The Wall: il muro di Roger Waters al cinema

WatersTheWall_POSTER_100x140_PREVErano passati trent’anni dall’uscita dell’album The Wall (1979), quando Roger Waters, che nel frattempo aveva lasciato i Pink Floyd e aveva intrapreso una carriera solista col repertorio del gruppo (Dark Side, Animals, The Wall) e suo personale, cominciò a pensare a uno spettacolo basato unicamente su quel fortunato concept-album e sul film di Alan Parker uscito nel 1980 interpretato da Bob Geldof. Il risultato fu un tour mondiale di 219 date tra 2010 e 2013 per un totale di 41 milioni e centomila spettatori e circa 460 milioni di dollari d’incasso: un vero record per il tour di un artista solista. Ma non bastava. Bisognava lasciare una testimonianza visiva di uno spettacolo simile, ma dandogli anche una chiave di lettura diversa. Il disco e il film mettevano a fuoco l’isolamento della rockstar (Geldof nella pellicola, ma Waters stesso nella concezione primigenia) e lasciavano sullo sfondo il sistema educativo autoritario britannico — fino a pochi anni fa prevedeva ancora le punizioni corporali — e l’assurdità della guerra come risoluzione delle controversie internazionali.
Il nuovo spettacolo del bassista e cantante inglese, ora anche regista assieme a Sean Evans, filmaker, animatore, già autore degli effetti visuali di The Dark Side Of The Moon Live, ha voluto privilegiare quest’ultimo aspetto attraverso inserti “on the road”, che rappresentano un film nel film.
È noto a molti che Eric Fletcher Waters era tra i soldati alleati sbarcati e caduti ad Anzio nel 1944 quando suo figlio Roger aveva solo cinque mesi. Non tutti sanno, invece, che il nonno di Roger, George Henry, fu ucciso vicino a Calais durante la Prima Guerra Mondiale, quando Eric aveva solo due anni.
È per questa curiosa e tragica coincidenza, due generazioni cresciute orfane per eventi bellici, che Roger Waters ha intrapreso e filmato il suo pellegrinaggio sui luoghi che furono teatro di queste tragedie, in particolare presso il cimitero inglese di Maroeuil nel nord della Francia, dov’è sepolto il nonno e quello di Cassino dove è scolpito il nome di suo padre (il corpo non fu mai trovato), facendosi accompagnare da due amici: Willa Rawlinson, suo compagno di scuola, e il regista di origine ungherese Peter Medak, che racconta come la sua famiglia, dopo essere sfuggita alla furia nazista, dovette scappare anche da quella sovietica. In una breve sequenza compaiono anche i figli di Waters, Jack, India ed Harry (quest’ultimo tastierista nella band del padre), che rendono omaggio all’avo caduto in Italia.
“La paura costruisce muri e causa conflitti” è la tesi fondamentale dello spettacolo, che riprende alcune delle impressionanti animazioni create da Gerald Scarfe per il film di Parker, integrate da altre in 3D — aerei che bombardano il pubblico di simboli politici, religiosi e commerciali, un velivolo in fiamme che precipita dietro il palco — e gli enormi gonfiabili che incombono sulla platea (il maestro sadico di Another Brick, la mamma grottesca di Mother, il maiale nero di Animals che alla fine viene dato in pasto al pubblico).
Un capitolo importante spetta al terrorismo e ai suoi effetti indiretti: una canzone è dedicata a Jean Charles da Silva de Menezes, il giovane brasiliano scambiato per un terrorista (solo perché non aveva la pelle bianca e portava sulle spalle uno zaino) e ucciso da un poliziotto inglese due settimane dopo gli attacchi alla metropolitana di Londra il 22 luglio del 2005. Una morte inutile, assurda e dimenticata.
Non manca, ovviamente, il gigantesco muro, lungo 126 metri e alto 10 che viene montato pezzo per pezzo a vista dagli addetti durante il concerto (lo spettatore cinematografico vive l’operazione anche da dietro le quinte), utilizzato anche come schermo per le proiezioni, che si chiude con l’ultimo mattone dopo l’esecuzione di Goodbye Cruel World, per poi saltare in aria nell’ultima parte dello show.
Le riprese sono state effettuate durante tre serate indoor in un’arena di Atene nel 2011 e lungo tre concerti negli stadi in Argentina e Canada nel 2012. Sono state usate le cosiddette telecamere Red, ad altissima definizione 4k e il suono multicanale è stato mixato in Dolby Atmos.
Il film è decisamente un grande spettacolo multimediale da godersi soprattutto al cinema — o se avete un bell’impianto home-theatre in casa — con momenti toccanti (la commozione di Waters davanti al memoriale di Cassino o quando legge la lettera di un commilitone di suo padre che ne annuncia la morte sembra autentica) ed entusiasmanti per la bravura dei musicisti, tra cui spiccano i chitarristi Snowy White, Dave Kilminster, il veterano G.E. Smith e i coristi Jon Joyce (un solista straordinario) e Pat, Mark, e Kipp Lennon.
Roger Waters si conferma una mente musicale, e non solo, di grande raffinatezza, la cui defezione dai Pink Floyd ne ha decretato la fine inesorabile (i dischi solisti di Gilmour sono dimenticabili e quelli di Mason ancora di più), anche se, pure lui, come gli ex compagni, vive in gran parte di rendita artistica. I Pink Floyd erano fondamentalmente una sua creatura (e di Syd Barrett), ma senza Gilmour, Mason e Wright non sarebbero arrivati così in alto.
Interessante anche il Post Scriptum dopo il concerto: un incontro cordiale (e vagamente alcolico) tra Waters e Nick Mason, che rispondono tra il serio e il faceto alle domande dei fan di tutto il mondo.

 Giulio Cancelliere

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