Bulli e Pupi

Viviamo tempi strani in cui anche l’arte, la musica in particolare, può diventare oggetto di contesa, disputa, accanimento violento. Certo, pure in passato si poteva fare a pugni per un acuto mal riuscito, una partitura frettolosa, una messa in scena sciatta, una recensione dispettosa o anche per motivi extra-musicali: Rossini fu accusato da alcuni gruppi di facinorosi di non appoggiare con sufficiente veemenza i moti del ’48 e, contemporaneamente, la musica dell’Ernani di Verdi veniva usata per inneggiare al re Borbone delle due Sicilie all’insaputa, forse, dell’autore. I tifosi di questo o quell’artista sapevano difendere i loro beniamini anche passando a vie di fatto contro i detrattori, più o meno in buona fede. Compositori, direttori d’orchestra, tenori e soprani, baritoni e contralti potevano contare su agguerriti fan club, o meglio, claque, dentro e fuori i teatri e chi li intralciava rischiava contestazioni plateali, letteralmente, capaci di distruggere carriere ed equilibri psicologici: i dualismi Callas-Tebaldi, Di Stefano-Del Monaco, De Sabata-Toscanini incendiavano animi e discussioni. Ma tutto restava chiuso in una ristretta cerchia di appassionati, per quanto popolari fossero i nomi in ballo.
Oggi, i cosiddetti “social”, che sembrano così spesso stuzzicare gli istinti asociali che covano in molti di noi, che sia suffragata o meno da concreta base di conoscenza, trasformano in peana o invettiva qualsiasi opinione. E la trasmettono a tutto l’universo mondo, purché collegato in rete.
E chi pensasse che il jazz, musica cool per eccellenza, sia anche ignifugo e i jazzisti al di sopra di certe miserie umane, si ricreda.
A nessuno piace che il proprio lavoro sia criticato, soprattutto se si è profuso impegno, sudore e, soprattutto, trattandosi di arte, anima e intimità. Tuttavia è nella natura del lavoro artistico presentarsi “nudi” in pubblico, sottoporsi allo sguardo del pubblico, al suo giudizio, che potrà essere esaltante o spietato, ma insindacabile, visto che si esprimerà in vendite di dischi e biglietti per i concerti.
Ma quando il pubblico è composto da addetti ai lavori, giornalisti e critici, la questione si complica sempre un po’: i rapporti tra stampa e musicisti di solito sono improntati ad un certo fair-play, un rispetto reciproco, ma sorvegliato, per le ragioni sopraddette: basta una velata critica, un giudizio ancorché moderatamente negativo per far scoccare la scintilla della rivalsa, che può consistere, nel migliore dei casi, in un’alzata di sopracciglio e uno sbuffo di noia per “lo scribacchino che chiaramente non capisce una cippa di musica, non sa suonare nemmeno uno strumento o, peggio ancora, è un musicista fallito e frustrato che si vendica cazziando i mancati colleghi”, fino ad affrontare fisicamente l’autore, nel peggiore.
Naturalmente, la rete ha ampliato a dismisura l’arena al cui centro si confrontano le tifoserie dell’uno o dell’altro e dove si perde ogni senso comune.
Proprio in questi giorni mi è capitato di assistere al “linciaggio digitale” di un collega, reo di avere recensito negativamente il disco di un musicista dalla lunga e brillante carriera a livello internazionale e che certamente avrebbe potuto impipparsene di quel giudizio, ma quel giorno evidentemente gli girava male e l’ha voluto dare in pasto alla folla. E la folla, come pupi mossi dai fili di un inspiegabile livore, ha reagito con vorace appetito. Tra l’altro, il giornalista era indicato con il solo cognome e qualcuno ha pensato bene di equivocare e scambiarlo per un noto commentatore politico, confondendolo col critico musicale, rovesciando quindi insulti sulla persona sbagliata, dandogli persino del venduto al soldo dei partiti, quali non importa “che tanto sono tutti uguali”. Se il fenomeno è abbastanza disturbante – il linciaggio è comunque pratica disdicevole – sotto un certo profilo fa anche tenerezza, poiché alle invettive nei confronti di “quell’incompetente, ignorante, imparentato certamente con gente di malaffare, incapace di distinguere non solo un accordo maggiore da uno minore, ma nemmeno il suono di un campanello da quello di un campanaccio”, si accompagnavano complimenti nei confronti del musicista talmente esagerati, iperbolici, smielati e settari, da risultare persino infantili. Anche in un teppista, perché l’atteggiamento era un po’ questo, spesso si nasconde un bambinone in cerca di attenzione.
Ora, credo che ognuno debba fare il proprio mestiere e, scusate se mi autocito, come dice Cappa, il personaggio del mio romanzo Silenziosa(mente): “il musicista suona, il critico scrive, altrimenti, il musicista, se è in grado di farlo, se la può suonare, cantare, scrivere, raccontare…”.
Al di là delle opinioni di Cappa, personaggio di assoluta fantasia per niente aderente alla realtà o somigliante a chicchessia, una recensione può venire bene o male, talvolta la scelta dei termini non è la più oculata, i tempi possono essere ristretti e non consentire la sufficiente attenzione da parte dell’autore e a farne le spese è il musicista che si vede preso di mira, magari ingiustamente, da un individuo che spesso nemmeno conosce, ma questo non giustifica forme di bullismo e idolatrismo come quelle appena descritte. L’arte è segno inequivocabile di civiltà e gli incivili distruggono le opere d’arte, ma chi strumentalizza l’arte per i suoi scopi incivili è incivile al quadrato.

Giulio Cancelliere

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