L’uomo in blues ci ha lasciato

Pino-Daniele-croppedQualcuno se la prese quando Pino Daniele se ne andò da Napoli e non ci suonò più per tanti anni. Solo recentemente il rapporto con la sua città si era ricucito. Mi ricordava le polemiche che coinvolsero Bob Marley quando lasciò la Giamaica. Ci aveva scritto Running Away. Pino Daniele continuò ad essere un cantante napoletano anche se scriveva e cantava in italiano, perché è a Napoli che la canzone dialettale si è rinnovata davvero, prima che nel resto d’Italia (quando è successo) e Daniele ne è stato l’interprete più alto e raffinato. L’italiano gli servì ad ampliare i suoi orizzonti perché non puoi contenere un’ispirazione artistica dilagante come quella che lo animava, soprattutto nel primo decennio di carriera, almeno fino alla fine degli anni Ottanta. Aveva una predilezione per i musicisti americani che volentieri collaboravano con lui: Wayne Shorter, Al Johnson, Willie Weeks, Steve Gadd. Mi disse un paio d’anni fa che se volevi una ritmica con un certo “tiro” non c’era niente di meglio. Forse aveva ragione, forse no, fatto sta che la sua musica era innervata di blues, veniva dal blues e al blues spesso tornava. Persino un inno cittadino come “Napule è” conteneva quegli elementi testuali e musicali tipici del blues: malinconia, rassegnazione, rabbia, nostalgia, armonie semplici e struggenti e melodia orecchiabile. Certo, la cosiddetta scuola napoletana non era solo Daniele, c’erano molti altri musicisti che in quegli anni Settanta sperimentavano nuove formule in un ambiente di grandissimo fermento, ma, come sempre succede nell’arte, sono pochissimi quelli che trovano la sintesi giusta e lui ci riuscì. L’ultima volta che lo vidi dal vivo, prima delle fortunate tournée rievocative di Nero A Metà con la band storica, lo trovai freddo e senz’anima, persino noioso, nonostante il calore del pubblico che lo acclamava. Forse anche per via dei musicisti che lo accompagnavano — ricordo tra gli altri Omar Hakim, Rachel Z, Solomon Dorsey, più tecnici che artisti e, forse, anche piuttosto svogliati — Pino Daniele non riusciva ad aprire quel grande cuore che lo aveva fatto amare dal pubblico e che, alla fine, lo ha tradito. Capolavori come Nero A metà,  Vai mo’, Bella’mbriana, Musicante, ci ricordano la straordinaria creatività di un grande artista in cui l’industria discografica non credeva più e l’aveva costretto a crearsi un’etichetta indipendente.  Intanto la macchina del marketing si è già messa in moto: proprio stamattina “in occasione della prematura dipartita di Pino Daniele”, la Feltrinelli mette in vetrina la sua selezione di titoli. Un tempismo perfetto.

Giulio Cancelliere

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