Cristina D’Avena for President

Cristina_D'Avena_-_Lucca_Comics_&_Games_2011Come ho già scritto altrove, se vent’anni fa mi avessero detto che un giorno avrei assistito volontariamente a un concerto di Cristina D’Avena, avrei messo mano alla pistola. Eppure il tempo e i casi della vita sono tanto imprevedibili da ribaltare criteri, principi e pareri. In realtà, la mia opinione sul repertorio della D’Avena non è cambiato, ma sulla professionista non può che essere positivo. Come tutte le star, perché Cristina lo è, ci si chiede: c’è o ci fa? Fino a dove arriva quell’idealismo infantilistico riassunto nell’ode conclusiva sulla potenzialità dei cartoni animati di farci sognare? Ci crederà davvero? È veramente la stessa bimba che nel ’68, mentre la Sorbona era in rivolta, Berlino bruciava, a Valle Giulia gli studenti si scontravano con la polizia suscitando i corsivi corsari di Pasolini (mica Pigi Battista o Antonio Polito), a Memphis uccidevano Martin Luther King, a Los Angeles eliminavano Bob Kennedy, intonava allo Zecchino d’Oro Il Valzer Del Moscerino? O è la donna ormai adulta e scafata che, a fronte delle pesanti allusioni dei Gem Boy, il gruppo di rock demenziale a cui si accompagna ultimamente, dalla presunta demenza senile alla fame di sesso, non fa quasi un plissé e si limita a uno schermirsi di circostanza? E poi, di quali cartoni animati stiamo parlando? Non certo quelli degli Eroi di Cartone, introdotti dalla elegiaca canzone di Lucio Dalla (“Lettera X, qual è il segreto di Asterix, Motor X Mister X…”), che proponevano per la prima volta nella televisione italiana ancora in bianco e nero i rarissimi Peanuts o Superman o l’Uomo Ragno, bensì delle produzioni giapponesi, che di nipponico hanno solo i titoli di testa e coda e una filosofia di fondo che esaspera intenti e obiettivi, individualismo spinto e disciplinato spirito di squadra, violenza sanguinosa e sentimenti dolciastri e appiccicosi, poiché i personaggi e le ambientazioni sono simil-occidentali o, comunque, cercano di disegnare una realtà globalizzata tendenzialmente ben poco orientale, persino irlandese talvolta, magica, mitologica, gnomesca o olimpica che sia. Hanno fatto polpette persino della poetica tutta belga dei Puffi o mitteleuropea di Heidi. Anche senza voler giudicarne la qualità, peraltro tecnicamente piuttosto scarsa e “low budget”, con scene riciclate più volte, c’è da chiedersi che fascino possa esercitare la riflessione complessa e complessata di un giocatore di calcio, palla al piede, mentre “discende” il campo verso la porta avversaria, impiegandoci anche un buon quarto d’ora (ma i tempi narrativi e del pensiero sono letterariamente dilatati), su un popolo, il nostro, che vive e invecchia sempre più velocemente e, soprattutto, in tema calcistico ha ritmi e riti consolidati. Eppure, a giudicare dall’entusiasmo del pubblico, direi tra i venti e i trentacinque anni, ma anche più giovani, qualcosa è scattato. A onor del vero bisogna precisare che la maggioranza erano ragazze, memori, forse, dei palpiti di Lady Oscar e compagnia sospirante, ma anche i maschi si difendevano bene in termini di cori e intere strofe cantate a memoria e a squarciagola, tanto che la D’Avena puntava spesso il microfono verso il pubblico, risparmiando quella voce chioccia che solo raramente, bisogna dirlo, le fa difetto. Rischiando l’accusa di passatismo e con tutti i distinguo riguardo l’indiscussa professionalità delle persone coinvolte, affermo che le canzoni di Fivelandia fanno schifo al confronto con quelle con cui sono cresciuto negli anni Sessanta e Settanta e accompagnano cartoni animati che definire scadenti è un eufemismo, paragonati alla produzione Warner Bros., Hanna & Barbera, Walter Lantz, per non parlare di Disney. Persino le Fiabe Sonore dei Fratelli Fabbri, nonostante fossero prive del supporto video, erano di una classe infinitamente superiore rispetto a questo catalogo di nefandezze, che, inoltre, sottendono una sotto-cultura televisiva complessiva, allacciata a quella per adulti, responsabile di trent’anni di rincoglionimento catodico italiano, guarda caso, proveniente da una squadra di individui che, non contenta di guidare gusti e passioni dallo schermo, ha preteso, riuscendoci alla grande, di farlo anche dagli scranni del governo della Repubblica. Con la complicità, inconsapevole o meno, di Cristina D’Avena, che, a questo punto, potrebbe anche presentarsi alle elezioni con una certa speranza di successo. Noi Puffi siam così.

Giulio Cancelliere

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