L’Europa allo specchio ottant’anni dopo

Lui_è_tornato_POSTER_100x140Se dovessi scegliere una sola parola per definire questo film opterei per “disturbante”. È così che sono uscito dalla sala di proiezione per la stampa il 20 aprile (peraltro giorno del compleanno di Hitler, ma mi giurano che si sia trattato di una sfortunata coincidenza): disturbato. Lui è Tornato è quasi un docu-film, poiché innesta alcune sequenze riprese in strada con passanti, turisti ed esibizionisti, all’interno di una narrazione di fiction con attori professionisti. La storia è presto detta: in un giorno imprecisato dell’estate 2014, a Berlino, ricompare Adolf Hitler in divisa da nazista e all’età che aveva più o meno nel 1945, probabilmente un po’ più giovane. Nemmeno lui sa come sia finito nel 21° secolo, ma, dopo un momento di sconcerto in cui cerca i vecchi compagni Bormann, Goebbels, Himmler, si adatta presto alla nuova condizione e non ci vuole molto perché diventi la star televisiva di un’emittente d’assalto in cerca di audience. I suoi discorsi populisti trovano terreno fertile in una società sfilacciata e in un sistema consunto, pieno di buchi e difetti in cui sparare nel mucchio si fa sempre centro (l’analisi della qualità dei programmi televisivi è spietata), come fanno certi tribuni furbetti e urticanti che allignano anche qui da noi.
Il problema è che nessuno di costoro lo riconosce come il vero Hitler – e come potrebbero? – pensano che sia un attore che lo impersona, ma le idee che propala sono quelle autentiche del “Mein Kampf” aggiornate alla società odierna in una condizione di decadenza per certi versi non troppo dissimile da quella tra le due guerre mondiali del 20° secolo.
Non è un caso che le uniche due persone che lo riconoscono come l’autentico führer sono prese per pazze e trattate di conseguenza.
Persino le battute violentemente razziste non provocano sconcerto tra il pubblico, (nemmeno tra quello in sala, se devo essere sincero) ma, emblematicamente, l’unico momento in cui la popolarità di Hitler redivivo vacilla è quando viene rivelato un filmato in cui uccide un cucciolo di cane. Tuttavia nemmeno questo scalfisce più di tanto il personaggio che dalla tv passa al cinema e si avvia definitivamente verso la fama, con tanto di sfilata in cabriolet lungo i viali della capitale salutato dalla folla col braccio teso.01_CABRIOTmasucci_riemann_2022
Il regista David Wnendt (Combat Girls, Wetlands) ha scelto di calare l’attore Oliver Masucci nei panni di Hitler anche in situazioni di vita reale – ad esempio alla vigilia della finale dei mondiali di calcio in Germania del 2014 – per vedere l’effetto che avrebbe fatto e il risultato è stato “esaltante”, con la gente che lo acclamava e scattava selfie con lui, lo invitava a bere e a chiacchierare; oppure mandandolo in giro per le campagne e le fabbriche a parlare con i lavoratori e ascoltare i loro problemi o alle manifestazioni dell’ NPD, il partito neonazista tedesco, dove i militanti mostrano sconcerto e incredulità.
Lui è Tornato, tratto dal best seller di Timur Vermes, ci mette davanti allo specchio e ci mostra chi siamo e come viviamo, con chi parliamo e dove stiamo andando. E non è un bello spettacolo.
È un film interessante, oltre che “disturbante”, perché da commedia si trasforma in grottesco – divertente la citazione di La Caduta. Gli Ultimi Giorni Di Hitler ambientata nella redazione dell’emittente invece che nel bunker di Berlino – gli attori sono bravi, a cominciare da Masucci, un Hitler credibile, simpatico e affascinante – come doveva essere il vero Adolf per suscitare tanto consenso ottant’anni fa – girato e montato con perizia, raggiungendo il giusto equilibrio tra fiction e cine-verità, come si diceva una volta: di trecento ottanta ore di girato “dal vero”, solo pochi minuti, ma significativi, sono stati usati nel film. L’unico appunto è quel “fiurer” che ricorre nel doppiaggio, pronunciato all’inglese, che non si può davvero sentire.

Giulio Cancelliere

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