The Rolling Stones In Cuba Havana Moon

rolling-stonesSi potrebbe fare della facile ironia sulla loro età e definirli la versione rock’n’roll del Buena Vista Social Club, considerato il luogo dell’evento. Tuttavia, a differenza di Compay Segundo, Ibrahim Ferrer e soci e con tutto il rispetto per i padri del son cubano, gli Stones hanno avuto un percorso molto più infuocato e, per certi versi, rivoluzionario, durato oltre cinquant’anni e non ancora esauritosi a giudicare dallo spirito che anima questo show.
È il 25 marzo del 2015, venerdì santo (!!), il Vaticano, ormai partner diplomatico del regime castrista, mostra di non gradire il connubio Pasqua-Rock’n’Roll (certe fisime non muoiono mai), ma ci si mette di mezzo Barack Obama, il quale, in visita a Cuba pochi giorni prima, (primo presidente statunitense dopo 88 anni) supporta l’evento, tanto che Keith lo definisce la miglior opening band per la formazione britannica.
Il giorno del concerto il colpo d’occhio dal palco è straordinario: una folla immensa (si parla di un milione di persone) li attende e quando scatta il riff di Jumpin’ Jack Flash è un esplosione di gioia liberatoria, come se il rock avesse riconquistato in un attimo quel potere sovversivo, ribelle e sedizioso che l’ha fatto amare e adottare in tutto il mondo.
Non è un caso che Mick Jagger, presentando i membri della band, annunci il “rivoluzionario” Ron Wood  e alla batteria Charlie “Che” Watts.
La regia di Paul Dugdale (ha lavorato con Adele, Coldplay, Prodigy e ha già ripreso il concerto di Hyde Park di Jagger e soci) indugia spesso tra il pubblico alquanto eterogeneo, che mostra di non essere per niente all’oscuro del repertorio degli Stones nonostante l’embargo che dura più o meno da quando i Glimmer Twins si sono incontrati sul quel treno per pendolari alla stazione di Dartford nell’ottobre del 1961.
Ma intanto la band snocciola le perle del suo repertorio classico: It’s Only Rock’n’Roll, Paint It Black, Honky Tonk Woman, Brown Sugar (il pezzo più recente è Out Of Control da Bridges To Babylon del ’97), Angie. Quando Ron e Keith imbracciano le chitarre acustiche per You Got The SIlver e poco dopo parte la cavalcata elettrica di Midnight Rambler appare chiaro ciò che tiene in vita questa band dopo oltre mezzo secolo: è lo spirito del blues, la passione per questa musica che li spinge a cercare sempre soluzioni nuove e divertenti, sfumature diverse ogni sera, perché il blues non è musica preconfezionata, Charlie Watts non suona col click nell’auricolare (e si sente, ogni tanto parte per la tangente e lo si deve rincorrere), gli assoli spesso non durano un numero multiplo di quattro, ma finiscono quando si esaurisce l’ispirazione momentanea e Jagger rientra col canto o con l’armonica dopo un’occhiata con Keef o Ron o un inchino dei chitarristi verso il pubblico.
Mick non ha più bisogno di truccarsi o travestirsi per stupire (l’unica concessione è l’enorme mantello per Sympathy For The Devil), ma salta come un pogo, corre su e giù per il palco, balla e incita il pubblico, vanta mezzi vocali tuttora integri, segno che il personal trainer sono soldi spesi bene. Anche Ron Wood pare riabilitato e in forma, prodigo di soli roventi, mentre Keith Richards, nonostante le dita deformate dai calli (e forse un po’ di artrite) piega la Telecaster ai suoi voleri declinati in accordature aperte e armonie che han fatto scuola.
In Gimme Shelter la scena è tutta della nuova corista Sasha Allen (anche per via della minigonna inguinale), che ha sostituito per l’occasione la storica Lisa Fischer e il suo numero è da brivido. Il coro di bambini di You Can’t Always Get What You Want è, invece, evocato dalle Entrevoces, compagine vocale femminile cubana, che accompagna la band verso l’epilogo dello show. La chiusura è affidata a quella Satisfaction che segnò praticamente l’inizio di una storia di cui ancora non si intravede la fine.

Giulio Cancelliere

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