Intervista con Roberto Gatto

IMG_1420rIncontro Roberto Gatto al termine di un concerto al Blue Note di Milano col suo Special Quartet (Francesco Bearzatti, sax tenore e clarinetto; Avishai Cohen, tromba; Rosario Bonaccorso, contrabbasso, in sostituzione di Doug Weiss) per presentare il materiale contenuto nel recente album Sixth Sense, pubblicato da Parco Della Musica. Si comincia con un omaggio al recentemente scomparso Ornette Coleman (Happy House) per concludere con Horace Silver (Peace), passando per autori quali Charles Mingus (Remember Rockefeller At Attica), Dave Brubeck (la title-track), Shorter (Lady Day, un pezzo del ’65), Ellington (il blues straziante di Black and Tan Fantasy) e composizioni originali del batterista romano come Unknown Shape e Bonanza.
“È da circa un anno che giro con questa band mentre il disco è uscito solo un paio di mesi fa e, nonostante l’assenza del pianoforte, vedo che il pubblico mostra di apprezzare.”
Ma l’idea del gruppo da dove origina?
“Dalla voglia di suonare con Avishai Cohen, che è un trombettista stellare. Ci siamo conosciuti a New York, dove ho casa da qualche tempo. Lui stava suonando nel gruppo di Mark Turner, mi ha avvicinato – probabilmente mi aveva già visto con Enrico Rava di cui è appassionato – e ci siamo intesi subito sul piano umano e musicale. Ci siamo ripromessi di fare qualcosa assieme e, finalmente, siamo riusciti a far coincidere i nostri tempi, registrare il disco a Roma, all’Auditorium e a fare un primo tour lo scorso anno.”
cover gattoIn effetti pensavo che aveste sparato al pianista per motivi di libertà armonica, considerata anche l’apertura con Ornette, ma poi mi sono reso conto che è più una questione sonora. In fondo siete abbastanza ancorati all’armonia.
“Tutte e due le cose. A volte suoniamo anche piuttosto free, fuori da strutture prestabilite, ma sì, è soprattutto per un fattore di sonorità. Strumenti come il pianoforte e la chitarra coprono una gamma timbrica, dinamica e armonica molto ampia e condizionano fortemente l’economia del pezzo. Solo con strumenti monofonici come i nostri ritroviamo quella libertà per inventare, riempire o svuotare gli spazi. È un po’ come ritornare alle origini della musica, quando con le sole voci, intrecciando le linee melodiche si formavano griglie armoniche. L’importante è ascoltarsi e collaborare al miglior risultato possibile. Certo, se tutti vanno nella stessa direzione alla ricerca del consenso personale e dell’applauso, la musica perde consistenza.”
Mi pare che abbiate raggiunto l’obiettivo. Non si sente la mancanza dello strumento armonico.
“È vero, c’è molta collaborazione tra noi e, nonostante il suono sia piuttosto ostico per gli standard sonori medi, il pubblico apprezza. Non siamo ruffiani. Sai, oggi tutti parlano di Ornette Coleman, ma all’epoca dei suoi primi concerti in Italia, rimanevano tutti molto perplessi rispetto a quel tipo di approccio sonoro, così scarno e spigoloso.
Oggi il jazz è ruffiano?
“Diciamo che non c’è molta voglia di rischiare. Si cerca la strada facile, il già detto, il già sentito, il consenso del pubblico. Io sono convinto che ci sia un pubblico anche per chi prova a proporre un modo diverso di concepire il jazz. Certo, bisogna crederci ed essere onesti, altrimenti non si va da nessuna parte.”
Che aria tira a New York?
“Mi piace molto quella scena. La frequento a livello di club e mi sta dando delle belle soddisfazioni. Suono con musicisti locali, respiro la loro aria, condivido la loro voglia di suonare, un aspetto che qui in Italia abbiamo messo un po’ da parte.”
Cioè?
“Sarà che noi veniamo dalle cantine, dove ci consumavamo le mani per interi pomeriggi a suonare tra amici, ma a me è rimasta quella mentalità. L’amicizia conta molto, la voglia di condividere la creatività, il piacere di suonare solo per la musica. È un clima che qui si è smarrito, è evaporato col tempo, ma l’ho ritrovato a New York.”
Non è un problema di spazi carenti?
Gatto by andreapacioni“In parte, ma i musicisti sono restii a lavorare su un’idea di ricerca e condivisione quotidiana. Questo porta a uno sfilacciarsi dei rapporti, sia umani, sia musicali, a scapito della creatività, mentre la continuità arricchisce moltissimo. Questo succede anche a grandi livelli, non è solo una cosa da ragazzi. A febbraio ho scritto a Pat Metheny, col quale ho suonato diverse volte anni fa in Italia, per comunicargli che sarei stato a New York una ventina di giorni e lui mi ha invitato a casa sua a suonare. Abbiamo passato un pomeriggio bellissimo nel suo studio a suonare, a parlare, a registrare. Solo noi due. Qui in Italia si è persa la voglia di fare queste cose. Si pensa solo al business, che è importante, non voglio nascondermelo, ma lavorare sulla musica lo è di più e richiede tempo ed energie, ma è l’essenza del nostro mestiere. Si campa troppo di rendita.”
All’estero, invece?
“Negli Stati Uniti, ma anche in Nord Europa c’è più coraggio anche di improvvisare eventi musicali partendo da idee estemporanee. Non sto parlando solo di free jazz, ma anche di musica tonale, come ci ricorda Lee Konitz nel libro Conversazioni Sull’Arte Dell’Improvvisatore, in cui parla del recupero dell’improvvisazione totale. Ma questo succede se le menti dei musicisti sono allenate alla creatività.”

 Giulio Cancelliere

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