato simili argomenti in un contesto hard rock, ma nell’Inghilterra di allora la cosa fece parecchio scalpore. La censura lavorò parecchio con loro.
C’è chi li considera la prima band metal della storia, forse anche perché Birmingham ospita alcune tra le più grandi fonderie d’Inghilterra. E dove tutto iniziò, dopo quasi cinquant’anni (il gruppo si formò nel 1968) tutto finisce, con l’ultima data del The End Tour alla Genting Arena il 4 febbraio del 2017.
La band non è precisamente quella originale – Bill Ward, il batterista, con qualche problema di salute, non ha voluto aderire all’offerta dei compagni, nemmeno per le ultime due date d’addio, sostituito da Tommy Clufetos – ma i Sabbath nel corso degli anni ci hanno abituato a tali cambi repentini e a sconvolgimenti profondi di formazione, che vedere di nuovo insieme Tony Iommi, Geezer Butler e Ozzie Osbourne (forse) per l’ultima volta è comunque un evento. Alla fine si chiedono: “e domani cosa facciamo?”
Il concerto si apre inevitabilmente con Black Sabbath e si chiude col bis di Paranoid, tuttora il loro maggior successo. In mezzo, una cavalcata tra i classici sostanzialmente dei primi quattro album: Fairies Wear Boots, Under the Sun, War Pigs, Iron Man, N.I.B., Snowblind, tra le altre.
L’esibizione live è intervallata – a volte spezzata – da interviste coi protagonisti, che si raccontano in un’atmosfera serena e pacata, molto distante dal clima sulfureo del concerto: gli inizi nella città natale; l’ostilità della stampa londinese; la fatica di entrare nella Rock ’n’ Roll Hall Of Fame che li respinse per dieci anni fino al 2006; i problemi di alcool e droga di Osbourne; le pagliacciate di Ozzy sul palco per far ridere i compagni; il linfoma diagnosticato a Iommi durante la registrazione di 13, l’ultimo album del gruppo; la volontà di chiudere la carriera al top della capacità tecnica (“non abbiamo mai suonato così bene” confessa il chitarrista di origini italiane) e della popolarità, prima dell’inevitabile declino.
Singolare, ma interessante ed efficace, anche la scelta di mostrare i Sabbath in studio qualche giorno dopo il concerto d’addio, per eseguire alcuni brani come The Wizard e Wicked World, senza effetti speciali, scenografie e pubblico.
Curiosamente, al termine del concerto, quando il gruppo si raduna in proscenio per salutare in un abbraccio collettivo la platea, a loro si aggiunge Adam Wakeman, figlio di Rick, rimasto fino a quel momento dietro le quinte con le sue tastiere, poiché la sua presenza sul palco stonerebbe all’immagine della band, nata e rimasta nell’immaginario collettivo come un quartetto elettrico incontaminato dall’elettronica. Fisime da metallari, anche perché sin da Sabbath Bloody Sabbath, il quinto disco del 1973, prima Rick e poi Adam Wakeman collaborano con Ozzy e soci.

Giulio Cancelliere

 

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